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L'Iran dopo Khamenei. La domanda che conta non è chi lo sostituirà. (dr. De Pascale Angelo)


C'è una data che entrerà nei libri di storia. Il 28 febbraio 2026, un'operazione militare ha eliminato Ali Khamenei mentre si trovava nel suo ufficio al Beit Rahbari, il palazzo da cui governava la Repubblica Islamica da trentasei anni. Con lui sono morti il comandante delle Guardie Rivoluzionarie e il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Trump ha annunciato la sua morte su Truth Social nel primo pomeriggio. La televisione di stato iraniana ci ha messo qualche ora ad ammettere l'accaduto.


Sui giornali occidentali è comparsa subito la stessa parola: storico. È la parola giusta. Ma la storia si prende la sua rivincita su chi confonde il momento drammatico con il cambiamento strutturale.


Il 3 gennaio 2020, gli Stati Uniti uccisero il generale Qassem Soleimani, l'uomo che in vent'anni aveva costruito la rete di milizie proxy iraniane nel Medio Oriente. Fu presentato come un colpo devastante. Il regime resse. La rete rimase intatta. L'unico effetto misurabile fu un Iran che accelerò l'arricchimento dell'uranio, il processo tecnico necessario per avvicinarsi alla produzione di un'arma nucleare. Se volete capire cosa sta succedendo oggi, partite da lì.


Perché il problema non è la testa. È il corpo.


La Repubblica Islamica ha due strutture di potere, non una.

La prima è quella che si trova sui libri:

il Leader Supremo, il presidente, il parlamento, il Consiglio dei Guardiani.

La seconda è quella reale:

le Guardie della Rivoluzione Islamica, in persiano Sepah-e Pasdaran, note in Occidente come IRGC. Nascono nel 1979 come forza di protezione della rivoluzione. Oggi controllano tra il 30 e il 40 per cento del PIL iraniano, gestiscono i missili balistici e i droni, coordinano una rete di milizie, da Hezbollah in Libano agli Houthi in Yemen, che prende il nome

di Asse della Resistenza.


Karim Sadjadpour, del Carnegie Endowment for International Peace, ha scritto una cosa che vale la pena citare con precisione: rimuovere Khamenei non ferma il gioco. Cambia le regole con cui le fazioni si scontrano. Il Council on Foreign Relations lo ha formulato in modo ancora più diretto: uccidere il Leader Supremo non è la stessa cosa del cambio di regime. Le Guardie Rivoluzionarie sono il regime.


Khamenei era l'arbitro. Era il punto di legittimazione religiosa che teneva insieme fazioni con visioni spesso incompatibili. Non scendeva nei dettagli delle operazioni. Ma dava o negava l'autorizzazione finale alle scelte strategiche più delicate. Eliminarlo crea un vuoto di autorità al vertice. Non crea un vuoto di potere. Le Guardie hanno protocolli di successione automatica. Ogni comandante ha un vice pienamente informato. La catena operativa non si interrompe.


Sadjadpour ha identificato cinque scenari possibili per l'Iran post-Khamenei. Il primo è la continuità: un nuovo Leader Supremo viene eletto, il sistema si adatta. Il secondo è il modello Corea del Nord: il regime si chiude, accelera il programma nucleare come unica garanzia di sopravvivenza. Il terzo è il modello Pakistan: le Guardie eclissano il clero e governano direttamente, trasformando l'Iran in uno Stato a guida militare senza copertura religiosa. I restanti due, transizione democratica e implosione, hanno probabilità molto basse. I primi tre coprono insieme oltre l'ottanta per cento delle possibilità reali.



Lo scenario pakistano merita più attenzione di quanta ne riceva. Un IRGC che governa senza la mediazione del clero è un sistema con meno vincoli interni, non di più. Il clero, anche nelle sue frange più conservatrici, ha sempre rappresentato un freno alla militarizzazione totale delle decisioni strategiche. Khamenei stesso, teologo prima che politico, usava il linguaggio religioso per legittimare o bloccare le scelte più rischiose. Un generale non ha lo stesso problema. Ha obiettivi, risorse e nessun ayatollah a cui rispondere. Il Pakistan degli anni Novanta, quando i servizi segreti militari operavano in modo sostanzialmente autonomo rispetto al governo civile, è un precedente utile: non perché i contesti siano identici, ma perché mostra cosa succede quando la catena di comando militare decide di non rendere conto a nessuno.


Lo scenario nucleare è quello con le implicazioni più gravi. Se le Guardie concludono che nessun accordo con l'Occidente garantisce la sopravvivenza del regime, la bomba diventa la priorità assoluta. Non perché l'Iran sia irrazionale, ma perché la deterrenza nucleare è l'unica cosa che rende un paese sostanzialmente inattaccabile. La Corea del Nord è lì a dimostrarlo. I fisici nucleari iraniani non sono stati eliminati nei raid. Le centrifughe più avanzate, i modelli IR-6 e IR-8, sono compatte e progettate per essere disperse. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, l'IAEA, ha già perso l'accesso fisico ai siti principali con i raid del 2025 e oggi non è in grado di certificare né la distruzione né la sopravvivenza delle capacità nucleari residue. Questo vuoto di verifica è il dato più preoccupante dell'intera situazione.


C'è poi una frattura tra Washington e Tel Aviv che la copertura mainstream ha quasi ignorato. Trump ragiona da negoziatore. Vuole la fine del programma nucleare e un accordo con un Iran che smetta di destabilizzare il Golfo. Un Iran a guida militare, senza armi nucleari e disposto a trattare, rientra in questa logica. Netanyahu vuole qualcosa di strutturalmente diverso: la fine permanente della capacità offensiva iraniana, inclusa la rete proxy. Un IRGC al potere senza Khamenei non gliela garantisce. Gli obiettivi dei due principali alleati non coincidono. Ed è un problema, perché le scorte di munizioni di precisione americane erano già basse prima degli strike e impiegheranno mesi a essere ricostituite. La finestra operativa si chiude.


Nel frattempo, l'Iran è governato da un Consiglio di transizione composto da tre figure con visioni incompatibili: il riformista Pezeshkian, il conservatore Mohseni Ejei, il religioso Arafi. Governeranno fino a quando l'Assemblea degli Esperti non nominerà il nuovo Rahbar. Il processo è rallentato dalla distruzione delle infrastrutture di comunicazione e dalla morte di alcuni membri dell'Assemblea stessa. È una situazione senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. Nei quarantasette anni del regime, non era mai accaduto che l'organo deputato a scegliere il Leader Supremo operasse in condizioni di emergenza, con comunicazioni degradate e una parte dei suoi membri fuori gioco. Il rischio non è solo il ritardo. È che la scelta venga fatta sotto pressione, con informazioni incomplete, da un'assemblea che non rappresenta più il consenso interno al regime ma la sopravvivenza di chi è rimasto.


Chi sceglieranno non sarà determinato dal popolo iraniano. Sarà il risultato di un negoziato tra fazioni, con le Guardie nel ruolo di arbitro del processo che avrebbe dovuto presiedere Khamenei.


Gli attentati del 28 febbraio hanno cambiato il volto della Repubblica Islamica. Non hanno necessariamente cambiato la sua direzione. La vera domanda non è chi sostituirà Khamenei. È questa: come si gestisce un sistema che si ricompatta attorno a una leadership più militarizzata, con meno vincoli religiosi interni, e con ogni incentivo ad accelerare il programma nucleare prima del prossimo raid?


La risposta a questa domanda non si trova nei comunicati dell'IDF. Si trova nelle decisioni che le Guardie stanno prendendo adesso, per la prima volta in quarantasette anni, senza che nessun Rahbar abbia l'autorità di mettere un veto.

Analista Geopolitico ed Intelligence dr. @DePascaleAngelo:

Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale:
- Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino);
- Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica:
- Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI
– Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e
l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari
Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici.
Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia–UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici.

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