Baltici, Nordici e Polonia: vogliono davvero la pace o temono più il “dopo” che la guerra? (Angelo De Pascale)
- squadsmpd

- 18 dic 2025
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Come il fianco est dell’Europa legge la pace in Ucraina tra memoria storica, paura della Russia e nuovo peso nell’UE.
1 Un tavolo a Bruxelles, una mappa del Baltico Immaginiamo una sala riunioni a Bruxelles. Sul muro non c’è solo l’Ucraina, ma un arco più ampio: dal Mar Baltico alla Polonia, fino al Mar Nero. In piccolo si leggono i nomi che qui ci interessano: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca. È il bordo orientale dell’Unione Europea, il fianco nord-est della NATO. Sul tavolo c’è un piano americano per la pace: cessate il fuoco, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, gestione graduale delle sanzioni verso la Russia. I governi europei lo esaminano, lo correggono, cercano di adattarlo agli interessi del continente. Gli sguardi più tesi, però, sono quelli dei rappresentanti di Baltici, Nordici e Polonia. Per loro la questione non è solo “come fermare la guerra”, ma “come evitare che il prossimo fronte sia casa nostra”.
2. Piani di pace, riarmo e nuovi equilibri a Bruxelles
Il piano americano è pensato per fermare i combattimenti e ridurre l’impegno diretto degli USA. Prevede un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, un sistema di garanzie per Kyiv e un percorso condizionato per allentare le sanzioni. Sullo sfondo resta la domanda più delicata: che cosa succede ai territori ucraini occupati dalla Russia dal 2014 in poi? Alcune capitali dell’Europa occidentale considerano il testo una base di partenza. Lavorano sulle formulazioni più critiche, provano a evitare qualsiasi legittimazione delle conquiste territoriali russe, ma allo stesso tempo non escludono, in prospettiva, un ridimensionamento delle sanzioni se Mosca si adegua all’accordo. L’obiettivo è combinare stabilità, realismo e tutela dell’ordine internazionale. I Paesi di frontiera vedono altro. La Polonia accetta che il piano americano sia il perno del negoziato, perché sa che senza Washington la cornice di sicurezza salta. Ma introduce paletti netti: niente pace che congeli il vantaggio di Mosca, niente vincoli che impediscano all’Ucraina di difendersi. I Paesi baltici sono ancora più diffidenti verso qualsiasi “conflitto congelato”, sulla scia di Transnistria, Abcasia o Donbass pre-2022. Nel frattempo, questi Stati non aspettano il risultato dei colloqui. Quasi tutti hanno superato il 2% del PIL in spesa militare, molti puntano al 3%. La Polonia sta costruendo una delle forze armate più potenti d’Europa, con massicci acquisti di mezzi corazzati, artiglieria e difesa aerea. Il messaggio è semplice: non ci può essere una pace duratura senza deterrenza credibile. L’Unione Europea, tradizionalmente prudente sul tema militare, ha iniziato a muoversi. Ha creato fondi per rafforzare l’industria della difesa europea, incentivi agli acquisti congiunti di munizioni e sistemi d’arma, programmi dedicati al fianco est. Non è ancora una vera “difesa europea”, ma è un passo deciso in quella direzione. A questo si aggiunge un cambiamento politico rilevante. Nella nuova Commissione europea, tre figure provenienti da quest’area occupano caselle cruciali: • una ex premier baltica alla guida della politica estera e di sicurezza; • un lituano responsabile della difesa e dello spazio, quindi dell’industria militare europea; • un commissario polacco al bilancio, che decide come e dove allocare le risorse comuni. In pratica, chi vive sulla frontiera con la Russia non chiede solo rassicurazioni, ma contribuisce a scrivere le regole su diplomazia, riarmo e uso del denaro europeo.
3. Tre domande per capire il nord-est d’Europa Perché i Paesi di frontiera temono una “pace sbagliata”? Per Polonia e Paesi baltici la guerra in Ucraina non è un fulmine a ciel sereno. È l’ultimo capitolo di una storia fatta di spartizioni, occupazioni, deportazioni. La Polonia ritagliata dal patto Molotov Ribbentrop, Estonia, Lettonia e Lituania inglobate nell’URSS, decine di migliaia di persone allontanate dalle proprie case. Questa memoria non è un dettaglio, è il retroterra politico.
La Russia è percepita come erede di una tradizione che considera normale usare la forza per controllare lo “spazio vicino”. Da qui la diffidenza verso formule di pace che ricordano un compromesso territoriale: confini spostati a vantaggio dell’aggressore, pressione militare abbassata, capacità difensiva ucraina limitata. In questo schema, una pace che congeli la situazione attuale rischia di creare solo una pausa. La linea di contatto resta in Ucraina per qualche anno, ma se Mosca riesce a ricostruire il proprio potenziale, il fronte può salire verso nord, fino a sfiorare il Baltico o il corridoio di Suwałki, la stretta fascia tra Polonia e Lituania che collega via terra i Paesi baltici al resto della NATO. Come leggono la mediazione americana? Per Baltici, Nordici e Polonia gli Stati Uniti sono, al tempo stesso, ancora il pilastro e una variabile indipendente. Pilastro, perché senza le capacità militari americane la deterrenza NATO sul fianco est sarebbe molto più fragile. Variabile, perché la politica estera USA cambia con le amministrazioni e riflette priorità globali che non sempre coincidono con quelle europee. La mediazione americana sulla pace in Ucraina nasce anche dal desiderio di ridurre l’impegno diretto nel conflitto, evitare uno scontro frontale con Mosca e ribilanciare risorse verso l’Indo-Pacifico. L’Europa viene spinta ad assumersi un peso maggiore, soprattutto economico e militare. I Paesi di frontiera non contestano questo obiettivo, ma chiedono che la forma dell’accordo tenga conto del fatto che loro continueranno a vivere a pochi chilometri dalla Russia quando i riflettori si saranno spostati altrove. Da qui la frase, ormai ricorrente, secondo cui “nessuna decisione sull’Europa dovrebbe essere presa senza l’Europa”. Tradotto: non un’intesa tra Washington e Mosca sulle spalle di chi è in prima linea. Quanto è concreto il rischio di una nuova aggressione russa? Qui è utile distinguere due piani. Sul piano delle grandi offensive convenzionali, nel breve periodo una nuova invasione contro un Paese NATO appare poco probabile. Le forze russe hanno subito perdite importanti in Ucraina e l’Articolo 5 rende chiaro che un attacco a uno significherebbe un confronto diretto con l’intera Alleanza. Sul piano “ibrido”, invece, il rischio è quotidiano. Si parla di sabotaggi a gasdotti e cavi sottomarini nel Mar Baltico, droni e navi sospette vicino a porti e hub energetici, cyberattacchi alle infrastrutture, campagne di disinformazione. È su questo fronte che Danimarca, Svezia, Finlandia e i Paesi baltici stanno investendo: sorveglianza marittima, cooperazione tra intelligence, nuove unità dedicate alla protezione dei fondali e delle reti. Per loro, una pace che riduce i bombardamenti ma lascia mano libera alla Russia su questi strumenti non è una pace completa. È un cambio di livello del conflitto, non la sua chiusura.
4. Un episodio concreto: gli aiuti all’Ucraina come architettura di pace Per vedere come questi elementi si concretizzano, basta guardare al dibattito sugli aiuti militari all’Ucraina. A Bruxelles si discute sempre meno di “invio una tantum” e sempre più di pacchetti pluriennali, con una soglia minima di supporto da garantire ogni anno, anche attraverso il bilancio UE. Dietro questa impostazione ci sono soprattutto i Paesi del nord-est. Per loro, l’Ucraina è parte della soluzione, non solo un teatro di crisi. Se Kyiv resta in grado di difendersi, la Russia ha meno margine per allargare la pressione altrove. Ogni sistema di difesa aerea, ogni munizione, ogni capacità industriale sviluppata insieme all’Ucraina è un pezzo in più dell’architettura di sicurezza europea. Qui si innesta il nuovo ruolo della Commissione: il commissario alla difesa disegna una sorta di “Libro bianco” delle capacità necessarie, quello al bilancio valuta come finanziarle, l’Alto Rappresentante coordina la linea politica e diplomatica. La pace non è più solo un testo negoziale, ma una combinazione di strumenti: trattati, eserciti, fabbriche, fondi.
5. Due immagini per capire la loro prospettiva Per i Paesi del nord-est due immagini riassumono bene la loro posizione: lo scudo e il corridoio. Lo “scudo” nordico-baltico è la fascia di Paesi che va dalla Norvegia alla Polonia. Sono i primi a essere colpiti in caso di crisi, i primi a dover reagire, quelli che ospitano basi, truppe, radar e sistemi di difesa. Si percepiscono come la barriera che assorbe l’urto iniziale per guadagnare tempo al resto d’Europa. Il corridoio di Suwałki è la vulnerabilità simbolo: una striscia di territorio tra Polonia e Lituania che collega via terra i Paesi baltici al resto della NATO.
A ovest c’è l’enclave russa di Kaliningrad, a est la Bielorussia. Nelle mappe dei pianificatori militari, se quel corridoio viene chiuso in uno scenario estremo, i Baltici restano isolati. Non è uno scenario probabile oggi, ma è abbastanza serio da non poter essere ignorato.
Quando valutano un piano di pace, questi Paesi hanno in mente proprio queste due immagini: lo scudo da rendere più solido, il corridoio da proteggere. Una pace che non tenga conto di questi vincoli geografici e militari, per loro, è una pace che non regge alla prova dei prossimi dieci anni. 6. Conclusione: una pace che guardi anche a domani Alla fine, la differenza tra il nord-est e gran parte dell’Europa occidentale si concentra in una domanda diversa. Molti governi a ovest si chiedono come fermare i combattimenti e ridurre i costi immediati della guerra sulle proprie società. Baltici, Nordici e Polonia si chiedono che tipo di pace possa evitare che tra cinque o dieci anni la linea del fronte si sposti su di loro. Per questo spingono per una pace che non congeli il vantaggio russo, che non costringa l’Ucraina a disarmarsi, che mantenga una pressione sufficiente su Mosca finché la minaccia non sarà davvero ridimensionata. Per questo accettano di destinare più PIL alla difesa, chiedono all’UE di dotarsi di strumenti di sicurezza più robusti e usano il loro nuovo peso in Commissione per orientare risorse e priorità. Gli Stati Uniti restano indispensabili. Ma la mediazione americana, oggi, si confronta con un’Europa in cui il fianco est non è più un semplice “margine”, bensì un attore centrale nella definizione della strategia comune. Per chi osserva da fuori, il messaggio è semplice: la pace che si negozia per l’Ucraina non riguarda solo dove si fermerà la linea del fronte, ma anche quanto sarà esposto il fianco est dell’Europa domani. Baltici, Nordici e Polonia stanno cercando di evitare che una tregua affrettata diventi, tra qualche anno, l’anticamera della prossima crisi.















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