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Situazione Geopolitica: dalla questione venezuelana alla Cina e Taiwan: deterrenza, simbolismo e rischio di escalation (di Andrei (Costin) Banu)


I. Analisi dei fatti recenti e delle dinamiche consolidate


La questione venezuelana


L’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano

Nicolás Maduro non può essere interpretata come un evento improvviso o isolato. Al

contrario, essa appare come il risultato di almeno due anni di preparazione politica,

militare e diplomatica, come suggeriscono dichiarazioni ufficiali, movimenti logistici e

prese di posizione progressive da parte di Washington. L’azione si inserisce in un

contesto globale ormai pienamente multilaterale, nel quale gli Stati Uniti stanno

ridefinendo le proprie priorità strategiche, concentrandosi in modo crescente sul

continente americano e sul controllo delle aree limitrofe considerate vitali per la

sicurezza nazionale. In questo quadro rientrano anche l’attenzione verso regioni

apparentemente periferiche, come la Groenlandia, dove sono già presenti o

interessati attori strategici come Cina e Russia, partner e rivali al tempo stesso.

L’intervento in Venezuela segnala una linea d’azione sempre più assertiva,

sostanzialmente indifferente ai vincoli del diritto internazionale, quando questi

entrano in conflitto con obiettivi strategici ritenuti prioritari. È necessario ricordare

che il diritto internazionale, pur essendo formalmente universale, trova applicazione

concreta solo nella misura in cui le grandi potenze decidono di riconoscerne e

rispettarne i limiti. Donald Trump ha messo in atto un comportamento in linea con le

dichiarazioni precedenti anche se questa scelta politica influirà, stimolando l’appetito

di altre potenze e la volontà di accrescere il proprio potere. Non si tratta di

narcotraffico, non si tratta di terrorismo e neanche solo di una sicurezza

energetica con le risorse venezuelano ma del reinserimento di un

comportamento esistito in politica internazionale prima degli accordi post

Seconda guerra mondiale.


Sudan e Nigeria: crisi umanitarie e interventismo selettivo


Parallelamente, il conflitto in Sudan ha raggiunto livelli di violenza estremi, con

massacri sistematici, pulizia etnica e una crisi umanitaria che molte organizzazioni

internazionali definiscono ormai assimilabile a un genocidio. La caduta di città

strategiche come El Fasher e le azioni delle Rapid Support Forces ha dimostrato

l’incapacità, o la mancanza di volontà, della comunità internazionale di intervenire in

modo efficace e coordinato, lasciando milioni di civili senza protezione.

In netto contrasto, l’intervento statunitense in Nigeria, con raid mirati contro gruppi

jihadisti affiliati allo Stato Islamico, evidenzia una logica di interventismo selettivo:


Washington agisce con decisione laddove individua una minaccia diretta ai

propri interessi strategici e non alla sicurezza globale.

Mentre altre crisi, pur di enorme gravità umanitaria, restano marginali nell’agenda

internazionale e del cosiddetto “poliziotto internazionale USA”. Questo doppio

standard contribuisce a rafforzare la percezione di un ordine globale sempre più

frammentato e diseguale.


II. Questioni future e scenari in evoluzione


Russia, droni e destabilizzazione regionale: Moldavia, Abkhazia e Mar Nero


Guardando alle dinamiche future, il conflitto tra Russia e Ucraina continua a produrre

effetti destabilizzanti ben oltre il campo di battaglia principale. L’impiego massiccio di

droni da parte russa non è un fenomeno contingente, ma il risultato di una

preparazione strategica di lungo periodo, che ha incluso la creazione di zone grigie

di influenza e pressione in aree come Abkhazia e Moldavia, in particolare nella

regione separatista della Transnistria.

Questi sviluppi si intrecciano con la crescente competizione nel Mar Nero, dove

emerge con forza il ruolo della Turchia come potenza regionale. Ankara è fortemente

interessata al controllo dei choke points strategici, degli stretti e delle rotte

marittime, perseguendo una politica sempre più autonoma e svincolata dalla

disciplina della NATO, pur restando formalmente all’interno dell’Alleanza. Questo

equilibrio instabile rende il Mar Nero uno dei principali teatri di tensione futura tra

potenze regionali e globali.


Cina e Taiwan: deterrenza, simbolismo e rischio di escalation


Il dossier Cina–Taiwan rappresenta uno dei punti più delicati dell’attuale sistema

internazionale. Le recenti esercitazioni militari cinesi e le simulazioni di blocco navale

indicano una pressione crescente su Taipei, accompagnata da una chiara volontà di

Pechino di dimostrare capacità di controllo e deterrenza nella regione indo-pacifica.

In questo contesto assume anche un forte valore simbolico la presenza di una

portaerei cinese (proveniente dalla ristrutturazione di una vecchia portaerei ucraina

durante l’Unione Sovietica) schierata di fronte al Taiwan e che porta il nome del

primo conquistatore di Taiwan. Tale scelta non è casuale: essa comunica un

messaggio politico e storico diretto, che va oltre la semplice dimensione militare. Il

rischio è che il progressivo accumulo di simboli, manovre e dimostrazioni di forza


renda sempre più sottile il confine tra deterrenza e provocazione, aumentando la

probabilità di un’escalation regionale ma anche mondiale, difficilmente controllabile.

articolo del dott. Andrei Banu il quale:
"In seguito alle tesi sperimentali, conseguite all'Università di Firenze e di Bologna, Andrei CB è partito per favorire la collaborazione, nel pubblico, tra l' Italia e la Moldavia, ha lavorato in Portogallo e Polonia con aziende private a clausole di "non divulgazione" sul terrorismo, social media e sulla mappatura del territorio. Negli ultimi anni, si è specializzato come analista geopolitico e d'intelligence e collaborato con vari think tank sulla sicurezza del territorio euro-asiatico, sull'analisi del potere marittimo e sui sistemi elettorali."

 
 
 

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