137 risultati trovati con una ricerca vuota
- L’ATTENDIBILITA’ TESTIMONIALE IN FASE DI AUDIZIONE (dr.ssa Lopez Barbara)
Sappiamo bene che una testimonianza ritenuta attendibile, può essere sufficiente a fondare un provvedimento giudiziario. Il racconto di una vittima può bastare per essere considerato prova sufficiente, qualora risulti completo, logico e privo di contraddizioni. Risultare attendibili significa dimostrare di essere coerenti con quello che si dice, ma la permanenza del ricordo in memoria è un processo dinamico e il ricordo stesso può essere soggetto a modifiche legate a diversi fattori; questo perché il racconto spesso è composto da una parte di verità oggettiva e una parte di costruzione soggettiva con meccanismi che possono essere volontari o inconsci, pertanto bisognerà capire se la distorsione della percezione è condizionata da meccanismi psicologici di difesa che escludono una volontà cosciente o è volontariamente falsificata rispetto a quanto percepito e codificato dalla memoria. In fase di audizione si rende necessario valutare l’affidabilità e la credibilità del soggetto interrogato e per fare questo è importante conoscere i meccanismi di falsificazione di un ricordo, per gestire al meglio una distorsione volontaria o involontaria. I ricordi vengono rievocati attraverso la memoria che si configura come un processo di ricostruzione e concatenamento di tracce, legato sia a fattori cognitivi, che hanno a che fare con la capacità di rielaborazione del fatto, sia a fattori emotivi, che riguardano i meccanismi di difesa che la mente umana mette in atto per ristabilire un equilibrio e che possono arrivare fino alla rimozione dell’evento causando un decadimento della traccia. Esiste un meccanismo denominato Weapon Focus, è un fenomeno cognitivo cruciale che incide direttamente sull’attendibilità del testimone durante l’interrogatorio; si verifica nel momento in cui un soggetto minacciato con un’arma concentra tutta la sua attenzione su quella fonte di pericolo e rimuove altri dettagli fondamentali della scena, pertanto, l’alto livello di attivazione emotiva che ne consegue influisce negativamente sulla registrazione dei ricordi. Questo effetto compromette la qualità della testimonianza in due modi: - - Riduce i dettagli periferici: il testimone è spesso in grado di descrivere l’arma, ma fatica a ricordare i tratti somatici, l’abbigliamento o altre caratteristiche del colpevole. Riduce l’identificazione: i testimoni esposti ad un’arma presentano tassi più bassi di identificazione corretta nei confronti fotografici e un rischio maggiore di falsi positivi. Questo accade perché lo stress e la paura elevati, causati dall’arma, restringono il campo attentivo sull’elemento di pericolo immediato e l’attenzione è catturata dall’arma che rappresenta un oggetto inaspettato, richiedendo uno sforzo cognitivo maggiore per essere elaborato. Ci sono diversi fattori che possono influire fortemente sui processi di attendibilità testimoniale, pertanto bisogna saper riconoscere gli stati emotivi di chi comunica, ma nel linguaggio verbale, non verbale e para-verbale esistono diverse fonti di errore di osservazione che ci portano a definire anormale il comportamento di un soggetto senza conoscere i suoi comportamenti normali. La postura, lo sguardo, le variazioni di tono, non possono essere considerati segnali univoci di menzogna, ma solo indicatori che segnalano un disagio emotivo incompatibile con il racconto. L’analisi del linguaggio non deve servire a smascherare un colpevole in modo affrettato e superficiale, ma ad identificare quelle anomalie che meritano un approfondimento investigativo. A tal fine, per minimizzare l’errore umano dell’analista, la giurisprudenza attuale e le linee guida del Dipartimento Penitenziario promuovono la videoregistrazione integrale degli interrogatori. Solo attraverso il fermo immagine, l’ascolto dell’audio senza video e successivamente del video senza audio è possibile mappare correttamente le fughe di informazioni non verbali che altrimenti sfuggirebbero, per poi passare ad una sovrapposizione audio/video che consente di decodificare segnali di falsificazione e dissimulazione. Partendo dal presupposto che non esistono segnali o assenza di segnali che indichino con certezza che la persona stia mentendo o stia dicendo la verità, è opportuno sottolineare che individuare le fonti di errore non è sempre facile; questo perché non è possibile categorizzare dei comportamenti e attribuirgli dei significati specifici. Interpretare in maniera standardizzata un comportamento conferendogli un predeterminato significato porterà ad errori di interpretazione e di valutazione che potrebbero inficiare l’intero processo di decodifica. Non è possibile, senza un’analisi del contesto e di altri fattori, verificare se questi indizi siano effettivamente riconducibili all’atto di mentire; questo perché sono molti i comportamenti in comune di chi mente e di chi dice la verità e questo rende ancora più complessa la ricerca della menzogna consapevole e intenzionale. Solo attraverso il corretto utilizzo di tecniche validate è possibile ottenere informazioni rilevanti, utili in fase processuale, ma è impossibile creare una tecnica che sia valida per ogni tipo di accertamento, perché in molti casi i marcatori di veridicità e di inganno sono deboli, perciò è importante strutturare l’interrogatorio su basi solide, capaci di creare una relazione collaborativa che possa tradursi in un interrogatorio efficiente e risolutivo. Si tratta di affinare una sensibilità tale per cui è possibile immedesimarsi in un soggetto e anticipare le sue mosse. Bisogna fare molta attenzione a non interferire con il ricordo, suggestionando l’interlocutore al punto da influire sull’attendibilità testimoniale. Si chiama Interrogative Suggestibility, è la misura in cui, a seguito di pressioni e informazioni ingannevoli, il soggetto interrogato tende ad alterare il ricordo di un evento, diventando incapace di distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che è influenzato da un ambiente pressante, con il rischio di produrre false memorie .Questo spiega come il contesto dell’interrogatorio possa alterare le risposte indipendentemente dalla verità dei fatti, arrivando a modificare il proprio ricordo per conformarsi alle aspettative percepite ed è una delle principali cause di false confessioni e testimonianze inesatte. La suggestionabilità non è solo un tratto di personalità, ma dipende anche dallo stato emotivo elevato che aumenta la dipendenza dai suggerimenti esterni per risolvere l’incertezza della memoria, così come dipende anche dall’età e dalla capacità cognitiva, per questo motivo minori e persone con fragilità cognitiva mostrano indici di cedimento più elevati che richiedono protocolli di ascolto protetti. Siamo in un contesto in cui la percezione dell’interrogante, come figura dotata di autorità assoluta, può spingere il soggetto a compiacere l’investigatore per terminare il disagio dell’interrogatorio, instaurando delle dinamiche di potere devianti. Anche il tempo influisce molto sul decadimento del ricordo rendendolo più labile e rendendo meno nitidi soprattutto i dettagli; il fattore temporale è considerato una variabile di disturbo critica che incide profondamente sull’attendibilità del testimone. Più tempo passa, maggiore è il rischio che il ricordo venga sostituito o alterato da informazioni esterne, inoltre più il tempo passa più il racconto viene ripetuto e sembra coerente, questa coerenza non indica accuratezza, ma solo consolidazione di un copione mentale che può essersi deformato nel tempo. La situazione cambia quando si mente sapendo di mentire, perché ci si trova in una situazione psicodinamica conflittuale, dove la mente ordina il controllo delle parole false e il corpo si lascia sfuggire gli indizi di questa falsità; in sostanza avviene un conflitto tra quello che cerchiamo di nascondere e ciò che naturalmente cerca di uscire allo scoperto. Questo conflitto lo si può vedere nel volto, con quelle che si chiamano microespressioni, nel corpo con la comunicazione non verbale e lo si può sentire anche nella voce, con la gamma dei suoni che costituiscono la comunicazione para-verbale. Pertanto, maggiore sarà l’intensità dell’emozione provata e minore la capacità di controllarla, più facile sarà identificare i segnali di falsificazione del racconto. Ricordandoci sempre che l’obiettivo non è ottenere una risposta, ma ottenere una risposta non contaminata. In definitiva, l’attendibilità in fase di interrogatorio non può essere affidata solo all’intuito dell’investigatore, ma deve poggiare su rigorosi protocolli scientifici che tengano conto della fragilità strutturale della memoria umana, questo perché in un sistema penale che punta alla massima garanzia, la qualità dell’interrogatorio si misura non dal numero di confessioni ottenute, ma dalla trasparenza del metodo utilizzato per raccoglierle, tutelando l’integrità del processo.
- "L’Architettura dell’Inibizione: Approccio Criminologico-Comportamentale all'Educazione all'Empatia come Fattore di Protezione." (dr Mercuri Luca)
L'educazione all'empatia, vista sotto una lente criminologico-comportamentale, non è solo una questione di "buone maniere", ma rappresenta il più potente fattore di protezione e prevenzione contro la devianza e la violenza. In criminologia, l'assenza di empatia è il denominatore comune tra il bullismo adolescenziale e le forme più gravi di psicopatia criminale. Ecco un'analisi strutturata su come la prevenzione del crimine passi inevitabilmente attraverso la costruzione del muscolo emotivo. Il Carburante della Condotta Antisociale Dal punto di vista comportamentale, il reato spesso richiede un processo di neutralizzazione dell'altro . Se non percepisco il dolore della vittima, l'atto violento diventa un mero strumento per raggiungere un fine (potere, denaro, sfogo). Da qui la spiegazione secondo la Teoria della Neutralizzazione di D. Matza, in base alla quale su coloro che delinquono si attivano dei processi cognitivi che vanno a sminuire il reato commesso ed a giustificare l’atto. Possiamo quindi elencare i seguenti aspetti rilevanti per tale analisi: Empatia Cognitiva vs. Affettiva: Molti autori di reato possiedono un'ottima empatia cognitiva (capiscono cosa pensa la vittima, il che li rende manipolatori efficaci) ma sono totalmente privi di empatia affettiva (non "sentono" il dolore altrui). Il Disimpegno Morale: Secondo Albert Bandura, i soggetti che non sviluppano empatia utilizzano meccanismi di difesa per auto-assolversi, come la deumanizzazione della vittima ("Non è una persona, è solo un bersaglio"). Neurobiologia della Scelta: Il Ruolo dei Neuroni Specchio L'approccio moderno integra la criminologia con le neuroscienze. Educare all'empatia significa letteralmente "allenare" i circuiti cerebrali che ci permettono di risuonare con gli altri. I Neuroni Specchio: Questi componenti biologici sono la base dell'apprendimento per imitazione. In contesti di deprivazione affettiva o violenza assistita, questi circuiti possono "atrofizzarsi" o sintonizzarsi su modelli disfunzionali. Plasticità Cerebrale: La buona notizia criminologica è che l'empatia è una skill plastica. Interventi precoci possono deviare traiettorie di vita destinate alla carriera criminale. Strategie Educative in Ottica di Prevenzione Per ridurre il rischio criminogeno, l'educazione deve agire su tre pilastri fondamentali: Pilastro Obiettivo Comportamentale Tecnica Criminologica Literacy Emotiva Dare un nome alle proprie emozioni per non agirle violentemente. Diario delle emozioni e stop-think-go. Perspective Taking Mettersi letteralmente nei panni dell'altro. Role-playing e simulazione del danno subito. Responsabilizzazione Comprendere le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni. Mediazione reo-vittima (Giustizia Riparativa). Dalla Teoria alla Pratica: Il Modello della Giustizia Riparativa In ambito criminologico, l'educazione all'empatia non finisce con l'infanzia. La Restorative Justice (Giustizia Riparativa) è l'applicazione pratica di questo concetto nel sistema penale. Invece di limitarsi a punire, si cerca di indurre nel reo un'epifania empatica: incontrare la vittima (o un suo rappresentante) per comprendere l'impatto reale del crimine. "Il crimine è una frattura nei legami umani; l'empatia è l'unico collante in grado di riparare quella frattura, prevenendo la recidiva La "Miopia Empatica" e la Teoria dell'Attaccamento Un pilastro fondamentale della criminologia dello sviluppo è la Teoria dell'Attaccamento di John Bowlby. Il comportamento antisociale è spesso l'esito di un attaccamento insicuro o disorganizzato. Il Modello Operativo Interno (MOI): Se un bambino non riceve risposte empatiche dai caregiver, progetta un "modello del mondo" dove l'altro è un nemico o una risorsa da sfruttare. La Corazza Comportamentale: Il futuro autore di reato sviluppa una "anestesia emotiva" come meccanismo di difesa. Educare all'empatia, in questo caso, significa prima di tutto disarmare l'individuo, facendogli capire che la vulnerabilità non è una condanna alla vittimizzazione. Il Meccanismo del "Disimpegno Morale" (Bandura) Perché persone "normali" compiono atti crudeli? La risposta criminologica risiede nei meccanismi di disimpegno morale . L'educazione all'empatia deve agire come contrasto a queste distorsioni cognitive: 1. Etichettamento Eufemistico: Chiamare un'aggressione "una lezione" o "una bravata". 2. Confronto Vantaggioso: "C'è chi fa di peggio, io ho solo rubato". 3. Spostamento della Responsabilità: "Eseguivo solo gli ordini" o "Il gruppo voleva così". 4. Attribuzione di Colpa alla Vittima: "Se l'è cercata vestendosi così" o "Mi ha provocato". L'intervento comportamentale deve smontare queste narrazioni in tempo reale, forzando il soggetto a confrontarsi con l'umanità della persona offesa. Il Triangolo del Crimine e l'Intervento Preventivo Secondo la Teoria delle Attività Routinarie (Cohen e Felson), il crimine avviene quando convergono tre elementi: un autore motivato, una vittima designata e l'assenza di un guardiano capace. In assenza di sorveglianza esterna (polizia, telecamere), è solo l'inibizione empatica a impedire l'azione lesiva. Educare all'empatia trasforma l'individuo da "potenziale autore motivato" a "soggetto auto-regolato". Tecniche Avanzate di Riprogrammazione Comportamentale Oltre al dialogo, la criminologia applicata utilizza strumenti tecnici per "forzare" l'apprendimento empatico: V.R. (Realtà Virtuale) Embodiment: Utilizzata nel trattamento degli uomini maltrattanti. Attraverso il visore, l'autore di violenza vive la scena dal punto di vista della donna o del bambino, sperimentando fisicamente la paura e l'impotenza. Training sulle Micro-espressioni: Insegnare a riconoscere i segnali involontari di dolore o paura sul volto altrui (basato sugli studi di Paul Ekman) per impedire la deumanizzazione. Conclusione Educare all'empatia significa trasformare un potenziale predatore in un membro funzionale della società. È un investimento sulla sicurezza pubblica : meno "io" isolati e più "noi" interconnessi riducono drasticamente la necessità di sanzioni penali. Per integrare ulteriormente l'analisi in chiave criminologico-comportamentale, dobbiamo spostare il focus dalla semplice "mancanza" di empatia ai meccanismi di attivazione e disattivazione della stessa. In criminologia, non conta solo se una persona è empatica, ma verso chi sceglie di esserlo. In ultima l’analisi bisogna ristabilire l’importanza delle emozioni, poiché l’uomo è e rimane un nervo emozionale. In ogni azione la componente emotiva è alla base dell’agire. Soltanto combattendo la deumanizzazione, la normalizzazione e le logiche di controllo emotivo che si può ripristinare le basi di un vivere empatico e civile. Articolo a cura del dott. @ MercuriLuca , in una sua intervista ci scrivere: Dopo essermi laureato In Scienze Politiche con Specializzazione nelle Politiche Sociali - criminologiche, ho conseguito un Master in Studi e Politiche migratorie. Successivamente ho intrapreso con maggiore forza e determinazione gli studi criminologici frequentando dapprima un Master in Neurocriminologia Emotiva, un altro in Psicologia Criminale ed infine conseguendo Il biennio di Specializzazione in Criminologia- Criminalistica- Tecniche Investigative e Forensi. Ho partecipato a numerosi incontri sulla fenomenologia criminale sia come uditore sia come formatore. Mi sono occupato di casi di cronaca locale, seguendo come consulente famiglie delle vittime. Mi sono inoltre occupato di casi di bullismo e cyberbullismo. Dal 2023 sono iscritto all' Ancrim (Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti) con sede a Corsico (MI). Attualmente sono vice presidente dell' Associazione Penelope Marche Odv che ha lo scopo di sostenere le famiglie delle persone scomparse e aiutare fattivamente nella ricerca delle stesse. Ho presentato numerosi progetti nel territorio di formazione sul linguaggio non verbale e tecniche di rilevamento della menzogna, sul criminal profiling e sulla rimozione dei blocchi emotivi e l'importanza delle emozioni sul comportamento umano, oltre ad essere uno dei creatori della rassegna denominata " Cammini Comuni" in cui con diversi incontri si cerca di sensibilizzare le persone sulle tematiche e sui fenomeni sociali. Consulente del tavolo scientifico del festival "Errare e Umano" che ha come obiettivo il vedere oltre l'errore e il trasformare le debolezze in opportunità di crescita. Da sempre mi contraddistingue la passione, la determinazione, la professionalità, la competenza e l'umiltà. In questo lavoro non si è mai arrivati ma si è in un continuo viaggio di conoscenza ed esperienza...perché il comportamento umano è in continuo divenire.
- Come ridare alla “Sicurezza”, senza sminuirla, la sua vera Identità! (dr.ssa Bellomi Daniela)
Ridiamo alla Sicurezza la sua vera Identità: Sicurezza = Senza Preoccupazione. Questa Italia – e non solo Lei, come Stato – fantasiosa ! Il “compitino” o “ardua impresa” che dir si voglia è definirla, questa Sicurezza ! La Sicurezza è una condizione oggettiva garantita o esente da eventuali pericoli; è una certezza. La Sicurezza , nata come “Pubblica Sicurezza”, nella sua vecchia denominazione della Polizia di Stato, oggi, è denominazione del Dipartimento del Ministero degli Interni da cui dipende, anche, la Polizia. La Sicurezza Pubblica è la condizione oggettiva di uno Stato in cui sia garantito ai singoli il tranquillo svolgimento delle proprie attività. La Sicurezza Sociale è anche l’Assistenza Economica e Sanitaria pianificata per legge. La Sicurezza e’ cautela contro eventualità spiacevoli; è tranquillità, che costituisce garanzia e difesa da eventuali pericoli, oppure contro il furto o la fuga. La Sicurezza è Sicurezza Attiva e Sicurezza Passiva : un complesso di condizioni e di dotazioni di strumenti che riducono i rischi di incidenti e la loro gravità in un autoveicolo, rispettivamente in assetto di marcia ordinario e in caso di urti. La Sicurezza e’ piena acquisizione di una capacità; è padronanza, è perizia: è guidare con Sicurezza; è tradurre con Sicurezza. La Sicurezza è Consapevolezza di quanto si fa o si dice; è decisione, è risolutezza, è agire, è “affermare” con Sicurezza. La Sicurezza è carattere assolutamente attendibile e degno di credito. La Sicurezza è, in senso soggettivo, fiducia assoluta, certezza. La Sicurezza è assenza di Pericolo: condizione in cui sono eliminati o minimizzati rischi per l'incolumità fisica, la salute o l'integrità di beni. La Sicurezza èProtezione e Prevenzione: l'insieme di misure (norme, dispositivi, controlli) finalizzate a garantirne l'incolumità. La Sicurezza e’ Certezza e Fiducia: stato d'animo di chi non ha dubbi o si sente tranquillo e fiducioso. La Sicurezza è’ Fiducia in sé stessi: padronanza, abilità e risolutezza nel compiere azioni o prendere decisioni. La Sicurezza e’ Stabilità Sociale ed Ambientale: stato di un sistema (economico, sociale, infrastrutturale) solido e affidabile, al riparo da imprevisti o crolli. La Sicurezza è la condizione, oggettiva o percepita, di essere al riparo da pericoli, rischi o danni, garantendo protezione, stabilità e assenza di minacce. La Sicurezza può essere definita, operativamente, come la conoscenza di assenza di stati indesiderati in un determinato contesto o sistema. Ma l’elenco sembra non essere ancora terminato ! La parola Sicurezza si trova nei più disparati contesti: dalle attività lavorative alla vita domestica, dagli hobby al gioco e allo sport. E non solo... Sicurezza nelle Abitazioni ed Edifici, Sicurezza Ambientale , Sicurezza sul Lavoro, Sicurezza da Atti Criminosi, Sicurezza Alimentare, Sicurezza delle Informazioni, Sicurezza Stradale, Sicurezza Informatica, nota anche come Cybersecurity o Sicurezza IT, Sicurezza Aziendale, Sicurezza Ecologica, Sicurezza degli Ecosistemi, Sicurezza Domestica, Sicurezza Personale, Sicurezza Umana, Sicurezza ICT, Sicurezza di Rete , Sicurezza Energetica , Sicurezza delle Risorse, ecc. E, tornando alla nostra domanda...come facciamo a ridarLe la Sua vera Identità ? Semplicemente partendo dalle origini, come per ogni obiettivo che si voglia davvero raggiungere ! Etimologicamente, la parola deriva dal latino securus , composto da se- (senza) e cura (preoccupazione), indicando letteralmente l'assenza di ansia o di necessità di preoccuparsi. Dal latino “ securus” (senza preoccupazioni), definiamo un termine che abbraccia l'incolumità fisica, la certezza psicologica, la fiducia in sé stessi e l'adozione di misure preventive. Ma “senza preoccupazione” non significa “Sicurezza totale o "rischio zero " ! Il punto di partenza è la Consapevolezza che, in senso assoluto, la Sicurezza non è traducibile nella Vita reale, anche con la migliore applicazione delle Norme di Sicurezza. Si può e si deve rendere più difficile il verificarsi di eventi dannosi e di incidenti e si può lavorare bene per tradurre il tutto in una sempre migliore qualità della Vita. Si può e si deve trasmettere ed infondere un senso di Sicurezza e una maggiore percezione di “assenza di pericoli”. Il presupposto della Conoscenza è fondamentale da un punto di vista Epistemologico, poiché un sistema può evolversi senza dar luogo a stati indesiderati, ma non per questo esso può essere ritenuto sicuro. Solo una Conoscenza di tipo scientifico, basata quindi su osservazioni ripetibili, può garantire una valutazione sensata della Sicurezza . E’ solo attraverso una buona conoscenza che si potrebbe smettere di “inciampare” ed utilizzare bias cognitivi che distorcono la realtà dei fatti, confrontando la Sicurezza di due distinti sistemi in maniera errata. Uno degli esempi più diffusi è quello per cui molte persone tendono ad assegnare ai viaggi in aereo un elevato rischio rispetto ai viaggi in automobile, sebbene le statistiche affermino esattamente il contrario: si stima, infatti, che l'automobile sia 60 volte più pericolosa dell'aereo. In tale visione distorta, il rischio percepito dei viaggi in aereo è assai maggiore del rischio reale, mentre il rischio ascrivibile dei viaggi in automobile è assai minore del rischio reale, fino al punto di fare supporre che i viaggi in automobile siano molto più sicuri di quanto lo siano realmente, con evidente sottovalutazione del rischio associato alla guida delle automobili e, di conseguenza, maggiore rischio di incidente stradale. Un altro esempio di visione distorta della Sicurezza riguarda la pericolosità degli animali. Sebbene molte persone pensino che leoni, squali e lupi siano animali assai più pericolosi dei cani, secondo un'analisi statistica di ScienzeAlert del 28 febbraio del 2018, dal titolo " Deadliest creatures worldwide by annual number of human deaths as of 2018 ", gli squali ogni anno provocano "solo" 6 morti umane, i leoni 22, e i lupi 10, contro un numero assai maggiore di morti provocate da animali che, nel pensiero comune, non sono in genere ritenuti altrettanto pericolosi, quali, in ordine decrescente: le zanzare (750.000), gli stessi esseri umani (437.000), i serpenti (100.000), i cani (35.000), le lumache (20.000), le cimici (10.000), le mosche (10.000), i lombrichi (4.500), i coccodrilli (1.000), i vermi parassiti (700), gli elefanti (500) e gli ippopotami (500). E’ attraverso la Conoscenza che arriviamo anche a conoscere “sinonimi” e “contrari”, che aiutano a comprendere maggiormente l’identità della Sicurezza semplicemente perché, se a volte è difficile comprendere ed assimilare nella sua complessità un concetto, è assolutamente vero che quando abbiamo a disposizioni sinonimi e contrari riusciamo ad allargare il nostro campo visivo e percettivo. Nel caso della Sicurezza e della comprensione della sua vera identità i sinonimi giocano un ruolo forte perché è sufficiente leggerli o elencarli per rafforzare un significato che, troppo spesso, tende a perdersi. Garanzia, protezione, incolumità, tutela, stabilità, certezza, convinzione, padronanza, fermezza sono alcuni dei termini che aiutano a comprendere.E, nel caso specifico, anche i contrari incidono profondamente: pericolo, rischio, minaccia, incertezza, insicurezza, dubbio. Una volta accolta la provenienza Etimologica, ovvero “conosciuto il vero nome” della Sicurezza , quindi dalla Sua radice etimologica: se-curus (privo di cura/preoccupazione) si può passare al suo significato profondo ! E il significato profondo è che la Sicurezza e la sua vera Identità sono “ l'assenza di minacce esterne oltre alla percezione psicofisica di non essere in pericolo” per approdare alla sua naturale evoluzione: non solo la condizione interiore, ma anche l'affidabilità di strutture, oggetti o situazioni. Operativamente può essere definita come la Conoscenza di assenza di stati indesiderati in un determinato contesto o sistema . A NON aiutare, nel processo di Conoscenza reale, intervengo, tra gli altri, alcuni approcci che aprono contestazione e dibattiti. Come se già non regnasse “Sovrana” la confusione attorno a questo termine che, per caso o per destino, porta in sé una grande Responsabilità e un grande Potere! Una Parola, una singola Parola, che - quando pronunciata sia nel suo senso positivo che negativo - impatta fortemente e decisamente sulla percezione umana. E che è, anche, in grado di provocare reazioni ! Reazioni - da immediate a croniche - talvolta efficaci e proattive ma, sfortunatamente, nella maggior parte dei casi , controproducenti al suo stesso obiettivo nonchè significato. Poiché non è possibile sapere, con precisione, fino a che punto qualcosa sia 'sicuro' (e una certa vulnerabilità è inevitabile), le percezioni della Sicurezza variano spesso molto. Ad esempio, la paura della morte per terremoto è comune negli Stati Uniti, ma scivolare sul pavimento del bagno uccide più persone; in Francia, Regno Unito e Stati Uniti, ci sono molte meno morti causate dal terrorismo rispetto alle donne uccise dai loro partner in casa. Un altro problema di percezione è l'assunzione comune che la semplice presenza di un sistema di Sicurezza (come le Forze Armate o I Software Antivirus) implichi Sicurezza. Ad esempio, due programmi di Sicurezza Informatica installati sullo stesso dispositivo possono impedirsi, a vicenda, di funzionare correttamente, mentre l'utente presume di beneficiare di una protezione doppia rispetto a quella che, un solo programma, potrebbe offrire. “Il teatro di Sicurezza” è un termine critico per misure che cambiano la percezione della Sicurezza senza necessariamente influenzare la Sicurezza stessa. Ad esempio, segni visivi di protezioni di Sicurezza , come una casa che pubblicizza il proprio sistema d'allarme, possono scoraggiare un intruso, indipendentemente dal fatto che il sistema funzioni correttamente o meno. Allo stesso modo, la maggiore presenza di personale militare nelle strade di una città, dopo un attacco terroristico, può aiutare a rassicurare il pubblico, indipendentemente dal fatto che riduca o meno il rischio di ulteriori attacchi. Ma se, come abbiamo compreso, oltre alla derivazione ed alla compresione consapevole, la Sicurezza necessità della collaborazione percettiva degli esseri umani per essere realmente restituita alla sua vera Identità è dato di fatto – non discutibile - che la responsabilità vada cercata ed affidata agli esperti del Settore. Ed è proprio qui, escluso l’ambito di Divisione Militare e di Polizia, che avviene il primo processo di disinformazione ! Ed è qui che vengono posate le prime pietre di un totale allontamento dalla realtà: nessuno più della maggior parte degli esperti del Settore definisce se stesso e il proprio ambito “non correttamente” ma confusamente, facendo rientrare “diversi tutto” in un grande ed unico “contenitore”: la Sicurezza appunto ! E passo dopo passo ci siamo allontanati così tanto che pronunciare quella parola al posto di quella corretta è prassi ! Ed è una prassi tollerata ! Ed è questa la prima azione da mettere in gioco concretamente: deve finire l’epoca della tolleranza verso la “non proprietà” di linguaggio e deve ricominciare quella delle corrette definizioni. Non si sta “giocando” in un ambito qualunque, ma proprio in uno dei pochi dove le Vite Umane possono diventare le vittime di una leggerezza non accettabile. Dott.ssa Daniela Bellomi , quale Specialista della Sicurezza. Una formazione ibrida – Umanistica e Tecnologica – ha delineato una Self employed Strategist and Consultant, sia nella figura dell’ Educator che in quella del Researcher: esperienza trasversale finalizzata agli obiettivi, alla misurazione dei parametri funzionali al progresso, alla valorizzazione delle competenze: semplificazione dei problemi, gestione diplomatica dei conflitti, negoziazione e pianificazione strategica migliorano, differenziano e portano al raggiungimento di risultati concreti. Una carriera professionale, con ampie interazioni dinamiche ed interattive vissuta e rivolta sia alle Divisioni di Sicurezza private che a quelle delle Forze Militari e delle Forze di Polizia. Delinea – con valori etici e morali – strategia e successo.
- Folle inseguimento a Brindisi, auto dei Carabinieri si schianta contro il palo di un semaforo: feriti due militari
Un’auto dei carabinieri è rimasta coinvolta questa mattina in un incidente a Brindisi durante un inseguimento in pieno centro. Due militari sono rimasti feriti ma non gravemente. Durante quei momenti concitati la gazzella dei carabinieri è finita contro il palo di un semaforo. Sul posto per i rilievi gli agenti della Polizia locale e della Questura di Brindisi ed il personale sanitario del 118 per medicare i due carabinieri feriti, che sono stati condotti in ospedale per ulteriori accertamenti. Inizialmente l’auto del fuggitivo si era fermata dopo l’alt dei carabinieri per un controllo. Nel giro di pochi secondi, però, l’uomo alla guida con un’improvvisa accelerata è sfuggito alle verifiche delle forze dell’ordine che hanno iniziato l’inseguimento. Sono ora in corso le ricerche per individuare il mezzo in fuga. fonte: Folle inseguimento a Brindisi, auto dei Carabinieri si schianta contro il palo di un semaforo: feriti due militari
- Poliziotto di Firenze cavaliere al merito della Repubblica Italiana
Questa mattina al Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha consegnato le onorificenze dell’Ordine al merito della Repubblica italiana conferite motu proprio a cittadine e cittadini che si sono particolarmente distinti per il loro impegno sociale. Il Presidente ha individuato alcuni esempi di impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani, e tra coloro che hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento è stato scelto anche l’assistente capo coordinatore della Polizia di Stato Giuseppe Fattore, insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana “per il coraggio dimostrato nel prestare soccorso, andando oltre il proprio dovere”. Il poliziotto, il 4 agosto 2024, è stato protagonista di un intervento di straordinario valore umano. Libero dal servizio stava viaggiando sull’autostrada A1 con la sua famiglia, quando ha assistito allo schianto di un autobus che contro il guardrail aveva sfondato il vetro e la consolle di guida. Nell’incidente numerosi passeggeri erano rimasti feriti ed erano in gravi condizioni. Alla vista del mezzo inclinato e avvolto dal fumo, Giuseppe aveva subito segnalato la situazione di pericolo, messo in sicurezza la propria auto e, senza esitare, si era diretto verso il pullman per prestare soccorso ai feriti. Aiutato da un automobilista, che segnalava il pericolo sventolando un gilet catarifrangente, il poliziotto era riuscito ad introdursi nel veicolo, procurandosi ferite con le lamiere; poi, spento il quadro elettrico per eliminare il rischio di incendio, si era concentrato sui feriti più gravi. Seguendo il lamento di una donna, bloccata sul pavimento, ha spostato sedili, borse e oggetti vari per trovarla, rimanendo accanto a lei per tranquillizzarla e tenerla sveglia e lucida, mentre i Vigili del fuoco tagliavano le lamiere per estrarla. All’arrivo del personale del 118, Giuseppe ha continuato a dare il suo contributo alle operazioni di soccorso consentendo agli operatori sanitari di aiutare i feriti più gravi. Il conferimento di questa onorificenza rappresenta un riconoscimento ufficiale dell’alto senso di responsabilità civile e del coraggio dimostrati dal poliziotto, valori che incarnano l’impegno quotidiano della Polizia di Stato al servizio della collettività. fonte: Poliziotto di Firenze cavaliere al merito della Repubblica Italiana | Polizia di Stato
- Microcriminalità, paura anche all’Isolago. «Da noi una guardia giurata»
L’accoltellamento riaccende i timori. I commercianti chiedono maggiore presenza delle forze dell’ordine e più sostegno da parte del Comune per la sicurezza. Dopo che negli scorsi anni un gruppo di ragazzi teneva in scacco la zona tra via Volta e via Cavour, dopo che la situazione è in parte rientrata seppur non completamente, nella notte tra sabato e domenica l’accoltellamento in via Sassi. Notizia che ha subito riportato l’allarme. Tra i commercianti di via Cavour e dell’Isolago qualche apprensione non manca, l’eventualità di essere coinvolti anche solo come spettatori in situazioni difficili e allo stesso tempo la paura di essere aggrediti all’ora di chiusura si percepisce, su tutto c’è poi il rischio che la clientela vada altrove. «L’episodio tra sabato e domenica è stato in orario notturno quando noi siamo chiusi, e in una zona vicina alla stazione dove già si sono verificate situazioni complicate - dice Oscar Riva, presidente di Federmoda e storico commerciante di Kammi calzature all’Isolago -. Negli ultimi tempi in Isolago non ci sono stati problemi, abbiamo anche una guardia privata che gira, e le forze dell’ordine passano». Certo è che l’aggressione culminata con l’accoltellamento di un ragazzo che ieri è morto in ospedale, è un fatto decisamente grave. «All’Isolago abbiamo la guardia che gira anche di notte, le forze dell’ordine presenti e la videosorveglianza che ci permette di stare un po’ tranquilli - spiega Alberto Bianchi di Capo Horn, negozio di abbigliamento sportivo -, certo è che gruppi di giovani che stazionano in giro ce ne sono. Noi come commercianti abbiamo un ruolo importante di presidio della zona, il sapere che ci siamo che c’è gente che gira tiene la situazione più tranquilla. Le lui delle vetrine sono un faro, certo è che lo Stato, il Comune, dovrebbe aiutare le attività commerciali a resistere, dovrebbero sostenerci. Ed il Comune dovrebbe avere un rapporto diretto con noi, dovrebbero passare e colloquiare con noi per avere maggiore polso della situazione». In passato l’Isolago aveva pagato lo scotto di tante chiusure, poi la ripresa che ha portato nuovi negozi e un buon giro di presenze con tutte, o quasi, le vetrine illuminate. A lui fa eco Cristian Caseri del negozio di abbigliamenti Caseri in via Cavour: «Di sera nella zona stazione c’è una situazione preoccupante, non sai che cosa potresti andare incontro, in via Cavour è ancora sotto controllo». fonte: Microcriminalità, paura anche all’Isolago. «Da noi una guardia giurata» - Cronaca
- Quando il consulente di Sempio scriveva: "L'impronta 33 è quella dell'assassino"
"La traccia 33 era visibile anche senza alcuna esaltazione tramite la ninidrina, ciò indica che la mano che l'ha lasciata era al momento imbrattata, per esempio dopo aver stretto un oggetto sporco, l'eventuale mancanza di sangue nella traccia (allora venne fatto un test speditivo che diede un risultato incerto) non esclude che la mano possa appartenere all'omicida perché se lo stesso fosse destrimane avrebbe afferrato con la mano stessa l'arma che avrebbe, quindi, protetto il palmo da eventuali imbrattamenti" A mettere nero su bianco le valutazioni sull'impronta 33, la palmare attribuita dagli inquirenti ad Andrea Sempio e impressa sul muro della cantina nel punto in cui fu gettato il cadavere di Chiara Poggi, è Armando Palmegiani, in un parere pro veritate inviato alla difesa di Alberto Stasi il 9 giugno scorso, tre mesi prima di entrare nel team difensivo del nuovo indagato per l'omicidio di Garlasco. Si tratta di una "mini Bpa", ovvero la ricostruzione sulla base delle macchie ematiche, su quello che è considerato uno dei punti più caldi della scena del crimine, visto che proprio lì l'assassino di Chiara gettò il cadavere dopo l'aggressione mortale e che, nella nuova indagine della Procura di Pavia, assume una rilevanza fondamentale, dato che la ricostruzione dell'azione omicidiaria, effettuata dai Ris di Cagliari in combinato disposto con la consulenza dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo, fisserebbe proprio in quello spazio l'ultima fase del delitto, con i colpi che hanno sfondato il cranio alla vittima, determinandone la morte in pochi minuti. In quel frangente, secondo gli inquirenti, l'assassino avrebbe impresso sul muro della cantina la 33, fermandosi sul primo gradino, dove ci sarebbe un'orma mai rilevata, e appoggiandosi in maniera innaturale per sporgersi dalle scale a guardare la vittima morire. Dunque la palmare 33, per gli investigatori, è un elemento importante nel castello accusatorio contro Sempio, alla luce del fatto che la consulenza dattiloscopica in mano alla Procura attribuisce alla mano destra dell'indagato, per 15 minuzie, quell'impronta. Che per la difesa, invece, non avrebbe il numero minimo e, anche qualora fosse di Sempio, non avrebbe alcun rilievo investigativo, visto che non sarebbe insanguinata e l'indagato, frequentando casa, sarebbe sceso più volte in cantina con l'amico Marco. Eppure, prima di entrare nel team difensivo di Sempio, Palmegiani aveva certificato la rilevanza della 33 legandola alla macchia di sangue 45 nel parere pro veritate, per poi sminuire la sua analisi a "poco più di una disquisizione tecnica" e sottolineare che se fosse stata rilevante "gli avvocati di Stasi non l'avrebbero comunque depositata?". E infatti il parere è stato depositato e ora è in mano alla Procura. Nel documento, l'attuale consulente di Sempio scrive che "la posizione, proprio in quel tratto di parete che si trova inclinata rispetto al primo tratto, non escluderebbe che l'omicida si sia appoggiato per vedere al meglio il corpo di Chiara senza dover, necessariamente, scendere fino al quarto gradino". E ancora lega la 33 con una macchia di sangue di Chiara, che si trova 20 centimetri più in basso della palmare. "La traccia è stata lasciata dall'assassino e molto probabilmente dal suo avambraccio sporco di sangue", sostiene Palmegiani, ipotizzando il rilascio della macchia dal primo gradino: "L'arto destro, al momento della proiezione della traccia 45, aveva compiuto un movimento proprio nello spazio dove si trovava il braccio che ha lasciato la traccia 33" Infine sottolinea che la 33 non può essere un'impronta casuale: "La traccia 33, per la sua posizione e forma, è possibile affermare che sia stata lasciata da un individuo posto con i piedi nel primo ma più probabilmente nel secondo gradino e che si è appoggiato alla parete per una perdita di equilibrio dovuta, per esempio, nello sporgersi ed avere una visibilità completa della parte inferiore della scala senza necessariamente scendere ulteriori gradini; la mano dell'individuo che ha rilasciato la traccia 33 era imbrattata di sporcizia ben al di sopra della normalità rendendo compatibile l'ipotesi che il soggetto abbia tenuto precedentemente in mano un oggetto o manufatto non pulito, utensile od altro; la mano in questione non ha solamente toccato la parete ma ha impresso una pressione relativamente forte tale da non lasciare nella parte centrale d'appoggio linee papillari definite ed evidenziabili, una pressione compatibile con l'utilizzo della mano come punto di sostegno del corpo proteso in avanti". Intanto ieri la difesa di Alberto Stasi ha depositato la consulenza sul pc del condannato, che dimostra come Chiara, la sera prima del delitto, non solo non ha mai aperto la cartella con le foto porno, ma ha addirittura lavorato alla tesi con accrescimento del testo. Quando il consulente di Sempio scriveva: "L'impronta 33 è quella dell'assassino"
- La verità di Clinton sulla foto nella vasca idromassaggio, dagli Epstein files: “Non sapevo fosse stata scattata”
Bill Clinton ha parlato per la prima volta della foto diventata virale dopo la pubblicazione degli ultimi documenti legati al caso Jeffrey Epstein . L’immagine lo ritrae rilassato in una vasca idromassaggio accanto a una donna il cui volto è stato oscurato nei file diffusi dal Dipartimento di Giustizia. Durante una deposizione durata circa quattro ore e mezza davanti alla House Oversight Committee, l’ex presidente oggi 79enne ha dichiarato: “ Non credo di aver mai saputo che quella foto fosse stata scattata ”. Clinton ha spiegato di essere “ quasi certo ” che l’immagine risalga all’ ultima tappa di un viaggio in Asia legato alla sua iniziativa contro l’AIDS, e che sarebbe stata scattata in un hotel in Brunei. Come riporta People , secondo la sua ricostruzione, durante il soggiorno il sultano del Brunei gli avrebbe suggerito di utilizzare la piscina della struttura. “ Così ho fatto. Poi sono uscito e sono andato a dormire, ero esausto ”, ha detto. Clinton ha inoltre aggiunto di non sapere chi fosse la donna fotografata con lui e di ricordare la presenza di un agente del Secret Service nella stanza. Ha inoltre precisato che la persona ritratta non era minorenne e di non aver avuto alcun rapporto sessuale con lei. La foto è una delle tante immagini rese pubbliche nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, la legge che impone la diffusione dei documenti relativi all’indagine sul traffico sessuale che coinvolgeva Jeffrey Epstein. Tra il materiale pubblicato compaiono anche scatti di Clinton insieme a varie celebrità, senza che vi siano accuse di illeciti a loro carico. Attraverso un precedente comunicato diffuso dal suo entourage, Clinton aveva già respinto le insinuazioni legate alla pubblicazione dei file, sostenendo che la diffusione delle immagini non cambiasse la natura dei fatti. Intanto il Dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che ulteriori documenti verranno resi pubblici progressivamente, nel rispetto delle procedure di revisione e tutela delle vittime. fonte: La verità di Clinton sulla foto nella vasca idromassaggio, dagli Epstein files: “Non sapevo fosse stata scattata”
- L'Iran dopo Khamenei. La domanda che conta non è chi lo sostituirà. (dr. De Pascale Angelo)
C'è una data che entrerà nei libri di storia. Il 28 febbraio 2026, un'operazione militare ha eliminato Ali Khamenei mentre si trovava nel suo ufficio al Beit Rahbari, il palazzo da cui governava la Repubblica Islamica da trentasei anni. Con lui sono morti il comandante delle Guardie Rivoluzionarie e il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Trump ha annunciato la sua morte su Truth Social nel primo pomeriggio. La televisione di stato iraniana ci ha messo qualche ora ad ammettere l'accaduto. Sui giornali occidentali è comparsa subito la stessa parola: storico. È la parola giusta. Ma la storia si prende la sua rivincita su chi confonde il momento drammatico con il cambiamento strutturale. Il 3 gennaio 2020, gli Stati Uniti uccisero il generale Qassem Soleimani, l'uomo che in vent'anni aveva costruito la rete di milizie proxy iraniane nel Medio Oriente. Fu presentato come un colpo devastante. Il regime resse. La rete rimase intatta. L'unico effetto misurabile fu un Iran che accelerò l'arricchimento dell'uranio, il processo tecnico necessario per avvicinarsi alla produzione di un'arma nucleare. Se volete capire cosa sta succedendo oggi, partite da lì. Perché il problema non è la testa. È il corpo. La Repubblica Islamica ha due strutture di potere, non una. La prima è quella che si trova sui libri: il Leader Supremo, il presidente, il parlamento, il Consiglio dei Guardiani. La seconda è quella reale: le Guardie della Rivoluzione Islamica, in persiano Sepah-e Pasdaran, note in Occidente come IRGC. Nascono nel 1979 come forza di protezione della rivoluzione. Oggi controllano tra il 30 e il 40 per cento del PIL iraniano, gestiscono i missili balistici e i droni, coordinano una rete di milizie, da Hezbollah in Libano agli Houthi in Yemen, che prende il nome di Asse della Resistenza. Karim Sadjadpour, del Carnegie Endowment for International Peace, ha scritto una cosa che vale la pena citare con precisione: rimuovere Khamenei non ferma il gioco. Cambia le regole con cui le fazioni si scontrano. Il Council on Foreign Relations lo ha formulato in modo ancora più diretto: uccidere il Leader Supremo non è la stessa cosa del cambio di regime. Le Guardie Rivoluzionarie sono il regime. Khamenei era l'arbitro. Era il punto di legittimazione religiosa che teneva insieme fazioni con visioni spesso incompatibili. Non scendeva nei dettagli delle operazioni. Ma dava o negava l'autorizzazione finale alle scelte strategiche più delicate. Eliminarlo crea un vuoto di autorità al vertice. Non crea un vuoto di potere. Le Guardie hanno protocolli di successione automatica. Ogni comandante ha un vice pienamente informato. La catena operativa non si interrompe. Sadjadpour ha identificato cinque scenari possibili per l'Iran post-Khamenei. Il primo è la continuità: un nuovo Leader Supremo viene eletto, il sistema si adatta. Il secondo è il modello Corea del Nord: il regime si chiude, accelera il programma nucleare come unica garanzia di sopravvivenza. Il terzo è il modello Pakistan: le Guardie eclissano il clero e governano direttamente, trasformando l'Iran in uno Stato a guida militare senza copertura religiosa. I restanti due, transizione democratica e implosione, hanno probabilità molto basse. I primi tre coprono insieme oltre l'ottanta per cento delle possibilità reali. Lo scenario pakistano merita più attenzione di quanta ne riceva. Un IRGC che governa senza la mediazione del clero è un sistema con meno vincoli interni, non di più. Il clero, anche nelle sue frange più conservatrici, ha sempre rappresentato un freno alla militarizzazione totale delle decisioni strategiche. Khamenei stesso, teologo prima che politico, usava il linguaggio religioso per legittimare o bloccare le scelte più rischiose. Un generale non ha lo stesso problema. Ha obiettivi, risorse e nessun ayatollah a cui rispondere. Il Pakistan degli anni Novanta, quando i servizi segreti militari operavano in modo sostanzialmente autonomo rispetto al governo civile, è un precedente utile: non perché i contesti siano identici, ma perché mostra cosa succede quando la catena di comando militare decide di non rendere conto a nessuno. Lo scenario nucleare è quello con le implicazioni più gravi. Se le Guardie concludono che nessun accordo con l'Occidente garantisce la sopravvivenza del regime, la bomba diventa la priorità assoluta. Non perché l'Iran sia irrazionale, ma perché la deterrenza nucleare è l'unica cosa che rende un paese sostanzialmente inattaccabile. La Corea del Nord è lì a dimostrarlo. I fisici nucleari iraniani non sono stati eliminati nei raid. Le centrifughe più avanzate, i modelli IR-6 e IR-8, sono compatte e progettate per essere disperse. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, l'IAEA, ha già perso l'accesso fisico ai siti principali con i raid del 2025 e oggi non è in grado di certificare né la distruzione né la sopravvivenza delle capacità nucleari residue. Questo vuoto di verifica è il dato più preoccupante dell'intera situazione. C'è poi una frattura tra Washington e Tel Aviv che la copertura mainstream ha quasi ignorato. Trump ragiona da negoziatore. Vuole la fine del programma nucleare e un accordo con un Iran che smetta di destabilizzare il Golfo. Un Iran a guida militare, senza armi nucleari e disposto a trattare, rientra in questa logica. Netanyahu vuole qualcosa di strutturalmente diverso: la fine permanente della capacità offensiva iraniana, inclusa la rete proxy. Un IRGC al potere senza Khamenei non gliela garantisce. Gli obiettivi dei due principali alleati non coincidono. Ed è un problema, perché le scorte di munizioni di precisione americane erano già basse prima degli strike e impiegheranno mesi a essere ricostituite. La finestra operativa si chiude. Nel frattempo, l'Iran è governato da un Consiglio di transizione composto da tre figure con visioni incompatibili: il riformista Pezeshkian, il conservatore Mohseni Ejei, il religioso Arafi. Governeranno fino a quando l'Assemblea degli Esperti non nominerà il nuovo Rahbar. Il processo è rallentato dalla distruzione delle infrastrutture di comunicazione e dalla morte di alcuni membri dell'Assemblea stessa. È una situazione senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. Nei quarantasette anni del regime, non era mai accaduto che l'organo deputato a scegliere il Leader Supremo operasse in condizioni di emergenza, con comunicazioni degradate e una parte dei suoi membri fuori gioco. Il rischio non è solo il ritardo. È che la scelta venga fatta sotto pressione, con informazioni incomplete, da un'assemblea che non rappresenta più il consenso interno al regime ma la sopravvivenza di chi è rimasto. Chi sceglieranno non sarà determinato dal popolo iraniano. Sarà il risultato di un negoziato tra fazioni, con le Guardie nel ruolo di arbitro del processo che avrebbe dovuto presiedere Khamenei. Gli attentati del 28 febbraio hanno cambiato il volto della Repubblica Islamica. Non hanno necessariamente cambiato la sua direzione. La vera domanda non è chi sostituirà Khamenei. È questa: come si gestisce un sistema che si ricompatta attorno a una leadership più militarizzata, con meno vincoli religiosi interni, e con ogni incentivo ad accelerare il programma nucleare prima del prossimo raid? La risposta a questa domanda non si trova nei comunicati dell'IDF. Si trova nelle decisioni che le Guardie stanno prendendo adesso, per la prima volta in quarantasette anni, senza che nessun Rahbar abbia l'autorità di mettere un veto. Analista Geopolitico ed Intelligence dr. @DePascaleAngelo: Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale: - Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino); - Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica: - Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici. Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia–UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici.
- IL FENOMENO DELLA VIOLENZA CORRELATA AL TIFO SPORTIVO PROSPETTIVE CRIMINOLOGICHE E STRATEGIE DI GESTIONE (dr.ssa Lopez Barbara)
Molte sono le forme di criminalità che si manifestano nel settore degli eventi sportivi. Ad oggi l’argomento è stato studiato da criminologi, sociologi, analisti di intelligence, giungendo alla conclusione che gli strumenti meramente repressivi non siano sufficienti. Il gioco del calcio detiene da anni il primato di spettatori rispetto ad altri sport e si stima che complessivamente quasi cinque milioni di persone frequentino abitualmente gli Stadi, ma negli anni, l’interesse per questo sport è aumentato in misura esponenziale tanto da coinvolgere sempre di più l’interesse di giornali, televisioni, radio che lavorano a tempo pieno per l’industria del calcio. Tuttavia, dietro questa grande macchina si registra un grande numero di fenomeni di devianza e delinquenza, mettendo a rischio la regolarità della gara, la sicurezza degli atleti e anche degli spettatori. Ciò evidenzia come la gravità del problema non sia da sottovalutare, come sia necessario applicare delle precise politiche di sicurezza che tengano conto delle diverse esigenze, nell’interesse della società e dei cittadini. Negli ultimi anni calcio e criminalità sono apparsi sempre più legati come si evince dalle notizie di cronaca, confermando la relazione tra due mondi che dovrebbero essere lontanissimi tra loro; legami con i clan, traffico di droga, giochi di borsa: un’osmosi messa nero su bianco grazie ad un primo documento ufficiale redatto nel 2017 dalla Commissione Antimafia. Il mondo del calcio è diventato un settore variegato e complesso, con diversi operatori che si muovono, producono, fatturano, contribuendo a formare un comparto economico molto rilevante. È un mondo che vive solitamente più di emozioni, ma rappresentando da anni una notevole fonte di indotto non si può permettere di avere una gestione poco chiara e per riuscire a comprendere la complessità di questi meccanismi serve uno sforzo continuo che comprenda un approccio rigoroso ed una metodologia adeguatamente conosciuta e approfondita. Il calcio non è più solo un gioco, è anche un fenomeno sociale, lo dimostra la violenza correlata al tifo sportivo che da anni, ormai, costituisce un fatto non più sporadico ma solito, un fenomeno esteso che non conosce limiti territoriali e l’evolversi del tifo radicale rende plausibile l’eventualità che in futuro si possano registrare incidenti di rilievo sempre maggiore. In Italia, come già avvenuto anche in Inghilterra, il fenomeno della violenza negli Stadi è stato analizzato da diverse prospettive: psicologiche, sociologiche, criminologiche, con diversi risultati, ma tutti utili ad evidenziare diverse sfaccettature di un fenomeno indubbiamente complesso. Anche il ruolo dei media, nel raccontare il calcio, è molto delicato e spesso oltre a descrivere la realtà determinano il modo attraverso il quale l’opinione pubblica la percepisce. Molti sono stati i provvedimenti adottati negli anni per colpire le molteplici forme di crimine che si manifestano nel settore sportivo, ma non esiste una disciplina immune rispetto al pericolo di condotte illecite, né è possibile discriminare tra attività professionistiche e dilettantistiche, perciò è importante adottare iniziative di prevenzione per abbassare i livelli di rischio. Tutto ciò richiede uno sforzo intellettivo ed un alto senso prospettico nella scelta e nel metodo di intervento, in virtù del fatto che sono tanti gli episodi di violenza che si possono verificare nel corso di un evento sportivo e questi episodi si circoscrivono quasi sempre nelle curve delle tifoserie, tifosi pronti a tutto pur di rivendicare la loro supremazia confondendo il ruolo di supporters e pronti a sindacare tutto ciò che ruota intorno alla propria squadra, in nome di una mentalità. Questa violenza, sempre condannabile senza eccezione alcuna, è quasi sempre focalizzata su coloro che sono considerati come una minaccia, quindi tifoserie rivali o forze dell’ordine e questo denota quanto questo atteggiamento sia pericoloso e da non sottovalutare, portando alla luce realtà ben più complesse che evidenziano un’aggressività che va ben oltre i limiti della fede calcistica. I dati che registrano episodi di violenza sono allarmanti e le indagini effettuate sul fenomeno ci presentano una passione sportiva degenerata, espressione di un malessere sociale più che sportivo e spesso sono i gruppi ultras ad essere al centro dell’attenzione dei media ogni volta che si registra un episodio di violenza calcistico, ma è necessario analizzare le cause profonde per controllare e contrastare il fenomeno. Col passare degli anni questi gruppi sono sempre più organizzati, sono passati da piccoli gruppi guidati da leader carismatici a veri e propri “nuclei operativi”, pertanto uno degli scopi primari è analizzare i loro modelli comportamentali, definiti “Codici Ultras”; questi codici costituiscono il tratto distintivo e li differenziano dal resto della tifoseria, sono un insieme di regole non scritte che disciplinano la vita interna dei gruppi organizzati e definiscono le modalità e i limiti del confronto violento con le tifoserie avversarie. Questi codici non mirano ad eliminare la violenza, ma ad incanalarla all’interno di modalità accettabili e rispettando il codice si rafforza l’identità del gruppo, questo perché il codice crea un’etica parallela, nel quale valori come il coraggio, la lealtà al gruppo e il rispetto di queste regole sono centrali. Ma nonostante il contenuto di queste regole sia basato sul fair play, sul rispetto e sulla lealtà, l’odio per l’avversario e la pressione del gruppo portano spesso ad un’escalation in cui le regole vengono dimenticate e disattese. In ogni funzione ogni membro del gruppo gode di una precisa collocazione e di un preciso riconoscimento sociale, pertanto deve essere legittimato a compiere una determinata azione individuale o di gruppo e questa collocazione si evidenzia anche nella distribuzione della tifoseria, all’interno della quale ci sono delle scale gerarchiche da rispettare e l’occupazione delle gradinate viene classificata in prima, seconda e terza linea in base all’importanza del ruolo. Il gruppo ultras si fonda sulla condivisione di un pensiero ideologico, si sente parte integrante della squadra, capace di esercitare un potere contrattuale nei confronti della Società, mettendo in atto comportamenti finalizzati a condizionare le scelte strategiche societarie e tutto questo fa sì che la violenza diventi un modo per acquisire uno status, un riconoscimento all’interno del gruppo che a sua volta fornisce un’identità e un senso di appartenenza. Prevalere sugli avversari e batterli, anche attraverso il ricorso a comportamenti violenti, è un’attestazione ancora più incisiva di supremazia e affinché questa supremazia sia riconosciuta è necessario lasciare un segno forte, tutti devono sapere e devono temere e questa incisività assume un valore comunicativo molto forte in quanto segnale di potere e di superiorità che deve portare i tifosi avversari all’ammirazione ma soprattutto al rispetto. La supremazia permette di ottenere il rispetto solo se viene comunicata e riconosciuta in maniera oggettiva e se per ottenerla serve la violenza, loro dimostreranno la propria superiorità attraverso la violenza, una violenza dimostrata all’interno della folla, dove l’individuo può perdere il proprio senso di responsabilità personale, assumendo un comportamento che non adotterebbe da solo. Questa prospettiva analizza come la mancanza di meccanismi di controllo sociale, sia formali come le forze dell’ordine che informali come la comunità e la famiglia, possa facilitare comportamenti violenti e l’inefficacia delle misure di prevenzione o la percezione di debolezza di queste misure possano incoraggiare la violenza e spesso le manifestazioni sportive diventano un canale per esprimere emozioni aggressive che potrebbero non trovare sfogo nella vita quotidiana. Le cause di questa violenza, analizzate in una prospettiva criminologica, sono molteplici e interconnesse, spaziando da fattori individuali a dinamiche di gruppo e di contesto sociale, diventando un mezzo per rafforzare i legami interni e dimostrare la propria lealtà. Alcuni fattori contingenti possono scatenare o intensificare le forme di violenza e tra questi vi sono l’intensità del match, le rivalità storiche tra le squadre, decisioni arbitrali o anche tensioni politiche, sociali ed etniche, ma anche l’uso dei social media può amplificare le dinamiche della violenza, contribuendo a pianificare e coordinare scontri, questo perché la distanza e l’anonimato della comunicazione digitale riducono le inibizioni, portando ad un’escalation di insulti e minacce che poi si riversano negli scontri dal vivo e tutto questo contribuisce a normalizzare il fenomeno e a creare un circuito di emulazione. In questa prospettiva la criminologia offre un contributo importante nell’affrontare il fenomeno della violenza legata al tifo sportivo, sia nella comprensione delle sue dinamiche profonde sia nello sviluppo di strategie di prevenzione e intervento efficaci; sviluppa metodologie per valutare i rischi criminogeni offrendo una chiave di lettura che suggerisce interventi mirati per ridurre le opportunità di violenza in contesti specifici e passare da risposte puramente repressive ad un approccio integrato che combina la comprensione scientifica del fenomeno con interventi funzionali e basati su evidenze concrete, trasformando lo sport da potenziale catalizzatore di violenza in un veicolo di valori positivi e inclusione sociale. È ormai consolidato l’esercizio di modalità violente nell’imporre determinate condotte in curva e questi episodi impongono un distacco dalle logiche di connivenza ma anche dal silenzio che troppo spesso adottano le società calcistiche rimanendo inerti, facilitando così l’aumento della forza intimidatrice delle tifoserie. Ma qualcosa sta cambiando, un tempo le tifoserie avevano il potere di ricattare le società con l’arma della responsabilità oggettiva che esponeva la società a sanzioni per i comportamenti violenti o discriminatori messi in atto dai suoi tifosi. Dopo mesi di inchieste la responsabilità torna ad essere personale, per chi si macchia di comportamenti illeciti c’è il bando dagli Stadi e il Club non risponde delle azioni dei colpevoli. Però è doveroso fare una precisazione: per far sì che la responsabilità non sia oggettiva le società devono adottare un modello virtuoso, ciò vuol dire che devono mettere in atto misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività sportiva in condizioni di legalità e sicurezza, prevenendo i rischi. L’uscita del nuovo Codice di Giustizia Sportiva è stata preceduta da un acceso dibattito sul tema; due scuole di pensiero hanno accompagnato per anni la discussione poiché alcuni si sono sempre chiesti perché un Club dovrebbe rispondere delle intemperanze dei suoi tifosi, mentre altri hanno sostenuto che far rispondere il Club sarebbe un modo per renderlo più attento nei confronti delle condotte dei suoi tifosi. Ma questi comportamenti non possono essere solo oggetto di competenza della giustizia sportiva, devono essere perseguiti come forme criminali, strutturate sia nei metodi che nelle funzioni esecutive. Tramite i capi ultras vengono gestiti migliaia di tifosi e spesso anche interessi economici collegati ad attività criminali e la gravità della situazione, in alcuni casi, ha portato alla morte di protagonisti storici delle curve. Atteggiamenti pericolosi con dinamiche complesse che non dovrebbero avere niente a che fare con lo sport e legami criminali che sono diventati la norma e non più l’eccezione, dove la difesa di un ideale ormai conta poco o nulla. Prende il sopravvento un vuoto ideologico ormai codificato e normalizzato nelle diverse modalità di scontro e nei diversi meccanismi viziati e se da un lato l’insieme di questi metodi alimenta un business crescente, dall’altro genera diversi problemi di evidente peso criminale. Di fronte al fenomeno, il sistema penale ha risposto con misure sempre più repressive, ma l’analisi criminologica si allontana da una spiegazione unica del fenomeno e si concentra sulla complessità dei fattori in gioco, trasformando la gestione della violenza da una reazione emotiva e repressiva ad un approccio sistematico, basato sulla conoscenza scientifica delle cause. Bisogna offrire soluzioni a lungo termine per colpire le radici del problema e non solo i sintomi, bisogna valutare le azioni non solo come reati ma come dinamiche legate all’origine del comportamento ed ai meccanismi che lo alimentano per comprendere e disinnescare l’impulso sociale che trasforma la passione sportiva in una distruttiva violenza identitaria, promuovendo un approccio culturale di educazione alla legalità e ricordando sempre che la violenza non è tifo, ma un crimine che tradisce i valori fondamentali della competizione e del rispetto reciproco. articolo della dott.ssa @BarbararaLopez, quale ha conseguimento Laurea in Scienze Giuridiche presso l’Università degli Studi di Pisa, in seguito presso lo stesso Ateneo conseguimento Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Specializzata in Criminologia e Intelligence investigativa con Master di II Livello (votazione Top Grade). Iscritta al registro nazionale dei Criminologi per l’investigazione e la sicurezza (AICIS) come socio effettivo. Specializzazioni accademiche di approfondimento in Tecniche e strategie di interrogatorio e Statement Analysis che hanno consentito di mettere a disposizione l’esperienza anche nel comparto formativo. Titolare dello Studio criminologico investigativo “ALTA DIFESA” con attività di consulenza e formazione in materia di analisi comportamentale e negoziazione operativa. Titolare della “BL- Legal Professional and Criminologist” con attività di indagini forensi, analisi comunicazionale forense e analisi della testimonianza. Componente del Pool “S.O.S. Squadra Operativa Specialisti – Indagini Forensi”, in qualità di Responsabile Sezione Intelligence investigativa in assistenza ad Enti di prevenzione del crimine. Membro del Team “Crime Analysis & Investigation”, in qualità di analista comportamentale. Formatore nei percorsi di potenziamento del processo decisionale e problem solving attraverso l’uso di protocolli di decodifica comportamentale e protocolli di intervento sui processi comunicativi in ambito sportivo. Pubblicazioni in ambito criminologico.
- 28 Febbraio 2026 - USA-IRAN:INTELLIGENCE / RESPONSABILITÀ’ / DOVERE / PERSONE VERE (dr Bellomi Daniela)
Il 28 Febbraio 2026, un sabato all’apparenza tranquillo, come ogni giorno che la Storia ci ha raccontato iniziare, come sempre, come spesso, “senza alcun preavviso” una notizia ha “spezzato” quella tranquillità colpendo l’attenzione di molti e creando, anche, una certa qualsivoglia preoccupazione mista a stupore, al momento fievolmente solo “pensata” in termini economici. Vivendo ora, conseguenza della quarta rivoluzione industriale, in quella che si vuole chiamare infosfera, intesa come una sfera informativa che ci circonda costantemente e all’interno della quale è radicalmente cambiato il quadro mondiale attuale, rispetto al passato in modo veloce e radicale, qualsiasi Attore ma, anche, Spettatore non può non cogliere le evoluzioni del Sistema Internazionale, sia nell’immediato che nei prossimi decenni, non può non cercare di tenere il passo per guardare al futuro nel bel mezzo di una grandissima varietà di tendenze politiche, economiche, sociali, tecnologiche, legali, ambientali e militari, per non restare tagliato fuori dall’agone planetario o dal materializzarsi di un cosiddetto “cigno nero”, considerando anche la produzione di dati che si è in grado di creare, nel giro di un paio d’anni. Più dati di quanti ne siano stati generati nella restante Storia dell’Umanità. La Storia ci ha insegnato e ci ricorda, anche, che raggiungere lo sviluppo non significa garantirsi un futuro radioso perché è vitale saperlo mantenere e troppo facile perderlo. L’antico Egitto toccò vette di conoscenza e di benessere elevate, per poi degradare e non furono meno né la Persia, né l’Antica Grecia, né Roma. E’ necessario ed indispensabile avere buone Istituzioni e valide Imprese ed avere, anche e soprattutto, grande cura di entrambe affinché restino tali, operando nella loro manutenzione e nel loro sviluppo senza distrazioni. Spero, questa notizia, fonte di stupore di molti MA non di tutti. Notizia che ha, ovviamente, raggiunto tutto il Pianeta praticamente in tempo reale: viviamo, infatti, in un contesto ove lo scorrere del Tempo e delle Informazioni - sempre più frenetico ed all’apparenza caotico degli avvenimenti che caratterizzano lo scenario internazionale dell’odierna società liquida, iperconnessa e globale - è palpabile e fruibile quasi nell’immediato. Da quella famosa mattina presto dell’agosto del 1953 a sabato 28 Febbraio 2026, abbiamo avuto la conferma che questa preoccupazione mista a stupore, o anche il solo esserne colpiti al punto da concedergli attenzione, è la prima, vera, sconfitta di uno scorrere dell’Evoluzione Umana che lascia l’amaro in bocca. Peggio che mai se riguarda Professionisti Civili che, del Settore, si proclamano “Esperti”. Perché anche solo “tornare” al 1979 non basterebbe. I fatti, brevemente, prima di toccare la nota dolente, sperando che sia lieve. Questo in considerazione che questo conflitto – di lunga data – ha definito la geopolitica del Medio Oriente moderno, caso mai qualcuno se ne fosse accorto. “Oltre 70 anni di ostilità accumulata tra l’Iran e gli Stati Uniti sono sfociati in un attacco all’Iran proprio questo sabato del 2026: Stati Uniti ed Israele hanno avviato una vasta offensiva congiunta contro l’Iran. E alla data del 28 febbraio 2026, la situazione geopolitica tra Stati Uniti e Iran ha segnato una tappa d'escalation militare significativa e diretta. Il presidente USA Donald Trump, dopo aver accusato Teheran di voler riattivare i programmi nucleari, ha avviato, insieme a Israele, un'operazione militare definita "massiccia e in corso" (Operation Epic Fury) con bombardamenti su siti militari e nucleari iraniani, inclusa la capitale Teheran. Ma l’attacco all’Iran non è una prima assoluta. L’escalation del giugno 2025 è stato certamente il primo scontro ad alta intensità fra Teheran e TelAviv – con l’inedito coinvolgimento diretto degli USA – ma già nei mesi precedenti Israele e Iran si erano scontrati militarmente sia in modo diretto che indiretto. In particolare, ad aprile e ad ottobre del 2024 c’erano già state due gravi escalation – con lanci di droni e missili in entrambe le direzioni e raid aerei israeliani contro la Repubblica Islamica – ma l’origine di quest’ultima spirale di tensione risale addirittura ai fatti del 7 Ottobre del 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del “Partito di Dio” libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica Islamica, insieme al programma missilistico. E nel Giugno del 2025, per la prima volta nella storia, le forze aeree americane hanno bombardato alcune infrastrutture legate al programma nucleare iraniano. Nei giorni precedenti si era consumata quella che Trump ha ribattezzato “Guerra dei 12 giorni”, un confronto militare tra Israele ed Iran, iniziato la notte tra il 12 e il 13 giugno con una serie di raid Israeliani contro obiettivi della Repubblica Islamica. Si è trattato del primo scontro diretto e ad alta intensità tra i due Paesi. Il governo di Benjamin Netanyahu aveva annunciato la campagna aerea contro l’Iran come un’operazione a scopo preventivo, pensata per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. In quell’occasione, se da un lato Trump ha assecondato Israele ordinando il bombardamento ad alta profondità del sito nucleare di Fordow, dall’altro ha imposto a Netanyahu “il cessate il fuoco” immediato, rimandando quella che alcuni descrivevano come una possibile “spallata finale” alla Repubblica Islamica. L’operazione, chiamata “Ruggito del Leone” e preparata da tempo, è scattata in mattinata e – secondo fonti Israeliane – dovrebbe protrarsi per almeno quattro giorni. L’azione avrebbe dimensioni e intensità superiori rispetto all’attacco condotto a giugno dall’Amministrazione Trump contro siti nucleari, poiché questa volta nel mirino ci sarebbero Teheran e varie città e aree del Paese. Tra i possibili obiettivi figurerebbe anche la guida suprema Ali Khamenei, che però, secondo fonti Iraniane, sarebbe stato trasferito in un luogo protetto. Il Ministro della Difesa Israeliano Israel Katz ha dichiarato che si tratta di “un’azione preventiva” volta a neutralizzare le minacce contro Israele, proclamando lo “stato di emergenza immediato” e ipotizzando una possibile reazione da parte di Teheran. Il Presidente Statunitense, Donald Trump, ha confermato l’operazione, sostenendo che sia necessaria per tutelare i cittadini Americani. Secondo Trump, l’Iran avrebbe tentato di espandere il proprio programma nucleare: “Non ci riusciranno mai”, ha affermato, ribadendo che Teheran avrebbe respinto ogni proposta di accordo nei round di colloqui che si sono tenuti nelle ultime settimane. L’offensiva, stando alle prime ricostruzioni, si starebbe sviluppando sia via mare che via terra. Il New York Times riferisce che sarebbero in corso numerosi attacchi Americani condotti da velivoli decollati da basi in Medio Oriente o da portaerei. Teheran ha già annunciato una controffensiva contro Israele e le basi USA in Medio Oriente e le sirene hanno già iniziato a risuonare in varie località dello Stato Ebraico. Con lo scontro diretto tra Stati Uniti ed Iran, e il coinvolgimento di Israele, il Paese vive in un clima di tensione diffusa e incertezza, in cui l’attenzione si sposta rapidamente dalle notizie dell’attacco alle sue possibili conseguenze. L’attacco Statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui anche la postura Americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di Sicurezza Iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. Già dopo il 7 Ottobre, l’Iran si trovava in una fase di crescente esposizione e sotto una rinnovata pressione Internazionale, in un contesto di indebolimento economico e regionale. Le proteste interne e la repressione che ne è seguita hanno contribuito a riportare Teheran al centro dell’attenzione Internazionale, rafforzando il livello di scrutinio politico e diplomatico sul Paese. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e ha portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione Statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo Americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma. A partire dalla fine di Dicembre 2025, l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal carovita e dalla rapida svalutazione del rial, che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 ha toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo, erodendo il potere d’acquisto e colpendo, in modo particolare, le fasce urbane e commerciali. Le prime mobilitazioni sono emerse nei bazar e nei grandi centri urbani, con scioperi e chiusure di negozi legati all’aumento dei prezzi dei beni essenziali. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, le proteste hanno progressivamente cambiato natura, spostandosi da rivendicazioni economiche ad una contestazione politica più ampia, con slogan diretti contro la Leadership della Repubblica Islamica e contro il sistema di potere che la sostiene. Dopo un iniziale parvenza di cooptazione e dialogo, la risposta delle Autorità è stata caratterizzata da una repressione estesa, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un blackout delle comunicazioni che è durato per quasi tre settimane. In questo contesto, tra Gennaio e Febbraio 2026, la crisi interna Iraniana ha iniziato a produrre effetti anche sul piano Internazionale. Donald Trump ha inizialmente minacciato un intervento militare come risposta alla repressione delle proteste, collegando la violenza contro i manifestanti alla possibilità di un’azione armata Statunitense. Con il protrarsi delle mobilitazioni e il consolidarsi dello scontro interno, la linea della Casa Bianca ha però cambiato il suo approccio: la prospettiva di un attacco è stata quindi utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare Iraniano e ad accettare nuovi colloqui che portino allo smantellamento del programma di Teheran ma che l’Iran vuole, in qualche modo, mantenere. In questo quadro, l’instabilità interna è diventata una variabile della strategia esterna, intrecciando protesta sociale, repressione e negoziato nucleare. Allo stesso tempo, il sistema di potere Iraniano ha mostrato una capacità di tenuta già vista in crisi precedenti, fondata su una struttura altamente centralizzata e su un apparato di Sicurezza coeso, in particolare le Guardie della Rivoluzione (IRGC) e i Servizi di Intelligence, rimasti leali alla Leadership. L’assenza di una Leadership unitaria delle proteste, la frammentazione territoriale del Paese e il controllo dell’informazione hanno limitato la possibilità di trasformare una mobilitazione ampia ma discontinua in una sfida politica organizzata. In questo quadro, il regime ha potuto adottare una strategia di contenimento selettivo – repressione mirata, arresti preventivi e deterrenza – evitando concessioni politiche sostanziali ma anche un collasso immediato, confermando quanto sia difficile, in Iran, tradurre una protesta sociale diffusa in un cambio di potere rapido.” Ed eccoci, al nostra sabato qualunque, quello del 28 Febbraio 2026, quello della nostra “nota dolente” che vorrei non aver sfiorato nella mia esperienza: un’Intelligence Civile della quale “troppo pochi” hanno cura, sebbene Esperti ! L’Intelligence c’è sempre stata ! Dai tempi della Guerra Fredda passando attraverso le due Guerre Mondiali. Secondo il Professore Christopher Andrew se ne può trovare traccia anche nella Bibbia e nell’Antica Grecia. Un concetto che nuovo non è: secondo altri studiosi ed altre fonti si potrebbe far risalire ai tempi di Sun Tzu ! Che ci sia un mondo che “immagina” e – anche – “fantastica” su Spie, Analisti ed Operatori facenti parte dei Servizi Segreti che raccolgono informazioni – tipico elemento insito nella natura stessa dell’Intelligence – che verranno, poi, custodite gelosamente da chi le possiede, lo diamo per scontato. E anche che parte del suo peso strategico, nel contesto odierno, sia ascrivibile al moderno termine con il quale viene considerato come l’ insieme di Professionisti ed Attività impiegati per descrivere il complesso meccanismo di raccolta e di analisi dei dati finalizzato all’elaborazione di informazioni utili al processo decisionale politico-militare. E che si pensi alle Sue operazioni solamente ed intrinsecamente legate alla Sicurezza Nazionale e necessarie alla prevenzione di qualsiasi azione economica, strategica o culturale che abbia effetti destabilizzanti per il Sistema-Paese, cuore profondo del potere, centrale di elaborazione delle grandi strategie delle Nazioni nonché fattore di condizionamento della geopolitica degli attori dominanti la scena globale, è altra considerazione ovvia. Nella percezione comune Attività di Spionaggio e Controspionaggio ! E’ necessario, ora, ricordare che la parola “Intelligence” (intelligenza), etimologicamente a parte, trova origine nella locuzione latina “intŭs legere”, ovvero «leggere dentro». Ma altrettanto probabilmente deriva da “inter legere”, cioè «leggere tra le righe» o «scegliere tra». Dunque la facoltà di comprendere e distinguere, nonché di intendere prontamente ciò che è celato dentro le cose e le circostanze, risulta fondamentale per qualsiasi azione politica assennata. Ma non solo. La capacità di lettura e condizionamento degli eventi costituisce il cuore della rosa geopolitica. Il successo delle attività di Intelligence è dato non tanto dall’efficacia con cui le informazioni vengono raccolte, ma dall’efficienza con cui esse vengono messe in relazione. Non conta tanto la mole delle conoscenze raccolte, bensì come esse vengano messe in fila o, meglio, maneggiate per far scoccare la scintilla del cambiamento. Il Filosofo Greco Plutarco (I sec. d.C.) direbbe che «la mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere». Con una arguta espressione, lo Scrittore Ottocentesco Francese Victor Hugo organizzò gerarchicamente le esperienze cognitive sostenendo che «l’Intelligenza è la moglie, l’Immaginazione è l’amante, la Memoria è la serva». Ma se manca una di queste tre Figure, la vita sociale diviene insipida e la Famiglia (Stato) rischia di imperversare nel caos, nei risentimenti e nei rimpianti. Parimenti, in assenza di una razionale gestione dell’Economia, di una visionaria e «coperta» strategia e di un’ordinata, diligente e sottomessa Cultura, l’orientamento geopolitico di una Nazione è destinato al prolungato affanno. Saper leggere contemporaneamente tra i tre ambiti operativi della geopolitica – geo economia, geo strategia, geo cultura – è cruciale per improntare una Politica Estera Nazionale quanto più sana possibile. Il sapere è potere. E l’Intelligence costituisce il nucleo centrale della potenza dinamica di una nazione, disponendo degli strumenti idonei per aumentarne l’efficienza, ingrossarne l’hard power e rinvigorirne lo spirito. In superficie la geopolitica attiene ai nessi tra geografia e nazioni. Ma, nel profondo, afferisce alle (im)predicibili e intime necessità degli Stati. Il comportamento delle Nazioni è del tutto analogo: i Governi, o per meglio dire gli «Stati profondi», celano intenzioni e progetti di irradiamento geopolitico. La conoscenza è potere in sé. Essa può essere utilizzata dai Servizi di Intelligence in modo diretto – mediante la comunicazione – al fine di plasmare la realtà e accrescere i vantaggi competitivi della Nazione. I dispositivi impiegati nelle relazioni internazionali possono essere economico-finanziari (ôikos), militari-diplomatici (stratòs) o, appunto, comunicativi-propagandistici (cultŭs). Oggi il diritto è strumento di competizione geopolitica e, anzi, proiezione della visione strategica delle potenze che, forzando la legge, vogliono imporre a concorrenti e - spesso - anche alleati i loro desiderata in campo economico, strategico, commerciale. Quello che, oggi, sappiamo con certezza, in assenza di comunicazioni dirette ma come “Esperti del Settore, in campo Civile” è che l’Intelligence – nella sua connotazione generale – grazie ai validi strumenti che possiede, sta supportando l’operato di qualunque decisore, sia Istituzionale che Privato, nell’ambito della geopolitica, delle relazioni internazionali e della sua stessa cultura. In questo contesto globale sempre più difficile ed intricato, l’analisi, in un delinearsi di un nuovo assetto Internazionale in continua evoluzione, diventa un processo decisionale in un mondo sempre più competitivo ed interconnesso. L’attuale assetto Internazionale in continua evoluzione impone l’uso degli strumenti e delle conoscenze fondamentali per la gestione delle problematiche e delle opportunità: l’analisi predittiva, il ciclo delle informazioni, la percezione dei segnali deboli, la guerra cognitiva, il metaverso, il multiverso, isuperforcasters e non solo. Chiaramente, oggi, l’Intelligence adotta un approccio innovativo per sapere interpretare il futuro, nella complessità che la geopolitica e le relazioni internazionali impongono. La geopolitica e l’Intelligence hanno un impatto tangibile sulle nostre vite ! L'Intelligence, oggi, appare chiaro che non sia solo spionaggio classico, ma analisi pro attiva (OSINTCYBINT) per anticipare decisioni strategiche. E la Geopolitica ? E’ lo studio delle relazioni Internazionali tra Nazioni e delle decisioni politiche, sociali ed economiche che influenzano la situazione geopolitica globale. L’Intelligence, invece, è l’acquisizione di informazioni e il loro utilizzo per prendere decisioni in Politica, Sicurezza Nazionale e Militare. Insieme, queste due discipline ci permettono di capire come le attività di Spionaggio e Intelligence siano fondamentali per la comprensione della Politica Internazionale e dei rapporti tra le Nazioni. La geopolitica è una disciplina fondamentale per interpretare le complesse dinamiche di potere e le relazioni Internazionali nel mondo contemporaneo. Attraverso l’analisi della geografia, ci aiuta a decifrare le cause profonde dei conflitti e delle alleanze strategiche. Alla luce delle recenti notizie (Febbraio 2026) riguardanti attacchi congiunti USA-Israele contro l'Iran, gli esperti di Intelligence e gli Analisti geopolitici stanno svolgendo un lavoro frenetico per valutare l'impatto delle operazioni e prevedere le reazioni. In sintesi, l'Intelligence evidenzia una situazione altamente fragile in cui un errore di calcolo potrebbe portare a un conflitto regionale su larga scala, con l'Iran messo alle strette e gli USA che tentano di ridisegnare gli equilibri di potere nel Golfo. Compito dell' Intelligence è, anche, fornire una valutazione obiettiva dei risultati militari, delle capacità di ritorsione Iraniane e del rischio di escalation in un conflitto regionale prolungato. Quello che – oggi – stiamo facendo, mi auguro, in qualità di Esperti di Intelligence nel Settore Civile – spero non sia la previsione di Bauman sulla “retrotopia”: la tendenza a rifugiarsi in visioni idilliache del passato per sfuggire alle incertezze del presente. Ovviamente è stato proprio – anche per Noi – sabato 28 Febbraio 2026 – il giorno in cui “tirare fuori dal cassetto” o recuperare da una delle tante pile di fogli o di appunti – digitali e cartacei che siano – le Nostre Analisi, il frutto della nostra attenzione e delle nostre capacità e competenze, almeno a livello teorico, in assenza di “Attività Operativa”. Mi riferisco, chiaramente, alle lunghe, interminabili riflessioni sulla percezione dei segnali deboli, quelle informazioni poco evidenti ma che abbiamo colto come significative, di qualsiasi natura esse siano state, e che, da tempo ormai, annunciavano cambiamenti o rischi importanti. Mi riferisco all’incessante tempo passato sulle piattaforme Social Network a monitorare i commenti negativi, le voci e le tendenze emergenti oltre ai segnali di insoddisfazione. Mi riferisco all’attività di incrocio con altre fonti di informazione contestualizzate. Mi riferisco ai segnali deboli – complessivamente – significativi di un cambiamento in essere, indispensabili per comprendere ed anticipare il futuro. Mi riferisco alla percezione e alla gestione di quella guerra cognitiva – processo con cui i media online hanno acquisito il potere di trasferire il processo di disinformazione dal mondo virtuale al mondo reale – che tende a manipolare e disinformare oltre che a condizionare ogni partecipazione alla vita pubblica. Mi riferisco a ciò che causa danni a livello sociale, economico e politico complice l’emergere della cultura digitale globale, l’alterità attraverso il targeting e il trolling sulle piattaforme online. Mi riferisco alle riflessioni sullo scenario internazionale, sul suo divenire mutevole e sull’apparenza irrazionale per cui le guerre di oggi, nel mondo, non sono state pianificate ma sono l’esito di azioni e decisioni autonome, prese da elementi che vivono in un determinato spazio, nel nostro caso “solo” l’intero pianeta Terra. Mi riferisco alla sensazione che “qualcosa” sfugga sempre alle previsioni degli orizzonti, che “qualcosa”, sempre, sovverta le nostre certezze e la nostra capacità di interpretazione del futuro, naturalmente causata dall’evidenza che tutte le realtà sociali ed economiche sono “fenomeni molto complessi”. Mi riferisco all’analisi ed allo studio dei principali impatti geopolitici, dalla comprensione della svolta militare e strategica, dalla risposta dell’Iran e della relativa Strategia di Logoramento, dal rischio di Guerra Regionale, dall’impatto sulla Sicurezza Energetica, all’Isolamento Diplomatico ed Internazionale oltre al Regime Change. E mi riferisco, ancora, alla valutazione dei danni (BDA - Battle Damage Assessment), al monitoraggio delle ritorsioni iraniane, alla gestione delle fonti umane (HUMINT), all’analisi della stabilità del regime, alla valutazione delle minacce missilistiche (ICBM), alla valutazione della capacità nucleare, alla retaliation (Ritorsione) Iraniana, alle attività dei Proxy in quanto Forze per procura, alle informazioni contraddittorie. Mi riferisco a tutte quelle attività sopraddette e non solo di cui abbiamo avuto cura, per anni, tra le altre. Perché non c’è altra risposta possibile che “Certo che lo abbiamo fatto, in questi anni. Certo che stiamo continuando a farlo. Certo che continueremo a farlo”. Dott.ssa Daniela Bellomi , quale Specialista della Sicurezza. Una formazione ibrida – Umanistica e Tecnologica – ha delineato una Self employed Strategist and Consultant, sia nella figura dell’ Educator che in quella del Researcher: esperienza trasversale finalizzata agli obiettivi, alla misurazione dei parametri funzionali al progresso, alla valorizzazione delle competenze: semplificazione dei problemi, gestione diplomatica dei conflitti, negoziazione e pianificazione strategica migliorano, differenziano e portano al raggiungimento di risultati concreti. Una carriera professionale, con ampie interazioni dinamiche ed interattive vissuta e rivolta sia alle Divisioni di Sicurezza private che a quelle delle Forze Militari e delle Forze di Polizia. Delinea – con valori etici e morali – strategia e successo.
- Leva Militare: giovani chiamati alle armi! (di Procida Dario)
I conflitti internazionali, da quello che dura ormai da anni tra Ucraina e Russia a quello recente Usa-Israele contro l'Iran, fanno tenere con il fiato sospeso paesi vicini e alleati come l'Italia. Potrebbe essere chiamata come forza operativa terrestre? In Italia, da ormai qualche anno, il servizio militare è stato impostato come scelta volontaria, ogni giovane che sceglie di indossare una divisa deve sentire lo spirito di cameratismo e ,questa volontà però oggi è un pò come le vecchie maniere, ovvero inserimento tramite Leva Militare e il suo richiamo avviene tramite un apposito manifesto, un documento che elenca nome, cognome, luogo di nascita e il "numero di iscrizione nella lista di leva" di ogni cittadino maschio che, nel corso del 2006, compie 17 anni... Il Manifesto della Leva Militare: L’elenco dei giovani nati nel 2009, soggetti all’iscrizione nelle liste di leva, è stato pubblicato sull’Albo Pretorio on-line del proprio comune, come previsto dal Codice dell’ordinamento militare (D.Lgs. 66/2010), il manifesto di leva militare è una pubblicazione formale e obbligatoria, rivolto ai cittadini soggetti all'obbligo della leva militare, in particolare ai nati nell'anno di riferimento. Anche se ai sensi della Legge 23 Agosto 2004, n226 la leva obbligatoria sia stata sospesa e non abolita, lo Stato attraverso i comuni continua ad aggiornare questi elenchi, che anche se non comporti nessuna azione immediata, permette allo Stato di mantenere attivi i registri in caso di necessità. Il manifesto non si presenta come un invito ad imbracciare le armi, ma una lista precauzionale, visti i tempi di instabilità internazionale e la "difesa" del territorio torna a essere un tema cardine nel dibattito pubblico. Chi va al fronte? I primi a partire in caso di conflitto internazionale sono militari attivi alle Forze Armate, quali contano attualmente circa 160.000-170.000 militari attivi Suddivisione (dati approssimativi 2023-2024): Esercito Italiano: circa 94.000-100.000 militari. Marina Militare: circa 28.000-30.000 militari. Aeronautica Militare: circa 30.000-38.000 militari. Arma dei Carabinieri: oltre 100.000 unità I successivi ad essere richiamati sono una riserva ausiliaria volontaria di circa 10.000 unità entro 5 anni, composta da ex volontari (VFI/VFT). Se questi dovrebbero risultare insufficienti, verrebbero arruolati i cittadini maschi tra 18 e 45 anni idonei, a seguito di una visita medica, e il obiettare la chiamata alle armi è un reato, visto ché la leva è sospesa ma ripristinabile. Gli obiettori di coscienza potrebbero essere impiegati in ruoli di supporto in zona di guerra, e l'obbligo di servizio militare è sancito dalla Costituzione. Sono esclusi per la tutela del territorio i Vigili del fuoco e forze di polizia ad ordinamento, resta fermo possono essere apportate modifiche dal Parlamento, come già accaduto, visto l’articolo 78 della Costituzione. Il Governo Meloni ha iniziato con un disegno di legge che prevede il richiamo di circa 10.000 ex militari volontari, quali costituiranno una riserva militare da utilizzare in caso di conflitti internazionali. La leva obbligatoria presentata dal Ministro Salvini, prevede sei mesi di servizio militare o civile per i giovani tra i 18 e i 26 anni da svolgere nella propria regione. Il Sindaco, in qualità di Ufficiale di Governo, presso il proprio comune continua a mantenere aggiornati gli elenchi di coloro che, in caso di necessità, potrebbero essere chiamati alle armi, informando i genitori del dovere di registrare i figli nella lista di leva. Sebbene come già citato, questo procedimento non implichi una convocazione immediata, la leva resta una possibilità concreta, che potrebbe coinvolgere i giovani italiani se la situazione bellica dovesse peggiorare. di dr. PROCIDA Dario












