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IL FENOMENO DELLA VIOLENZA CORRELATA AL TIFO SPORTIVO PROSPETTIVE CRIMINOLOGICHE E STRATEGIE DI GESTIONE (dr.ssa Lopez Barbara)

Molte sono le forme di criminalità che si manifestano nel settore degli eventi sportivi. Ad oggi l’argomento è stato studiato da criminologi, sociologi, analisti di intelligence, giungendo alla conclusione che gli strumenti meramente repressivi non siano sufficienti. Il gioco del calcio detiene da anni il primato di spettatori rispetto ad altri sport e si stima che complessivamente quasi cinque milioni di persone frequentino abitualmente gli Stadi, ma negli anni, l’interesse per questo sport è aumentato in misura esponenziale tanto da coinvolgere sempre di più l’interesse di giornali, televisioni, radio che lavorano a tempo pieno per l’industria del calcio. Tuttavia, dietro questa grande macchina si registra un grande numero di fenomeni di devianza e delinquenza, mettendo a rischio la regolarità della gara, la sicurezza degli atleti e anche degli spettatori. Ciò evidenzia come la gravità del problema non sia da sottovalutare, come sia necessario applicare delle precise politiche di sicurezza che tengano conto delle diverse esigenze, nell’interesse della società e dei cittadini.


Negli ultimi anni calcio e criminalità sono apparsi sempre più legati come si evince dalle notizie di cronaca, confermando la relazione tra due mondi che dovrebbero essere lontanissimi tra loro; legami con i clan, traffico di droga, giochi di borsa: un’osmosi messa nero su bianco grazie ad un primo documento ufficiale redatto nel 2017 dalla Commissione Antimafia. Il mondo del calcio è diventato un settore variegato e complesso, con diversi operatori che si muovono, producono, fatturano, contribuendo a formare un comparto economico molto rilevante. È un mondo che vive solitamente più di emozioni, ma rappresentando da anni una notevole fonte di indotto non si può permettere di avere una gestione poco chiara e per riuscire a comprendere la complessità di questi meccanismi serve uno sforzo continuo che comprenda un approccio rigoroso ed una metodologia adeguatamente conosciuta e approfondita. Il calcio non è più solo un gioco, è anche un fenomeno sociale, lo dimostra la violenza correlata al tifo sportivo che da anni, ormai, costituisce un fatto non più sporadico ma solito, un fenomeno esteso che non conosce limiti territoriali e l’evolversi del tifo radicale rende plausibile l’eventualità che in futuro si possano registrare incidenti di rilievo sempre maggiore. In Italia, come già avvenuto anche in Inghilterra, il fenomeno della violenza negli Stadi è stato analizzato da diverse prospettive: psicologiche, sociologiche, criminologiche, con diversi risultati, ma tutti utili ad evidenziare diverse sfaccettature di un fenomeno indubbiamente complesso. Anche il ruolo dei media, nel raccontare il calcio, è molto delicato e spesso oltre a descrivere la realtà determinano il modo attraverso il quale l’opinione pubblica la percepisce. Molti sono stati i provvedimenti adottati negli anni per colpire le molteplici forme di crimine che si manifestano nel settore sportivo, ma non esiste una disciplina immune rispetto al pericolo di condotte illecite, né è possibile discriminare tra attività professionistiche e dilettantistiche, perciò è importante adottare iniziative di prevenzione per abbassare i livelli di rischio. Tutto ciò richiede uno sforzo intellettivo ed un alto senso prospettico nella scelta e nel metodo di intervento, in virtù del fatto che sono tanti gli episodi di violenza che si possono verificare nel corso di un evento sportivo e questi episodi si circoscrivono quasi sempre nelle curve delle tifoserie, tifosi pronti a tutto pur di rivendicare la loro supremazia confondendo il ruolo di supporters e pronti a sindacare tutto ciò che ruota intorno alla propria squadra, in nome di una mentalità. Questa violenza, sempre condannabile senza eccezione alcuna, è quasi sempre focalizzata su coloro che sono considerati come una minaccia, quindi tifoserie rivali o forze dell’ordine e questo denota quanto questo atteggiamento sia pericoloso e da non sottovalutare, portando alla luce realtà ben più complesse che evidenziano un’aggressività che va ben oltre i limiti della fede calcistica. I dati che registrano episodi di violenza sono allarmanti e le indagini effettuate sul fenomeno ci presentano una passione sportiva degenerata, espressione di un malessere sociale più che sportivo e spesso sono i gruppi ultras ad essere al centro dell’attenzione dei media ogni volta che si registra un episodio di violenza calcistico, ma è necessario analizzare le cause profonde per controllare e contrastare il fenomeno. Col passare degli anni questi gruppi sono sempre più organizzati, sono passati da piccoli gruppi guidati da leader carismatici a veri e propri “nuclei operativi”, pertanto uno degli scopi primari è analizzare i loro modelli comportamentali, definiti “Codici Ultras”; questi codici costituiscono il tratto distintivo e li differenziano dal resto della tifoseria, sono un insieme di regole non scritte che disciplinano la vita interna dei gruppi organizzati e definiscono le modalità e i limiti del confronto violento con le tifoserie avversarie. Questi codici non mirano ad eliminare la violenza, ma ad incanalarla all’interno di modalità accettabili e rispettando il codice si rafforza l’identità del gruppo, questo perché il codice crea un’etica parallela, nel quale valori come il coraggio, la lealtà al gruppo e il rispetto di queste regole sono centrali. Ma nonostante il contenuto di queste regole sia basato sul fair play, sul rispetto e sulla lealtà, l’odio per l’avversario e la pressione del gruppo portano spesso ad un’escalation in cui le regole vengono dimenticate e disattese. In ogni funzione ogni membro del gruppo gode di una precisa collocazione e di un preciso riconoscimento sociale, pertanto deve essere legittimato a compiere una determinata azione individuale o di gruppo e questa collocazione si evidenzia anche nella distribuzione della tifoseria, all’interno della quale ci sono delle scale gerarchiche da rispettare e l’occupazione delle gradinate viene classificata in prima, seconda e terza linea in base all’importanza del ruolo. Il gruppo ultras si fonda sulla condivisione di un pensiero ideologico, si sente parte integrante della squadra, capace di esercitare un potere contrattuale nei confronti della Società, mettendo in atto comportamenti finalizzati a condizionare le scelte strategiche societarie e tutto questo fa sì che la violenza diventi un modo per acquisire uno status, un riconoscimento all’interno del gruppo che a sua volta fornisce un’identità e un senso di appartenenza. Prevalere sugli avversari e batterli, anche attraverso il ricorso a comportamenti violenti, è un’attestazione ancora più incisiva di supremazia e affinché questa supremazia sia riconosciuta è necessario lasciare un segno forte, tutti devono sapere e devono temere e questa incisività assume un valore comunicativo molto forte in quanto segnale di potere e di superiorità che deve portare i tifosi avversari all’ammirazione ma soprattutto al rispetto. La supremazia permette di ottenere il rispetto solo se viene comunicata e riconosciuta in maniera oggettiva e se per ottenerla serve la violenza, loro dimostreranno la propria superiorità attraverso la violenza, una violenza dimostrata all’interno della folla, dove l’individuo può perdere il proprio senso di responsabilità personale, assumendo un comportamento che non adotterebbe da solo. Questa prospettiva analizza come la mancanza di meccanismi di controllo sociale, sia formali come le forze dell’ordine che informali come la comunità e la famiglia, possa facilitare comportamenti violenti e l’inefficacia delle misure di prevenzione o la percezione di debolezza di queste misure possano incoraggiare la violenza e spesso le manifestazioni sportive diventano un canale per esprimere emozioni aggressive che potrebbero non trovare sfogo nella vita quotidiana. Le cause di questa violenza, analizzate in una prospettiva criminologica, sono molteplici e interconnesse, spaziando da fattori individuali a dinamiche di gruppo e di contesto sociale, diventando un mezzo per rafforzare i legami interni e dimostrare la propria lealtà. Alcuni fattori contingenti possono scatenare o intensificare le forme di violenza e tra questi vi sono l’intensità del match, le rivalità storiche tra le squadre, decisioni arbitrali o anche tensioni politiche, sociali ed etniche, ma anche l’uso dei social media può amplificare le dinamiche della violenza, contribuendo a pianificare e coordinare scontri, questo perché la distanza e l’anonimato della comunicazione digitale riducono le inibizioni, portando ad un’escalation di insulti e minacce che poi si riversano negli scontri dal vivo e tutto questo contribuisce a normalizzare il fenomeno e a creare un circuito di emulazione. In questa prospettiva la criminologia offre un contributo importante nell’affrontare il fenomeno della violenza legata al tifo sportivo, sia nella comprensione delle sue dinamiche profonde sia nello sviluppo di strategie di prevenzione e intervento efficaci; sviluppa metodologie per valutare i rischi criminogeni offrendo una chiave di lettura che suggerisce interventi mirati per ridurre le opportunità di violenza in contesti specifici e passare da risposte puramente repressive ad un approccio integrato che combina la comprensione scientifica del fenomeno con interventi funzionali e basati su evidenze concrete, trasformando lo sport da potenziale catalizzatore di violenza in un veicolo di valori positivi e inclusione sociale. È ormai consolidato l’esercizio di modalità violente nell’imporre determinate condotte in curva e questi episodi impongono un distacco dalle logiche di connivenza ma anche dal silenzio che troppo spesso adottano le società calcistiche rimanendo inerti, facilitando così l’aumento della forza intimidatrice delle tifoserie. Ma qualcosa sta cambiando, un tempo le tifoserie avevano il potere di ricattare le società con l’arma della responsabilità oggettiva che esponeva la società a sanzioni per i comportamenti violenti o discriminatori messi in atto dai suoi tifosi. Dopo mesi di inchieste la responsabilità torna ad essere personale, per chi si macchia di comportamenti illeciti c’è il bando dagli Stadi e il Club non risponde delle azioni dei colpevoli. Però è doveroso fare una precisazione: per far sì che la responsabilità non sia oggettiva le società devono adottare un modello virtuoso, ciò vuol dire che devono mettere in atto misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività sportiva in condizioni di legalità e sicurezza, prevenendo i rischi. L’uscita del nuovo Codice di Giustizia Sportiva è stata preceduta da un acceso dibattito sul tema; due scuole di pensiero hanno accompagnato per anni la discussione poiché alcuni si sono sempre chiesti perché un Club dovrebbe rispondere delle intemperanze dei suoi tifosi, mentre altri hanno sostenuto che far rispondere il Club sarebbe un modo per renderlo più attento nei confronti delle condotte dei suoi tifosi. Ma questi comportamenti non possono essere solo oggetto di competenza della giustizia sportiva, devono essere perseguiti come forme criminali, strutturate sia nei metodi che nelle funzioni esecutive. Tramite i capi ultras vengono gestiti migliaia di tifosi e spesso anche interessi economici collegati ad attività criminali e la gravità della situazione, in alcuni casi, ha portato alla morte di protagonisti storici delle curve. Atteggiamenti pericolosi con dinamiche complesse che non dovrebbero avere niente a che fare con lo sport e legami criminali che sono diventati la norma e non più l’eccezione, dove la difesa di un ideale ormai conta poco o nulla. Prende il sopravvento un vuoto ideologico ormai codificato e normalizzato nelle diverse modalità di scontro e nei diversi meccanismi viziati e se da un lato l’insieme di questi metodi alimenta un business crescente, dall’altro genera diversi problemi di evidente peso criminale. Di fronte al fenomeno, il sistema penale ha risposto con misure sempre più repressive, ma l’analisi criminologica si allontana da una spiegazione unica del fenomeno e si concentra sulla complessità dei fattori in gioco, trasformando la gestione della violenza da una reazione emotiva e repressiva ad un approccio sistematico, basato sulla conoscenza scientifica delle cause. Bisogna offrire soluzioni a lungo termine per colpire le radici del problema e non solo i sintomi, bisogna valutare le azioni non solo come reati ma come dinamiche legate all’origine del comportamento ed ai meccanismi che lo alimentano per comprendere e disinnescare l’impulso sociale che trasforma la passione sportiva in una distruttiva violenza identitaria, promuovendo un approccio culturale di educazione alla legalità e ricordando sempre che la violenza non è tifo, ma un crimine che tradisce i valori fondamentali della competizione e del rispetto reciproco.

articolo della dott.ssa @BarbararaLopez, quale ha conseguimento Laurea in Scienze Giuridiche presso l’Università degli Studi di Pisa, in seguito presso lo stesso Ateneo conseguimento Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Specializzata in Criminologia e Intelligence investigativa con Master di II Livello (votazione Top Grade). Iscritta al registro nazionale dei Criminologi per l’investigazione e la sicurezza (AICIS) come socio effettivo. Specializzazioni accademiche di approfondimento in Tecniche e strategie di interrogatorio e Statement Analysis che hanno consentito di mettere a disposizione l’esperienza anche nel comparto formativo. Titolare dello Studio criminologico investigativo “ALTA DIFESA” con attività di consulenza e formazione in materia di analisi comportamentale e negoziazione operativa. Titolare della “BL- Legal Professional and Criminologist” con attività di indagini forensi, analisi comunicazionale forense e analisi della testimonianza. Componente del Pool “S.O.S. Squadra Operativa Specialisti – Indagini Forensi”, in qualità di Responsabile Sezione Intelligence investigativa in assistenza ad Enti di prevenzione del crimine. Membro del Team “Crime Analysis & Investigation”, in qualità di analista comportamentale. Formatore nei percorsi di potenziamento del processo decisionale e problem solving attraverso l’uso di protocolli di decodifica comportamentale e protocolli di intervento sui processi comunicativi in ambito sportivo. Pubblicazioni in ambito criminologico.


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