Giovani e droga: una lettura criminologica del fenomeno. (di Carlo Di Sansebastiano)
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Il rapporto tra giovani e droga costituisce uno dei temi più rilevanti e complessi dell’analisi criminologica contemporanea. Il consumo di sostanze psicoattive da parte delle nuove generazioni non può essere compreso in modo adeguato se ridotto a una semplice questione sanitaria o morale. Esso rappresenta un fenomeno sociale articolato, strettamente legato ai concetti di devianza, criminalizzazione, controllo sociale e risposta penale. Analizzare giovani e droga significa dunque interrogarsi non solo sui comportamenti individuali, ma anche sul modo in cui la società definisce tali comportamenti come problematici o illegali e sulle conseguenze che questa definizione produce nei percorsi di vita dei giovani. Nel corso del tempo, il consumo di droghe è stato oggetto di una crescente attenzione normativa e repressiva. Le politiche proibizioniste, affermatesi soprattutto nel Novecento, hanno trasformato l’uso di determinate sostanze in un reato, contribuendo alla costruzione sociale della figura del consumatore come deviante. Questo processo ha avuto un impatto significativo sui giovani, che risultano spesso sovrarappresentati nei sistemi di controllo penale, in particolare quando provengono da contesti sociali svantaggiati. La criminologia evidenzia come tali politiche non colpiscano in modo uniforme tutti i gruppi sociali, ma tendano a concentrarsi su specifiche aree urbane e categorie sociali, rafforzando dinamiche di esclusione e stigmatizzazione. Per comprendere il legame tra giovani e droga è utile richiamare alcune delle principali teorie criminologiche. La teoria dell’anomia e della tensione interpreta il consumo e, in alcuni casi, lo spaccio di sostanze come una risposta a condizioni di frustrazione e mancanza di opportunità. Quando i giovani percepiscono una distanza tra gli obiettivi socialmente valorizzati, come il successo economico o il riconoscimento sociale, e i mezzi legittimi per raggiungerli, possono sviluppare forme di adattamento deviante. In questo quadro, la droga può assumere una funzione di compensazione, evasione o integrazione economica alternativa. Un ulteriore contributo interpretativo proviene dalla teoria dell’apprendimento sociale, secondo cui i comportamenti devianti vengono appresi attraverso l’interazione con gli altri. I giovani imparano a consumare droghe all’interno di contesti relazionali significativi, in particolare nei gruppi dei pari, dove vengono trasmesse non solo le modalità di consumo, ma anche le giustificazioni e le definizioni che rendono tale comportamento accettabile. Questo approccio consente di comprendere come il consumo non sia necessariamente il risultato di una scelta individuale isolata, ma il prodotto di dinamiche sociali e relazionali. Di particolare importanza, nell’ambito della criminologia, è la teoria dell’etichettamento. Secondo questa prospettiva, il comportamento deviante non è tale in modo oggettivo, ma diventa deviante quando viene definito e sanzionato come tale dalle istituzioni e dalla società. L’intervento penale nei confronti dei giovani consumatori può produrre effetti negativi, contribuendo alla costruzione di un’identità deviante e limitando le possibilità di integrazione sociale. Il contatto precoce con il sistema di giustizia, soprattutto in età minorile, può trasformare un comportamento occasionale in un percorso di marginalità più stabile. Le teorie del controllo sociale mettono invece l’accento sul ruolo dei legami sociali nel prevenire la devianza. Famiglia, scuola e lavoro rappresentano ambiti fondamentali di integrazione e regolazione del comportamento. Quando questi legami risultano deboli o assenti, aumenta il rischio che i giovani si avvicinino a comportamenti devianti, incluso il consumo di droghe. In questo contesto, i mercati illegali della droga possono apparire come spazi alternativi di appartenenza e riconoscimento, soprattutto nei quartieri caratterizzati da marginalità economica e sociale. E' importante affrontare con attenzione anche il rapporto tra consumo di droghe e criminalità. Sebbene in alcuni casi di dipendenza il bisogno di sostanze possa favorire la commissione di reati, la maggioranza dei giovani consumatori non è coinvolta in forme gravi di criminalità. Tuttavia, la percezione sociale del consumo come comportamento pericoloso contribuisce a giustificare politiche di controllo intensivo e pratiche di sorveglianza che colpiscono in modo selettivo alcune categorie di giovani, alimentando processi di discriminazione. Nel sistema di giustizia minorile, il consumo di droghe rappresenta una sfida particolarmente delicata. L’obiettivo rieducativo che dovrebbe orientare l’intervento penale rischia di essere compromesso da risposte prevalentemente punitive, che spesso non producono una reale riduzione del consumo né favoriscono il reinserimento sociale. La criminologia critica ha sottolineato come la criminalizzazione precoce possa avere effetti duraturi, contribuendo alla costruzione di carriere devianti e alla riproduzione delle disuguaglianze sociali. Negli ultimi anni, il dibattito criminologico ha messo in discussione l’efficacia delle politiche esclusivamente repressive, evidenziando l’importanza di approcci integrati. Strategie basate sulla prevenzione sociale, sull’educazione, sulla riduzione del danno e sull’accesso ai servizi di cura risultano più efficaci nel limitare sia il consumo problematico sia le conseguenze criminali ad esso associate. In questa prospettiva, ridurre il ricorso al sistema penale e rafforzare le risorse territoriali rappresenta una scelta coerente con una visione più equilibrata e scientificamente fondata del fenomeno. In conclusione, una lettura criminologica del rapporto tra giovani e droga invita a superare interpretazioni semplicistiche e moralistiche, riconoscendo la complessità delle dinamiche sociali che influenzano i comportamenti giovanili. Considerare il giovane non solo come autore di un illecito, ma come soggetto inserito in specifici contesti sociali e relazionali, consente di elaborare risposte più efficaci e orientate all’inclusione. Solo attraverso politiche basate su evidenze empiriche, capaci di integrare prevenzione, tutela dei diritti e intervento sociale, è possibile affrontare il fenomeno in modo responsabile e ridurre il rischio di percorsi di devianza e criminalizzazione che compromettono il futuro delle nuove generazioni.















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