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Paesi del Golfo in bilico tra sanzioni USA/Russia e autonomie strategiche? (di DE PASCALE Angelo)

Tra tassi d'interesse americani, sanzioni incrociate e nuova diplomazia dell'energia, i Paesi del Golfo cercano di liberarsi dall'abbraccio del dollaro costruendo un proprio equilibrio tra Washington. Nel cuore dell'Arabia Felix - o di ciò che ne resta - i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si trovano oggi a un bivio strategico. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein vivono una fase in cui la loro antica alleanza con gli Stati Uniti non basta più a garantirne stabilità e prosperità. Tra sanzioni, oscillazioni dei mercati energetici e tensioni globali, il Golfo deve scegliere se restare satellite del dollaro o costruire una propria autonomia geopolitica. Mercati incerti e nuove vulnerabilità Secondo Reuters, i mercati del Golfo hanno registrato cali significativi nelle ultime settimane, trascinati dall'incertezza sulle decisioni della Federal Reserve e dal rallentamento della domanda energetica globale. La dipendenza delle valute locali dal dollaro, attraverso il meccanismo del “peg”, cioè il tasso fisso, amplifica l'impatto delle scelte della Fed su economie che non possono intervenire autonomamente. Quando Washington alza i tassi, il Golfo ne paga il prezzo in termini di liquidità, investimenti e stabilità interna. La regione resta un epicentro di resa energetica, ma oggi anche di debolezza strutturale. Il petrolio e il gas, che un tempo garantiscono forza e prevedibilità, sono diventati elementi di incertezza. Le oscillazioni del prezzo del greggio, legate sia alla transizione energetica che alle guerre commerciali, si riflettono immediatamente sui bilanci pubblici. E quando le rendite oscillano, vacilla anche la coesione politica interna: progetti di diversificazione come “Vision 2030” in Arabia Saudita o “Dubai 2040” negli Emirati diventano più costosi da sostenere e più lenti da realizzare. Parallelamente, le economie del GCC stanno tentando di smarcarsi da questa dipendenza. La produzione energetica è aumentata e diversi paesi hanno avviato piani di diversificazione economica che vanno dal turismo tecnologico all'industria manifatturiera. Tuttavia, la transizione è ancora fragile: la forza del dollaro e la lentezza della domanda mondiale mettono a rischio la stabilità dei bilanci pubblici e la capacità di mantenere il consenso sociale basato su sussidi e occupazione statale. Geopolitica dell'autonomia L'alleanza con gli Stati Uniti, per quanto solidale sul piano militare e della sicurezza, non garantisce più immunità dalle turbolenze globali. Il “petrodollaro” non è più un'armatura, ma una gabbia dorata. I paesi del Golfo stanno dunque cercando di bilanciare il peso americano con nuove aperture verso Oriente: la Cina è diventata il principale partner commerciale di gran parte del GCC, e Pechino sta moltiplicando gli investimenti infrastrutturali nella regione, inquadrandoli nella strategia della Belt and Road Initiative (BRI).

La Russia, sebbene colpita dalle sanzioni occidentali, rimane un interlocutore chiave in campo energetico: Mosca e Riyadh continuano a coordinare le quote di produzione di petrolio all'interno dell'OPEC+, trasformando la politica energetica in uno strumento di diplomazia silenziosa. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non hanno gradito la crescente ambiguità del Golfo: il mancato allineamento sulle sanzioni a Mosca ei legami economici con Pechino vengono letti a Washington come segnali di “neutralità strategica” o, peggio, di un calcolo opportunistico. Ma dal punto di vista del Golfo, questa neutralità è una forma di assicurazione politica: mantenere relazioni aperte con tutti, per non dipendere da nessuno. L'Iran, pur sotto sanzioni e con molte variabili in gioco, rappresenta una presenza strategica nel Golfo, sia in termini energetici che geopolitici, ei paesi del GCC sono ben consapevoli che la stabilità della regione mediorientale rimane un fattore determinante per la loro sicurezza e per la continuità dei f lussi energetici. La Turchia, dal canto suo, ha costruito una rete logistica che collega il Mediterraneo orientale ai porti del Golfo, diventando un attore di rilievo nei corridoi commerciali verso l'Asia. Corridoi e opportunità Per i paesi del GCC si apre ora una finestra di opportunità: diventare snodi critici tra Asia ed Europa. Collaborare con la Cina nei progetti infrastrutturali del XXI secolo, dalle pipeline agli hub portuali, può ridurre la dipendenza da un unico grande partner, gli Stati Uniti. Anche l'Europa potrebbe inserirsi in questo gioco, offrendo tecnologie, know-how e accesso ai mercati in cambio di energia e cooperazione logistica. Ma finora Bruxelles si è mossa con lentezza e scarsa visione strategica, lasciando spazio a Pechino e, in parte, a Mosca. Il paradosso del Golfo è evidente: i suoi governi dispongono di risorse enormi, ma non ancora di un'autonomia decisionale piena. La sicurezza resta in gran parte americana, la moneta resta ancorata al dollaro, e l'economia resta vulnerabile alle scelte altrui. Tuttavia, la volontà di “costruire un proprio secolo” è palpabile: Arabia Saudita ed Emirati hanno ormai abbandonato la postura di partner minori per assumere quella di poteri medi consapevoli del proprio peso globale. Limiti e opacità Le informazioni pubbliche sulle reali trasformazioni economiche del GCC restano parziali. Gli indicatori mostrano tendenze incoraggianti, ma i dati granulari, bilanci energetici, riforme fiscali, livelli di indipendenza monetaria, sono difficili da reperire o volutamente opachi. È probabile che ogni paese del Consiglio stia procedendo su traiettorie diverse, più legato alle proprie priorità interne che a un piano coordinatore regionale. Ciò rende complesso valutare se la “diversificazione” sia davvero una transizione strutturale o solo una redistribuzione della resa petrolifera in nuove forme. Commento dell'analista Da analista, trovo che i paesi del Golfo stanno vivendo la fase più ambigua della loro storia recente. Sono ancora dipendenti dal sistema americano, ma non più totalmente allineati. Cercano un'alternativa a Washington, ma temono di irritarla. Investono nella diversificazione economica, ma restano ancorati al petrolio come garanzia di potere. La loro sfida non è solo economica: è identitaria. Essere autonomi significa ridefinire il proprio ruolo nel mondo, non soltanto cambiare partner. E per farlo servirà qualcosa che in passato è mancato: fiducia reciproca tra le monarchie del Golfo, oggi spesso in competizione tra loro. L'Arabia Saudita mira alla leadership regionale, gli Emirati alla proiezione globale, il Qatar alla mediazione diplomatica: tutti giocano una partita diversa, ma sullo stesso scacchiere. Nei prossimi anni, l'equilibrio tra energia, sicurezza e politica monetaria definirà la vera “sovranità strategica” del Golfo. Se riusciranno a costruirla, potranno finalmente liberarsi dall'ombra delle superpotenze. Se falliranno, resteranno intrappolati in quella che potremmo chiamare la trappola del petrolio eterno: un benessere che garantisce stabilità, ma non libertà.

"Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale:

- Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino); 

- Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica:

- Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI 

- Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI

- Istituto Affari Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici.

Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia

–UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici."


 
 
 

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