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  • La Nostra Sicurezza – Oggi – è spesso una “falsa sicurezza” : confusione e lentezza regnano sovrane. (dott.ssa Daniela Bellomi)

    Procedure e burocrazia – un grande carico di documenti – sono riusciti a diventare l’essenza di una buona parte della Sicurezza. E, allo stesso tempo, chi dovrebbe leggerli, ricordargli e applicarli non lo riesce a fare per svariati motivi. Certo, le regole sono fondamentali e non è possibile pensare di non averle e di non rispettarle. Ma manca qualcosa da troppo tempo: è quel sottile passaggio dalla regola alla sua applicazione affinché diventi un comportamento adottabile ed adottato. In parte avviene ma i risultati sono ancora troppo spesso deludenti. Su questa burocrazia viene investito – causa di forza maggiore – un tempo indefinibile ma non essenziale. Non c’è quasi mai ordine ed organizzazione sulle principali attività operative: tutti fanno praticamente tutto ma quasi nessuno fa il necessario. Le regole servono. E ci sono. Ma non sempre sono chiare. Dalle regole non si è ancora riuscito ad ottenere il risultato più efficiente: siamo rimasti in una specie di astrattismo. La dimostrazione è evidente quando si presenta un imprevisto: non è chiaro “chi debba decidere che cosa” dal momento che le responsabilità sono state suddivise tra troppi attori. La cultura della Sicurezza – di cui tanto si dialoga da anni – doveva diventare decisiva, doveva portare a consapevolezze e a scelte, non a costrizioni ed imposizioni. Ma la Sicurezza ordinata per decreti e leggi è la Sicurezza sbagliata, in parte. L’ordine non si fa solo per decreti: si costruisce giorno per giorno, con leadership e pratiche condivise. C’è un momento preciso, un momento nel quale si percepisce che la Sicurezza è anche un clima: il clima della sicurezza è l’istantanea della percezione di un gruppo di persone. Una buona leadership, forte, efficace e visibile è il pilastro del successo in sicurezza: meno burocrazia e più comportamenti sicuri: la sicurezza e la sua relativa cultura crescono quando si crea sinergia tra i capi e le squadre. Questa è una delle tante formule vincenti. E questi pochi concetti vengono ripetuti ad interim in molteplici contesti, vengono evidenziati in ogni discussione e/o dibattito pertinente ma – di fatto – non diventano quasi mai una realtà tangibile: quel qualcosa citato poche righe sopra che sostengo manchi ormai da troppo tempo: il sottile passaggio dalla regola alla sua applicazione affinché diventi davvero un comportamento adottabile ed adottato. La Sicurezza potrebbe crescere ed ottenere risultati migliori se coloro che la esercitano avessero sempre cura della crescita della sua stessa Cultura: ascoltare, capire i vincoli reali, decidere insieme cosa cambiare domani. Le norme sono fondamentali, ma da sole non bastano. Il vero cambiamento e i migliori risultati si hanno quando la leadership è visibile e l’intelligenza emotiva traghetta i comportamenti e la burocrazia, le norme e le regole restano strumenti e non diventano scopi o obiettivi. Imparare ad applicare la Cultura della Sicurezza ogni giorno aumentando il dialogo e mettendo in atto azioni che cambiano davvero, che trasformano in risultati veri e tangibili. L’intelligenza emotiva – detta IE – è il cuore della prevenzione: riconoscendo e gestendo le proprie emozioni e quelle altrui rende le persone – anche all’interno del settore della Sicurezza – più consapevoli, più motivate e disposte ad una migliore collaborazione. Secondo Goleman le sue cinque principali componenti: l’autoconsapevolezza, l’autoregolazione, la motivazione, l’empatia e le abilità sociali erano strumenti quotidiani che portavano – tra le altre migliorie – ad una capacità di ascolto reale e ad un feedback. Spesso saper ascoltare conta di più che insegnare o imporre: l’incapacità di ascolto ci ha già insegnato molto ma – evidentemente – non molto perché eventi gravi ci hanno fatto toccare con mano che malgrado ci fossero le regole non si è stati in grado di intercettare i segnali che erano presenti e di agire, fino a constatare il fatto, ovvero tardi. I segnali possono essere deboli, i ritmi possono essere frenetici, qualsiasi elemento può essere estremo: queste sfumature vengono alla luce solo quando non c’è dialogo. La figura del professionista della Sicurezza deve cambiare: deve essere in grado di condurre comportamenti, di creare fiducia, di facilitare la partecipazione. Deve essere in grado di costruire e creare Sicurezza con...Manca coerenza. E la coerenza è alla base dell’autorevolezza. Non serve impartire ordini se chi deve ubbidire non riconosce valore e leadership in chi impartisce. La coerenza crea la Cultura e la Sicurezza che premia, che abbatte la paura, che impedisce alla burocrazia di prendere il sopravvento. Ma uno dei risvolti peggiori che constatiamo ogni giorno è che la confusione della Sicurezza e le sue lacune hanno creato – intorno alla stessa – una percezione di “Non Sicurezza”, in ambito lavorativo e non solo. Ed oggi osserviamo un fenomeno continuamente segnalato: la sovrapposizione tra crisi globali, trasformazioni digitali e insicurezza sociale hanno creato un disorientamento collettivo che si manifesta in diversi ambiti chiave della vita quotidiana e pubblica: ma anche questo non basta a mettere in gioco il cambiamento. E se accanto a tutto questo ci ricordiamo che oggi le emergenze multiple – dal susseguirsi di pandemie ai conflitti fino alle crisi climatiche hanno contribuito a farci perdere la nostra tradizionale illusione di stabilità e protezione -, che il sovraccarico informativo dato dalla velocità e dalla drammaticità delle notizie ha alimentato il senso costante di vulnerabilità e di ansia collettiva e che l’evoluzione digitale con la sua transizione tecnologica e con i suoi rischi informatici ha reso i confini della protezione sempre più difficili da presidiare e da proteggere, ecco perché dovremmo fermarci a ridisegnare la Sicurezza e la Sua Cultura. Se tutto questo è già drammatico, ancora di più lo è il fatto che soluzioni e provvedimenti relativi li stiamo lasciando ancora in mano a chi della Sicurezza ne ha fatto questo. dott.ssa Daniela Bellomi

  • Dall'evento alla comprensione. Il primo passo per decidere bene. (dott. Massimo Spataro)

    Ogni evento produce informazioni, ma non ogni informazione produce comprensione. Tracce, testimonianze, documenti, contesto, tempo e relazioni acquistano valore solo quando vengono letti secondo criteri definiti, organizzati e messi in relazione tra loro. È in questo passaggio che si costruisce il quadro della situazione: non una semplice raccolta di dati, ma una rappresentazione ragionata di ciò che sappiamo, di ciò che ancora non sappiamo e dei limiti entro i quali possiamo formulare uno scenario. La disponibilità di molte informazioni, infatti, non coincide necessariamente con una maggiore capacità di comprendere. Un dato isolato può essere corretto e, nello stesso tempo, insufficiente a rappresentare la realtà nella quale è inserito. Il suo valore informativo dipende anche dal contesto, dalle relazioni con gli altri elementi disponibili, dalla sua attendibilità e dalla possibilità di verificarlo. Dal dato alla decisione Per questo il passaggio dal dato alla decisione richiede metodo. Occorre innanzitutto definire criteri e obiettivi dell'analisi; raccogliere e selezionare i dati disponibili; attribuire loro un ordine; individuare attraverso una matrice le relazioni e le connessioni; valutarne il peso informativo; costruire uno scenario coerente e, infine, dichiarare i limiti e le incertezze che inevitabilmente accompagnano ogni processo conoscitivo. Comprendere prima di decidere significa quindi non affidarsi alla prima evidenza, né cercare immediatamente una risposta, ma governare il processo che conduce dal dato alla decisione. È da questa prospettiva che nasce il mio interesse per la gestione dell'evento e per l'analisi dei processi informativi complessi: costruire condizioni metodologiche che permettano di osservare, ordinare, valutare e interpretare ciò che accade, mantenendo sempre distinguibili il dato, l'interpretazione e il limite della conoscenza. Ed è probabilmente proprio quest'ultimo passaggio a rappresentare uno degli aspetti più importanti dell'analisi: una decisione consapevole non nasce soltanto dalla conoscenza di ciò che sappiamo, ma anche dalla capacità di riconoscere ciò che non sappiamo ancora. Comprendere prima di decidere non significa eliminare l’incertezza. Significa renderla visibile, governabile e compatibile con una decisione responsabile. Massimiliano Spataro, Ph.D. Security Manager – Criminologo Referente SQUAD Verona Analista dei processi informativi complessi Ideatore del Metodo P.G.E.®

  • " Oltre la procedura: cosa accade quando la realtà supera ogni piano di sicurezza" (dott. Francesco Salmeri)

    Oltre la procedura: cosa accade quando la realtà supera ogni piano di sicurezza. Il 28 novembre 2012, una violenta tromba d'aria si abbattè su Taranto e sul vicino stabilimento siderurgico dell’Ilva, causando gravi danni materiali, decine di feriti e soprattutto , purtroppo , una vittima. Il tornado arrivato dal mare, colpì l'area industriale in un momento di forte tensione giudiziaria e ambientale per la fabbrica, tale per cui erano in atto servizi a tutela dell’ Ordine e della Sicurezza Pubblica, continuativi , disposti dal Questore. Mentre la struttura collassava, la teoria del "manuale di sicurezza" andava in frantumi. In quel momento, ho dovuto gestire fronti simultanei : 1. Esternamente ,l'evacuazione del sito industriale attivata internamente : assicurare l’esfiltrazione dalle aree immediatamente circostanti la quota di opificio ( 1500 ettari nella sua intera estensione) attinta dall’evento. 2. La gestione delle arterie stradali: indirizzare i flussi veicolari ordinari su viabilità alternative, per creare un corridoio di sicurezza verso i principali ospedali, rendendo le strade pervie per i soccorsi in area. 3. Il coordinamento interforze: far sì che diverse divise, diverse gerarchie e diverse logiche di intervento parlassero la stessa lingua in tempo reale. 4. Assicurare la filiera delle comunicazioni e delle informazioni verificate, per alimentare i flussi che dalla periferia volgono verso le articolazioni centrali. 5. Garantire il soccorso pubblico alla cittadinanza. E molto altro. Il fattore “ Tempo”. Il “tempo di allarme”, pochissimi minuti dalla nota radio di un mio equipaggio allocato in area portuale, coincidente con quello necessario a dare il “ roger that”, e il posteriore della mia autovettura di servizio fu “accarezzata” dalla base del tornado che entrava nel sito industriale. Il “tempo di penetrazione” della minaccia. Le contromisure, il “ tempo di reazione. Oggi noto professionisti parlare di "Safety & Security" come se fossero equazioni statiche. La verità che ho imparato in 35 anni di Polizia di Stato — e che ho toccato con mano “sotto le macerie”, è che la sicurezza è una disciplina dinamica. Toccato tante volte, perché 35 anni son fatti di giorni e di ore interminabili. Son fatti di vita e anche di morte. Si regge sulla capacità di prendere decisioni irrevocabili in assenza di informazioni complete. Non sono ammessi "profilers" da tastiera per le emergenze reali. Esiste solo la capacità di mantenere la catena di comando e delle comunicazioni, quando il mondo intorno a te sta cambiando repentinamente ed incessantemente forma. Un doloroso training. Mera accademia e “road university”: ruolo e valore dell’esperienza perché, come autorevoli persone hanno insegnato, la mappa non è il territorio. La domanda che umilmente pongo a chi è chiamato a gestire prima il rischio, poi gli eventi, di oggi è: siete pronti a all'imprevisto, o vi state solo allenando a seguire le procedure quando tutto va bene? dott. Francesco Salmeri

  • Tra i tanti “talloni d’Achille” dell’IA l’inaspettata Cultura, sotto forma poetica...è il meccanismo sottointeso che ci illumina ! (dott.ssa Daniela Bellomi)

    In campo tecnologico, teatro dell’IA, alcuni studi hanno portato alla luce un dato, inaspettato ma – a mio parere – ingiustamente inaspettato...I sistemi di sicurezza dei moderni modelli linguistici, gli LLM, possono essere aggirati se utilizziamo come linguaggio – per formulare delle domande – quello della poesia, della rima o delle metafore. Non era difficile immaginarlo se pensiamo che i blocchi di sicurezza dell’IA si basano sull’analisi letterale del testo. E’ ovvio, quindi, che il linguaggio figurato dei versi non può essere riconosciuto dai filtri che si basano sull’analisi letterale del testo. I filtri non le riconoscono e questo permette all’utente di ottenere contenuti normalmente vietati. Se la nostra sensazione è di stupore – di fronte a tale risultanza – è evidente che abbiamo dimenticato troppo della nostra cultura ma soprattutto che abbiamo sottovalutato ampiamente il potenziale umano, andando via via riducendolo sempre di più a qualcosa che è “povero” in alcuni ambiti, proprio quelli – invece – molto ricchi di contenuti e non solo, unici dell’essere umano che sempre resta il perno di ogni analisi, discussione o approccio tecnologico. I concetti di valore sociale e di capacità terapeutica della parola non possono venire dimenticati nel momento in cui ci imbattiamo in una nuova avventura, tecnologica o meno. E soprattutto tecnologica. Deve essere accaduto quando abbiamo perso il senso della nostra identità e sperato, forse sognato, che la costruzione di una nuova, artificiale, perfetta avrebbe colmato il vuoto che sempre di più sentivamo dentro di Noi...perchè sembra proprio che i due cammini siano stati inversamente proporzionali e non vi è ragione perché questo sia accaduto se non che abbiamo smesso di alimentare, di far crescere, di prenderci cura, di proteggere la nostra identità: c’è stato un attimo in cui abbiamo vacillato e abbiamo lasciato penetrare il dubbio di un qualcosa “migliore” di Noi. Non siamo stati capaci di fermarci a “migliore”. Non era di Noi, era di uno strumento, di opportunità, di capacità che avrebbero dovuto aiutarci. Ma spesso tutto può assumere una sfumatura diversa se non gli diamo la giusta interpretazione e, anche, se smettiamo di credere in quello che stiamo curando e coltivando dentro di Noi come un’inestimabile valore aggiunto che non possiamo e non dobbiamo assolutamente perdere. Non ci sono colpe da attribuire ma riflessioni da affrontare: la poesia, senza ripercorrere la sua Storia ed i suoi cambiamenti, è stata – anche – uno strumento educativo, fin dall’infanzia. Aiutava, soprattutto i più piccoli, a prendere confidenza con diversi concetti, tra i quali la prevenzione e la protezione. Ma non solo: il concetto del pericolo e alcune regole di comportamento diventavano cosi memorabili e facili da interiorizzare. Ma abbiamo smesso di credere che questa fatica iniziale – nei piccoli – valesse la pena di essere fatta, per rendere loro tutto più semplice. Ma non sempre – anzi, quasi mai – semplice è sinonimo di ottimo o migliore. Per la verità se – inconsciamente, anche senza strumenti – io mi vedo porgere sempre una versione più semplice di tutto, si rafforza in me la certezza di non essere all’altezza di cose più complesse. Eppure sono proprio quelle che permettono il confrontarsi, il prendere le misure con se stessi, il rendersi conto di quali aspetti dobbiamo rafforzare in Noi. Sono proprio quelli che ci insegnano il senso della fatica e la soddisfazione della riuscita. Sono proprio quelli che ci permettono di prendere confidenza con le delusioni e le partite perse. E con il senso del “rialzarsi” e del rimettersi in gioco. Che ci insegnano che saper perdere fa parte della Vita e non preclude a nessuna futura possibilità. Ma ci obbliga a riflettere su Noi stessi, a porci delle domande, a cercare come migliorarci e come guardarci dentro, accettandoci e allo stesso tempo imparando che con la fatica, l’impegno, la determinazione possiamo dare molto di più rispetto al nostro punto di partenza. Traumi e paure venivano elaborati – e lo sono ancora in alcune realtà – anche grazie alla poesia, alla sua struttura e alle metafore che insegnano come passare dal caos all’ordine, come mettere ordine dentro di noi, come creare uno spazio sicuro come punto di partenza: una partenza che deve essere indirizzata verso l’esplorazione delle emozioni e che ci permette anche di coltivare e poi diffondere consapevolezza su tematiche di rilevanza sociale. Nella Sicurezza Informatica – oggi Cybersecurity – metafore e rime sono “strumenti” attraverso i quali si può sbloccare e testare i limiti di alcuni sistemi di IA. Ma nella Sicurezza in generale apre anche diverse vie…il bisogno di protezione torna ad essere un pensiero umanizzato, la legalità viene insegnata a livello educativo e il pensiero critico viene stimolato. Ma non solo: poesia e protezione sono legati da alcune sfumature non trascurabili: superare le difese dei modelli linguistici più avanzati, testarne la vulnerabilità e migliorando la sicurezza informatica offrire uno spazio intimo – ordinato e senza caos – che permetta di elaborare il concetto di protezione. Riflettere sui diritti e sulla giustizia sociale. E’ che la forma poetica apre una porta laterale ed inaspettata, apre un passaggio che i complessi sistemi di sicurezza non erano stati progettati per intercettare o riconoscere: nessuna architettura di rete, nessun approccio tecnologico si dimostra completamente immune da questa tecnica che possiamo definire “adversarial poetry”, ovvero la poesia ! La poesia è una forma di comunicazione ambigua, riesce a comunicare dei messaggi in modo indiretto e gioca con le sfumature dei significati delle parole. La poesia ha sempre messo in crisi la maggior parte delle menti umane e, quindi torno al mio dubbio iniziale, come si poteva pensare che non mettesse in crisi degli algoritmi che hanno preso vita grazie alla mente umana ? Ma non solo. In diversi strati sociali la poesia è stata “presa in giro” o qualcosa di simile. Antropologicamente – e al di fuori dei contesti assolutamente pertinenti – l’uomo è portato – nella maggioranza – a prendersi gioco e a sminuire quello che riconosce non comprensibile ed alla propria portata...E’ un meccanismo banale e comune ma con conseguenze importanti: il tutto nasce dalla facilità di banalizzare qualcosa che sarebbe da ammirare o, peggio ancora, svalutare solo perché non approcciabile con le proprie capacità. Quando il soggettivismo regna sovrano e l’oggettiva analisi dei fatti implica un autoriconoscimento di limiti, spesso, la reazione umana più comune è proprio questa. Il non saper ammettere da molti che un linguaggio non diretto, non lineare e non privo di sottigliezze è un’arma vincente anche se non la si sa usare ma si ammette il suo valore e si ha rispetto di chi, invece, è in grado, allora di conseguenza si tende a commettere un grande errore, di cui – prima o poi – si pagano le conseguenze: autorefenziarsi e autostimarsi come unità di misura porta a perdere contenuti e forme che – un domani – potrebbero essere utili a tutti. Si va così a delimitare – per cecità – confini e visioni, prospettive ed occasioni. Se per caso – e non possiamo dire che i casi sono isolati – le menti che creano “la tecnologia” non riescono ad avere questo approccio e non sanno accettare il valore di uno strumento – in questo caso la poesia – solamente perché non sono “loro” gli esperti o i conoscitori allora è evidente che si inciampa nello smarrimento quando gli attuali filtri di sicurezza – calibrati solo su richieste esplicite e letterali – falliscono di fronte ad un contenuto celato dietro strutture linguistiche complesse ed anche figurative: sostanzialmente gli algoritmi sono solo più onesti nell’ammettere la loro non competenza, battendo in questo ambito di gran lunga l’essere umano incapace di umiltà. Certo, in assenza di sfumature, anche la resa è atto ovvio e non carico di emotività. Un meccanismo che non “comprende” concetti nel senso umano, bensì collega token e calcola proprietà numeriche in uno spazio probabilistico è un concetto ancora accettabile. Un Essere Umano che non comprende concetti umani è un problema che sta alla base. E non è un fenomeno isolato ma profondamente radicato. La poesia avversaria può confondere filtri in contesti sensibili e con implicazioni importanti. La sfida è integrare una po' di natura artistica nel contenuto, ovvero la sfida di oggi è sviluppare sistemi capaci di comprendere l’intento reale dietro le espressioni linguistiche più complesse e creative. Anche la sociologia ha “fallito” sostenendo che la poesia non vende, che ormai non viene più letta e che non riesce a sfondare nei grandi circuiti della comunicazione. I dati della sociologia non fanno altro che confermarci che “è per pochi” e che “bisogna saperla comprendere e padroneggiarla”. Entrare nel linguaggio, costruirlo, distruggerlo e ricostruirlo per poi assemblarlo nuovamente. La poesia movimenta e torna alla sorgente. E non solo. Ma se qualcuno la vede sempre e solo lontano dalla realtà significa che non comprende la sua capacità di costruire mondi, con una parola, con l’apertura, l’accoglienza e lo sbalordimento del linguaggio: è movimento, è capacità di trasformare. La poesia è in grado di fare un passo indietro, di restare umile e di riconoscere quando la sua comunicazione linguistica non è adatta ad esprimere alcuni contenuti. Gli altri Specialisti saranno in grado di fare un simile passo per correre più velocemente ? articolo a cura dott.ssa Daniela Bellomi

  • Drone ucraino fa strage in spiaggia. E Kiev blocca il commercio russo

    La guerra, quando dura troppo, finisce per divorare perfino il proprio linguaggio. Non esistono più retrovie, non esistono più simboli rassicuranti, non esistono più confini morali che resistano all’usura del tempo. Rimangono i bersagli. La spiaggia di Arkhipo-Osipovka, a Gelendzhik, sul Mar Nero, è l’ultima fotografia di questa trasformazione. Sette morti, tra cui tre bambini, e 47 feriti. Le autorità russe parlano di un drone ucraino precipitato sull’arenile, mentre Kiev sostiene che il velivolo sia stato deviato dalla guerra elettronica russa. Ma il dato politico è già davanti agli occhi: il conflitto è entrato in una fase nella quale il rischio per i civili sul territorio russo non è più un effetto collaterale remoto, bensì una componente della campagna militare. La spiaggia si trova nelle vicinanze di un centro ricreativo utilizzato dall’industria missilistica. A breve distanza si trova una residenza attribuita a Putin da un’indagine giornalistica del compianto Navalny. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato Ucraina e Paesi Nato di essere diventati parte di attività terroristiche internazionali. Al netto dei fatti di Gelendzhik, negli ultimi mesi Kiev sembra aver abbandonato la logica del colpo dimostrativo per inseguire un obiettivo molto più ambizioso: interrompere il funzionamento quotidiano dell’economia russa. Gli attacchi contro raffinerie e depositi petroliferi puntano a erodere la capacità energetica del Paese, aumentando costi, tempi di riparazione e pressione sul sistema logistico. Parallelamente, la nuova offensiva contro Wildberries, il colosso russo del commercio, non è casuale. Colpire i suoi magazzini significa interferire con una rete distributiva che movimenta merci di ogni genere, inclusi prodotti alimentari e beni di prima necessità. Tant’è che la grande distribuzione valuta consegne dirette ai negozi per ridurre la dipendenza dai grandi hub. Mosca risponde con la medesima logica di pressione sistemica, rivendicando avanzamenti a Kharkiv e intensificando gli attacchi contro città e infrastrutture ucraine. I bombardamenti hanno causato vittime in diverse regioni, mentre Kiev denuncia la distruzione di una casa editrice a Kharkiv e un aumento degli attacchi contro porti, navi civili e infrastrutture del Mar Nero. In serata caccia polacchi hanno intercettato un aereo russo Il-20 sul Baltico. Capitolo Patriot: l’Ucraina non otterrà la licenza per produrli prima dell’inverno, secondo l’ambasciatore Usa alla Nato Whitaker. Zelensky prosegue la riorganizzazione dello Stato: Umerov passa alla guida dell’intelligence estera, mentre Klymenko assume la presidenza del Consiglio di sicurezza nazionale. Rimossa l’ambasciatrice negli Usa Stefanishyna, al suo posto attesa la nomina dell’ex premier Svyrydenko. Nel confronto diplomatico ha rilanciato il dialogo con la Cina per impedirne un ulteriore avvicinamento a Mosca, sostenuto il progetto del sistema antimissile europeo «Freya», con l’obiettivo di costringere Putin, entro l’autunno, a scegliere la pace. «Perché se cadiamo noi, crollano tutte le nazioni dell’ex Unione Sovietica». Da Mosca arriva la replica del viceministro degli Esteri Galuzin: «Disponibilità a negoziare, ma è Kiev ad aver interrotto il processo diplomatico». Drone ucraino fa strage in spiaggia. E Kiev blocca il commercio russo

  • Ragazzino di 15 anni arrestato a Malta, il padre: «È in isolamento da 70 giorni, costretto a mangiare in piedi e a nutrirsi con le mani»

    «Mio figlio, un 15enne italiano, è in isolamento da 70 giorni nel carcere minorile Coors a Malta. Le sue condizioni sono allarmanti». Lo racconta all'ANSA, A.S, il padre di F. «arrestato il 25 maggio scorso dalle autorità maltesi». L'Ambasciata a La Valletta, in raccordo con la Farnesina, segue il caso in costante contatto con i genitori che hanno incontrato anche ieri, 3 agosto, fornendo ogni possibile assistenza. L'Ambasciata - rende noto la Farnesina - ha in più occasioni sollevato il caso con le autorità locali, ha effettuato una visita al ragazzo il 26 giugno e domani ne è prevista un'altra nel penitenziario. Cosa sta succedendo «Proprio ieri (3 agosto) abbiamo avuto un incontro in ambasciata in video chiamata con il Ministero degli Esteri e con la presenza degli avvocati per discutere le condizioni di detenzione di nostro figlio, giudicate dagli avvocati illegali», racconta il padre del ragazzo che con la famiglia si è trasferito da tempo a Malta. «Nostro figlio per 4 giorni è stato detenuto in isolamento presso la divisione 6 del carcere di Corradino per adulti, dove per il forte stress si è autolesionato. Trasferito presso il carcere minorile Coors ha trascorso 35 giorni chiuso 22 ore al giorno, costretto a mangiare in piedi e per 3 giorni a nutrirsi con le mani perché nessuno si è preoccupato di fornirgli delle posate», spiega il padre del 15enne. La vicenda è attualmente all'esame delle competenti autorità giudiziarie maltesi e la prossima udienza calendarizzata per il 19 agosto, sottolinea la Farnesina spiegando che l'Ambasciata ha anche incontrato il Direttore dell'istituto penitenziario nel quale è detenuto il ragazzo, e ha partecipato in qualità di osservatore alle prime udienze. Ragazzino di 15 anni arrestato a Malta, il padre: «È in isolamento da 70 giorni, costretto a mangiare in piedi e a nutrirsi con le mani»

  • Guardia giurata muore in auto stroncata da un malore. Il sindacato Usb: “Colpa del caldo”

    L’uomo, 55 anni, è stato trovato in gravissime condizioni nei pressi di piazza Re Enzo e poi è morto in ospedale: la causa del malore non è ancora stata accertata Bologna, 4 agosto 2026 – “Non si può morire di lavoro e di caldo. Il rischio microclimatico non è un inconveniente stagionale, ma un pericolo mortale che va regolamentato e sanzionato”. Lo scrive il sindacato Usb dopo che ieri mattina una guardia giurata di 55 anni è morta a causa di un malore mentre si trovava in auto nei pressi del proprio posto di lavoro, in piazza Re Enzo, sostenendo dunque che il caldo sia stato la causa del decesso. L’uomo è stato soccorso in gravi condizioni: poi è morto al Sant’Orsola L’uomo, in servizio alla Mes Security, si occupava della vigilanza di una gioielleria. Era stato soccorso in mattinata in gravissime condizioni e trasportato all’ospedale Sant’Orsola, ma nonostante la tempestività per lui non c’è stato nulla da fare. Sul posto era intervenuta anche la polizia per prendere in consegna l’arma di servizio, successivamente affidata a un collega. La causa del malore non è stata ancora acccertata Al momento, tuttavia, la causa del malore non è stata accertata. Il caldo, secondo quanto emerge, non rientra tra le ipotesi ritenute più probabili dai medici intervenuti, pur non essendo escluso come possibile concausa. Tra gli elementi che inducono alla prudenza c’è il fatto che l’uomo si sia sentito male intorno alle 9 del mattino, mentre si trovava in auto, in un momento della giornata in cui le temperature non erano ancora particolarmente elevate. Per avere certezza sulle cause del decesso sarà comunque necessario attendere l’esito dell’autopsia che, secondo quanto risulta, non sarebbe ancora stata disposta. La rabbia del sindacato: “Le elevate temperature costituiscono un rischio gravissimo: servono più tutele” "In attesa degli accertamenti medico-legali e giudiziari sulle cause esatte del decesso, sottolineiamo che derubricare sistematicamente questi eventi a mere 'fatalità' o a 'patologie pregresse' significa deresponsabilizzare chi ha il dovere giuridico di tutelare chi lavora – ribadiscono dal sindacato Usb – Il prolungato stress termico e le elevate temperature estive costituiscono un fattore di rischio gravissimo e non più procrastinabile, troppo spesso sottovalutato dalle aziende e dalle stazioni appaltanti. I lavoratori della vigilanza privata e dei servizi fiduciari operano frequentemente in condizioni di estremo disagio, tra piantonamenti all'esterno sotto il sole battente, pattugliamenti in auto non sempre adeguate o prive di climatizzazione efficiente, l'obbligo di indossare divise rigide e giubbotti antiproiettile, uniti a turni di lavoro estenuanti e privi delle necessarie pause di recupero”. Di fronte “a questa drammatica realtà, l'Unione Sindacale di Base ritiene non più rinviabile l'introduzione di misure drastiche a tutela di chi lavora come già ultimamente denunciato per la situazione nei servizi per l’infanzia – concludono – nei Centri Estivi del Comune di Bologna, per i rider e per i portalettere di Poste Italiane e in altri settori a rischio elevato”. Guardia giurata muore in auto stroncata da un malore. Il sindacato Usb: “Colpa del caldo”

  • Lituania: primo scramble per gli Eurofighter italiani nella missione NATO Baltic Air Policing

    Oggi due Eurofighter F-2000 della Task Force Air “Baltic Thunder III” dell’Aeronautica Militare sono decollati dalla base aerea di Šiauliai, su ordine del Combined Air Operations Centre (CAOC) della NATO di Uedem, in Germania, per intercettare due velivoli militari russi in volo nello spazio aereo internazionale sopra il Mar Baltico. Raggiunta l'area d'intervento, gli equipaggi dell'Aeronautica Militare hanno identificato e affiancato i velivoli, operando nel pieno rispetto delle procedure previste dall'Alleanza Atlantica. L'intervento rappresenta il primo scramble del contingente italiano dall'avvio dell'attuale mandato in Lituania e conferma la piena prontezza operativa della Task Force Air, impegnata a garantire la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania nell'ambito della missione NATO Baltic Air Policing, contribuendo alla sicurezza del fianco orientale dell'Alleanza Lituania: primo scramble per gli Eurofighter italiani nella missione NATO Baltic Air Policing

  • Cercò di accoltellare due agenti, ma le toghe già lo scarcerano: così lo straniero è tornato sul luogo dell’aggressione

    Era stato fermato e ricoverato in ospedale lo scorso 26 luglio, al termine di un episodio controverso: dopo aver minacciato e molestato i passanti, avrebbe cercato per ben due volte di accoltellare gli agenti della polizia locale intervenuti su segnalazione dei cittadini per calmarlo ed uno degli operatori si trovò costretto ad aprire il fuoco, ferendolo lievemente. Ma a poco più di una settimana dai fatti, il quarantaduenne straniero protagonista della vicenda che arriva da San Vincenzo (Toscana, provincia di Livorno) non solo è tornato a piede libero, ma sarebbe tornato a stazionare proprio nella zona nella quale diede in escandescenze. Lo ha fatto sapere il sindaco della realtà comunale livornese, Paolo Riccucci, in una nota diramata su Facebook oggi 3 agosto. Poche frasi nelle quali il primo cittadino non ha nascosto disappunto ed incredulità. “Da ieri, non appena ci è stata segnalata la presenza a San Vincenzo del soggetto coinvolto nell’aggressione ai due agenti di Polizia Locale, ci siamo immediatamente attivati per chiarire le dinamiche dell’iter che hanno portato a questo esito – se da un lato vi è il dovuto rispetto per il lavoro degli inquirenti e dei protocolli sanitari che hanno condotto alle dimissioni dell’uomo dall’ospedale, dall’altro non possiamo che esprimere forte perplessità nel rivederlo nei medesimi luoghi a così breve distanza dai fatti. Ci chiediamo se siano stati effettuati tutti gli accertamenti e se siano state attivate le procedure previste in casi simili: interrogativi che, al momento, attendono ancora una risposta chiara”. Stando a quanto ricostruito il quarantaduenne, un clochard, aveva dato in escandescenze nei pressi di una nota catena di supermercati. Raggiunto da due agenti della polizia locale, avrebbe estratto un coltello ed avrebbe cercato di colpirli in due differenti momenti, a breve distanza l’uno dall’altro. Durante la seconda aggressione uno dei due agenti, temendo per la propria incolumità e dopo averlo più volte invitato alla calma, avrebbe sparato con l’arma d’ordinanza ferendolo lievemente all’addome. L’episodio, avvenuto peraltro a pochi giorni di distanza dalla condanna del gioielliere Mario Roggero e del decesso di Abderrahim Fakir a Bologna, aveva peraltro contribuito a riportare all’attenzione nazionale il dibattito sulla sicurezza e sulla legittima difesa in particolare. Ed anche quest’ultimo capitolo promette di continuare a far discutere. Cercò di accoltellare due agenti, ma le toghe già lo scarcerano: così lo straniero è tornato sul luogo dell’aggressione

  • Vulnerabilità sistemiche irrisolvibili e limiti della Sicurezza Passiva: i Soft Targets nell'era delle asimmetrie (dott. Francesco Salmeri )

    Lo “spazio sicuro” è morto, viva lo spazio sicuro : probabilmente cio’ è accaduto molto tempo fa ma, in generale, la sensibilità diffusa è rimasta per certi versi affezionata al paradigma sotteso a quel termine, anche con riferimento alla percezione che ne può avere il comune cittadino piuttosto che un tecnico che abbia effettivamente posto “boots on the ground” , invece che in aule accademiche rigorosamente on line. Il concetto tradizionale di sicurezza fisica , basato sulla protezione perimetrale e sul filtraggio degli accessi alle infrastrutture critiche, è comunque andato incontro a revisioni che hanno condotto alla modifica della filosofia di base in chiave integrata, con una forte pressione alla proattività, pur senza declinarsi ad una reale comprensione dei fenomeni osmotici che legano la vita aziendale alle dinamiche esterne ai cancelli, specialmente nelle piccole e medie imprese. Ma fuori dai contesti aziendali e delle infrastrutture critiche cosa accade e, soprattutto, cosa può ancora accadere? Uno sguardo generale , ma non distratto, agli autori della minaccia : “lone wolves” ancorchè radicalizzati, soggetti affetti da disadattamento sociale o patologie psichiatriche sfuggite alle larghe maglie del controllo sociale e sanitario , gruppi organizzati di matrice terroristica, pare abbiano compreso un principio elementare della guerra asimmetrica urbana: colpire dove la difesa è assente per definizione. I “Soft Targets” non sono più semplici alternative agli "Hard Targets" (obiettivi militari o istituzionali); diventando l’appetibile teatro operativo d'elezione, per l’evidente, intrinseca forse, vulnerabilità, fisica e psicosociale. Centri commerciali, aree pedonali, snodi di trasporto pubblico, scuole, luoghi di culto e distretti della movida rappresentano il collante della vita civile e, al tempo stesso, “vulnerabilità sistemiche irrisolvibili”, all'interno di identità statuali connotate da forme di aperta democrazia. Sono le nostre “safe zones” sociali. L'osservazione degli ultimi fatti di cronaca internazionale, conferma una pericolosa convergenza di scelta verso tattiche a basso costo e ad alto impatto emotivo. Quest’ultimo, lo ripetiamo per mera accademia, è uno dei requisiti tipizzanti l’agire per finalità di terrore, teleologicamente connesso all’implementazione di fenomeni ultronei , destinati a produrre incertezza, debolezza e sbandamento nella collettività. Queste sommesse riflessioni si concentrano su quanto è davanti ai nostri occhi, cioè un panorama diversificato per tipologia di soggetti ed ampia scelta di scenari ed abbinamenti tecnica-scenario, che innegabilmente ci restituiscono suggestioni che non ci lasciano indenni da fondate preoccupazioni. Lo storico fenomeno degli “Active Shooters” negli U.S.A. , definito dalla proiezione della violenza armata negli spazi ludico - educativi e commerciali americani, ha dimostrato l'inefficacia dei tempi di reazione standard delle forze di polizia, di fronte a soggetti armati con fucili d'assalto, in contesti ad alta densità di affollamento. Il fattore temporale gioca a favore del tiratore in ragione della tipologia di arma, verosimilmente lunga, di cui si è dotato, ed è sotto gli occhi di tutti come, ogni secondo di ritardo nell'intervento neutralizzante, si traduca in perdite inaccettabili. L’equazione della morte reca in sé quindi , il fattore tempo che è il sovrano indiscusso nella gestione delle emergenze, in un perfido e letale gioco altalenante tra il “tempo uno” dell’autore della minaccia , il “tempo due” di percezione della stessa da parte dell’obiettivo e conseguente attivazione della “emergency”, ed infine il “tempo tre” che è il ben noto tempo di risposta. Circa il tempo di risposta ed intervento ci si interrogava già nei primi anni novanta, quando il mondo del pronto intervento, affidato alle Squadre Volanti della Polizia di Stato , stava già vivendo il processo di revisione che condusse alla creazione dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico : per mera narrazione aneddotica, mi piace ricordare come il Dr. Annunziata, Dirigente delle Volanti di Napoli, già nel 1993 condivideva una sua analisi sui tempi di intervento, razionale e coordinato, degli equipaggi delle Volanti, di cui rilevava appunto il dato numerico della tempistica intercorsa tra la segnalazione radio e l’intervento, rapportandolo agli altri fattori esterni concorrenti. L’esperienza statunitense ci ha restituito anche la figura del “good guy in a bad land”, che identifica il libero cittadino legittimamente armato ( in versione concealed carry o meno), che coraggiosamente si slatentizza come “first responder” , contrastando prima dell’arrivo delle FF.O, il già citato tiratore. E’ di due giorni fa la notizia della sparatoria presso il ristorante “ In -N – out Burger” in Idaho, ove un ventiquattrenne, armato di un fucile d’assalto su base AR, ha ucciso tre persone prima di togliersi la vita, venendo fronteggiato da un agente di Polizia “off duty”, e da un “good guy”. Non avrebbe senso elucubrare sul mondo statunitense, guardandolo con i nostri italici occhi, peraltro offuscati dall’attuale periodo storico , caratterizzato da episodi che son diventati pane quotidiano per dei cantastorie interessati esclusivamente all’esercizio del personal branding estremo. L'utilizzo di veicoli commerciali come arieti umani ( “ramming”) , e le azioni indiscriminate condotte con l’uso dell'arma bianca (“stabbing”), sono apparsi idonei a sorprendere i dispositivi preventivi, condannando i “first responders”, il più delle volte, alla “raccolta dei cocci”. Non serve in effetti, un addestramento paramilitare per condurre un camion in velocità, contro una folla su una promenade europea o colpire passanti in una via dello shopping; serve unicamente la determinazione psicologica e l'assenza totale di empatia. E’ già tempo di interrogarsi sulla rispondenza ed adeguatezza del “sistema di controllo del territorio”, che in quanto tale è multifattoriale e multilivello, sia dal punto di vista culturale che da quello tecnico operativo : in difetto di una “cultura della sicurezza” che implica la costruzione di comportamenti virtuosi e lo sviluppo di capacità proattive, ogni sforzo tecnico operativo probabilmente, non risulterebbe realmente performante. E’ innegabile che domini la sub cultura del “ non è mai successo niente” e del “ si è sempre fatto così” tacciando di affezione da ansia chi, quale novella Cassandra, conduce analisi di proiezione. Il sistema di controllo del territorio sconta quindi, ancora, ritardi culturali inaccettabili. Si continua a gestire la sicurezza urbana con i paradigmi del secolo scorso, fondati sulla reazione ex post anziché sulla effettiva predizione e sulla resilienza attiva. Si vive probabilmente l'illusione della prevenzione tecnologica passiva, per cui se nessuno osserva in diretta le telecamere di sorveglianza ad altissima definizione, esse serviranno solo a registrare la tragedia in 4K. Cartellonistica e dissuasori urbani estetici (i cosiddetti "fiorami antiterrorismo") servono unicamente a spostare la scelta del bersaglio, se non sono inseriti appunto in un sistema dinamico, preceduto da una analisi severa del contesto. E’ la “cultura della transenna”, è mera passività , prossima alla sciatteria. Nel modello operativo del pronto intervento, il tempo medio di arrivo delle “Volanti” e delle “Gazzelle”, in ragione della endemica decurtazione delle aliquote di risorsa umana, può essere un'eternità geometrica rispetto alla durata di un'azione di fuoco o di accoltellamento, che si consuma , a parere di esperti, interamente nei primi 180 secondi. Richiamando, come ho già fatto, gli anni ’90, di base l’algoritmo del controllo del territorio è un modello puramente matematico, legato banalmente, al rapporto tra la risorsa umana impiegata e frazionata per unità operative, e l’estensione territoriale da coprire , articolata per zone urbanistiche o per aree definite per elezione di obiettivi. Probabilmente possiamo parlare di un diffuso deficit di “situational awareness” nella cittadinanza, che pare vivere in uno stato di anestesia sensoriale permanente, distratta dal quotidiano e da dispositivi elettronici, incapace di riconoscere i segnali prodromici di una minaccia o di attuare protocolli di auto-protezione basilari, in un processo indotto appunto dalla mancanza di una “cultura della sicurezza”, partecipata e vissuta ma soprattutto stimolata dalle Autorità. Ho usato provocatoriamente l’espressione “vulnerabilità sistemiche irrisolvibili”, con l’auspicio che si possa rimuovere il concetto di rassegnazione, intrinseco al termine “irrisolvibile”, attraverso percorsi e processi strutturati, finalizzati alla progressiva e reale costruzione di una cultura della sicurezza, stimolando proattività , resilienza e comportamenti virtuosi attagliati alla realtà. La sicurezza non è un diritto acquisito per grazia divina, ma il risultato di un controllo studiato, pervasivo e cinico del territorio, un investimento che in generale è finalizzato dapprima alla conservazione del bene, quindi al miglioramento degli standards in ragione dell’evoluzione situazionale connessa al periodo storico e sociale. articolo a cura del dott. Francesco Salmeri

  • Intervista al dott. Cristiano Chiti Generale di Brigata (Ris.) E.I. (Alpini) - Criminologo autore del libro ‘‘ IL MALE E L'INNOCENZA’’ (dott. Dario Procida)

    IL MALE E L'INNOCENZA: Il Satanismo in Italia: breve compendio sulla sua storia, le caratteristiche, le attività e i possibili collegamenti con il ... Possibili strategie di contrasto Il male esiste ed è fra noi. Si può nascondere dietro a un sorriso, dietro a delle belle parole, persino dietro a delle belle azioni. Il male sa come camuffare le sue propaggini. Ti illude, ti irretisce, riesce anche ad appannarti la mente facendoti credere di rappresentare la migliore delle soluzioni possibili al tuo disagio. Ma prima o poi arriva il conto: una giustizia che può essere divina ma che, prima di tutto, deve essere umana. Senza questa, la prima rimane solo un'ipotesi, una speranza. E gli esseri umani non possono e non devono affidarsi solo alle speranze; quelle che servono a farci mantenere la fiducia nel prossimo sono le certezze. Le certezze e i fatti concreti. Lo scopo di questo breve compendio è quello di raccogliere e fornire alcune delle principali informazioni su un mondo sotterraneo che agisce nell'ombra. Un'ombra, densa e talvolta maleodorante, dove personaggi, quasi sempre ignoti, agiscono e operano esclusivamente per il loro interesse e piacere. Un fine che per loro rappresenta l'unico scopo di vita e che, per poterlo raggiungere, non esitano a procurare dolore, sofferenza e disagio nelle persone con cui vivono e lavorano o in perfetti sconosciuti scelti a caso, spesso, nell'alveo del disagio sociale e della povertà. Ovviamente, ci tengo a sottolinearlo, esso non vuole essere totalmente un "j'accuse" di tutta quanta la realtà settaria di stampo satanico: nella disamina delle varie realtà si fa menzione anche a quei gruppi di adoratori che non aspirano al male del prossi. Comiono i loro riti nel pieno delle loro prerogative costituzionali e legali. Fare di tutta un'erba un fascio sarebbe ingiusto e renderebbe il compendio uno scritto dal sapore antiquato ed esclusivamente castigante e inutile. Non è nelle mie intenzioni atteggiarmi a novello Savonarola. Peraltro, quanto di seguito descritto non ha la presunzione di esplorare completamente il mondo del satanismo. L'unico obiettivo preposto è quello di dare una serie di informazioni essenziali a chi, per la prima volta, si sta interessando all'argomento. Il fine è quello di attivare l'interesse dei lettori verso ciò che può agire indisturbato vicino a lui permettendogli così di aprire gli occhi su alcuni fatti di cronaca e di vita vissuta apparentemente inspiegabili ma, grazie ad una maggigi. ore consapevolezza e conoscenza, del tutto comprensibili. Sicuramente, una volta acceso l'interest, i lettori potranno approfondire i vari argomenti anche utilizzando le fonti utilizzate in questa mia modesta opera o cercandone altre nel variegato mondo dell'informazione cartacea o digitale. Tutto ciò anche col fine di discernere i gruppi di persone esclusivamente desiderose di sperimentare emozioni personali non malevole da coloro che, invece, godono del male inflitto agli innocenti. Se leggere questo compendio sarà servito a questo, avrò raggiunto il mio obiettivo Il presidente dott. Dario Procida ha così intervistato l'autore del libro il dott. Cristiano Chiti Dott. Dario Procida Dott Cristiano Chiti nel novembre 2020 viene passato alla categoria Ufficiali "in congedo" con il grado di Generale di Brigata, nel 1990 ha prestato servizio tra le linee Reggimento Alpino, consegue una laurea (vecchio iter) e successivamente un master in "Scienze Strategiche" "Studi Strategico-Militari Internazionali" Antiterrorismo Internazionale", "Analista del Medio Oriente" e "Criminologia e Sicurezza", oggi cosa la spinge ad avere un interesse nell’ambito della Criminologia e in quale ambito specifico si interessa di questa professione? Dott. Cristiano Chiti Il mio interesse per la criminologia ha radici piuttosto lontane. Nasce nel momento in cui mi arruolo nell’Arma dei Carabinieri, nel 1983. Si trattava, naturalmente, di un approccio da neofita e, se vogliamo, anche piuttosto ingenuo. Successivamente, pur prendendo la mia vita un indirizzo del tutto differente, questo interesse non è mai venuto meno, continuando a coltivarsi come hobby e attraverso uno studio da autodidatta. All’epoca, il settore che più stimolava la mia curiosità era quello della sicurezza urbana e dello studio degli effetti della criminalità organizzata sulle società urbanizzate del nostro Paese. L’esperienza maturata nelle diverse attività operative svolte nell’ambito delle Operazioni "Vespri Siciliani", in Sicilia, e "Riace", in Calabria, aveva infatti acceso in me il desiderio di comprendere sempre più a fondo il fenomeno che stavamo cercando di contrastare in quelle Regioni, approfondendone le origini, lo sviluppo storico e la situazione esistente. Successivamente, anche grazie alle tre missioni svolte nel Teatro bosniaco e poi in quello afgano, il mio focus si amplia. Inizio così ad approfondire sia le dinamiche della criminalità organizzata internazionale sia le principali tematiche legate alla lotta al terrorismo. Entrambi argomenti di particolare interesse per chi, come me, aveva operato anche come Ufficiale I in un contesto così complesso e "variegato" come quello balcanico e, successivamente, come Comandante di Task Force in Afghanistan. Successivamente, avendo comandato sia il Dispositivo di "Strade Sicure - NO/TAV" a Chiomonte, località purtroppo tornata più volte agli onori della cronaca, sia il Dispositivo "Strade Sicure" nei contesti urbani della Task Force "Lombardia - Trentino-Alto Adige", la mia attenzione si concentra, ulteriormente, sul tema della sicurezza urbana e integrata. In particolare, mi concentro sull’analisi delle differenti situazioni criminali presenti nelle varie aree della città di Milano e sui possibili fattori alla base di tali diversità. Una volta collocato in posizione di Ausiliaria, con l’obiettivo di perfezionare ulteriormente la mia preparazione, conseguo un Master universitario di I livello in Criminologia. Inoltre, grazie ai periodi di servizio svolti come Ufficiale I e nell’esercizio delle funzioni di Ufficiale di Polizia Giudiziaria militare, ottengo anche la certificazione di "criminologo" rilasciata dall’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti. Dott. Dario Procida Il 14 Aprile 2026 pubblica un libro dal titolo: "IL MALE E L'INNOCENZA: Il Satanismo in Italia". Cosa l'ha spinta a scrivere questo libro e quale obiettivo vuole condividere con questa pubblicazione? Dott. Cristiano Chiti Dal 2020 c’è un’ulteriore attività che mi vede particolarmente impegnato: quella di Guardia Eco-Zoofila. Insieme ai miei colleghi opero nella provincia di Varese per la salvaguardia del benessere degli animali e della loro corretta detenzione. Un incarico che, in qualità di Agente di Polizia Amministrativa e di Polizia Giudiziaria (limitatamente ai reati contro gli animali d’affezione), mi ha consentito di conoscere un mondo caratterizzato da realtà sociali difficili, spesso anche molto gravi, e di comprenderne le ricadute sulla vita degli animali detenuti in tali contesti. È anche grazie a questa esperienza che ho affinato le mie conoscenze sui crimini contro gli animali e sulle relative attività d’indagine, materia che oggi conosco bene e sulla quale tengo anche seminari presso la Facoltà di Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano. Venendo al tema della domanda, posso dire senz’altro che a convincermi a scrivere questo libro sono state, da un lato, le vicende dal sapore satanico che hanno reso famigerata questa provincia e, dall’altro, soprattutto alcune scomparse di animali avvenute, anche in anni recenti, in occasione di particolari ricorrenze. Da qui ad interessarmi anche ai casi di minori scomparsi il passo è stato breve. L’idea è stata quella di condividere con i lettori una serie di informazioni e di percezioni che consentano loro di conoscere realtà che molto raramente assurgono agli onori della cronaca e che, quando ciò avviene, vengono spesso trattate con una certa ritrosia da parte del cosiddetto “mainstream”. Come ho scritto nell’introduzione del libro, il mio scopo è quello di offrire al lettore alcuni elementi di conoscenza su un mondo che, a mio avviso, si muove su due realtà parallele e distinte: una realtà pubblica, legale e costituzionalmente accettata e un’altra molto più oscura e sconosciuta alla gran parte della società. È in quest’ultima realtà che alcuni personaggi, quasi sempre ignoti, agiscono e operano esclusivamente per il proprio interesse e piacere. Un piacere perseguito anche a scapito della serenità delle persone con cui vivono e lavorano o di perfetti sconosciuti, scelti casualmente nell’alveo del disagio sociale e della povertà. Fra le categorie di vittime più ricercate, ovviamente, ve ne sono due particolarmente predilette: i minori, soprattutto in giovanissima età, e gli animali. Entrambe, per loro natura, fra le più deboli e indifese. Dott. Dario Procida Quali sono state le tappe fondamentali e i momenti di maggiore diffusione del fenomeno del satanismo in Italia, dal secondo dopoguerra a oggi, così come tracciate nel compendio? Dott. Cristiano Chiti Nel campo del satanismo, l’Italia presenta una storia piuttosto variegata, sia nella sua componente "lecita" sia in quella illegale e violenta. Questo nonostante le profonde radici cristiane del Paese o, forse, proprio anche a causa di esse: quando si sostiene l’esistenza di un nemico, si troverà sempre qualcuno che ne subisce il fascino. Possiamo senz’altro affermare che il numero di sette a carattere satanico nate, proliferate e, in parte, successivamente scomparse colloca l’Italia ai primi posti di un’ipotetica classifica stilata sulla base dei gruppi presenti nei principali Paesi occidentali. Al di là dei luoghi comuni su Torino, spesso (ma non sempre) alimentati da operazioni che potremmo definire quasi di "marketing", dagli anni Sessanta in poi il nostro Paese ha conosciuto una progressiva crescita delle presenze settarie, coinvolgendo, in misura diversa, pressoché tutte le Regioni. Milano, Trieste, Bologna, Roma, Cagliari e, seppure in misura minore, alcune città del Meridione: nessuna parte d’Italia è rimasta estranea a questo tipo di affiliazione, più o meno ufficiale. È soprattutto nell’ultimo trentennio del secolo scorso che nascono numerose sette di carattere satanico, le quali, tra alterne vicende, si consolidano oppure scompaiono. Fra quelle più note, anche dal punto di vista mediatico, se ne trovano diverse affiliate alla "Chiesa di Satana" e quindi di natura razionalista, accanto ad altre di orientamento teista. Quasi tutte risultano sostanzialmente innocue, perlomeno nella loro veste visibile. Accanto a queste ve ne sono altre maggiormente orientate verso il satanismo occultista, luciferino o acido e, proprio per questo, generalmente più inclini all’estremizzazione delle proprie pratiche rituali. Questa distinzione, tuttavia, non è così netta. All’interno dei gruppi satanici convivono spesso anime e orientamenti dottrinali differenti, diversità che finiscono per generare scissioni e la nascita di nuovi gruppi, caratterizzati dai nomi e dalle dottrine più disparate. Un classico vezzo italico, valido tanto per la politica nostrana quanto per il mondo delle sette, demoniache o meno. Nel libro ne elenco un buon numero, senza tuttavia avere la pretesa di essere esaustivo. Questo proprio in ragione della dinamicità del fenomeno e della fantasia di coloro che continuano a impiantarne i semi nei diversi strati della società. Dott. Dario Procida In che modo, lei, distingue le diverse correnti o forme di satanismo presenti sul territorio italiano (es. satanismo razionalista/filosofico rispetto a quello teistico o esoterico)? Dott. Cristiano Chiti Fra i razionalisti troviamo persone che non considerano Satana un vero e proprio dio, bensì un simbolo di ribellione nei confronti di un perbenismo ritenuto soffocante e, spesso, anche un pretesto per ammantare di sacralità alcuni vizi privati che di sacro hanno ben poco. Fra loro vi sono però anche soggetti che indulgono in pratiche necrofile, con profanazione di tombe, e (raramente) in sacrifici animali. Vi sono poi gli occultisti, che considerano invece Satana, spesso indicato con il nome di Lucifero, una vera e propria divinità da pregare, implorare e alla quale sacrificare una vita che, quando va bene (per modo di dire), è quella di un gatto, di un cane o di un gallo. Sono coloro che rubano le ostie consacrate nelle chiese, che pagano per farsi procurare gatti randagi destinati alle loro piccole cerimonie notturne e che fanno incetta di specifiche parti anatomiche di animali, come cuori, occhi o vagine. Sono questi i soggetti che meritano maggiore attenzione, in quanto meno visibili e, proprio per questo, probabilmente più pericolosi. Da questa corrente si distinguono i teisti, una "branca" generalmente molto più tranquilla e caratterizzata da un approccio al satanismo di natura più spirituale e filosofica. Infine, troviamo gli "acidi" (come dimenticare le "Bestie di Satana"?), persone che, dichiarandosi adoratrici del Maligno, traggono da questa appartenenza le motivazioni per fare abuso di droghe e per compiere violenze sessuali ai danni delle persone più fragili, catturate nelle loro tele di ragno. Dott. Dario Procida Quali sono le caratteristiche psicologiche, sociali o culturali che emergono tipicamente nei soggetti attratti da questi gruppi, con particolare attenzione al tema dell'innocenza citato nel titolo? Dott. Cristiano Chiti Personalmente tendo ad assimilare il concetto di innocenza all’inconsapevolezza e alla vulnerabilità emotiva e psicologica. Coloro che ritengo "innocenti" sono, a mio avviso, le vittime, consapevoli o meno, di tali sette. Al di là dei minori abusati o maltrattati e, a maggior ragione, degli animali, che sono ovviamente costretti a partecipare a determinati riti, considero vittime anche tutte quelle persone che pensano di poter colmare le proprie carenze affettive o superare momenti di crisi – legati a problemi di salute, al tradimento o alla separazione dal partner, a difficoltà economiche e così via – affidandosi a persone tossiche, individui che mirano molto più a sfruttare il prossimo che ad aiutarlo. E questo vale tanto per le sette di tipo satanico (con fini illegali) quanto per qualsiasi altra forma (illecita) di setta aggregante. Tengo a fare queste distinzioni perché, ovviamente, non tutte le sette nascono e operano con finalità malvagie, ci mancherebbe. Ve ne sono alcune che, anche nel mondo satanista, non fanno del male a nessuno e non lucrano sui propri adepti. Sostenere il contrario sarebbe un grave errore e significherebbe atteggiarsi a un Savonarola de "noartri". Purtroppo, però, esistono anche realtà che ammaliano i propri adepti e, ancor più, i novizi con promesse di potenza, ricchezza, predominio e altre illusioni del genere. Tutto questo in cambio "soltanto" di una completa e totale dedizione al "Maestro". In pratica, una sottoscrizione volontaria a un abbonamento fatto di stupri e violenze corporali. Il problema è che gli stessi novizi, una volta diventati "anziani", finiscono spesso per perseguire le medesime finalità nei confronti dei nuovi arrivati, alimentando un meccanismo che si perpetua in un susseguirsi senza fine di abusi e sopraffazioni. Dott. Dario Procida Quali tipi di attività, rituali o pratiche vengono solitamente documentate all'interno dei gruppi satanici attivi in Italia e come si inseriscono nel tessuto sociale? Dott. Cristiano Chiti Le pratiche e i riti celebrati nell’ambito delle cerimonie sataniche sono, per lo più, standardizzati e regolamentati da una bibliografia ormai consolidata e ampiamente conosciuta. Ciò che trasforma una setta da istituto libero e legale a gruppo violento e criminale dedito agli abusi è il metodo con cui tali cerimonie vengono officiate e l’oggetto dei sacrifici che vi si compiono. Fra i riti più comuni celebrati nell’ambito delle diverse cerimonie sataniche troviamo il "patto con Satana", finalizzato a chiedere al demonio la concessione di beni e/o vantaggi materiali; il rito "dell’aria spessa", che prevede la commistione di elementi funerei ed elementi sessuali attraverso cui si intendono eliminare i condizionamenti sociali del passato; e il "Tierdrama" (tipico della "Chiesa di Satana"), con il quale l’adepto celebra la rinuncia alla propria natura spirituale, glorificando la propria identificazione con uno spirito animale. Si tratta di riti che vengono celebrati nell’ambito di una "Messa nera" e di un "Sabba". Nel libro spiego poi più nel dettaglio quali siano le scenografie, l’oggettistica e i copioni tipici di questi riti e di queste cerimonie, che abitualmente si svolgono di notte e di sabato, giorno associato al pianeta Saturno, considerato dall’astrologia il "pianeta oscuro". Qualora la setta appartenga a quelle con connotazione illegale e criminale, è proprio nel contesto di questo tipo di cerimonie che avvengono, presumibilmente, i crimini più efferati ai danni di donne, minori o animali. Dott. Dario Procida Quali contromisure pratiche, legislative o educative suggerisce, Dottore, per arginare il fenomeno e tutelare le persone più vulnerabili? Dott. Cristiano Chiti Sempre parlando esclusivamente dei gruppi settari che svolgono attività illegali, i metodi di contrasto sono quelli classici: la spada e lo scudo, vale a dire repressione nei confronti degli ideatori e cultura e prevenzione a tutela delle vittime, o di coloro che potrebbero diventarlo. Per quanto riguarda la repressione, il principale strumento è quello giudiziario. Gli articoli del Codice Penale utilizzabili per contrastare tali attività criminali sono numerosi. Vi sono, ad esempio, quelli che puniscono la violenza privata (art. 610 c.p.), l’esercizio abusivo delle professioni mediche e psicologiche (art. 348 c.p.), le truffe e le frodi (art. 640 c.p.), la violenza sessuale (art. 609 c.p.), i comportamenti violenti e le minacce (art. 581 c.p.), l’istigazione al suicidio (art. 580 c.p.), l’omicidio (art. 575 c.p.) e l’uccisione o il maltrattamento di animali (artt. 544-bis e 544-ter c.p.). A questi si aggiungono altri reati, meno gravi ma altrettanto turpi, come la profanazione di cimiteri (art. 408 c.p.) e i delitti contro il sentimento religioso e la pietà dei defunti (dagli artt. 402 al 413 c.p.). Va detto che, al momento, nel nostro ordinamento permane un vulnus legislativo che sarebbe opportuno colmare quanto prima: quello determinatosi a seguito dell’abrogazione del reato di "plagio mentale" (ex art. 603 c.p., dichiarato incostituzionale e abrogato nel 1981). Benché questa fattispecie fosse probabilmente troppo vaga per una società nella quale ciascuno deve essere libero di pensare come ritiene e di professare la religione che preferisce, essa riguardava anche coloro che, approfittando della fragilità delle persone, le inducevano ad affiliarsi a comunità create per perseguire fini non esclusivamente spirituali. Ritengo pertanto sia giunto il momento di valutare almeno l’introduzione di una specifica aggravante per i reati sopra richiamati che, nel pieno rispetto della Costituzione, consenta di inasprire le pene qualora vengano commessi all’interno di un contesto caratterizzato da coercizione mentale. Ciò tenendo conto, in particolare, del fatto che anche una fede o una "tendenza" apparentemente innocua può comunque manipolare le menti delle persone più fragili e sofferenti. Probabilmente una simile aggravante potrebbe trovare applicazione anche in diverse situazioni che, negli ultimi trent’anni, si sono manifestate con una certa frequenza nel nostro Paese: dinamiche manipolative che possono condurre alla ben nota radicalizzazione di giovani e meno giovani. Passando al tema della prevenzione e della protezione delle vittime, il discorso si fa inevitabilmente più complesso. Al di là dell’impegno fondamentale delle famiglie, non sempre presente o sufficiente, e del sistema educativo nazionale, sul quale vale la medesima considerazione, entrambe istituzioni chiamate a cogliere i primi segnali di allarme rispetto a eventuali cambiamenti comportamentali di un minore o di un giovane adulto, non possiamo dimenticare il prezioso lavoro svolto dalle numerose associazioni di volontariato, religiose e laiche. Queste operano sia sul piano della prevenzione, attraverso conferenze e attività formative, sia su quello dell’intervento, mediante esfiltrazioni e percorsi di recupero delle persone coinvolte nelle sette. In collaborazione con la Squadra Anti-Sette della Polizia di Stato, un organismo specializzato inserito nello SCO e impegnato nel contrasto alla filiera criminale presente nel mondo dei gruppi settari, tali associazioni hanno svolto e continuano a svolgere un lavoro di grande valore nel recupero di persone, giovani e meno giovani, che siano state raggirate da guru senza scrupoli o "arruolate" da sacerdoti di Satana. In questa intervista ne citerò soltanto una, non perché le altre siano meno importanti, ma perché rappresenta una delle realtà più attive a livello nazionale: la Comunità di San Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi. Si tratta di un’associazione che opera anche nel contrasto al traffico di esseri umani, fenomeno strettamente collegato alla tematica trattata, e che mette a disposizione un apposito numero verde (800228866), sempre attivo, attraverso il quale chiunque può segnalare e denunciare situazioni a rischio o già particolarmente gravi. Il lavoro svolto da questa e dalle altre associazioni si traduce in percorsi molto lunghi e spesso accidentati, anche perché le realtà che vengono contrastate conoscono bene le strategie per difendersi. In fondo è risaputo: l’Italia è il Paese dove esistono mille regole che ti vietano di fare una cosa e, allo stesso tempo, altre mille indicazioni che ti spiegano come riuscire a farla comunque. Nonostante tutto, però, questa attività di contrasto prosegue, pur nel silenzio dei media, conseguendo risultati che meritano di essere riconosciuti. Dott. Dario Procida In che misura il trattamento mediatico del satanismo in Italia ha contribuito, secondo l'analisi del libro, a creare allarme sociale o, al contrario, a sottovalutare rischi reali? Dott. Cristiano Chiti La consapevolezza della presenza del satanismo nella nostra società si è sempre mossa seguendo un andamento oscillatorio. Una consapevolezza ondivaga, nella quale uno o più gruppi di satanisti salivano agli onori della cronaca per qualche mese, per poi scomparire non appena l’attenzione dell’opinione pubblica veniva catturata da altri temi. Questo è accaduto tanto in passato quanto nel presente. Poiché l’adorazione del Male è generalmente ritenuta intollerabile, la semplice presenza di gruppi satanisti, compresi quelli non pericolosi, ha sempre suscitato reazioni importanti e, talvolta, persino eccessive e allarmistiche. Reazioni che rischiavano però di trasformarsi in discredito o ridicolizzazione quando emergeva che la setta in questione non era poi così pericolosa, ma magari soltanto un gruppo di VIP alla ricerca di nuove esperienze teologiche o sessuali perfettamente lecite. Si è così assistito a una serie di veri e propri fuochi di paglia mediatici che, nel giro di poco tempo, tendevano a spegnersi nel disinteresse generale. Un disinteresse che, tuttavia, finiva per favorire la nascita di situazioni ben più pericolose e molto più difficili da portare alla luce, come, ad esempio, quelle legate alle "Bestie di Satana". Il risultato è stato un ciclico e ripetitivo susseguirsi di eventi. Persino i noti fatti legati allo scandalo Epstein hanno seguito, e stanno tuttora seguendo, questo andamento altalenante. In quel caso, infatti, non si trattava di VIP alla ricerca di semplici passatempi erotici legali e consensuali, bensì di pratiche che andavano ben oltre il lecito. Un "oltre" di cui, forse, non conosceremo mai la reale portata. Eppure, anche in questa vicenda abbiamo assistito a improvvise fiammate mediatiche che, però, non hanno mai prodotto nulla di realmente sostanziale, per essere poi seguite dal nulla più assoluto. Alla fine, i grandi circuiti dell’informazione si sono accontentati di far sapere che il personaggio meno rilevante del gruppo, l’ex Principe Andrea - l’uomo dai tanti peluche sul letto - fosse indagato per un reato, peraltro, nemmeno fra quelli più infamanti in quanto non relativo alle turpitudini di cui tutti parlavano, e che fosse stato privato delle proprie prerogative reali. Probabilmente, la fattispecie meno importante dell’intera vicenda Epstein. Non voglio generalizzare, ovviamente, ma ho spesso l’impressione che i nostri media gestiscano l’informazione non tanto in funzione dell’importanza del tema, quanto piuttosto del suo potenziale impatto sulla contrapposizione politica. E poiché sulla lotta al "Male", sull’inspiegabile scomparsa di minori o sulle uccisioni rituali di animali difficilmente possono esistere contrapposizioni tra Destra e Sinistra, va da sé che questi argomenti finiscano, quando va bene, relegati nelle ultime pagine dei giornali. Dott. Dario Procida Qual è la chiave di lettura simbolica e metaforica del binomio "Il male e l'innocenza" scelto per descrivere l'impatto di questo fenomeno sulla società italiana? Dott. Cristiano Chiti Io credo che il "male", inteso come sentimento intrinseco nell’animo di alcune persone, esista e sia costantemente all’opera. Come ho scritto nel libro, talvolta agisce anche confondendo la vittima, nascondendosi dietro un sorriso, dietro belle parole o persino dietro belle azioni: il male sa camuffare molto bene le proprie propaggini. Ti illude, ti irretisce e riesce persino ad appannarti la mente, facendoti credere di rappresentare la migliore soluzione possibile al tuo momentaneo disagio. Si approfitta, quindi, della tua buona fede e della tua innocenza. Un’innocenza che può essere anche quella di un bambino o di un animale domestico, due esseri viventi che ripongono una smisurata fiducia in chi vive loro accanto: il primo negli adulti, il secondo nel genere umano. Una fiducia che, talvolta, viene tradita con cattiveria e violenza. Qualcuno sostiene che il "male" sia soltanto l’assenza del "bene". Io, però, non credo che le cose stiano esattamente così. Ritengo che il male esista come entità a sé stante e che viva nutrendosi proprio dell’innocenza, dell’ingenuità e della bontà d’animo delle persone. Senza queste, non saprebbe cosa colpire né come scegliere le proprie vittime. Purtroppo, ciò che accade ormai quotidianamente nella nostra società, e non solo in quella italiana, ci dimostra quanto l’eterna lotta fra il "bene" e il "male" appaia sempre più sbilanciata a favore di quest’ultimo. La fragilità umana, propria di tante persone oneste, è costantemente sotto attacco. Una minaccia continua e immotivata che, a mio avviso, può essere spiegata soltanto con un sentimento maligno che pervade sempre più gli aggressori, i violenti e i criminali. Quando leggiamo di crimini efferati commessi per motivi assolutamente futili e spesso del tutto insensati, viene spontaneo pensare che sia il "male" ad aver preso possesso di quel criminale. Quando si vede uccidere per pochi euro, per uno sguardo di troppo o per sottrarre oggetti di valore irrisorio, è impossibile trovare una spiegazione logica a tutto questo. L’unica spiegazione possibile, per come la vedo io, è che, in quel momento, a guidare l’ancorché limitata mente dell’assassino sia qualcos’altro: qualcosa di oscuro che, improvvisamente, inizia a dirigere la mano del criminale. Un criminale che, in quel momento, altro non è che un “utile idiota” inserito in un gioco più grande di lui. Un gioco di cui qualcuno ha scritto le regole e di cui tiene anche il banco. E si sa: il banco è l’unico che vince sempre. Ringraziamo il dott. Cristiano Chiti Dopo aver prestato servizio come Carabiniere per circa 15 mesi, ho frequentato i corsi regolari dell'Accademia Militare, ottenendo la nomina a Primo Tenente delle Truppe Alpini nel 1989. Dal 1990 al 2003 ho prestato servizio nel 7°, 8° e 5° Reggimento Alpini come Comandante di Plotone/Compagnia, Ufficiale Logistico, Capo S2/S3 e anche come Comandante del Battaglione Alpini "MORBEGNO" (2002/2003). Dal 1997 al 2003 ho partecipato a tre diverse missioni NATO in Bosnia ed Erzegovina (IFOR/SFOR), con la Divisione "Salamandre", come ufficiale di stato maggiore CIMIC, con unità nazionali come Capo della Cellula Informazioni S2 e come Comandante della Task Force "MORBEGNO". Dal 2004 al 2006 ho prestato servizio presso il Quartier Generale delle Truppe di Montagna come capo della sezione Addestramento G7 e, dopo aver frequentato il 9° ISSMI (Accademia Militare Internazionale di Guerra) nel 2007, mi sono trasferito alla Direzione Generale degli Affari Esteri (DGS) a Roma, dove ho ricoperto il ruolo di Capo della Sezione NATO all'interno della Divisione Politiche e Piani. Nel 2011 sono stato assegnato, in qualità di Comandante, al 2° Reggimento Alpini. Con questa gloriosa Unità e la sua Bandiera, ho guidato la Task Force Sud-Est nel Distretto di Bakwa (Afghanistan) nell'ambito dell'ISAF. In tale operazione, nonostante l'elevato numero di attacchi e imboscate subiti dalla mia Unità, ho effettuato con successo il passaggio della FOB Lavaredo all'Esercito Nazionale Afghano il 15 dicembre 2012. Dal 2013 ho lavorato per 4 anni presso il Quartier Generale del NRDC TUR come ACOS G5/J5. Nel settembre 2017 mi sono trasferito al NRDC ITA per lavorare come ACOS J5 per un anno e poi come Vice Comandante della Brigata di Supporto del NRDC. Inoltre, da ottobre 2018 a giugno 2019, ho anche guidato, in qualità di Comandante, la Task Force "Lombardia e T.A.A." nell'ambito dell'Operazione "Strade Sicure". Nel novembre 2020 sono passato alla categoria Ufficiali "in congedo" con il grado di Generale di Brigata. All'inizio del 2023, sono stato richiamato in servizio, per un breve periodo, presso il Centro di Selezione dell'Esercito di Foligno (Umbria). Ho conseguito una laurea (vecchio iter) e successivamente un master in "Scienze Strategiche" presso l'Università di Torino, un master in "Studi Strategico-Militari Internazionali" presso l'Università LUISS e altri tre presso l'Università di Cusano: "Antiterrorismo Internazionale", "Analista del Medio Oriente" e "Criminologia e Sicurezza". Quest'ultimo mi ha permesso di diventare criminologo dopo aver ottenuto la certificazione ANCRIM. Questa certificazione mi permette di insegnare alcuni aspetti della criminologia (relativi alla violenza contro gli animali) presso il Dipartimento di Veterinaria dell'Università di Milano. Mi occupo anche spesso di illustrare temi legati alla sicurezza e alla lotta contro il bullismo in ambito scolastico. Sono membro dell'Associazione Internazionale degli Analisti Criminali. Nel 2011, il Capo dello Stato mi ha nominato Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica. Acquista ora il libro cliccando sulla copertina!

  • Federico Venco, si ferma per aiutare una sconosciuta: l'ex di lei lo scambia per il nuovo compagno, lo investe e lo uccide

    È morto per aver aiutato una sconosciuta Federico Venco, 36 anni di Samarate, in provincia di Varese, travolto e ucciso intorno alle 23 di sabato a Somma Lombardo (Varese) lungo la strada che porta alla frazione di Maddalena, affacciata sul Ticino. Per il suo omicidio è stato arrestato un 43enne, residente in zona, che dopo averlo scambiato per un rivale in amore lo ha investito con la propria auto. Lo scambia per un rivale e lo uccide, morto per aver aiutato una sconosciuta La donna 39enne che Venco si era fermato ad aiutare era la ex compagna del presunto omicida, che aveva accettato di incontrarlo un'ultima volta dopo aver chiuso la relazione da meno di un mese dietro le insistenze di lui. Che alla fine l'aveva convinta con la scusa di restituirle alcuni effetti personali. Ieri sera, quindi, la donna in sella alla sua moto stava raggiungendo il luogo dell'incontro, fissato vicino al cimitero della Maddalena, seguendo le indicazioni stradali sul cellulare. Durante il tragitto la 39enne avrebbe però perso lo smartphone restando di fatto senza guida. E' a quel punto che Venco, passando per caso, l'ha vista da sola in mezzo ad una strada buia, in stato di difficoltà, decidendo quindi di fermarsi per cercare di dare una mano alla sconosciuta. Il problema della 39enne era in effetti risolvibile, Samarate e Somma sono quasi un unico paese e il 36enne conosceva la strada per raggiungere il luogo dove la donna era diretta. Le avrebbe dato delle indicazioni poi, visto che la strada da percorrere non era molta, si sarebbe offerto di accompagnarla evitando così che potesse perdersi. Si trattava in fondo di deviare il proprio percorso di alcuni minuti. L'investimento e la morte di Federico Il 43enne era in attesa e, secondo quanto accertato sinora dagli inquirenti, vedendo la 39enne insieme ad un altro uomo avrebbe perso la testa. Ha pensato che fosse la persona che la sua ex aveva iniziato a frequentare e ha accelerato travolgendolo e uccidendolo. Non solo: dopo aver investito il 36enne l'uomo è sceso dalla macchina e ha aggredito anche la donna iniziando a picchiarla. A bloccarlo sono stati alcuni passanti che davanti alla scena hanno fermato il 43enne e chiamato il 112. Per Venco non c'è stato nulla da fare, è morto sul colpo. Il 43enne è stato arrestato con l'accusa di omicidio. E c'è il forte sospetto che il 36enne potrebbe aver salvato la vita della donna: nell'auto del 43enne sono infatti stati trovati un grosso sasso, che avrebbe potuto essere utilizzato come arma, e un piccolo coltello. Al vaglio c'è anche l'ipotesi che il 43enne avesse voluto incontrare la ex per farle del male. Federico Venco, si ferma per aiutare una sconosciuta: l'ex di lei lo scambia per il nuovo compagno, lo investe e lo uccide

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