137 risultati trovati con una ricerca vuota
- Il raduno anti migranti che imbarazza l’Afd. "Cacciamone milioni"
VETSCHAU (BRANDEBURGO) – Quando sale sul podio un biondino smilzo con i capelli da Rommel, nella piccola sala gremita cala il silenzio. «Dobbiamo parlare di remigrazione» tuona nel microfono, e dalla platea parte un fragoroso applauso. Maximilian Maerkl, leader degli Identitari tedeschi, sa benissimo di infrangere un tabù: appena due anni fa quella parola trascinò in piazza milioni di tedeschi. Allora venne fuori che le deportazioni di massa erano state discusse a una riunione sediziosa tra esponenti di primo piano dell’Afd, neonazisti dichiarati e il capo degli Identitari europei, Martin Sellner. Settimane fa è scoppiata come una bomba la notizia di una nuova riunione sullo stesso tema, stavolta organizzata da un parlamentare dell’Afd, Steffen Kotré e sua moglie Lena, parlamentare del land Brandeburgo. E con il controverso Sellner come ospite d’onore. Ci siamo messi in contatto con loro per avere dettagli sull’evento. Per un po’ sono spariti, poi Lena Kotré ci ha scritto che la riunione era confermata, ma in un posto diverso, «e da non comunicare a nessuno». Nel frattempo, sui due esponenti dell’ultradestra tedesca si è abbattuta una bufera. E i vertici dell’Afd, Tino Chrupalla e Alice Weide, li hanno obbligati a cancellare l’incontro. Poi, il colpo di scena: Martin Sellner ha organizzato lui la riunione, lo stesso giorno, ma in un luogo diverso e da comunicare in modo selettivo. E Lena Kotré ha confermato che ci sarà. Una provocazione, anzitutto per i suoi capi. L’appuntamento è alle cinque di pomeriggio in una concessionaria fallita, un vecchio edificio bianco e scrostato nascosto tra un benzinaio e un ipermercato, allo svincolo dell’autostrada per Cottbus, cento chilometri a sudest di Berlino. Fa un freddo polare anche dentro la piccola sala ma ad accogliere gli invitati selezionati — pochi giornalisti e un centinaio di militanti — ci sono un raggiante Martin Sellner in giacca e cravatta e Lena Kotré, i capelli biondi raccolti, gli occhi color ghiaccio nascosti dietro un paio di occhiali tondi. Fuori, una decina di manifestanti che sono riusciti a sapere della riunione urlano «fuori i nazisti» e sparano musica a tutto volume di fronte all’edificio. Sellner agguanta il microfono: «Benvenuti nel 2026, l’anno del crollo dei cordoni sanitari, del multilateralismo e del globalismo!». Sellner è una calamita per gli estremisti di destra e una dannazione per l’Afd. Bollato dai servizi segreti tedeschi come “estremista di destra”, bandito temporaneamente o definitivamente da vari Paesi tra cui il Regno Unito e gli Usa — era stato in contatto con lo stragista neonazista di Christchurch — ma anche per un po’ dalla Germania, l’attivista bruno è un dito nell’occhio per l’Afd, che sta tentando di evitare di essere messa al bando. Ma stasera lui e Kotré vogliono spostare i confini del dicibile, rendere la remigrazione un sinonimo di «milioni» di rimpatri, sottolinea. E Sellner annuncia che ha appena fondato un “Institute for Remigration”, una commissione internazionale per diffondere il verbo delle deportazioni di massa. A Repubblica, Sellner conferma che «stiamo contattando anche esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia» per completarla. Kotré, che è ufficialmente “responsabile politica per le remigrazioni” dell’Afd brandeburghese, parte cauta, «sono qui a rappresentare la posizione del mio partito», che ufficialmente vuole solo rimpatriare i migranti col foglio di via, circa 224mila persone. «Tuttavia — aggiunge — vorrei che si discutessero anche altre opzioni: personalmente riesaminerei le richieste di asilo degli ultimi dieci anni per capire chi mandare via». E se per Sellner dovrebbero essere cacciati anche quelli «non assimilati», e chissà cosa vorrà dire, e forse quelli con il passaporto tedesco, e Kotré ritiene insomma «che bisogna parlarne». La parlamentare regionale, da sempre legata a Sellner, in passato è assurta agli onori della cronaca per aver partecipato a un incontro in Svizzera con i neonazisti di “Blood and Honor”. A margine della riunione la intercettiamo e le chiediamo cosa intenda con «privatizzazione della remigrazione», uno slogan che aveva usato in campagna elettorale. «Se lo Stato non riesce a rimpatriare i migranti, bisogna privatizzare il servizio», risponde. Le chiediamo se il suo modello è Ice, il brutale servizio anti immigrazione americano introdotto da Trump. Lei svicola, ma neanche tanto: «Che vuol dire il mio modello? Posso solo dire che molte persone mi hanno già contattato, molti imprenditori della logistica sarebbero prontissimi a farlo». fonte: Il raduno anti migranti che imbarazza l’Afd. "Cacciamone milioni" DIVENTA REFERENTE SQUAD
- Colpisce a martellate la madre e poi muore carbonizzato: la vittima è un 23enne, ricoverata la donna
Tragedia a Vinci, in provincia di Firenze. Qui nella tarda sera di ieri giovedì 22 gennaio è stato trovato un corpo completamente carbonizzato in via di Faltognano. L'allarme è scattato dopo l'intervento dei vigili del fuoco: i pompieri erano stati allertati per spegnere un incendio scoppiato in una legnaia. Ma una volta spente le fiamme, i carabinieri hanno scoperto il cadavere di una persona. Stanno indagando i carabinieri della compagnia di Empoli e del nucleo investigativo di Firenze. Ad ora non si esclude nessuna ipotesi: al vaglio degli inquirenti c'è anche quella di un incidente e di un gesto volontario. Si procederà con l'autopsia. Dalle prime informazioni si sa che la vittima si tratta di un giovane di 23 anni . Secondo quanto ricostruito dagli investigatori dei carabinieri, il giovane, che viveva con i genitori, aveva problemi ed era sotto terapia. Nella serata di ieri 22 gennaio il 23enne avrebbe aggredito con un martello la madre che era appena rientrata a casa. Il giovane poi sarebbe corso alla legnaia e qui si sarebbe dato fuoco. La donna è stata ricoverata in ospedale. fonte: Colpisce a martellate la madre e poi muore carbonizzato: la vittima è un 23enne, ricoverata la donna
- Paolo Mendico, l'umiliazione della prof in classe: «Non puoi permetterti il doposcuola?». I racconti nel diario. Sospese due docenti
La vicenda di Paolo Mendico , il 14enne che si è tolto la vita lo scorso settembre, continua a far discutere. La sospensione per tre giorni della preside dirigente scolastica Gina Antonetti dell'IIS Pacinotti di Fondi, scuola frequentata dal giovane, ha creato una polemica tra chi la difende (i sindacati) e chi chiedeva un provvedimento più duro come il licenziamento (la famiglia di Paolo). Dopo di lei, è toccato a due docenti, la vicepreside e la responsabile della succursale di Santi Cosma e Damiano dell'Istituto superiore Pacinotti di Fondi. La contestazione degli addebiti - riferisce all'ANSA il sindacato DirigentiScuola - è stata mandata alla preside prima dell'inizio della visita ispettiva, poche ore dopo il fatto, mentre alle due insegnanti è arrivata a ottobre, dopo l'accertamento ispettivo. L'Usr non fornisce dichiarazioni «data la pendenza di procedimenti penali in corso». L'analisi degli scritti L’inchiesta della Procura di Cassino va avanti con l’ipotesi di istigazione al suicidio. Il fascicolo, al momento contro ignoti, si basa sull’acquisizione di chat, documentazione scolastica e sull’esito dell’autopsia. Gli accertamenti riguardano una decina di adulti, mentre la Procura minorile sta valutando la posizione di alcuni compagni di scuola, sospettati di aver sottoposto Paolo a vessazioni e umiliazioni. Episodi che il ragazzo aveva raccontato nei suoi diari personali, affidati dalla famiglia all’analisi della psicologa e grafologa forense Marisa Aloia. Dalle pagine emerge il profilo di un adolescente profondamente turbato, il cui disagio affonda soprattutto nelle esperienze scolastiche, riporta Il Corriere della Sera. Tra queste, il trauma di essere stato rimandato in matematica al termine del primo anno delle superiori. L'umiliazione in classe In diversi passaggi Paolo, che spesso scrive di sé in terza persona, racconta di aver spiegato alla docente l’impossibilità economica di sostenere lezioni private. Ecco un passaggio preso dal diario di Paolo, riportato dal Corriere della Sera: «La prof.ssa ha cominciato a parlare di noi (in classe durante il corso di recupero, ndr) per poi arrivare a me, Mendico Paolo, parlando della chiamata con i genitori e dicendo varie frasi e paragonandomi a (un compagno), dicendo a me: “Non penso che alcune ore costano tanto”». Quel compagno, uno dei presunti bulli, era stato invece promosso, nonostante lo scarso rendimento perché si era iscritto al doposcuola. Paolo riuscì successivamente a recuperare la materia con ottimi risultati agli esami, rinunciando persino ai corsi di musica che amava. Tuttavia, secondo l’esperta, rimase in lui una profonda ferita legata all’umiliazione subita pubblicamente . Il sindacato difende la preside sospesa Per il sindacato dei dirigenti scolastici DirigentiScuola la sanzione di tre giorni di sospensione irrogata alla dirigente scolastica Gina Antonetti dell'IIS Pacinotti di Fondi, scuola frequentata dal quattordicenne Paolo Mendico, che si tolse la vita nella propria abitazione l'11 settembre 2025, «non è né giusta, né legittima. È la conseguenza della ricerca di un capro espiatorio ad ogni costo. Ne è prova la diversità di trattamento: la contestazione di addebito alla dirigente, con una sanzione già scritta, è stata avviata dopo poche ore dal tragico epilogo e sulla semplice scorta di notizie di giornale; quella ai docenti, parimenti infondata, dopo la consegna della relazione ispettiva. La stessa relazione che è stata negata sia alla dirigente ma sarebbe stata inopinatamente 'passata' alla stampa per continuare il massacro mediatico e il conseguente sciacallaggio». fonte: Paolo Mendico, l'umiliazione della prof in classe: «Non puoi permetterti il doposcuola?». I racconti nel diario. Sospese due docenti
- Security…un fattore culturale. (di Mambrini Riccardo)
Eventi recenti come l’aggressione subita da Abanoud Youssef nell’istituto Domenico Chiodo di La Spezia, ci portano necessariamente a fare una considerazione; come dobbiamo approcciare il tema della security? Oggi più che mai è necessario pensare la security sí come un fattore fisico, composto da operatori e presidi, sí come un fattore teorico, composto da regole e protocolli, ma soprattutto come un fattore culturale. Ciò significa integrare valori, credenze e comportamenti legati alla protezione di sé stessi, degli altri e dell’ambiente che ci circonda, vedendola non solo come obbligo normativo, ma piuttosto con filosofia collettiva condivisa, dove ogni membro è proattivo nel prevenire rischi e segnalare problemi, creando un ambiente in cui la sicurezza è una responsabilità di tutti. Questo approccio, richiede tempo, formazione continua e comunicazione trasparente per superare le resistenze e diventare un comportamento quotidiano, riducendo gli atteggiamenti passivi. Bisogna educare i cittadini ad elementi chiave come: -Valori condivisi. La sicurezza è prioritaria e integrata nel "fare" quotidiano, non un ostacolo. -Percezione. le persone vedono la sicurezza come parte del proprio ruolo all’interno della comunità, non come un'imposizione esterna. -Comportamenti. Si manifestano comportamenti sicuri spontaneamente nel tempo; applicando la "just culture" aziendale anche al privato cittadino e alla collettività. -Comunicazione. Chiara, frequente ed efficace su possibili rischi(fisici e non) e possibili procedure da attuare. Come si manifesta la security collettiva? Ad esempio : -Sul lavoro. Dipendenti che fermano un collega perché non usa i DPI, segnalano condizioni o comportamenti pericolosi, partecipano attivamente alla formazione. -In ambito quotidiano. Cittadino che riconosce e segnala un problema attivamente, interviene ove possibile comprendendo che la sicurezza è un patrimonio collettivo. Tutto ciò è fondamentale perché comporta: -Prevenzione incidenti o comportamenti pericolosi. Riduce il rischio di verificarsi di un evento pericoloso dovuto a comportamenti o situazioni potenzialmente pericolose e ne previene la possibile ripetizione. -Resilienza collettiva. Rende la collettività più forte e organizzata di fronte a situazioni di crisi e di pericolo . -Sostenibilità. Trasforma la sicurezza da costo a vantaggio per la collettività. In sintesi, la cultura della sicurezza è un percorso evolutivo, non una soluzione immediata, che trasforma l'approccio individuale e collettivo alla protezione all'interno di una comunità. Parlando del caso di La Spezia, è giusto oggi introdurre nelle scuole nuove regole e nuovi protocolli? Metal detector, perquisizioni e operatori di vigilanza? Potrebbe essere sicuramente una soluzione efficiente nel breve termine per dare una risposta forte e chiara, ma dobbiamo anche considerare che la sicurezza va insegnata, va diffusa, va trasmessa, cominciando da casa, dai genitori, poi successivamente dalla scuola, dagli insegnanti, dalle istituzioni. Le leggi nel nostro paese ci sono e sono anche tante, l’applicabilità di esse può essere più o meno semplice, ma credo non ci sia bisogno di ulteriori norme, piuttosto credo serva un cambiamento culturale, iniziare oggi con le nuove generazioni un educazione alla security differente. È corretto applicare il potere coercitivo e repressivo in caso di violazione della legge ma questo deve essere l’ultima risorsa, a monte bisogna intervenire educando la collettività all’idea che la sicurezza è una responsabilità e un bene di tutti. Nel caso sopra citato, la cosa che fa riflettere è la lucida premeditazione e il futile movente; appare chiaro come ci sia la necessità impellente di un cambio di rotta, ribaltando una società sempre più fondata sull’individualismo e sull’io, verso una società fondata su valori come il coraggio, il senso comunitario, il senso di appartenenza e conseguentemente anche il valore della sicurezza. C’è più che mai la necessità di un cambiamento e serve adesso. articolo del dott. Mambrini Riccardo Investigatore Privato "Ricevo in gioventù una formazione nel campo del soccorso sul territorio e nel campo dell'hospitality, la quale mi ha permesso di vivere, lavorare all'estero e conoscere lingue e culture diverse. Dal 2021 mi avvicino al mondo della security frequentando un corso professionale e ottenendo la qualifica di Security Manager presso l'accademia Louis Formazione, questo traguardo mi ha dato l'opportunità di lavorare in una azienda specializzata nel settore delle investigazioni private e della sicurezza. Nello stesso anno divento collaboratore investigativo e socio Federpol, ho l'opportunità di frequentare e superare con profitto, diversi corsi di specializzazione, come operatore A.S.C. e operatore Antincendio alto rischio. Spinto sempre da una fortissima ambizione di miglioramento, mi qualifico, nel 2023, come istruttore BLSD, PBLSD e FIRST AID erogando corsi sia ai collaboratori aziendali che a persone esterne. La mia passione per il mondo delle investigazioni mi ha spinto a frequentare un corso di Laurea triennale L-14 (Scienze dei servizi giuridici) presso l'università telematica Guglielmo Marconi di Roma, conclusosi con successo nel Novembre 2024, conseguendo il titolo di Dottore in Scienze dei Servizi Giuridici, ciò mi ha dato una ulteriore slancio motivazionale, portandomi ad iscrivermi, nel gennaio 2025, ad un master universitario in criminologia presso l'Unitelma Sapienza di Roma, attualmente in fase di frequentazione; nel luglio del 2025 fondo la mia agenzia investigativa, ottenendo, il mese successivo, la licenza ministeriale presso la prefettura di La Spezia. Sicuramente il cammino non è terminato, anzi, ogni nuova opportunità e/o sfida è per me motivo di spinta al miglioramento, sono sempre stato caratterizzato da una fortissima ambizione, la quale mi spinge a dare sempre il massimo sia in campo lavorativo che in ambito personale, sono fermamente convinto che la fame di sapere sia un atto di amore dovuto verso se stessi e verso le persone che ci circondano, ogni approfondimento, ogni collaborazione può sempre essere una nuova opportunità per contribuire al miglioramento della propria vita professionale e non."
- FINANZIAMENTO AL TERRORISMO: PROFILI GIURIDICI, INTELLIGENCE, SECURITY AZIENDALE E RIFLESSI SUI MODELLI 231 (di Stefano Bassi)
IL QUADRO NORMATIVO L'art. 270-quinquies 1 c.p., introdotto dalla L. 28 luglio 2016, rubricato "Finanziamento di condotte con finalità di terrorismo", rappresenta un'eccezione sistematica nel panorama del diritto penale, configurandosi come una norma anticipatoria volta alla prevenzione della commissione di azioni terroristiche. La fattispecie incrimina chiunque raccolga, eroghi o metta a disposizione beni o denaro destinati, anche solo parzialmente, al compimento di atti di terrorismo, e finanche indirettamente, ad esempio per supportare la logistica o la catena di approvvigionamento di movimenti e organizzazioni, il tutto indipendentemente dall'effettivo utilizzo dei fondi o dei materiali collettati e dal compimento di azioni e attentati da parte dei beneficiari del finanziamento di che trattasi. La norma si differenzia pertanto da quelle sui reati di partecipazione, costituzione, organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico (art. 270-bis c.p.), di organizzazione di prodromici viaggi e trasferimenti per compiere atti terroristici (art. 270-quater 1), di addestramento con finalità terroristiche (art. 270-quinques c.p.), di detenzione di materiali con finalità di terrorismo (art. 270-quinquies 3 c.p.) e di fabbricazione, detenzione, distribuzione di materie esplodenti e divulgazione, diffusione o pubblicizzazione di materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di materie o sostanze esplodenti (art. 435 c.p. come modificato dalla L. 80/2025); per inciso, queste ultime due norme, peraltro, sono particolarmente rilevanti in materia di supply chain risk e security management circa prodotti e presidi “dual use” (si pensi ad esempio alle imprese che producono o utilizzano esplodenti, esplosivi, radioisotopi, ma anche semplici fertilizzanti e all’industria chimica, ecc.). Ai sensi e per gli effetti dell’art. 270-quinquies 1 c.p. non vi è infatti la necessaria diretta offensività del reato in quanto tale (raccolta fondi o altri beni), né trova applicazione la disciplina del reato tentato (art. 56 c.p.): mentre nel tentativo è punita l'intenzione del reo di compiere un reato che poi non si consuma (ad esempio il tentato omicidio, il tentato furto d’auto, il tentato sabotaggio, ecc.), il delitto in esame punisce una condotta di per sé presuntivamente pericolosa. Il reato di finanziamento, infatti, è un reato di pericolo presunto. Tali sono i reati per cui si suppone che compiendo determinate azioni vi sia il rischio che insorga un pericolo. In tal senso, il legislatore non inserisce il pericolo all’interno dei requisiti espliciti della fattispecie, limitandosi a descrivere una condotta che, generalmente e potenzialmente, se portata in atto, può porre in pericolo uno o più beni giuridicamente tutelati. Esempi di reati di questa fattispecie sono anche la detenzione abusiva di armi, il traffico di influenze illecite, ma anche e soprattutto il più noto delitto di associazione a delinquere di cui all’art. 416 c.p., che punisce la semplice adesione a un'associazione finalizzata a commettere più delitti, presumendone il pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico. Nella fattispecie in oggetto è punita perciò la raccolta di fondi o d’altre utilità che sia atta, anche solo in potenza, a porre in pericolo il bene giuridicamente tutelato, cioè gli obiettivi e i soggetti passivi del reato di terrorismo come identificati dall’art. 270-sexies c.p. Ciò che rileva e conta, pertanto, è la destinazione - anche solo ipotetica o parziale - delle risorse, non l’esito finale dell’impiego delle stesse. Allo scopo di estendere il più possibile l'area del penalmente rilevante in materia di misure contro il terrorismo, la norma in esame punisce perciò anche chi non concorra direttamente in associazioni terroristiche o non organizzi attività di supporto materiale con finalità di terrorismo, ma semplicemente contribuisca in qualsiasi modo a sovvenzionare organizzazioni volte a minare l’esistenza di un soggetto di diritto di internazionale e quindi principalmente di uno Stato, a destabilizzare e distruggere le sue istituzioni o a comprometterne territori, le relative capacità di difesa e governo, e interessi economici e sociali. La norma assume così finalità di profilassi, anticipando la soglia della punibilità alla mera raccolta di fondi o beni per poi devolverli ad associazioni e movimenti definibili come terroristici o comunque filoterroristici, sia in Patria che all’estero, in linea con un modello di diritto penale prevenzionistico che trova legittimazione nelle esigenze di sicurezza collettiva nazionale, di collaborazione anticrimine internazionale e nella giurisprudenza sovranazionale (si veda, ad esempio, per analoga fattispecie rispetto al reato di cui all’art. 270 quinquies 3 c.p. italiano, Corte EDU, Sabou and Pircalab vs. Romania, Requête n. 46572/99, Strasburgo, 28/12/2024). LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA E L’IMPATTO SUI MODELLI ORGANIZZATIVI DI GESTIONE E CONTROLLO AI SENSI DEL D.LGS. 231/2001 Richiamato l’art. 25-quater del D.Lgs. 231/2001, che annovera quale reato presupposto i “Delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico”, con l’art. 270-quinquies 1 c.p. si configura un automatismo normativo nell’ampliamento del cosiddetto catalogo dei reati 231, sicché un ente può essere chiamato a rispondere in sede penale qualora una persona apicale o sottoposta, nell’interesse o vantaggio dell’ente stesso, commetta o concorra a commettere il delitto di finanziamento al terrorismo. Il panorama socio-politico odierno che si nutre di strumentalizzazioni e visioni parziarie o meramente ideologiche di conflitti e questioni, come quella israelo-palestinese, influenza perciò pregnantemente la security e la compliance aziendale. Rilevanti e frequenti sono infatti le situazioni da presidiare in merito alle finalità favorevoli al terrorismo o all’eversione di azioni solo apparentemente innocue, che possono concretizzare il reato di finanziamento oggetto della presente trattazione. Si pensi ad esempio alle raccolte fondi a livello aziendale “pro Gaza” e per il supporto alla spedizione della Summud Flotilla, essendo ai più non noto, ancorché per colpevole ignoranza o per competenze storiche e geopolitiche carenti o distorte, che inviare utilità nella Striscia si può tradurre nella consegna delle stesse ad Hamas, organizzazione politica e militare palestinese sunnita e fondamentalista, classificata come organizzazione terroristica dall’Italia e dall’UE, così come da USA, UK, Canada, Australia, Giappone e dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale, eccetto che da paesi radicalizzati, a rischio radicalizzazione o che, per motivi geopolitici e religiosi, adottano una sorta di ambiguità politica a riguardo, per così dire, in attesa di sviluppi (il riferimento è alla Turchia e ad alcuni Stati sciiti). Allo stesso modo, sono classificate associazioni terroristiche il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e la Jihadi Islamica palestinese. Sul piano europeo, parimenti, il Regolamento UE 2580/2001 e la normativa antiterrorismo comunitaria vietano la messa a disposizione di fondi o risorse economiche a favore di soggetti inseriti nelle liste terroristiche dell’Unione. I casi della vendita con finalità di beneficenza di Gaza Cola all’interno di sedi aziendali e in alcune catene di supermercati e ipermercati, del boicottaggio di prodotti israeliani in Aziende Sanitarie, della partecipazione a cortei promossi da sindacati come la CGIL (e non certo in difesa dei diritti dei lavoratori), sono emblematici di una visione che, direttamente o indirettamente, favorisce movimenti estremistici e la raccolta di fondi e utilità sfruttando anche capacità e asset aziendali (ad esempio impiegando mezzi con tanto di logo della ditta per partecipare a manifestazioni pubbliche o a raccolte di materiali, uffici interni per l’organizzazione di iniziative, ecc., come ravvisato in alcune iniziative in particolare nel nord e centro Italia). Il confine tra lecito e illecito è nel caso in esame - a prescindere dalle opinioni personali, da orientamenti di associazioni ed enti e dalla oggettività e fondatezza delle stesse - seriamente e pericolosamente labile. Nello specifico caso delle iniziative filopalestinesi, donare denaro o altre utilità, partecipare attivamente ad azioni di collettamento, finanziare spedizioni con l’esplicito intento di violare le acque territoriali di uno Stato sovrano, ecc. può coinvolgere e ha coinvolto imprese e cooperative, persone, associazioni, reti di solidarietà che agiscono in buona fede o, perlomeno, con la convinzione di non finanziare il terrorismo, ancorché con la altrettanto chiara intenzione di agire contro un Paese membro della comunità internazionale a favore di un’entità che, peraltro per volontà degli stati mediorientali, in primis di Egitto, Siria e Giordania, Stato non è, ad oggi non può essere (per mancanza di un territorio identificato e unitario, di un popolo riconoscibile e di un governo legittimo) e con tutta probabilità non sarà, così come mai saranno, tra i tanti, il Tibet, il Kashmir, il Kurdistan, il Belucistan, ecc. (ma di questi, delle loro genti e diritti evidentemente nulla importa ai passionari nostrani). Emerge in questo frangente la rilevanza dell’elemento soggettivo (cfr. art. 43 c.p.), essendo ben plausibile che il reato di finanziamento sia commesso con una certa colposità e non con piena intenzionalità (dolo), forma ovviamente tanto possibile quanto di gran lunga più grave. La colpa generica di che trattasi rinvia ai concetti di imprudenza, imperizia o negligenza, condizioni che peraltro ben si attagliano alla falsa rappresentazione della realtà a causa della summenzionata parziale o errata padronanza delle dinamiche geopolitiche mediorientali e del conflitto tra Israele e Palestina, della storia della Striscia di Gaza, Cisgiordania e West Bank e all’aver agito in carenza dell’effettiva conoscenza e del dovuto approfondimento e presa di cognizione circa la rete di beneficiari delle raccolte operate. In buona sostanza, si può ritenere che, in molto casi, via sia ovviamente l’intenzionalità di devolvere denaro o altro per una causa genericamente identificata, ma non ritenendo di sovvenzionare, direttamente o indirettamente, un’organizzazione terroristica coinvolta nella causa stessa o a questa parallela. Non essendo obiettivo di questo scritto preconizzare come un magistrato potrebbe ravvisare e interpretare i perimetri di dolo o colpa nel reato di che trattasi o la sussistenza dello stesso, mancando peraltro ad oggi una giurisprudenza consolidata di riferimento, ciò che si ritiene opportuno sottolineare è la necessità per le aziende e, in generale, per gli enti cui si applica la disciplina del D.Lgs. 231/2001, di adottare Modelli Organizzativi idonei ad escludere o perlomeno attenuare la propria responsabilità. L’adeguamento del Modello, sempre nel pieno rispetto delle libertà costituzionali e dei principi nazionali e internazionali di responsabilità sociale e non discriminazione per ragioni religiose, di opinione e orientamento politico, di adesione sindacale, ecc., dovrebbe oggi prevedere: l’analisi del contesto esterno delle realtà geografiche e località specifiche in cui l’ente opera ed è presente, soprattutto in relazione agli aspetti sociali, etnici, religiosi e culturali, alla presenza di organizzazioni, associazioni e movimenti a rischio e alla loro capacità attrattiva; l’analisi del contesto interno con riferimento al personale lavoratore (nella più ampia accezione di cui all’art. 2 del D.Lgs. 81/2008), a partner e fornitori, adottando opportune attività di Human Resource Intelligence, Procurement Intelligence e Supply Chain Risk Management, per individuare minacce e rischi connessi ad attivismi sospetti, iniziative opache, catene di fornitura o movimenti di capitali; l’analisi del contesto interno con riferimento a processi e tecnologie sensibili, sia per quanto concerne iniziative aziendali di raccolta fondi, di devoluzioni a reti e movimenti, di sinergia con portatori di interessi esterni (es. sindacati, associazionismo, ecc.), che per quanto riguarda l’impiego di beni mobili e immobili dell’ente per attività da attenzionare ovvero la rete informatica per campagne e divulgazioni. In ottica 231, è infatti evidente la presenza del coinvolgimento, attivo od omissivo, delle figure di cui all’art. 5 del D.Lgs. 231/2001 laddove consentano o tollerino l’uso di beni aziendali per attività non attinenti alla produzione; così come è ravvisabile l’agire nell’interesse o a vantaggio dell’ente e si pensi, ad esempio, al settore della GDO o della cooperazione in determinate raccolte di fondi, nella commercializzazione, sfruttandone l’appeal emotivo, di prodotti identificati e “schierati” per devolverne parte gli incassi a beneficiari quantomeno sospetti, ecc.); la previsione di protocolli specifici e di un Risk Assessment costantemente aggiornato per il monitoraggio continuo di iniziative, comunicazioni, organizzazione di eventi, segnali di agitazioni sindacali o adesivi a movimenti estremistici come le formazioni ProPal; La presenza in organico di una funzione Security idonea per eseguire attività di intelligence sia open source (OSINT) e sui social media (SOCIMINT) che umana (HUMINT), sia in relazione al personale aziendale che a fornitori, partner, consulenti, associazioni partecipate o presenti in azienda, e in generale su tutti gli stakeholder o portatori di interesse; l’adozione e il rinforzo di procedure interne di controllo per disciplinare e impedire l’uso distorto delle risorse aziendali e per l’analisi di rischio, basandosi sulle più idonee metodologie di cui alla norma ISO 31010:2019, in relazione alle azioni da intraprendere sul mercato o di partnership da attivare o implementare; la formazione del personale con sensibilizzazione e focus sulle possibili finalità illecite di azioni e iniziative e sulla prevenzione dei rischi terroristici o comunque correlati al terrorismo, sui profili di rischio e sulle responsabilità, rammentando anche, in primo luogo, il disposto di principio generale di cui all’art. 5 c.p.; l’aggiornamento e la revisione di Codice Etico e di Codice Disciplinare, anche in relazione a episodi di antisemitismo, razzismo e xenofobia, di esercizio arbitrario di ragioni e di modalità di manifestazione del pensiero, nel rispetto e nei limiti della libertà stessa ex art. 21 della Costituzione. Prevenzione, contrasto e repressione dei reati terroristici non sono dunque soltanto una questione di pubblica sicurezza, ma anche di tutela aziendale. Una condotta di un singolo o di più soggetti organizzati con il beneplacito della governance può infatti far ricadere gravi responsabilità sull’intero ente, compromettendone gravemente e irreparabilmente la reputazione e la continuità operativa. È infatti evidente come determinate esposizioni e prese di posizione di un’azienda possano determinare un mutamento della relativa immagine sul mercato e un cambio di percezione da parte di clienti ed utenza. La polarizzazione e l’esposizione su temi di carattere politico cotanto complessi e accesi ha infatti sempre e comunque un riverbero reputazionale più negativo che positivo. Apprezzamenti e riscontri di persone che condividono idee e azioni dell’azienda sono irrisori se paragonati all’impatto complessivo sul business, sia in termini di danno diretto che indiretto e consequenziale. Danni che derivano dal detrimento reputazionale che causa un abbandono di clientela, la perdita di fidelizzazione, la non immedesimazione e il non riconoscimento dei valori dei portatori di interesse (sia interni che esterni) con quelli dell’azienda, l’interruzione di rapporti commerciali di fornitura o joint venture, il distacco di interlocutori precedentemente di rilievo, ecc. Intervenire con una mappatura puntuale dei rischi, con l’aggiornamento dei Modelli e con un controllo effettivo, continuo e tracciato sono utili elementi per evitare conseguenze pregiudizievoli sia a livello imprenditoriale e finanziario che sotto il profilo penale. Parimenti, il disporre di una funzione Security specializzata in intelligence, analisi di contesto e di scenario, qualificazione di fornitori e comunicazione interna ed esterna, costituisce un presidio proattivo di difesa e prevenzione nonché un utile elemento per assumere a livello di governance decisioni operative, tattiche e strategiche consapevoli. IL CASO ITALIANO DEL FINANZIAMENTO AD HAMAS Secondo stime dell’intelligence occidentale, Hamas dispone di un budget annuo compreso tra 300 e 500 milioni di dollari. La struttura delle entrate è frammentata: donazioni private, fondazioni e ONG, trasferimenti indiretti da Stati sponsor, attività economiche parallele e una quota crescente di canali digitali [cfr. M. Pugliese, La guerra invisibile dei flussi: come i finanziamenti a Hamas attivano indagini globali e operazioni ad alto impatto, Lo Speciale, 29/12/2025 ]. Lo Shin Bet, intelligence finanziaria israeliana, e le unità antiriciclaggio del Ministero delle Finanze analizzano costantemente conti correnti, piattaforme di crowdfunding, iniziative di raccolta fondi da parte di associazioni, ETS, Aziende profit e singoli individui. L’obiettivo è individuare pattern ricorrenti quali il frazionamento dei versamenti, le triangolazioni bancarie e l’utilizzo di soggetti formalmente umanitari, come associazioni no profit ed enti del terzo settore, come mittenti, spedizionieri o nodi di transito. In Italia, in caso di acclarata presenza dei segnali o pattern succitati, le Procure competenti per territorio aprono fascicoli dedicati, incrociando Segnalazioni di Operazioni Sospette (SOS), flussi bancari, documentazione contabile, ecc. In caso di fumus commissi delicti, periculum in mora e pertinenza col reato, possono essere disposti provvedimenti cautelari e operazioni coordinate, anche ad alto impatto, delle unità antiterrorismo. In parallelo, nel proprio perimetro di competenza, Israele può attivare azioni mirate anche di natura militare contro infrastrutture logistiche e finanziarie ritenute direttamente funzionali all’attività terroristica, così come altri paesi della comunità internazionale coinvolti dai flussi finanziari o materiali possono parimenti agire sia con misure cautelari che con azioni di polizia mirate, come ad esempio avvenuto nel Regno Unito in cui operano attivisti collusi con Hamas addirittura godendo dello status di rifugiati e associazioni come Palestine Action, le cui espressioni di solidarietà con la Striscia di Gaza possono costituire una copertura piò o meno mediata del terrorismo. Richiamato l’art. 270-quinquies 1 c.p. e il Regolamento UE 2580/2001, tutto ciò significa che in Italia e in Europa non rilevano l’asserita bontà delle intenzioni dichiarate, né la narrazione umanitaria che accompagna raccolte di denaro e beni, quando manca la prova documentale e fattuale della destinazione dei fondi esclusivamente a scopo civile, pacifico e non connesso in alcun modo a organizzazioni terroristiche. La normativa si basa su tracciabilità, documenti, flussi, riscontri e responsabilità oggettive. Per le organizzazioni, aziende, associazioni e movimenti vari che raccolgono fondi, il cambio di paradigma è dunque netto. Oggi non è più sufficiente affermare che “i soldi sono per il popolo di Gaza” o “per i bisognosi” o “gli oppressi”. Occorre dimostrarlo con bonifici tracciati, ma soprattutto con beneficiari verificabili e rendicontazione ex post, il tutto accompagnato e corroborato da procedure interne di contrasto al finanziamento del terrorismo, con particolare riferimento ai Modelli di Organizzazione e Controllo. Le operazioni antiterrorismo di Torino, Genova e Milano di fine anno 2025 hanno rivelato un sistema diffuso e strutturato di finanziamento ad Hamas nel nostro Paese. L’inchiesta era principiata dall’analisi di operazioni finanziarie sospette a triangolazione plurima e si è sviluppata grazie a un’intensa collaborazione tra Procure italiane e autorità investigative di Stati dell’Unione Europea, tra i quali i Paesi Bassi, la Polonia e la Bulgaria. I destinatari delle misure cautelari sono accusati di avere finanziato Hamas e le sue attività per mezzo di varie associazioni apparentemente benefiche. E tra gli arrestati figurano membri espliciti di Hamas, componenti della European Palestinians Conference, rappresentanti di comunità religiose, circa i quali è lecito domandarsi il motivo della loro regolare presenza e operatività sul territorio italiano nonché l’entità dei loro legami con esponenti politici, e sindacali, reti associazionistiche, cooperazione, ONG e terzo settore. Non è plausibile né legittimo tollerare personaggi che dai palchi incitano ad assaltare le ambasciate israeliane e le Forze dell’Ordine, che applaudono le aggressioni a tifosi israeliani in trasferta perpetrate da fanatici, che giustificano le esecuzioni pubbliche perpetrate da Hamas contro i dissidenti a Gaza e persino il massacro e le nefandezze del 7 ottobre. E ancora, che elogiano sui social terroristi nostrani riciclati e riesumati, occupazioni abusive e azioni teppistiche di centri sociali e ProPal, che promuovono azioni contro il Governo e minacciano con la violenza il regolare funzionamento di infrastrutture critiche come ferrovie, reti stradali, ecc. Queste connivenze e collaborazioni possono essere sintomatiche di legami da attenzionare e persino di associazione a delinquere (cfr. art. 416 c.p.), nonché di concorso e favoreggiamento, in una serie di delitti, sia propriamente attinenti alla fattispecie terroristica, contro la personalità dello Stato e contro Stati esteri (frequente è, ad esempio, il vilipendio in luogo pubblico o aperto al pubblico della bandiera di un Paese della comunità internazionale), sia in generale contro la persona, il patrimonio, l’ordine, l’incolumità e la sicurezza pubblica. È auspicabile in merito un’effettiva, incisiva ed efficacie applicazione del Decreto Sicurezza, oggi Legge 80/2025, nonché la futura approvazione del “Pacchetto Sicurezza 2026”, provvedimenti sicuramente idonei a contrastare i delitti di interesse e altresì le condotte ad essi direttamente e indirettamente correlate, garantendo al contempo, e finalmente, adeguata tutela alle Forze dell’Ordine. Dal punto di vista dell’operatività delle formazioni terroristiche palestinesi si rileva come esse non abbiano condotto attentati né in Italia né in Europa dal 1985 in poi, dopo una quindicina d’anni di intensa e allarmante attività tra stragi e dirottamenti, ma è al contempo inconfutabile che ci sono molte realtà che si riconoscono oggi nello jihadismo filopalestinese e le cui attività non si sono mai interrotte dagli anni ’70 ad oggi. Come infatti emerge dal TE-SAT 2025 (EU Terrorism Situation & Trend Report) dell’European Counter Terrorism Centre (ECTC) di EUROPOL, gli attentati legati al terrorismo nell’UE sono stati 58 nell’ultimo anno, è cresciuto il numero degli arresti con 449 provvedimenti totali, di cui ben 289 di esponenti del terrorismo jihadista [cfr. R. Angelini, Mutamenti del terrorismo in Europa (2020-2024): Prospettive comparate e riflessi sulla sicurezza, SQUAD Magazine, Gennaio 2026 ]. Il jihadismo continua perciò a rappresentare la minaccia di gran lunga più significativa nel nostro continente. La geografia di questi attacchi, della presenza di sobillatori e della concentrazione di movimenti e organizzazioni, è favorita in Italia, nell’Europa occidentale e in Grecia dalla persistenza di un terreno politico, accademico e sociale fertile, grazie anche alla connivenza di sindacati e partiti politici, anche di alcuni di essi cosiddetti moderati e democratici, studiosi di diritti umani orientati e monocorde, personaggi dello spettacolo e della “cultura”, associazioni e persino imprese commerciali, e all’anarchia morale e sociale concessa ad ampie maglie in nome di ideali progressisti, di tolleranza e autodistruttivi dei valori identitari e della tradizione. La narrazione che accompagna tali azioni palesa e conserva elementi di demagogia ben radicati come l’antisemitismo, l’opposizione al capitalismo e al liberismo economico, il rifiuto dell’ideale di Patria, dell’ordine e della disciplina, l’odio nei confronti delle Forze Armate e di polizia, la rivalsa nei confronti di chi è più abbiente grazie al lavoro, la solidarietà con clandestini, migranti e delinquenti, il garantismo ipocrita e a senso unico. Temi che sono da sempre mantra di movimenti e partiti più o meno estremi, di democratici autoreferenziali “a corrente alternata” e accesi sindacalisti e che vengono espressi spesso attraverso varie forme di divulgazione e distorsioni mediatiche, violenze nel corso di manifestazioni, vandalismi e sabotaggi, continuando a costituire un segnale d’allarme per la sicurezza e l’ordine pubblico e, altresì, per esercizi commerciali e industrie, vittime di danneggiamenti e altri reati contro il patrimonio con effetti, oltre che di mero danno materiale, sulla continuità operativa (ad esempio problemi logistici, rallentamento della produzione, chiusure forzate, ecc.). Il conflitto israelo-palestinese ha perciò ancora una volta inciso profondamente sulle narrative radicali in Europa, fungendo da catalizzatore per rinnovate forme di strumentalizzazione politica, estremismo e “utile idiozia” [cfr. T. Marshall, Le 10 mappe che spiegano il mondo, Garzanti, Roma, 2017 ], con pesante recrudescenza dell’antisemitismo e potenziali significativi scenari di collaborazione tra realtà radicalizzate nell’ambito ideologico e religioso e movimenti eversivi e sovversivi interni. È qui doveroso ribadire che Hamas e lo jihadismo filopalestinese non sono certamente riusciti a perpetrare attacchi in Italia e nel continente grazie alla proficua ed efficiente collaborazione tra le Agenzie di Intelligence nazionali ed europee, gli Stati Uniti e il Mossad israeliano. Lo studio e il monitoraggio a livello globale e coordinato del rapporto tra islam politico, dinamiche comunitarie e contesto territoriale sono infatti cruciali per l’antiterrorismo. In Italia, secondo fonti CISINT (Centro Italiano di Strategia e Intelligence), vivono oggi circa 2,5 milioni di musulmani, quasi quattro volte i 900.000 del 2001. A Roma la comunità ha raggiunto 180.000–200.000 residenti, mentre i luoghi di culto sono circa 120, con oltre 30 centri culturali strutturati. Numerose sono le segnalazioni, indagini e notizie di reato circa irregolarità edilizie, finanziamenti opachi, predicatori non registrati. Non emerge una radicalizzazione diffusa, ma un sistema privo di disciplina e regole chiare in cui ben possono annidarsi e celarsi pratiche e movimenti da attenzionare [ cfr. A. Russo, Centro Studi per le Libertà e Giustizia, dicembre 2025 ]. Secondo l’European Police Centre tra il 10 e il 15 per cento dei centri islamici dell’Europa occidentale è influenzato da reti dell’islam militante, principalmente di matrice sunnita, inclusi i Fratelli Musulmani, di aperto stampo filopalestinese. Applicando la proporzione all’Italia si potrebbe trattare di 30–45 realtà potenzialmente sensibili e con possibili legami con soggetti italiani della medesima ideologia o con interessi economici in merito. Occorre pertanto implementare, unitamente all’ottima sinergia tra Agenzie già in essere, sia a livello statuale che aziendale, attività di intelligence culturale, Human Intelligence, monitoraggio del web con analisti OSINT (compresi deep e dark web), un dialogo strutturato con le comunità musulmane integrate e moderate, metodi di trasparenza e tracciabilità da punto a punto sui finanziamenti e trasferimenti di denaro, registri ufficiali per i luoghi di culto e controllo diretto sugli stessi. Francia, Germania e Regno Unito e, meglio ancora, Stati europei con ancora viva una sana cultura identitaria (ad esempio Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) applicano modelli di supervisione istituzionale, mentre l’Italia ad oggi interviene solo con aggiornamenti delle norme penali, quindi ad effetto ipoteticamente deterrente e comunque reattivo, quando invece l’azione dovrebbe meglio essere proattiva, con controlli stabili e strutturati, facendo avvertire la presenza e la pressione dello Stato su realtà foriere di supporto diretto o indiretto al terrorismo e alla devianza politica e religiosa. Chi analizza fenomeni sociali e politici con un’impostazione orientata alla security e all’intelligence deve essere posto al centro di questo dibattito, per fornire metodo, dati, interpretazioni, scenari e favorire processi decisionali solidi e informati a livello tanto di Pubblica Amministrazione come di enti privati. Operare in questa auspicabile direzione significa proteggere coesione e tenuta sociale prima che sia davvero troppo tardi, tutelare sicurezza e benessere della collettività, delle città e delle realtà produttive, l’economia locale e nazionale, garantire un futuro educativo scevro da strumentalizzazioni e travisamenti, una scuola pubblica, un’università e un’impresa depoliticizzate, restituendo valore oggettivo e di patrimonio culturale condiviso alla storia e alla geografia politica. Articolo a cura del dott. BASSI Stefano Laurea Magistrale in Giurisprudenza, Master’s Degree in Scienze della Difesa e della Sicurezza, Master universitario “Manager della Security”. Certificato Professionista della Security UNI 10459:2017 (credenziale ICMQ n° 25-00890). Iscritto ad AIPSA – Associazione Italiana Professionisti della Security Aziendale e al Centro Studi AMIStaDeS – Ricerca, Analisi e Formazione in Affari Internazionali (Geopolitica). Referente area Parma Divisione Security per SQUAD S.M.P.D. (NATO cod. NCAGE AN161, ONU cod. UNGM 398296). Ha conseguito numerose certificazioni di avvenuta formazione in materia di Antiterrorismo, Intelligence, Travel Risk Management, difese fisiche ed elettroniche, Security nell’ambito delle infrastrutture critiche (aeroporti, siti nucleari, contesti militari, ecc.). Vanta 20 anni di esperienza in materia di Security in contesti di media e alta complessità. Si è occupato di analisi sociale, geopolitica e dei fenomeni criminosi, Intelligence, Travel Risk Management e difesa di siti produttivi per cantieri e attività commerciali in Italia, Est Europa e Africa occidentale, di coordinamento tattico e operativo di physical security in Italia e Romania, project management e compliance. Ha ricoperto il ruolo di Responsabile Affari Legali e Appalti presso impresa del settore delle costruzioni infrastrutturali e di protezione civile e, successivamente, di Project Manager d’Area Security, Safety e Facility Management presso un’importante Società multiservizi in ambito sanitario e istituzionale. Ha quindi svolto la funzione di responsabile Security, Affari legali e Risorse Umane presso Società di servizi nell’ambito dei contratti pubblici. Attualmente Security Manager, Responsabile Intelligence e Risk Management per Overall Advisory e Security Manager e Project Manager per Facilita S.r.l., società operanti nell’ambito della consulenza strategica per lavori e servizi pubblici presso infrastrutture critiche e obiettivi sensibili (Aziende Ospedaliere, aeroporti e porti, stazioni e reti ferroviarie, Università, caserme e installazioni militari e di Pubblica Sicurezza, Ministeri e altre Amministrazioni Pubbliche) e servizi privati in grandi contesti industriali e poli logistici. Ha svolto attività accademica presso l’Università degli Studi di Parma in materia di diritto dell’Unione europea e diritto internazionale. Ha servito nell’Arma dei Carabinieri ed è attualmente attivo in qualità di socio effettivo presso l’Associazione Nazionale Carabinieri, Sezione di Parma.
- "Quando è lecito rivolgersi a un investigatore privato" (di Lentini Emanuela)
Rivolgersi a un investigatore privato non è una scelta estrema né illegale, come spesso si pensa. Al contrario, in molti casi è perfettamente lecito e rappresenta uno strumento concreto per tutelare i propri diritti, sia nella vita privata sia in ambito lavorativo e aziendale. La condizione fondamentale è che l’indagine venga svolta nel pieno rispetto della legge. Possono rivolgersi a un investigatore privato: cittadini privati, imprenditori e aziende, studi legali, amministratori di condominio (in casi specifici),ma anche avvocati e medici legali. Il presupposto è l’esistenza di un interesse legittimo, cioè un diritto da tutelare o da far valere. (Art.24) È lecito rivolgersi a un investigatore privato in diversi casi, tra cui: -infedeltà coniugale, quando può avere rilevanza legale (separazione, addebito); -verifica del comportamento di un coniuge in relazione all’assegno di mantenimento; -tutela dei minori, per accertare ambienti o frequentazioni potenzialmente dannose; -rintraccio di persone irreperibili, come parenti o debitori. In questi casi l’investigatore raccoglie prove senza violare la privacy né la dignità delle persone coinvolte. Per le aziende, l’investigatore privato è uno strumento fondamentale di tutela: assenteismo e false malattie, abusi dei permessi lavorativi, concorrenza sleale, violazione di patti di non concorrenza, furti o comportamenti scorretti. La giurisprudenza italiana riconosce il diritto del datore di lavoro di tutelare il patrimonio aziendale tramite investigazioni lecite. In ambito assicurativo, è lecito rivolgersi a un investigatore per: verificare falsi sinistri, accertare simulazioni di infortunio, contrastare truffe assicurative. Le prove raccolte sono spesso decisive per smascherare comportamenti fraudolenti. Ma quando NON è lecito? Non è lecito incaricare un investigatore per: -semplice curiosità o gelosia infondata, controllo indiscriminato senza motivo legittimo della violazione della privacy: intercettazioni o accessi abusivi a dati personali. Un professionista serio rifiuta sempre incarichi illegittimi. Le prove raccolte da un investigatore autorizzato: sono documentate con relazioni dettagliate possono essere utilizzate in procedimenti civili e del lavoro, possono portare l’investigatore a testimoniare in tribunale. Quindi, in conclusione, rivolgersi a un investigatore privato è lecito quando esiste un diritto da difendere e quando l’indagine è condotta nel rispetto delle norme. Affidarsi a professionisti autorizzati significa ottenere chiarezza, tutela e strumenti concreti per far valere le proprie ragioni. di Lentini Emanuela
- La morte del vigilante a Cortina: una riflessione tecnica sul ruolo della prevenzione nella vigilanza operativa. (di Savina Giuseppe)
Il recente decesso di un vigilante in servizio presso un cantiere a Cortina d’Ampezzo ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica una figura professionale spesso poco analizzata dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, ma centrale nei contesti operativi: l’operatore della vigilanza. Al di là delle cause cliniche e giudiziarie, che spettano alle autorità competenti accertare, questo evento offre l’opportunità di una riflessione tecnica e professionale sul sistema di tutela dei lavoratori impiegati nei servizi di sorveglianza in contesti complessi. Il vigilante nel sistema del D.Lgs. 81/08 Ai sensi del D.Lgs. 81/08, il vigilante rientra a pieno titolo nella definizione di lavoratore. Ciò significa che la sua attività deve essere inserita in un sistema di prevenzione strutturato, fondato su: ● valutazione dei rischi specifici della mansione, ● formazione adeguata e coerente con i contesti reali, ● procedure operative chiare, ● dispositivi di protezione e supporto organizzativo. La vigilanza, infatti, non è una mansione statica, ma un’attività dinamica che espone a fattori di rischio ambientali, organizzativi e psicofisici. Il contesto operativo: quando il rischio non è solo tecnico Nel caso di servizi notturni, in ambienti esterni, in condizioni climatiche rigide e in contesti isolati, il rischio non è legato esclusivamente a eventi improvvisi, ma anche a: ● esposizione prolungata al freddo, ● affaticamento fisico e mentale, ● ridotta capacità di reazione, ● solitudine operativa. Questi elementi, se considerati singolarmente, possono apparire gestibili. Ma se combinati, generano un livello di rischio che merita un’attenzione particolare in fase di pianificazione. La prevenzione come sistema, non come responsabilità individuale Uno dei principi cardine della sicurezza moderna è che l’errore, il malore o l’imprevisto non devono mai trovare il lavoratore isolato. La prevenzione efficace non si basa sull’idea che l’operatore debba “reggere tutto”, ma su un sistema che: ● riconosce i limiti umani, ● li integra nella progettazione delle procedure, ● costruisce supporti organizzativi e tecnici adeguati. In questo senso, il vigilante non deve essere visto come l’ultimo presidio, ma come parte di una rete di sicurezza più ampia. Il valore della pianificazione preventiva Eventi come questo dimostrano quanto sia importante che la valutazione dei rischi includa anche i cosiddetti “rischi silenziosi”: ● stress termico, ● isolamento, ● turnazioni prolungate, ● carico decisionale individuale. Non per attribuire responsabilità, ma per migliorare continuamente i modelli di prevenzione. La sicurezza non è mai una condizione statica: è un processo di adattamento continuo ai contesti reali. Una lezione per il settore della vigilanza Il settore della vigilanza privata svolge un ruolo essenziale nella protezione di luoghi, persone e infrastrutture. Proprio per questo, merita un’attenzione crescente anche sul piano della tutela dei propri operatori. Investire in: ● formazione mirata, ● procedure operative realistiche, ● strumenti di supporto tecnologico, ● organizzazione dei turni equilibrata, non è un costo, ma un indicatore di maturità del sistema sicurezza. Conclusione La morte di un vigilante in servizio non deve essere letta come un fallimento di una singola figura, ma come un richiamo collettivo alla centralità della prevenzione. Ogni sistema di sicurezza è realmente efficace solo quando protegge prima di tutto chi quel sistema lo rende possibile ogni giorno. La vera cultura della sicurezza nasce quando il lavoratore non è più visto come l’ultimo anello della catena, ma come il primo valore da tutelare. Giuseppe Savina è un professionista attivo nel settore della sicurezza, della gestione delle emergenze e della formazione, con un profilo che unisce competenze operative sul campo e capacità formative. Diplomato, opera come Vigile del Fuoco Volontario e Private Safety Officer, maturando esperienza diretta nella gestione di scenari emergenziali, nella valutazione del rischio e nell’intervento operativo. Il suo percorso gli ha consentito di sviluppare una visione concreta e funzionale della sicurezza, basata sull’esperienza reale e sull’applicazione rigorosa delle procedure. È formatore per la sicurezza sui luoghi di lavoro e coordinatore delle emergenze, con particolare attenzione agli ambienti ad alto rischio, dove l’organizzazione, la chiarezza dei ruoli e la preparazione del personale risultano determinanti. La sua attività formativa è orientata alla comprensione pratica delle procedure, alla prevenzione e alla gestione efficace dell’emergenza. Possiede qualifiche come Operatore TPSS, Operatore ATP, Operatore BLSD e Operatore Alto Rischio, che completano un profilo tecnico solido e multidisciplinare, in grado di integrar aspetti di sicurezza, primo intervento e supporto alle persone in situazioni critiche. A queste competenze si affiancano competenze informatiche, utili per l’organizzazione, la gestione delle informazioni e il supporto ai processi formativi e operativi. Grazie a un approccio serio, responsabile e orientato alla tutela delle persone, Giuseppe Savina rappresenta una figura affidabile e preparata nel campo della sicurezza e delle emergenze, capace di operare efficacemente sia nella prevenzione sia nella gestione operativa degli eventi critici.
- La guerra ibrida sta cambiando il modo in cui l’Europa si difende? (dr. De Pascale Angelo)
Droni, cyberattacchi e disinformazione: la pressione sottosoglia attribuita a Mosca e ai suoi proxy e i suoi effetti su servizi essenziali, fiducia e sicurezza in Europa. Quanto può reggere una società quando la guerra non si vede ma si sente? La risposta, oggi, si misura nella capacità dell’Europa di riconoscere e resistere a una pressione costante, ambigua e frammentata. L’ipotesi prudente è che molte di queste azioni — dirette o indirette — siano riconducibili alla Russia o a gruppi a essa collegati, ma con margini di ambiguità che fanno parte della strategia stessa. Il lettore dovrebbe portarsi via un’idea semplice: la guerra ibrida non è una minaccia lontana, ma una trama che attraversa la vita quotidiana, dall’acqua alla rete elettrica, fino alla fiducia nelle istituzioni senza perdere dati. 1) Cosa è successo Aggiornato al 22 dicembre 2025, il quadro europeo mostra una crescita di episodi riconducibili a ciò che molti governi definiscono “attività ibride di matrice russa”. Il PET, il servizio di sicurezza danese, ha dichiarato che il sabotaggio fisico fa parte della minaccia ibrida portata avanti da Mosca e che il Cremlino mostra una crescente disponibilità a correre rischi anche sul territorio europeo. Lo scorso autunno un attacco informatico in Danimarca ha colpito un gestore idrico, con conseguenze materiali sulle tubazioni e interruzioni di servizio per centinaia di abitazioni: un caso emblematico di come il digitale possa generare effetti fisici. Nello stesso periodo, l’Europa ha registrato una serie di episodi sospetti con droni in prossimità di basi militari sensibili. In Francia, a inizio dicembre, le autorità hanno confermato il rilevamento di droni non identificati sopra la base di Île Longue, in Bretagna, che ospita i sottomarini nucleari della deterrenza francese. Episodi analoghi si sono verificati in Belgio e nei Paesi Bassi: a Kleine-Brogel e a Volkel, due basi legate al sistema di nuclear sharing della NATO, personale militare ha segnalato droni per più notti consecutive; in alcuni casi si è reagito con fuoco di avvertimento senza riuscire a recuperare i rottami. In Norvegia, l’autorità energetica NVE ha chiesto alle aziende di rete di potenziare la resilienza e la capacità di risposta a sabotaggi fisici o digitali. In Germania è stato inaugurato un centro di difesa contro i droni, considerati parte di una minaccia permanente. E nel Regno Unito, il nuovo capo dell’MI6, Blaise Metreweli, ha parlato pubblicamente di uno spazio “tra pace e guerra”, collegando la definizione a operazioni attribuite ai servizi russi. Londra, nello stesso periodo, ha imposto sanzioni contro il GRU (Direzione generale dell’intelligence militare russa), accusandolo di campagne di sabotaggio e cyberattacchi in territorio europeo. 2) Perché conta Conta perché la “zona grigia” è ormai il terreno su cui si gioca la stabilità interna dell’Europa. In pratica significa che non serve un’invasione per generare insicurezza: basta un insieme di azioni sottosoglia — cyberattacchi, manipolazioni informative, droni o sabotaggi leggeri — per costringere governi, aziende e cittadini a vivere in uno stato di allerta permanente. L’impatto umano è diretto. Se un acquedotto viene interrotto o un porto riduce la propria operatività per motivi di sicurezza, a pagare sono famiglie e imprese. Ogni disservizio aumenta i costi e la sfiducia; ogni blackout o interruzione alimenta la sensazione che lo Stato non riesca più a garantire continuità. È qui che la guerra ibrida diventa politica interna: mina la coesione e la fiducia collettiva. 3) Cosa sappiamo / cosa stimiamo / cosa non sappiamo Sappiamo che diversi servizi di sicurezza europei hanno individuato nella Russia il principale attore dietro le operazioni ibride più rilevanti dal 2022 in poi. Il PET danese parla esplicitamente di “minaccia russa” e di una crescente aggressività nei confronti delle infrastrutture critiche. In Francia, dopo l’episodio di Île Longue, le autorità hanno aperto un’inchiesta senza attribuzioni formali, ma la stampa francese ha riferito di un’attenzione specifica verso l’origine dei droni. E sappiamo anche che la Francia, attraverso VIGINUM, ha smantellato una rete di disinformazione denominata “Portal Kombat”, riconducibile a gruppi pro-russi impegnati a diffondere contenuti falsi o manipolati su piattaforme europee. Si stima, sulla base di dati e comunicati ufficiali, che l’obiettivo principale di queste operazioni sia quello di logorare il consenso interno europeo sul sostegno all’Ucraina e indebolire la credibilità delle istituzioni. L’Associated Press ha censito oltre 140 episodi di sabotaggio e interferenza attribuiti da funzionari occidentali a Mosca o a gruppi collegati: non è una prova legale univoca, ma un ordine di grandezza che descrive la continuità del fenomeno. È plausibile che alcuni droni abbiano funzioni di ricognizione e test, più che di attacco, mentre la componente informativa — campagne online, siti civetta, profili falsi — miri a creare disorientamento e polarizzazione. Resta però molto di ciò che non sappiamo. Le prove tecniche, come tracciamenti e analisi forensi, non sono sempre pubblicabili senza esporre fonti e metodi. Non conosciamo il grado di coordinamento tra lo Stato russo e le reti di hacker o gruppi criminali che agiscono in parallelo. Non possiamo escludere che alcuni attacchi siano autonomi ma ideologicamente vicini a Mosca. E non sappiamo quando un singolo episodio, magari con danni più gravi o vittime, potrebbe forzare una risposta collettiva più dura da parte europea. 4) Ipotesi in competizione Una prima ipotesi, sostenuta da diversi governi occidentali, è che la Russia conduca una campagna coordinata di logoramento ibrido contro l’Europa per indebolirne la resilienza e frenare il sostegno all’Ucraina. L’uso di proxy — intermediari e gruppi non ufficiali — permetterebbe a Mosca di mantenere la “negabilità” politica. Questa lettura ha confidenza media (cioè un livello intermedio di affidabilità della valutazione): in alcuni casi è coerente con attribuzioni pubbliche formulate da autorità occidentali e con le misure di risposta adottate (incluse sanzioni mirate), anche se le evidenze tecniche complete non sono sempre rese pubbliche. Se fosse corretta, l’impatto umano plausibile sarebbe quello di una società più esposta a interruzioni e costi crescenti, con la fiducia nelle istituzioni che si erode sotto la pressione dell’incertezza Una seconda ipotesi considera l’esistenza di un ecosistema più fluido: gruppi pro-russi, reti di hacker e organizzazioni criminali che operano in modo opportunistico, alimentando il caos e fornendo a Mosca un vantaggio indiretto. È una spiegazione coerente con la diversità dei bersagli e delle tecniche osservate, ma il limite è che alcuni casi — come quello danese o le sanzioni britanniche al GRU — mostrano un coinvolgimento più diretto. Anche qui il livello di confidenza è media. L’effetto sociale plausibile è quello di un’Europa sempre più abituata al disordine, dove il cittadino percepisce la vulnerabilità come parte della normalità. Una terza ipotesi, meno solida ma possibile, interpreta i sorvoli di droni come operazioni di ricognizione e intimidazione più che di sabotaggio. I droni non colpiscono, ma segnalano che qualcuno può avvicinarsi a siti sensibili. Il livello di confidenz a è bassa, ma l’impatto plausibile — un aumento di controlli, zone interdette, telecamere e disturbi elettronici — tocca direttamente la libertà quotidiana e il senso di apertura di spazi civili e militari. 5) Implicazioni e scenari Nel breve periodo, la pressione continuerà con episodi a bassa intensità: attacchi informatici contro enti locali, campagne di disinformazione mirate e incursioni di droni su infrastrutture sensibili. Ogni azione singola sarà gestibile, ma la somma produrrà logoramento. I governi risponderanno con misure tecniche — piani di resilienza, task force anti-drone, cooperazione di intelligence — e con messaggi pubblici calibrati per non alimentare il panico. Nel medio termine, l’equilibrio dipenderà dalla coesione politica europea. Se l’UE riuscirà a definire protocolli comuni e attribuzioni coordinate, potrà ridurre il vantaggio dell’ambiguità russa. Se invece i Paesi continueranno a muoversi in ordine sparso, Mosca potrà sfruttare le differenze interne per dividere e rallentare le risposte. Sul piano sociale, è plausibile un aumento dei costi energetici e di sicurezza, oltre a un clima politico più teso, con la tentazione di sacrificare trasparenza e diritti per garantire protezione. Il rischio sistemico più alto è l’errore di calcolo. Un attacco pensato come test o disturbo potrebbe causare vittime o interruzioni gravi, costringendo a una risposta che allargherebbe il conflitto. In democrazia, l’escalation può passare anche dal clima d’opinione: paura, richiesta di controllo, polarizzazione. Due conseguenze plausibili: un impatto economico tangibile (più costi su logistica, energia e reti) e uno politico (erosione della fiducia e rafforzamento dei discorsi securitari). 6) Cosa monitorare Cinque segnali possono indicare se la pressione sta crescendo: primo, un aumento di attacchi a infrastrutture essenziali — acqua, energia, trasporti — perché sono i punti dove il disagio diventa immediatamente percepibile; secondo, la ripetizione di schemi simili in Paesi diversi, indizio di una regia coerente; terzo, l’intensificarsi di campagne di disinformazione pro-russe in coincidenza con eventi politici o elettorali; quarto, il moltiplicarsi di intermediari digitali e gruppi “civetta” che rivendicano azioni, utile per mantenere la negabilità; quinto, la comparsa di attribuzioni pubbliche coordinate tra governi e UE, che sarebbe segno di una risposta più compatta e meno vulnerabile al dubbio. 7) Conclusione La guerra ibrida è la forma di pressione più coerente con il mondo interconnesso: frammentaria, continua e capace di colpire senza sparare. Anche se molte prove restano riservate, il consenso degli apparati di sicurezza europei converge su un punto: la Russia e i suoi gruppi di riferimento stanno usando la zona grigia per tenere l’Europa sotto sforzo. La prudenza resta necessaria, perché ogni nuovo episodio può cambiare la percezione e la risposta. Ma il costo più visibile, già oggi, non è militare: è sociale. È la fatica di difendere la normalità in un tempo che sembra non volerla più concedere. Analista Geopolitico @DePascaleAngelo: Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale: - Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino); - Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica: - Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici. Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia–UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici.
- Security & Safety eventi Pubblici e Locali (di Danilo Bellardini)
🔐 Sicurezza e Safety negli eventi pubblici in Italia: come si valuta il numero di addetti alla security e alla prevenzione In Italia, l’organizzazione di eventi musicali, concerti, manifestazioni e locali con grande afflusso di pubblico (come discoteche e intrattenimenti) non è lasciata all’improvvisazione: esistono norme precise che regolano sia la security (protezione dell’ordine pubblico e controllo accessi) sia la safety (gestione dei rischi, antincendio e piani di emergenza). La scelta del numero di personale dedicato non si basa solo su proporzioni “empiriche”, ma su valutazioni di rischio e obblighi previsti da leggi, regolamenti e circolari operative delle autorità competenti. 📜 Fondamenti normativi 📌 1. Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) La disciplina delle manifestazioni pubbliche, spettacoli, trattenimenti e locali aperti al pubblico parte dal TULPS (R.D. 18 giugno 1931, n. 773), che richiede licenza o autorizzazione della Questura per dare eventi in luogo pubblico o aperto al pubblico (con deroghe per piccole manifestazioni) e attribuisce alle autorità di pubblica sicurezza poteri di controllo e indirizzo delle misure di ordine e sicurezza. � vimercate.trasparenza-valutazione-merito.it 📌 Articoli chiave: Art. 68 e 69 TULPS → disciplina spettacoli e trattenimenti e l’obbligo di autorizzazione. � Transenne.net Art. 80 TULPS → impone il parere della Commissione di Vigilanza sui Locali di Pubblico Spettacolo per l’apertura e l’esercizio, con verifica delle condizioni di sicurezza. � Transenne.net 📌 2. Decreto 6 ottobre 2009 (“Decreto buttafuori”) Con la legge 15 luglio 2009, n. 94, è stata introdotta una regolamentazione per gli addetti ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e spettacolo (comunemente “buttafuori”), fissando requisiti, formazione e obbligo di iscrizione in apposito elenco prefettizio per poter operare. � Gazzetta Ufficiale +1 Questa norma è fondamentale per la security degli eventi: gli addetti devono essere iscritti all’elenco della Prefettura competente e possedere requisiti psico‑fisici, assenza di precedenti penali, formazione specifica e affidabilità morale. � Safety & Security Magazine 📌 3. Linee guida e circolari del Ministero dell’Interno Le circolari ministeriali (come quella del 28 luglio 2017 e successivi aggiornamenti) forniscono indirizzi operativi per safety e security delle manifestazioni pubbliche, indicando l’importanza della valutazione preventiva dei rischi quando si richiede l’autorizzazione alle amministrazioni locali e alle Commissioni di Pubblico Spettacolo. � Interno +1 📌 4. Norme antincendio e safety La prevenzione incendi nei locali di pubblico spettacolo e intrattenimento (concerti al chiuso, club, discoteche) è disciplinata dal D.M. 19 agosto 1996 (regola tecnica di prevenzione incendi) insieme al D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico Sicurezza sul Lavoro) e alle linee guida dei Vigili del Fuoco. Tali norme impongono requisiti di vie di fuga, impianti antincendio, piani di emergenza e formazione di specifici addetti alla prevenzione incendi. � antincendio.it +1 👮♂️ Il sistema per la valutazione del personale 🧠 1. Valutazione del rischio specifico La scelta del numero di addetti alla security (operatori di controllo, steward, personale di vigilanza) nasce da una vera e propria valutazione del rischio che considera: numero previsto di partecipanti; caratteristiche del luogo (aperto / chiuso, vie di fuga, punti di affollamento); tipologia dell’evento (concerti, eventi con servizio bevande, presenze di VIP); presenza di rischio specifici (affollamento, possibili tensioni, eventi serali). � Bellator Defense Le linee operative di alcune aziende e consuetudini del settore suggeriscono indicatori empirici (es. 1 addetto ogni 50–100 persone), ma in Italia non esiste un rapporto numerico obbligatorio uniforme: la quantità di personale richiesta deve risultare dalla valutazione di rischio formalizzata in sede di domanda autorizzativa alle autorità competenti (Comune, Prefettura, Commissione di Vigilanza). � Bellator Defense 🪪 2. Autorizzazioni e dispositivi di ordine pubblico Quandosi tratta di eventi con rischi particolari o grandi numeri di pubblico, il Questore e la Prefettura possono richiedere che il dispositivo di ordine pubblico includa un numero definito di steward, personale di controllo accessi e misure di sicurezza aggiuntive, coordinati con le forze dell’ordine. Questo avviene attraverso l’istruttoria della Commissione di Vigilanza e l’esame congiunto tra Comune, Vigili del Fuoco e Autorità di Pubblica Sicurezza. � MASTER 🔥 3. Piano di safety e prevenzione incendi Parallelamente alla security, per eventi con numeri consistenti o con permanenza prolungata di pubblico, è obbligatorio predisporre un piano di safety interno e uno di prevenzione incendi, con personale formato in grado di: attivare procedure di emergenza; gestire evacuazioni ordinate; coordinarsi con i Vigili del Fuoco e i servizi sanitari. � antincendio.it Il numero di addetti alla prevenzione incendi è influenzato dalla classe di rischio dell’attività, dalla capienza e dalla natura dell’evento, e spesso prescritto dalle norme tecniche antincendio e dai piani di emergenza approvati. � comune.cirie.to.it 🧩 Conclusioni: un sistema integrato La determinazione del numero di addetti alla security e alla safety per concerti, eventi pubblici e locali ad alto afflusso in Italia non si riduce a una formula matematica standard, ma deriva da un processo autorizzativo e di valutazione dei rischi che coinvolge: Normativa nazionale (TULPS, D.M. sicurezza personale, norme antincendio e sicurezza sul lavoro). � vimercate.trasparenza-valutazione-merito.it +1 Valutazione documentata del rischio nel piano di sicurezza presentato all’autorità competente. � MASTER Indicazioni della Questura, Prefettura e Commissione di Vigilanza locale, che possono richiedere specifici dispositivi di ordine pubblico e numeri di personale in base alla natura e criticità dell’evento. � MASTER Requisiti di formazione e iscrizione degli addetti alla sicurezza (buttafuori / ASC) nei relativi elenchi prefettizi. � Gazzetta Ufficiale In sintesi, la sicurezza degli eventi è il risultato di una pianificazione condivisa tra organizzatori e autorità, in cui la quantità e qualità del personale addetto deve essere giustificata tecnicamente e approvata nell’ambito delle procedure amministrative vigenti. Articolo di Bellardini Danilo Safety & Security Manager "Sono un Vigile del Fuoco, Formatore e Consulente in Sicurezza Nato nel 1987, ho intrapreso la mia carriera nei Vigili del Fuoco a soli 18 anni. Oggi ricopro il ruolo di Caposquadra con qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze operative e gestionali in scenari complessi, emergenze e attività di coordinamento. Parallelamente, ho conseguito un’abilitazione universitaria in Security Management e mi sono specializzato come consulente e formatore professionale in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/08). Opero come RSPP e Coordinatore delle Emergenze qualificato, offrendo supporto tecnico e formazione mirata a enti pubblici e aziende private. La mia esperienza si estende anche alla consulenza in sopravvivenza urbana e gestione delle maxi emergenze, ambiti in cui integro la mia formazione tecnica con l’esperienza diretta maturata sul campo. Il mio obiettivo è diffondere cultura della sicurezza, preparazione e resilienza, accompagnando organizzazioni e persone a gestire con competenza rischi e situazioni critiche."
- Oltre gli estintori: quando la prevenzione ignora il fattore umano. (di Giuseppe Savina)
Spunti di riflessione a partire dall’incendio di Crans-Montana Quando si parla di prevenzione incendi, il pensiero corre quasi automaticamente ai presidi materiali: estintori, vie di fuga, cartellonistica, impianti di rilevazione, porte REI. Tutti elementi indispensabili, normati e verificabili. Eppure, eventi come l’incendio avvenuto a Crans-Montana ci ricordano che la sicurezza reale non è fatta solo di oggetti, ma soprattutto di persone, ruoli e decisioni operative. Il rischio non è solo “se” accade, ma “come” viene gestito Al di là delle dinamiche specifiche dell’evento — che spetta alle autorità competenti chiarire — l’episodio di Crans-Montana offre uno spunto di riflessione più ampio sulla progettazione dei presidi umani nelle emergenze. In molte strutture ad alta affluenza – hotel, resort, eventi, locali – la valutazione del rischio tende a concentrarsi sulla conformità tecnica. Ma un’emergenza non è un collaudo: è una situazione dinamica, caotica, emotiva. Quando l’assetto umano non è progettato per reggere situazioni di stress operativo, alcune fragilità sistemiche diventano evidenti: ● assenza di ridondanza nei ruoli chiave; ● dipendenza da singoli punti di controllo; ● difficoltà nel mantenere una copertura continua delle funzioni critiche; ● scarsa capacità di adattamento dell’organizzazione durante l’emergenza. Questo non è un errore individuale. È una criticità di progettazione preventiva. Il presidio umano è un dispositivo di sicurezza Un addetto alla sicurezza non è solo “presenza visiva” o deterrenza. È un presidio attivo, con funzioni che in emergenza diventano vitali: ● controllo degli accessi (chi entra, chi esce, chi non deve rientrare); ● gestione dei flussi di evacuazione; ● filtro tra interno ed esterno; ● collegamento operativo con soccorsi e responsabili; ● supporto alle persone in stato di panico. Pensare che una sola persona possa coprire più ruoli simultaneamente è una sottovalutazione del rischio, soprattutto in contesti affollati. La domanda giusta non è “siamo a norma?” La vera domanda preventiva dovrebbe essere: In caso di emergenza reale, con persone spaventate e tempi compressi, il nostro assetto umano regge? Perché una procedura scritta non evacua un edificio. Una planimetria non calma le persone. Un estintore non governa i comportamenti. Lo fanno le persone formate, presenti, distribuite correttamente. Ripensare la prevenzione in chiave sistemica Eventi come questo dovrebbero spingerci a: ● integrare la valutazione dei presidi umani nei DVR e nei piani di emergenza; ● definire ruoli ridondanti, non singoli punti di fallimento; ● prevedere chi resta all’esterno mentre altri intervengono all’interno; ● allenare non solo le procedure, ma gli scenari realistici. La sicurezza efficace nasce quando strutture, persone e decisioni sono progettate insieme. Conclusione La prevenzione non è mai solo tecnica. È organizzativa, umana, strategica. E ogni evento critico, se letto con lucidità, può diventare un’occasione per migliorare davvero, andando oltre la semplice conformità normativa. Perché in emergenza non conta ciò che è scritto. Conta ciò che funziona. Giuseppe Savina è un professionista attivo nel settore della sicurezza, della gestione delle emergenze e della formazione, con un profilo che unisce competenze operative sul campo e capacità formative. Diplomato, opera come Vigile del Fuoco Volontario e Private Safety Officer, maturando esperienza diretta nella gestione di scenari emergenziali, nella valutazione del rischio e nell’intervento operativo. Il suo percorso gli ha consentito di sviluppare una visione concreta e funzionale della sicurezza, basata sull’esperienza reale e sull’applicazione rigorosa delle procedure. È formatore per la sicurezza sui luoghi di lavoro e coordinatore delle emergenze, con particolare attenzione agli ambienti ad alto rischio, dove l’organizzazione, la chiarezza dei ruoli e la preparazione del personale risultano determinanti. La sua attività formativa è orientata alla comprensione pratica delle procedure, alla prevenzione e alla gestione efficace dell’emergenza. Possiede qualifiche come Operatore TPSS, Operatore ATP, Operatore BLSD e Operatore Alto Rischio, che completano un profilo tecnico solido e multidisciplinare, in grado di integrar aspetti di sicurezza, primo intervento e supporto alle persone in situazioni critiche. A queste competenze si affiancano competenze informatiche, utili per l’organizzazione, la gestione delle informazioni e il supporto ai processi formativi e operativi. Grazie a un approccio serio, responsabile e orientato alla tutela delle persone, Giuseppe Savina rappresenta una figura affidabile e preparata nel campo della sicurezza e delle emergenze, capace di operare efficacemente sia nella prevenzione sia nella gestione operativa degli eventi critici.
- L’importanza di un Security & Safety Manager nelle attività ad alto afflusso e nelle infrastrutture critiche (di Danilo Bellardini)
L’importanza di un Security & Safety Manager nelle attività ad alto afflusso e nelle infrastrutture critiche In un contesto sociale e normativo sempre più complesso, la gestione della sicurezza e della safety non può più essere affidata all’improvvisazione o a figure non specializzate. Attività ad alto afflusso di persone – come hotel, discoteche, locali di intrattenimento, centri commerciali – così come aziende strategiche e infrastrutture critiche, richiedono oggi un approccio professionale, integrato e continuo alla gestione dei rischi. In questo scenario, la figura del Security & Safety Manager rappresenta un investimento strategico e non un semplice costo. Chi è e cosa fa un Security & Safety Manager Il Security & Safety Manager è un professionista altamente specializzato nella prevenzione, pianificazione e gestione di: Rischi per le persone (clienti, lavoratori, fornitori) Rischi strutturali e impiantistici Rischi legati a eventi critici (incendi, panico, aggressioni, evacuazioni) Minacce intenzionali (sabotaggi, atti violenti, intrusioni) Eventi straordinari e situazioni di emergenza Il suo ruolo non si limita al rispetto formale delle normative, ma mira a creare un sistema di sicurezza reale, efficace e testato. Attività ad alto afflusso: perché il rischio è maggiore Hotel e discoteche condividono alcune criticità fondamentali: Elevata concentrazione di persone Presenza di pubblico eterogeneo e spesso non addestrato Ambienti bui, rumorosi, affollati Consumo di alcol (discoteche) Turnover elevato del personale Presenza di eventi speciali e picchi improvvisi di affluenza In questi contesti, un’emergenza mal gestita può trasformarsi rapidamente in una tragedia. Il Security & Safety Manager: Analizza i flussi di persone Valuta il carico massimo ammissibile Verifica vie di fuga e sistemi antincendio Coordina sicurezza privata e personale interno Pianifica scenari realistici di emergenza Aziende e infrastrutture critiche: la continuità operativa come priorità Nel caso di aziende strategiche, siti industriali, infrastrutture critiche (energia, trasporti, logistica, sanità), la sicurezza non riguarda solo le persone, ma anche: Continuità del servizio Protezione degli asset Riduzione dei danni economici e reputazionali Resilienza dell’organizzazione Il Security & Safety Manager opera integrando: Safety sul lavoro; Security fisica; Risk management; Business continuity; Crisis management Il Piano di Emergenza: cos’è davvero (e cosa spesso non è) Il Piano di Emergenza non è un documento da tenere in un cassetto per adempiere a un obbligo normativo. Un vero Piano di Emergenza è: Specifico per quella struttura; Basato su un’analisi dei rischi reale; Conosciuto e compreso dal personale; Testato periodicamente; Aggiornato nel tempo Deve rispondere a domande chiave: Cosa può succedere? Chi fa cosa? Chi prende le decisioni? Come si comunica l’emergenza? Dove si evacuano le persone? Come si assiste chi ha difficoltà? Senza queste risposte, il piano è solo carta. L’importanza delle squadre di emergenza private Un elemento sempre più strategico è l’inserimento di squadre di emergenza private formate e coordinate da un Security & Safety Manager. Cosa sono Gruppi di operatori addestrati per: Primo intervento antincendio Gestione del panico Primo soccorso avanzato Evacuazione assistita Supporto alle forze pubbliche Perché sono fondamentali Intervengono nei primi minuti, quelli decisivi Conoscono perfettamente la struttura Parlano lo stesso linguaggio operativo Riducono tempi di risposta e confusione Salvano vite prima dell’arrivo dei soccorsi esterni In attività come discoteche e grandi hotel, queste squadre fanno la differenza tra controllo e caos. Consulente esterno o professionista interno? Entrambe le soluzioni sono valide, se ben strutturate: Consulente Security & Safety Manager Analisi indipendente Aggiornamento normativo costante Visione esterna e critica Ideale per più strutture o catene Security & Safety Manager interno Presenza continua Conoscenza profonda del sito Coordinamento quotidiano Ideale per grandi realtà e infrastrutture critiche La scelta dipende da dimensioni, rischi e complessità dell’attività. Conclusione: la sicurezza non è un optional Affidarsi a un Security & Safety Manager significa: Prevenire incidenti Proteggere persone e patrimonio Ridurre responsabilità civili e penali Migliorare l’immagine dell’attività Garantire professionalità e affidabilità In un mondo dove l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, la sicurezza si costruisce prima, non durante l’emergenza. "Sono un Vigile del Fuoco, Formatore e Consulente in Sicurezza Nato nel 1987, ho intrapreso la mia carriera nei Vigili del Fuoco a soli 18 anni. Oggi ricopro il ruolo di Caposquadra con qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze operative e gestionali in scenari complessi, emergenze e attività di coordinamento. Parallelamente, ho conseguito un’abilitazione universitaria in Security Management e mi sono specializzato come consulente e formatore professionale in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/08). Opero come RSPP e Coordinatore delle Emergenze qualificato, offrendo supporto tecnico e formazione mirata a enti pubblici e aziende private. La mia esperienza si estende anche alla consulenza in sopravvivenza urbana e gestione delle maxi emergenze, ambiti in cui integro la mia formazione tecnica con l’esperienza diretta maturata sul campo. Il mio obiettivo è diffondere cultura della sicurezza, preparazione e resilienza, accompagnando organizzazioni e persone a gestire con competenza rischi e situazioni critiche."
- Nuove regole di ingresso negli Stati Uniti: implicazioni operative e rischi emergenti per la Trave Security (di Marco Pera)
Dal punto di osservazione di chi si occupa quotidianamente di travel security, le recenti modifiche alle politiche di accesso agli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump rappresentano molto più di un aggiornamento normativo. Si tratta di un’evoluzione strutturale del concetto stesso di confine, che impatta direttamente sulla gestione del rischio per viaggiatori, aziende multinazionali e organizzazioni istituzionali. Negli ultimi anni, la sicurezza dei viaggi internazionali si è progressivamente spostata dal piano fisico a quello informativo e decisionale. Le nuove regole statunitensi accelerano questo processo, introducendo un modello di selezione preventiva del viaggiatore che combina fattori geopolitici, digitali ed economici. Il confine come dispositivo di sicurezza avanzata Le restrizioni all’ingresso, che colpiscono in modo diretto o indiretto un numero crescente di Paesi, rispondono a una logica di risk avoidance piuttosto che di risk management. Dal punto di vista operativo, questo significa che la valutazione del rischio non avviene più caso per caso, ma per aggregati nazionali e regionali. Per chi gestisce la mobilità internazionale, questa impostazione genera un primo elemento critico: la prevedibilità. Un sistema di travel security efficace si basa su regole chiare, processi replicabili e margini di errore ridotti. L’attuale modello statunitense, invece, introduce una variabile geopolitica forte, in cui l’accesso può essere limitato o revocato in tempi rapidi per ragioni non sempre esplicitate. L’accesso come fattore economico di selezione L’introduzione di garanzie finanziarie elevate per alcune categorie di viaggiatori segna un passaggio rilevante sul piano strategico. Dal punto di vista della sicurezza, la cauzione viene giustificata come strumento di prevenzione delle permanenze irregolari. Nella pratica, però, essa introduce un filtro economico che non è direttamente correlato al rischio individuale. Per un travel security manager, questo comporta un aumento dei barriers to travel che deve essere valutato nella pianificazione delle missioni internazionali. Non solo in termini di costi, ma anche di equità e sostenibilità delle policy aziendali. L’accesso al Paese diventa una funzione del budget, non del profilo di sicurezza del viaggiatore. Profilazione digitale e rischio decisionale Il rafforzamento dei controlli digitali è probabilmente l’aspetto più delicato del nuovo quadro. La richiesta sistematica di informazioni sui social media e sulle reti di contatto personali sposta la valutazione del rischio su un terreno opaco, dove algoritmi e analisi automatizzate giocano un ruolo crescente. Dal nostro punto di vista, questo introduce un rischio spesso sottovalutato: il decision risk. Il viaggiatore può essere ritenuto non idoneo all’ingresso sulla base di correlazioni deboli, contenuti decontestualizzati o semplici incongruenze informative. In assenza di trasparenza sui criteri di valutazione, la possibilità di mitigare il rischio prima della partenza si riduce drasticamente. In termini di travel risk management, questo rappresenta un cambio di paradigma: non è più sufficiente verificare documenti, itinerari e compliance formale. È necessario considerare anche l’esposizione digitale del viaggiatore come potenziale fattore di rischio. Effetti geopolitici e rischio di escalation reciproca Le reazioni di alcuni Paesi, che hanno introdotto misure di ritorsione verso i cittadini statunitensi, confermano un trend già noto ai professionisti della sicurezza: le politiche di accesso sono diventate strumenti di pressione geopolitica. Per le organizzazioni che operano su scala globale, questo scenario aumenta il rischio di frammentazione della mobilità internazionale. La travel security non può più essere pianificata esclusivamente su base nazionale, ma deve tenere conto di dinamiche di reciprocità e di escalation normativa che possono cambiare rapidamente il contesto operativo. ⸻ Cittadini italiani: rischio basso, ma non nullo Dal punto di vista formale, i cittadini italiani continuano a rientrare tra quelli ammessi al Visa Waiver Program. Tuttavia, l’esperienza operativa mostra come l’autorizzazione ESTA non rappresenti più una garanzia di ingresso, ma una condizione preliminare soggetta a revisione continua. Il vero punto critico si colloca al momento dell’arrivo. L’ufficiale di frontiera dispone di ampi poteri discrezionali e può negare l’ingresso anche in presenza di documentazione formalmente corretta. Per chi gestisce la sicurezza dei viaggiatori, questo significa che il rischio residuo rimane elevato fino all’effettivo superamento del controllo di frontiera. In questo contesto, la preparazione del viaggiatore assume un valore strategico: coerenza tra dichiarazioni, itinerario chiaro, finalità del viaggio ben documentata e consapevolezza dell’esposizione digitale. Non si tratta di eludere i controlli, ma di ridurre le ambiguità che possono generare decisioni sfavorevoli. ⸻ Conclusioni operative Dal punto di vista di un travel security manager, le nuove regole di ingresso negli Stati Uniti rappresentano un esempio emblematico di come la sicurezza possa trasformarsi in un fattore di rischio se spinta oltre una soglia di equilibrio. L’aumento dei controlli, la discrezionalità decisionale e la politicizzazione del confine riducono la prevedibilità del viaggio e complicano la pianificazione delle missioni internazionali. In questo scenario, la travel security non può limitarsi a mitigare minacce esterne, ma deve gestire l’incertezza prodotta dai sistemi di sicurezza stessi. La sfida, per il futuro, sarà mantenere un equilibrio tra protezione e accessibilità. Quando questo equilibrio si rompe, il rischio non scompare: semplicemente si sposta, assumendo forme nuove e spesso più difficili da governare. articolo del dott. Pera Marco Security Manager con oltre 20 anni di esperienza tra Forze dell’Ordine e ambito aziendale. Dopo una lunga carriera nell’Arma dei Carabinieri, Specializzato in Travel Security e Risk Management, coordina attività strategiche per la sicurezza del personale in viaggio. Dalla valutazione dei Paesi alla gestione delle emergenze, accompagna le aziende nella costruzione di sistemi di protezione dinamici, concreti e conformi alle normative. come Travel Security Manager , supporta le aziende nella protezione del personale in mobilità, attraverso strategie di prevenzione e gestione del rischio.












