Situazione Geopolitica: dalla questione venezuelana alla Cina e Taiwan: deterrenza, simbolismo e rischio di escalation (di Andrei (Costin) Banu)
- squadsmpd

- 5 gen
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I. Analisi dei fatti recenti e delle dinamiche consolidate
La questione venezuelana
L’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano
Nicolás Maduro non può essere interpretata come un evento improvviso o isolato. Al
contrario, essa appare come il risultato di almeno due anni di preparazione politica,
militare e diplomatica, come suggeriscono dichiarazioni ufficiali, movimenti logistici e
prese di posizione progressive da parte di Washington. L’azione si inserisce in un
contesto globale ormai pienamente multilaterale, nel quale gli Stati Uniti stanno
ridefinendo le proprie priorità strategiche, concentrandosi in modo crescente sul
continente americano e sul controllo delle aree limitrofe considerate vitali per la
sicurezza nazionale. In questo quadro rientrano anche l’attenzione verso regioni
apparentemente periferiche, come la Groenlandia, dove sono già presenti o
interessati attori strategici come Cina e Russia, partner e rivali al tempo stesso.
L’intervento in Venezuela segnala una linea d’azione sempre più assertiva,
sostanzialmente indifferente ai vincoli del diritto internazionale, quando questi
entrano in conflitto con obiettivi strategici ritenuti prioritari. È necessario ricordare
che il diritto internazionale, pur essendo formalmente universale, trova applicazione
concreta solo nella misura in cui le grandi potenze decidono di riconoscerne e
rispettarne i limiti. Donald Trump ha messo in atto un comportamento in linea con le
dichiarazioni precedenti anche se questa scelta politica influirà, stimolando l’appetito
di altre potenze e la volontà di accrescere il proprio potere. Non si tratta di
narcotraffico, non si tratta di terrorismo e neanche solo di una sicurezza
energetica con le risorse venezuelano ma del reinserimento di un
comportamento esistito in politica internazionale prima degli accordi post
Seconda guerra mondiale.
Sudan e Nigeria: crisi umanitarie e interventismo selettivo
Parallelamente, il conflitto in Sudan ha raggiunto livelli di violenza estremi, con
massacri sistematici, pulizia etnica e una crisi umanitaria che molte organizzazioni
internazionali definiscono ormai assimilabile a un genocidio. La caduta di città
strategiche come El Fasher e le azioni delle Rapid Support Forces ha dimostrato
l’incapacità, o la mancanza di volontà, della comunità internazionale di intervenire in
modo efficace e coordinato, lasciando milioni di civili senza protezione.
In netto contrasto, l’intervento statunitense in Nigeria, con raid mirati contro gruppi
jihadisti affiliati allo Stato Islamico, evidenzia una logica di interventismo selettivo:
Washington agisce con decisione laddove individua una minaccia diretta ai
propri interessi strategici e non alla sicurezza globale.
Mentre altre crisi, pur di enorme gravità umanitaria, restano marginali nell’agenda
internazionale e del cosiddetto “poliziotto internazionale USA”. Questo doppio
standard contribuisce a rafforzare la percezione di un ordine globale sempre più
frammentato e diseguale.
II. Questioni future e scenari in evoluzione
Russia, droni e destabilizzazione regionale: Moldavia, Abkhazia e Mar Nero
Guardando alle dinamiche future, il conflitto tra Russia e Ucraina continua a produrre
effetti destabilizzanti ben oltre il campo di battaglia principale. L’impiego massiccio di
droni da parte russa non è un fenomeno contingente, ma il risultato di una
preparazione strategica di lungo periodo, che ha incluso la creazione di zone grigie
di influenza e pressione in aree come Abkhazia e Moldavia, in particolare nella
regione separatista della Transnistria.
Questi sviluppi si intrecciano con la crescente competizione nel Mar Nero, dove
emerge con forza il ruolo della Turchia come potenza regionale. Ankara è fortemente
interessata al controllo dei choke points strategici, degli stretti e delle rotte
marittime, perseguendo una politica sempre più autonoma e svincolata dalla
disciplina della NATO, pur restando formalmente all’interno dell’Alleanza. Questo
equilibrio instabile rende il Mar Nero uno dei principali teatri di tensione futura tra
potenze regionali e globali.
Cina e Taiwan: deterrenza, simbolismo e rischio di escalation
Il dossier Cina–Taiwan rappresenta uno dei punti più delicati dell’attuale sistema
internazionale. Le recenti esercitazioni militari cinesi e le simulazioni di blocco navale
indicano una pressione crescente su Taipei, accompagnata da una chiara volontà di
Pechino di dimostrare capacità di controllo e deterrenza nella regione indo-pacifica.
In questo contesto assume anche un forte valore simbolico la presenza di una
portaerei cinese (proveniente dalla ristrutturazione di una vecchia portaerei ucraina
durante l’Unione Sovietica) schierata di fronte al Taiwan e che porta il nome del
primo conquistatore di Taiwan. Tale scelta non è casuale: essa comunica un
messaggio politico e storico diretto, che va oltre la semplice dimensione militare. Il
rischio è che il progressivo accumulo di simboli, manovre e dimostrazioni di forza
renda sempre più sottile il confine tra deterrenza e provocazione, aumentando la
probabilità di un’escalation regionale ma anche mondiale, difficilmente controllabile.















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