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- L'architettura della profilazione ibrida: integrazione sinergica tra I.A., OSINT e SOCMINT nella moderna criminologia digitale (di Borgese Francesco)
La transizione verso un ecosistema criminale dominato da algoritmi e attori polimorfici ha imposto una revisione strutturale del paradigma investigativo. Nel biennio 2024-2025, la criminologia applicata al cybercrime non può più prescindere dall'integrazione di strumenti di intelligenza artificiale (I.A.) per gestire la scalabilità e la velocità dei dati, ma deve contestualmente riaffermare il primato dell'analisi umana laddove la profondità relazionale e la componente empatica diventano variabili discriminanti per l'attribuzione di responsabilità e la comprensione del movente. Sebbene l'I.A. consenta un'analisi chirurgica di dataset massivi, la sua incapacità intrinseca di possedere una comprensione esperienziale limita la sua funzione a quella di un moltiplicatore di forza, incapace di sostituire integralmente la figura del profiler, specialmente nella decodifica delle sfumature comportamentali più complesse. Il limite ontologico dell'intelligenza artificiale: l'illusione dell'empatia nella profilazione Nel campo della profilazione criminale, l'empatia non è una mera risposta emotiva, ma uno strumento analitico che permette di ricostruire il processo decisionale del reo. L'I.A. moderna, pur essendo in grado di simulare risposte empatiche attraverso modelli linguistici avanzati (LLM), opera su base puramente statistica. Questi sistemi ingeriscono enormi quantità di dati prodotti dall'uomo, apprendendo a replicare pattern linguistici associati all'empatia senza tuttavia esperirne il significato. La ricerca sperimentale ha dimostrato che, sebbene gli agenti conversazionali possano ricevere punteggi elevati in compiti di reazione emotiva superficiale, falliscono sistematicamente nell'interpretazione profonda e nell'esplorazione dell'esperienza vissuta dall'utente. Questa "illusione di empatia" rappresenta un rischio critico per il criminologo. Un sistema di I.A. può identificare correttamente una tecnica di neutralizzazione o un sentimento negativo, ma non è in grado di ponderare le implicazioni morali o politiche di tali espressioni. Mentre l'apprendimento umano implica comprensione, ragionamento e adattamento basato sull'esperienza, il machine learning (ML) si limita a trovare pattern per prendere decisioni di classificazione o previsione. Questa distinzione è fondamentale: l'I.A. vede il "cosa" e il "come" attraverso i dati, ma solo la mente umana può intuire il "perché" situato all'interno di un contesto culturale e relazionale specifico. L'assenza di una reale attivazione delle aree cerebrali legate all'empatia, che nell'uomo integrano informazioni cognitive e affettive, rende l'I.A. cieca rispetto a situazioni in cui il linguaggio non verbale o il sottotesto sono determinanti. Per il criminologo esperto, questo significa che l'output algoritmico deve essere sempre considerato un'ipotesi di lavoro, mai una verità processuale definitiva. Evoluzione delle metodologie OSINT e SOCMINT nell'era dell'I.A. L'Open Source Intelligence (OSINT) è passata dal semplice monitoraggio di fonti aperte a una disciplina tecnicamente complessa che sfrutta la fusione di intelligence multimodale. La proliferazione di informazioni pubblicamente disponibili (PAI) ha reso impossibile l'analisi manuale, portando alla nascita di piattaforme come OSINT CyberVision, che integrano LLM, Retrieval-Augmented Generation (RAG) e agenti autonomi per rivoluzionare la raccolta e l'analisi dei dati. La Social Media Intelligence (SOCMINT), sottodisciplina dell'OSINT focalizzata sulle piattaforme digitali, offre una finestra senza precedenti sulla psiche del cybercriminale. Le tracce lasciate su Telegram, X, forum del dark web e blog specialistici non sono solo dati tecnici, ma frammenti di un'identità digitale che riflette ideologie, affiliazioni e pattern comportamentali. L'integrazione dell'I.A. permette di scalare queste analisi, identificando connessioni nascoste tra profili apparentemente non correlati e rilevando anomalie comportamentali in tempo reale. Il ciclo dell'intelligence integrata Un workflow moderno di OSINT/SOCMINT potenziato dall'I.A. segue una struttura rigorosa in sei fasi, essenziale per garantire la validità forense dei risultati: 1. Definizione degli obiettivi: chiarezza sulle finalità dell'indagine per evitare la dispersione nel rumore informativo. 2. Identificazione delle fonti: selezione mirata di database aperti, social media, mercati del dark web e repository di leak. 3. Raccolta automatizzata: utilizzo di crawler e scraper dotati di capacità di bypassare le difese anti-bot e di operare in ambienti multilingue. 4. Elaborazione e correlazione: trasformazione di dati non strutturati in grafi di conoscenza, mappe di calore e linee temporali sincronizzate. 5. Analisi predittiva: impiego di algoritmi per anticipare minacce future basate su trend emergenti e pattern storici. 6. Reporting e documentazione: generazione di audit trail verificabili che supportino l'ammissibilità dei risultati in sede giudiziaria. L'efficacia di questo approccio è dimostrata dalla capacità di identificare i perpetratori di attacchi sofisticati tracciando le loro impronte digitali fino a noti gruppi di hacking, come il Lazarus Group o APT29, attraverso l'analisi semantica delle comunicazioni e la correlazione di metadati. NLP e decodifica delle Tecniche di Neutralizzazione (ToN) Uno degli aspetti più avanzati della profilazione ibrida riguarda l'uso del Natural Language Processing (NLP) per identificare le razionalizzazioni psicologiche utilizzate dai cybercriminali. Le Tecniche di Neutralizzazione (ToN), pilastro della criminologia teorica, permettono al reo di silenziare il conflitto morale e agire in modo deviante senza compromettere la propria auto-immagine. La capacità dell'I.A. generativa (es. GPT-4) di riconoscere e rifasare queste tecniche all'interno di interviste o post online è diventata un asset fondamentale per il criminologo. Le evidenze indicano tassi di precisione superiori al 90% nel riconoscimento di categorie specifiche come la "Negazione del danno" o "Appello a lealtà superiori". Tuttavia, l'intervento umano resta critico per distinguere tra una razionalizzazione genuina e una manipolazione intenzionale volta a ingannare gli investigatori o i giudici. L'integrazione di questi modelli permette al profiler di costruire un ritratto psicologico dinamico dell'attore di minaccia, comprendendo non solo le sue capacità tecniche, ma anche la sua resilienza morale e la probabilità di recidiva. Biometria comportamentale: la nuova frontiera della profilazione continua Mentre la biometria fisica (impronte digitali, riconoscimento facciale) è statica e soggetta a furto o falsificazione tramite deepfake, la biometria comportamentale analizza pattern d'azione dinamici che riflettono l'unicità dell'interazione umana con la tecnologia. Questa disciplina, nota anche come behavioral intelligence, permette di autenticare l'identità di un utente non per quello che "ha" (password) o "sa" (domande di sicurezza), ma per quello che "fa". I vettori di analisi principali includono: • Dinamica della digitazione (Keystroke Dynamics): analisi del ritmo, della velocità e della pressione dei tasti, incluse le pause abituali tra specifiche combinazioni di lettere. • Interazione con il mouse: traiettoria del cursore, fluidità dei movimenti, preferenze di scorrimento e frequenza dei clic. • Comportamento su Touchscreen: velocità di swipe, pressione esercitata, angolo di inclinazione del dispositivo rilevato tramite accelerometro e giroscopio. • Analisi della navigazione e delle abitudini: percorsi logici all'interno di app o siti web, orari di attività e coerenza della geolocalizzazione IP. L'intelligenza artificiale elabora questi dati attraverso reti neurali convoluzionali (CNN) e modelli di deep learning per stabilire una baseline di comportamento normale. Qualsiasi deviazione, come un improvviso cambiamento nella velocità di digitazione o movimenti del mouse eccessivamente rettilinei (tipici dei bot), attiva alert immediati. In ambito criminologico, queste tecnologie sono fondamentali per rilevare casi di account takeover (ATO) o transazioni effettuate sotto coercizione, dove il pattern di stress dell'utente legittimo si riflette in alterazioni micro-comportamentali rilevabili dall'I.A. Tipologie di attori di minaccia e Cyber Threat Intelligence (CTI) La Cyber Threat Intelligence mira a trasformare le osservazioni tecniche in comprensione strategica. Non tutti i cybercriminali sono uguali; la loro profilazione richiede una distinzione netta basata su moventi, competenze e risorse. L'ontologia moderna degli attori di minaccia, supportata dall'I.A. per l'inferenza automatica dei tipi basata sulle personas, distingue tra: 1. Criminalità Organizzata: attori guidati quasi esclusivamente dal profitto economico, specializzati in Ransomware-as-a-Service (RaaS) e frodi finanziarie su larga scala. 2. State-Sponsored Actors (APT): gruppi altamente sofisticati focalizzati sullo spionaggio a lungo termine, il furto di proprietà intellettuale e il sabotaggio di infrastrutture critiche. 3. Hacktivisti: individui o collettivi motivati da ideologie politiche o sociali, che utilizzano attacchi DDoS o fughe di dati per promuovere una causa. 4. Insider Threats: dipendenti o collaboratori che sfruttano i privilegi di accesso per vendetta, dissenso o guadagno personale. 5. Initial Access Brokers (IAB): una categoria emergente che funge da intermediario, vendendo l'accesso a reti compromesse ai migliori offerenti nel mercato sotterraneo. La CTI potenziata dall'I.A. permette di monitorare il polimorfismo di questi attori, rilevando come cambino tattiche, tecniche e procedure (TTP) nel tempo per evadere il rilevamento. Questo approccio anticipatorio è essenziale per la protezione delle infrastrutture critiche, dove un ritardo nella risposta può avere conseguenze sistemiche. Human-in-the-Loop (HITL) e la mitigazione dei rischi dell'I.A. L'adozione dell'I.A. nelle indagini non è priva di vulnerabilità. La ricerca recente ha evidenziato l'emergere di attacchi di tipo "Lies-in-the-Loop" (LITL), in cui gli aggressori manipolano i dialoghi di approvazione presentati all'analista umano, trasformando un sistema di salvaguardia in un vettore di attacco. Inserendo istruzioni malevole all'interno di prompt che appaiono benigni, i cybercriminali possono indurre l'esperto a autorizzare operazioni dannose, sfruttando la fiducia riposta nell'interfaccia dell'I.A. Per contrastare questi rischi e i bias intrinseci dell'automazione, il paradigma Human-in-the-Loop (HITL) propone un modello di "intelligenza ibrida" caratterizzato da tre dimensioni critiche: • Dimensione interpretativa: l'uomo traduce gli output computazionali in intuizioni azionabili, contestualizzando le previsioni algoritmiche rispetto alla realtà vissuta. • Dimensione etica: gli esperti valutano le conseguenze morali e distributive delle decisioni automatizzate, garantendo che i diritti fondamentali non siano sacrificati sull'altare dell'efficienza. • Dimensione partecipativa: le comunità e i portatori di interesse diventano co-progettisti dei sistemi di I.A., assicurando che la produzione di conoscenza sia allineata agli obiettivi sociali e non puramente estrattiva. In contesti di alta sicurezza, l'approccio HITL assicura che ogni decisione dell'I.A. rimanga spiegabile, audibile e correggibile. Questo è particolarmente rilevante nel rilevamento delle frodi, dove un analista può riconoscere che un accesso flagging come anomalo da un'I.A. è in realtà legittimo (es. utente con un nuovo laptop), evitando falsi positivi che danneggerebbero l'esperienza dell'utente. Etica, legalità e il futuro della profilazione predittiva L'implementazione dell'I.A. nella giustizia penale deve navigare in un campo minato di questioni deontologiche. Il rischio di "bias di automazione", in cui i giudici o gli investigatori si affidano acriticamente ai punteggi di rischio algoritmico, è reale e documentato. Sistemi come COMPAS sono stati criticati per aver sovrastimato sistematicamente il rischio di recidiva per determinati gruppi demografici a causa di dati storici distorti. L'I.A. Act dell'Unione Europea (2024) stabilisce requisiti rigorosi per la trasparenza e la supervisione umana, classificando molte applicazioni di profilazione criminale come ad alto rischio. La sfida per il criminologo moderno è garantire che l'adozione dell'I.A. non eroda il principio della presunzione di innocenza né crei una società di "pre-crimine" in stile Dickiano. Verso una criminologia delle macchine Guardando al futuro, l'interazione sempre più frequente tra agenti I.A. autonomi richiederà lo sviluppo di una "criminologia delle macchine". Dobbiamo interrogarci se le teorie criminologiche classiche, sviluppate per gli esseri umani, siano sufficienti a spiegare i comportamenti devianti emergenti da sistemi multi-agente. Fenomeni di imitazione negativa e rinforzo algoritmico potrebbero portare agenti non originariamente progettati per il danno a cooperare in attività illecite, sollevando questioni inedite di responsabilità e controllo sociale. Sintesi operativa per esperti di settore L'integrazione tra I.A., OSINT e SOCMINT non è un'opzione, ma un imperativo categorico per la moderna criminologia investigativa. Tuttavia, questa simbiosi tecnologica deve essere guidata da una solida bussola etica e professionale. 1. I.A. come assistente, non come giudice: l'output algoritmico deve essere integrato nella "totalità delle prove", mantenendo il controllo umano sulla fase decisionale finale. 2. Validazione continua dei dati: è necessario combattere il fenomeno "Garbage In, Garbage Out", assicurando che i dataset di addestramento siano rappresentativi e privi di bias sistemici. 3. Approccio multidisciplinare: la profilazione efficace richiede la collaborazione tra esperti di digital forensics, psicologi forensi, scienziati dei dati e legali per analizzare ogni evidenza nel suo contesto completo. 4. Trasparenza e Spiegabilità: gli strumenti utilizzati devono essere audibili per garantire che le decisioni possano essere contestate e verificate in tribunale, superando l'opacità dei sistemi "Black Box". 5. Formazione duale: il criminologo del futuro deve possedere competenze tecniche avanzate (comprensione degli algoritmi, RAG, biometria) e una profonda sensibilità umanistica per governare la tecnologia senza diventarne schiavo. In definitiva, l'efficacia della profilazione di cybercriminali nel 2025 risiede nella capacità di unire la potenza di calcolo delle macchine alla saggezza interpretativa dell'uomo. L'I.A. può setacciare l'oceano dei dati digitali con una precisione chirurgica, ma solo la mente umana può navigare tra
- Milano Cortina 2026 - Le Olimpiadi senza perimetro (di Marco Pera)
Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 rappresentano una delle operazioni di sicurezza più complesse mai affrontate in Italia. La complessità non deriva esclusivamente dalle dimensioni dell’evento, ma dalla sua architettura territoriale e funzionale: un’Olimpiade diffusa, articolata su più regioni, caratterizzata da una mobilità continua di atleti, delegazioni, visitatori e rappresentanze istituzionali. In questo contesto, il concetto tradizionale di perimetro fisico perde progressivamente significato, lasciando spazio a un modello di sicurezza basato sulla gestione dei flussi, delle connessioni e del rischio in movimento. I dati confermano la portata della sfida. Sono attesi circa 3.500 atleti, accompagnati da migliaia di membri delle delegazioni tecniche e istituzionali, mentre il numero complessivo dei visitatori stimato supera i 2 milioni nell’arco dei Giochi. La sola cerimonia di inaugurazione, prevista a Milano presso lo Stadio San Siro, vedrà la presenza di circa 60.000 spettatori, oltre a delegazioni politiche e rappresentanti internazionali di alto profilo. Questi numeri si traducono in una pressione significativa sulle infrastrutture di trasporto, sui sistemi urbani e sulle aree montane coinvolte. In tale scenario, la travel security emerge come uno degli elementi centrali dell’intero dispositivo di sicurezza olimpico. Gli spostamenti costituiscono la fase di maggiore esposizione al rischio per atleti, delegazioni e pubblico. Il rischio non è limitato a minacce intenzionali, ma comprende incidenti, congestione infrastrutturale, condizioni meteorologiche avverse, criticità sanitarie, vulnerabilità informative e dipendenza da sistemi digitali per la gestione della mobilità. La sicurezza degli impianti, pur rimanendo fondamentale, non è sufficiente se non accompagnata da una gestione strutturata e continua dei movimenti. Il confronto con le precedenti Olimpiadi Invernali svolte in Italia consente di comprendere l’evoluzione del modello. Cortina 1956 si collocava in un contesto storico e operativo radicalmente diverso. Gli atleti erano circa 800, i visitatori relativamente pochi e concentrati, e la mobilità internazionale limitata. La sicurezza si basava prevalentemente sul controllo del territorio e sulla presenza fisica delle forze dell’ordine. La travel security, intesa come funzione autonoma, non era parte del sistema: gli spostamenti erano brevi, prevedibili e caratterizzati da un basso livello di complessità. Con Torino 2006 si assiste a un primo cambio di paradigma. Gli atleti erano circa 2.600 e i visitatori superarono il milione. Il contesto geopolitico post-11 settembre impose un approccio preventivo e fortemente centralizzato. La sicurezza dei trasferimenti tra Torino e le valli olimpiche entrò a pieno titolo nella pianificazione, ma rimaneva confinata a un’area geografica relativamente compatta, con direttrici di movimento ben definite e fortemente presidiate. La travel security era presente, ma ancora subordinata a un modello prevalentemente statico di controllo. Milano-Cortina 2026 introduce invece una discontinuità strutturale. Le sedi di gara sono distribuite su un territorio ampio e diversificato, che include grandi aree urbane, assi infrastrutturali strategici e contesti montani con limitata accessibilità. Gli spostamenti avvengono quotidianamente su lunghe distanze, attraverso una molteplicità di mezzi di trasporto e in condizioni ambientali variabili. In questo contesto, la travel security diventa una funzione trasversale e continua, non più circoscritta a singoli trasferimenti o momenti critici. Per gli atleti, la sicurezza degli spostamenti è strettamente connessa alla regolarità delle competizioni. Ritardi, deviazioni o incidenti possono incidere sulla preparazione, sul recupero fisico e sul rispetto dei calendari di gara. I piani di sicurezza devono quindi integrare analisi dinamiche dei percorsi, monitoraggio meteo, valutazione delle vulnerabilità infrastrutturali e capacità di ripianificazione rapida, in coordinamento con i servizi sanitari e logistici. Un ulteriore livello di complessità riguarda le delegazioni politiche e istituzionali. Le Olimpiadi costituiscono un contesto ad alta visibilità diplomatica, con la presenza di capi di Stato, ministri e vertici delle organizzazioni internazionali. I loro spostamenti presentano profili di rischio elevati e mutevoli, influenzati dal contesto geopolitico internazionale e dalla concentrazione mediatica. La travel security, in questi casi, richiede un coordinamento avanzato tra scorte, forze di sicurezza, intelligence e organizzazione dell’evento, con particolare attenzione agli itinerari, ai tempi e ai punti di vulnerabilità. Accanto a queste componenti strutturate, vi è la dimensione più ampia e complessa rappresentata dai visitatori. Centinaia di migliaia di persone si muoveranno in autonomia tra le sedi di gara, spesso senza familiarità con il territorio o con le condizioni climatiche invernali. La travel security per il pubblico non può essere intesa come protezione individuale, ma come sistema di prevenzione collettiva: informazione tempestiva, gestione dei flussi, presidio dei nodi di trasporto, assistenza e capacità di risposta rapida agli incidenti. La sicurezza, in questo caso, si misura anche nella riduzione del rischio percepito e nella continuità dell’esperienza di mobilità. Il dispositivo predisposto dallo Stato italiano prevede l’impiego di circa 6.000 operatori delle Forze dell’Ordine, con un ruolo rilevante assegnato ai servizi dedicati alla sicurezza dei trasporti: Polizia Stradale, Polizia Ferroviaria, unità specializzate per il controllo dei nodi logistici e pattugliamenti dinamici lungo le principali direttrici di collegamento. A queste si aggiungono le Polizie Locali, il supporto delle Forze Armate per specifici compiti e un ampio contributo della sicurezza privata. In questo quadro si colloca anche la presenza di delegazioni di sicurezza estere, incaricate di valutare e supportare la protezione dei propri atleti e rappresentanti. Si tratta di una prassi consolidata nei grandi eventi internazionali, che assume particolare rilevanza in un’Olimpiade diffusa come Milano-Cortina. La cooperazione in materia di travel security e lo scambio informativo contribuiscono a rafforzare il sistema complessivo, nel rispetto delle competenze e della responsabilità delle autorità nazionali. Un ulteriore fattore critico è la dipendenza dai sistemi digitali per la gestione della mobilità. Prenotazioni, gestione delle flotte, monitoraggio dei percorsi e comunicazioni operative sono basati su infrastrutture IT che devono essere protette da interruzioni o attacchi. La travel security si intreccia quindi in modo diretto con la cyber security, rendendo necessaria una visione integrata della sicurezza fisica e digitale. La cerimonia di inaugurazione e gli eventi di chiusura rappresentano momenti di massima concentrazione del rischio anche sotto il profilo degli spostamenti. L’afflusso simultaneo di decine di migliaia di persone e la presenza di delegazioni ufficiali richiedono una pianificazione dettagliata dei flussi, delle aree di sosta, delle vie di accesso e di deflusso, nonché di soluzioni alternative in caso di criticità. Nel complesso, Milano-Cortina 2026 conferma come la sicurezza dei grandi eventi non possa più essere analizzata separando i luoghi dai movimenti. La travel security diventa l’elemento di raccordo tra territori, infrastrutture e persone, configurandosi come una componente strutturale del modello di sicurezza olimpico e come uno dei principali fattori critici di successo di un evento “senza perimetro”. Security Manager con oltre 20 anni di esperienza tra Forze dell’Ordine e ambito aziendale. Dopo una lunga carriera nell’Arma dei Carabinieri, Specializzato in Travel Security e Risk Management, coordina attività strategiche per la sicurezza del personale in viaggio. Dalla valutazione dei Paesi alla gestione delle emergenze, accompagna le aziende nella costruzione di sistemi di protezione dinamici, concreti e conformi alle normative. come Travel Security Manager , supporta le aziende nella protezione del personale in mobilità, attraverso strategie di prevenzione e gestione del rischio. DIVENTA REFERENTE SQUAD
- L’Architetto dell’Abisso: La Geometria del Delitto di Roberto Gleboni (di Mariana Berardinetti)
Nuoro, una mattina di settembre. In via Ichnusa, il silenzio viene squarciato da una sequenza di colpi che non lasciano spazio all'errore. Roberto Gleboni, cinquantadue anni, operaio forestale e sindacalista stimato, mette in atto uno sterminio chirurgico. Non c’è caos nella sua azione, ma una geometria del delitto agghiacciante che rivela la gerarchia del suo dominio. Colpisce per prima la moglie, Giusi, nel sonno. In questo primo atto esplode una rabbia punitiva accumulata nel tempo, un risentimento sordo verso l’unica persona che, nella quotidianità, poteva davvero scalfire la sua maschera. Ucciderla non è solo un atto di possesso, ma una punizione estrema per aver osato desiderare una vita oltre la sua ombra. Giusi è il "testimone pericoloso" del suo fallimento interiore, colei che conosceva le crepe sotto la facciata, e la rabbia che la investe serve a cancellare l’unica coscienza capace di giudicarlo e di innescare in lui quella vergogna insopportabile che il narcisista non può processare. Ma è nel passaggio alle stanze dei figli, Martina e Francesco, che la dinamica rivela una freddezza disumana. Qui non c'è più il calore della rabbia, ma il gelo del calcolo. Uccidere i propri figli nel letto, lì dove il genitore è per definizione il contenitore e protettore, rappresenta il tradimento supremo di ogni legge naturale. Per un bambino, l'atto di addormentarsi è l'azione più difficile da compiere, poiché richiede l'abbandono totale a una fragilità estrema; è una fiducia cieca riposta nell'adulto di riferimento. Gleboni ha colpito proprio in quel momento di massima vulnerabilità, trasformando il nido del riposo in un luogo di esecuzione. Colpire chi dorme significa annientare l'innocenza che si è fidata. Gleboni opera con la lucidità di chi sta smantellando un progetto: se il "creatore" decide di sparire, le sue creature devono cessare di esistere. La scelta della pistola calibro 7.65 indica un livellamento delle vittime: nel suo delirio, sono bersagli accumunati dallo stesso destino. Questa firma psichica crea un linkage con il caso di Jean-Claude Romand: entrambi collezionisti di stima che distruggono la propria "collezione" umana piuttosto che vederla macchiata dal fallimento. Dopo lo scempio domestico, il disegno si allarga verso la casa della madre anziana. Questo è il passaggio più simbolico: colpire la madre significa recidere la radice biologica che lo ha generato. In un delirio di onnipotenza, Gleboni vuole essere l'inizio e la fine di tutto. Attraverso questo itinerario di sangue, egli compie un'operazione metafisica: annienta il suo Passato (la madre), il suo Presente (la moglie) e il suo Futuro (i figli). Non lascia nulla dietro di sé, perché nulla deve esistere al di fuori del suo controllo. Il suicidio finale, eseguito con la medesima arma, non è un atto di rimorso, ma l'ultima affermazione di potere sugli esseri umani. Decidendo di morire, Gleboni sottrae se stesso al giudizio della legge e degli uomini; è l'ultima parola del dominatore che decide anche la fine del proprio sipario. Il suicidio è il sigillo finale su un mondo che ha deciso di cancellare: ancora una volta, è lui a decidere la sorte dell'umano, negando allo Stato e alla società il diritto di controllarlo o punirlo. L’anestesia dell’umano e l’infernale solipsismo di un simile sterminatore creano un labirinto di specchi dove l'ego impedisce di vedere la sofferenza altrui. La sua morte civile era già avvenuta nel segreto delle mura domestiche, dove il riflesso di un'educazione basata sull'apparire aveva soffocato l'essere vulnerabili. Resta l'amara lezione di una tragedia che ci insegna quanto la bellezza esteriore di una famiglia "per bene", proprio come i siti storici dell'UNESCO che ammiriamo per la loro imponenza, possa nascondere fondamenta marce se al suo interno il controllo ha preso il posto della libertà di esistere. Dott.ssa Mariana Berardinetti, Criminal Profiler, Magistrato Onorario di Sorveglianza e Docente Forense La Dott.ssa Mariana Berardinetti è una Criminal Profiler e Analista Comportamentale specializzata, con un duplice ruolo operativo nel settore giudiziario. La sua expertise unisce l'analisi scientifica dei crimini e della devianza alla conoscenza pratica del sistema penitenziario e della giustizia onoraria. La Dott.ssa Berardinetti non solo opera nel settore, ma contribuisce attivamente alla formazione dei futuri professionisti, posizionandosi come una figura chiave nel supporto tecnico e giudiziario: Magistrato Onorario di Sorveglianza (Qualifica avvenuta con specifica nomina da CSM). Docente e Formatrice per Aspiranti Magistrati Onorari (Ruolo implicito nella docenza e nell'esperienza accumulata). Direttore del Dipartimento di Pedagogia Giuridica e Docente per la Formazione di Consulenti Tecnici (CTU/CTP), con un focus pratico sul sistema giudiziario. Specializzazione Centrata sul Criminal Profiling Le sue qualifiche e formazioni avanzate sono direttamente funzionali all'attività di profilazione criminale, essenziale per la comprensione delle violenza e del comportamento deviante: Esperta in Analisi Scientifica del Comportamento umano (Criminal Profiler): Possiede il Diploma di Master in Analisi Scientifica del Comportamento verbale e non verbale e una formazione specifica in Criminal Profiling e Metodologie di Cold Case Investigation. Analista Investigativa e Criminologa Forense: È Criminologa Esperta in Analisi della Scena del Crimine, con un Master di Specializzazione in Psicologia Investigativa, Analisi Comportamentale, Psicologia Giuridica, Psicopatologia e Psicodiagnostica Forense. Competenza Trasversale: Ha completato formazioni in Biologia e Genetica Forense e Tossicologia generale e Clinica. Formazione Accademica La sua base accademica pluridisciplinare le fornisce la prospettiva sociale e psicologica necessaria per la profilazione e il lavoro giudiziario: * Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche (LM85) (Università Pegaso, votazione 104). * Laurea Magistrale in Programmazione e Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali (LM88 Sociologia) Laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione (Università Guglielmo Marconi - Roma, votazione 105/110). DIVENTA REFERENTE SQUAD
- DPI e cultura della sicurezza: quando l’esperienza diventa un rischio (e perché la formazione non deve fermarsi mai) (di Giuseppe Savina
Nel mondo della salute e sicurezza sul lavoro esiste una contraddizione tanto diffusa quanto sottovalutata: spesso non sono i lavoratori più giovani o inesperti a ignorare i Dispositivi di Protezione Individuale, ma proprio quelli con più anni di servizio alle spalle. Non per mancanza di conoscenze normative. Non per superficialità. Ma per abitudine. Con il tempo, l’esperienza crea sicurezza personale, automatismi, rapidità di esecuzione. Tutti elementi preziosi. Ma se non accompagnati da una cultura della prevenzione costantemente aggiornata, possono trasformarsi in un fattore di rischio. Quando l’esperienza genera assuefazione al pericolo Chi lavora da molti anni nello stesso settore ha visto di tutto: incidenti, quasi incidenti, emergenze risolte “per miracolo”. Questo porta a sviluppare una percezione distorta del rischio. Frasi come: ● “Ho sempre fatto così” ● “Ci metto due minuti, non serve il casco” ● “Non è mai successo niente” ● “So quello che faccio” diventano parte del linguaggio quotidiano. Questo fenomeno si chiama normalizzazione del rischio: situazioni potenzialmente pericolose vengono percepite come ordinarie. Il cervello smette di segnalarle come minacce. Ed è proprio qui che nasce il vero pericolo. I DPI non falliscono: vengono aggirati Caschi lasciati sul banco. Guanti tolti “solo per un attimo”. Occhiali appoggiati sulla testa. Cuffie antirumore abbassate. Nella maggior parte degli infortuni gravi, i DPI erano presenti. Ma non utilizzati correttamente. Questo dimostra una cosa fondamentale: il problema non è la disponibilità dei dispositivi, ma il comportamento. La sicurezza non è un oggetto. È una scelta quotidiana. Le nuove generazioni e la cultura preventiva Negli ultimi anni si sta assistendo a un cambiamento importante: i lavoratori più giovani arrivano in azienda con una maggiore sensibilità verso la sicurezza. Grazie a: ● percorsi scolastici più strutturati ● formazione obbligatoria iniziale ● maggiore esposizione ai temi HSE ● una cultura generale più orientata alla prevenzione mostrano spesso più attenzione all’uso dei DPI e al rispetto delle procedure. Non sono necessariamente più esperti, ma hanno una base culturale più solida. Ed è un patrimonio che va tutelato. L’integrazione tra senior e junior: la vera forza dell’azienda Un ambiente di lavoro sicuro nasce dall’incontro tra: - esperienza operativa - cultura della prevenzione I senior trasmettono competenze pratiche. I junior portano metodo, attenzione alle regole e mentalità preventiva. Quando queste due forze collaborano, la sicurezza cresce. Quando invece una prevale sull’altra, il sistema si indebolisce. Il ruolo chiave di datori di lavoro, preposti e RSPP La responsabilità non è solo del lavoratore. Chi ha ruoli di coordinamento deve: ● dare l’esempio nell’uso dei DPI ● intervenire sui comportamenti scorretti ● rinforzare continuamente i messaggi di prevenzione ● trasformare la sicurezza in valore aziendale, non in obbligo formale La formazione non deve essere un evento isolato, ma un processo continuo di riallineamento tra pratica quotidiana e procedure corrette. DPI: non protezioni, ma alleati Indossare un DPI non significa essere deboli. Significa essere professionali. Ogni dispositivo rappresenta una barriera tra un rischio reale e una possibile conseguenza irreversibile. Non è tempo perso. È investimento sulla propria salute. Non è diffidenza verso le proprie capacità. È rispetto per la propria vita. La formazione deve continuare, per tutti La cultura della sicurezza non si acquisisce una volta per tutte. Va aggiornata. Rinforzata. Richiamata. Soprattutto per chi lavora da molti anni, perché l’esperienza senza aggiornamento rischia di diventare cieca. Conclusione La vera maturità professionale non è dire: “Non mi serve il DPI.” È dire: “Lo indosso perché so cosa può succedere.” La sicurezza non distingue tra giovani ed esperti, può altresì distinguere tra chi la rispetta e chi la sottovaluta. Ed è per questo che la formazione deve continuare. Sempre. Giuseppe Savina è un professionista attivo nel settore della sicurezza, della gestione delle emergenze e della formazione, con un profilo che unisce competenze operative sul campo e capacità formative. Diplomato, opera come Vigile del Fuoco Volontario e Private Safety Officer, maturando esperienza diretta nella gestione di scenari emergenziali, nella valutazione del rischio e nell’intervento operativo. Il suo percorso gli ha consentito di sviluppare una visione concreta e funzionale della sicurezza, basata sull’esperienza reale e sull’applicazione rigorosa delle procedure. È formatore per la sicurezza sui luoghi di lavoro e coordinatore delle emergenze, con particolare attenzione agli ambienti ad alto rischio, dove l’organizzazione, la chiarezza dei ruoli e la preparazione del personale risultano determinanti. La sua attività formativa è orientata alla comprensione pratica delle procedure, alla prevenzione e alla gestione efficace dell’emergenza. Possiede qualifiche come Operatore TPSS, Operatore ATP, Operatore BLSD e Operatore Alto Rischio, che completano un profilo tecnico solido e multidisciplinare, in grado di integrar aspetti di sicurezza, primo intervento e supporto alle persone in situazioni critiche. A queste competenze si affiancano competenze informatiche, utili per l’organizzazione, la gestione delle informazioni e il supporto ai processi formativi e operativi. Grazie a un approccio serio, responsabile e orientato alla tutela delle persone, Giuseppe Savina rappresenta una figura affidabile e preparata nel campo della sicurezza e delle emergenze, capace di operare efficacemente sia nella prevenzione sia nella gestione operativa degli eventi critici. DIVENTA REFERENTE SQUAD
- Ho detto: 'Fermo, polizia' e poi lui ha estratto la pistola. Sparatoria a Rogoredo, parla il poliziotto: “Volevo rincorrerlo, ho avuto paura"
Un agente di polizia con 20 anni di esperienza è stato coinvolto nella sparatoria che ha portato alla morte di Adberrahim Mansouri. Durante l'azione, l'agente ha ordinato a Mansouri di fermarsi, ma quest'ultimo ha estratto una pistola puntandola verso di lui. Per difendersi, l'agente ha sparato. Ha descritto di aver provato molta paura, anche dopo tanti anni di servizio. Dopo aver colpito Mansouri, si è accostato al corpo e ha notato la pistola a pochi centimetri dalla mano del deceduto. Il 28enne è stato trovato in possesso di droga, inclusi hashish, eroina e cocaina. Non è chiaro perché Mansouri abbia estratto la pistola, ma potrebbe aver scambiato gli agenti per rapinatori. Le indagini suggeriscono che portasse con sé una pistola giocattolo. Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha commentato che con una nuova legge, l'agente potrebbe beneficiare dell'inversione dell'onere della prova, visto il contesto dell'incidente. Tuttavia, il destino dell'agente rimane nelle mani del giudice, come indicato dalle procedure legali vigenti. DIVENTA SOCIO SQUAD
- L’espressione della violenza Analisi criminologica- comportamentale della fenomenologia della violenza (di Luca Mercuri)
Analizzare la violenza oggi richiede di andare oltre l’atto fisico, osservandola come un fenomeno plastico che si adatta ai cambiamenti sociali, tecnologici e psicologici. In ambito criminologico-comportamentale, non cerchiamo solo il "cosa", ma il "perché" e il "come" un individuo arrivi a deumanizzare l'altro. Ci sono varie tipologie fenomenologiche della violenza contemporanea che possiamo suddividere nelle seguenti categorie: 1. La Violenza Relazionale e di Genere Questa forma di violenza affonda le radici in dinamiche di potere, controllo paura dell’abbandono, attaccamento ossessivo. Dal punto di vista comportamentale, si manifesta spesso attraverso il cosiddetto "Ciclo della Violenza" (Walker), in cui avviene una vera e propria manipolazione psicologica da cui è difficile uscire. Qui possiamo trovare due formule che vengono messe in atto: Violenza Psicologica: Spesso invisibile, ma molto dannosa che utilizza il gaslighting (manipolazione della percezione della realtà) e l'isolamento sociale per annullare l'autonomia della vittima. Femminicidio e Violenza "Possessiva": Criminologicamente, l'autore presenta spesso un deficit di elaborazione dell'abbandono, interpretando l'autonomia della partner come una minaccia alla propria integrità narcisistica. Violenza della donna nei confronti dell’uomo: che si manifesta spesso con reati come stalking, linguaggio screditante, violenza psicologica che mina la virilità e l’autostima, sottrazione di minori, violenza fisica e verbale. Tale fenomenologia presenta un numero oscuro poiché l’uomo difficilmente denuncia soprattutto per fattori di natura sociale, di giudizio sulla virilità. 2. La Violenza Liquida e Digitale (Cyber-Violence) La tecnologia ha rimosso i freni inibitori tipici del confronto vis-à-vis . Questo fenomeno è noto come disinibizione tossica online . Cyberbullismo e Shitstorm: La distanza fisica annulla l'empatia. Non vedendo la sofferenza sul volto della vittima, l'aggressore non riceve il "feedback del dolore" che normalmente bloccherebbe l'aggressione, inoltre questa tipologia di violenza è silenziosa, difficile da intercettare e sottopone la vittima ad una costante pressione psicologica che può portare a forme ben più gravi come l’istigazione al suicidio. Revenge Porn: Qui la violenza è uno strumento di distruzione della reputazione sociale, una forma di "omicidio civile" che sfrutta la permanenza dei dati in rete. 3. La Violenza Giovanile e le "Baby Gang" Oggi assistiamo a una mutazione della devianza minorile. Non è più solo una violenza legata al bisogno economico (profitto), ma una violenza espressiva , di riconoscimento attraverso la legge del più forte e della sottomissione dell’altro, attraverso il branco che distrugge e che acquista potere attraverso azioni di distruzione. Perché avviene ciò? Tale fenomeno è stato ampiamente studiato dalla Scuola di Chicago fìn dagli anni ’20 del Novecento in America e quindi non è nuovo. Da che cosa nasce? Possiamo individuare questi aspetti comportamentali: Nichilismo e Noia: Il crimine diventa un rito di aggregazione. L'atto violento è fine a se stesso, servendo a "sentirsi vivi" o a guadagnare status sui social media tramite la spettacolarizzazione del reato. Deindividuazione: All'interno del gruppo, la responsabilità individuale si diluisce. Il singolo compie atti che non commetterebbe mai da solo, protetto dall'anonimato della "massa", sentendosi riconosciuto. Mancanza di punti di riferimento e orizzonti: la società odierna ha minato profondamente le figure di riferimento, sta progressivamente cancellando i sogni, le speranze, viviamo in un’anomia di nuovo conio, prendendo un termine da Durckeim, un’assenza di regole e riferimenti. Tutto ciò crea caos, disregolazione emotiva…devianza! Diseducazione emotiva: le emozioni, motore delle nostre azioni, vengono represse, ignorate, vengono viste come debolezza. “Oggi se si è sensibili si è deboli, bisogna prevaricare l’altro, essere forti, non bisogna piangere, il mondo è crudele e bisogna difendersi ecc…” Espressioni come queste vengono quotidianamente utilizzate nell’educare i propri figli. 4. La Violenza Ideologico-Identitaria In un mondo globalizzato, la paura della perdita di identità genera polarizzazione estrema. Hate Speech (Incitamento all'odio): La vittima viene etichettata come "nemico" o "diverso". Questo processo di disimpegno morale (teorizzato da Albert Bandura) permette all'aggressore di non sentirsi in colpa, poiché percepisce la vittima come priva di qualità umane. La diversità è vista come pericolo, non come ricchezza, ma come obiettivo da distruggere, perché fuori da canoni di massa. Radicalizzazione Online: Le "eco-chamber" (bolle informative) rinforzano i pregiudizi, trasformando la frustrazione individuale in una missione collettiva violenta. I Meccanismi di Difesa dell'Aggressore Indipendentemente dalla tipologia, la criminologia comportamentale identifica alcuni processi comuni che permettono la violenza: Giustificazione morale: "L'ho fatto per una giusta causa", questa espressione testimonia la teoria della neutralizzazione di David Matza, in cui si sminuisce il danno inferto e ci si autolegittima per il comportamento espresso. Etichettamento eufemistico: Dare nomi neutri ad azioni atroci. Confronto vantaggioso: "C'è chi fa di peggio". Attribuzione di colpa alla vittima: "Se l'è cercata". Mirando a giustificare l’azione compiuta e a sentirsi nel giusto. Apprendimento sociale: la violenza, il comportamento criminale può essere appreso all’interno di un certo ambiente sociale, così come qualsiasi forma di comportamento. Tale concetto è alla base della Teoria dell’Associazione differenziale. La violenza odierna è dunque sempre più mediatica, simbolica e performativa . Se un tempo era uno strumento per ottenere risorse, oggi è spesso un linguaggio per affermare un'identità frammentata, un’identità avvolta in un caos normativo, in assenza di punti di riferimento, di ruoli riconosciuti. Oggi tutto scorre velocemente, tutto va senza una direzione, in maniera sparsa. Non vi è più un riconoscimento emotivo, un rispetto in sé per verso l’altro. La violenza oggi non è un'esplosione improvvisa, ma il risultato di una pressione strutturale e di un cambiamento nei legami sociali. Oggi paghiamo le conseguenze di un percorso in cui alla base possiamo cogliere queste tipologie di caratteristiche: 1. Prestazione, performance e aggressività (Byung-Chul Han) Viviamo in una società che impone l'auto-realizzazione e il successo costante ad ogni costo. Analisi: Quando l'individuo fallisce nel raggiungere gli standard sociali, la frustrazione si trasforma in violenza autodiretta (depressione, autolesionismo) o eterodiretta (rabbia verso l'esterno). La violenza diventa una reazione all'insufficienza del Sé. Strategia Preventiva: Decostruzione del mito della "perfezione" sociale attraverso politiche di welfare che valorizzino la persona al di là della sua produttività economica. 2. La De-istituzionalizzazione e l'Erosione dell'Autorità Un tempo la famiglia, la scuola e lo Stato fornivano una cornice di regole condivise (il "Super-Esercito" sociale). Analisi: Con il crollo di queste istituzioni, assistiamo a un' anomia (assenza di norme), come teorizzato da Durkheim. Senza punti di riferimento, il conflitto non viene più mediato dalle istituzioni, ma risolto attraverso lo scontro fisico o verbale diretto. Strategia Preventiva: Rafforzamento delle reti di prossimità e dei presidi territoriali. La scuola deve tornare a essere un centro di aggregazione comunitario, non solo un luogo di istruzione tecnica. 3. La Teoria del Conflitto e le Disuguaglianze (Bourdieu) La violenza è spesso un'espressione del capitale simbolico . Analisi: Chi è escluso dal potere economico e sociale usa la violenza come unico capitale disponibile per ottenere rispetto. Nelle periferie o nei gruppi marginalizzati, la "reputazione violenta" è l'unica moneta di scambio che garantisce protezione e status. Strategia Preventiva: Politiche di rigenerazione urbana che non siano solo edilizie, ma sociali, offrendo alternative reali di ascesa sociale attraverso il lavoro e la cultura. 4. La Violenza come "Spettacolo" (Guy Debord) Nella società contemporanea, un atto violento esiste solo se viene visto e condiviso. Analisi: La sociologia evidenzia come la violenza sia diventata performativa . Il crimine viene filmato e postato non per nasconderlo, ma per "esistere" nel flusso mediatico. La visibilità digitale sostituisce l'etica. Strategia Preventiva: Educazione critica ai media (Media Literacy). Bisogna rompere il circuito della "glorificazione algoritmica" della violenza, togliendo il palcoscenico agli autori di gesti emulativi. Strategia Preventiva Integrata: Il "Modello Ecologico" Per ridurre la violenza oggi, la prevenzione deve agire contemporaneamente su tutti i livelli attraverso il: Sostegno alla genitorialità (livello micro) per prevenire traumi infantili, per ripristinare un’educazione empatica, un’assistenza nella crescita e nello sviluppo. Monitoraggio dei quartieri e dei social (livello meso) per intercettare i segnali di radicalizzazione o devianza. Redistribuzione delle opportunità (livello macro) per dare ai giovani un motivo per aderire al patto sociale anziché violarlo. Sul ripristinare al centro l’individuo, la persona, con la sua unicità e diversità, sulla capacità critica e di osservazione, sul suo bagaglio emotivo. Rieducare ad essere! Articolo a cura del dott. @MercuriLuca, in una sua intervista ci scrivere: Dopo essermi laureato In Scienze Politiche con Specializzazione nelle Politiche Sociali - criminologiche, ho conseguito un Master in Studi e Politiche migratorie. Successivamente ho intrapreso con maggiore forza e determinazione gli studi criminologici frequentando dapprima un Master in Neurocriminologia Emotiva, un altro in Psicologia Criminale ed infine conseguendo Il biennio di Specializzazione in Criminologia- Criminalistica- Tecniche Investigative e Forensi. Ho partecipato a numerosi incontri sulla fenomenologia criminale sia come uditore sia come formatore. Mi sono occupato di casi di cronaca locale, seguendo come consulente famiglie delle vittime. Mi sono inoltre occupato di casi di bullismo e cyberbullismo. Dal 2023 sono iscritto all' Ancrim (Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti) con sede a Corsico (MI). Attualmente sono vice presidente dell' Associazione Penelope Marche Odv che ha lo scopo di sostenere le famiglie delle persone scomparse e aiutare fattivamente nella ricerca delle stesse. Ho presentato numerosi progetti nel territorio di formazione sul linguaggio non verbale e tecniche di rilevamento della menzogna, sul criminal profiling e sulla rimozione dei blocchi emotivi e l'importanza delle emozioni sul comportamento umano, oltre ad essere uno dei creatori della rassegna denominata " Cammini Comuni" in cui con diversi incontri si cerca di sensibilizzare le persone sulle tematiche e sui fenomeni sociali. Consulente del tavolo scientifico del festival "Errare e Umano" che ha come obiettivo il vedere oltre l'errore e il trasformare le debolezze in opportunità di crescita. Da sempre mi contraddistingue la passione, la determinazione, la professionalità, la competenza e l'umiltà. In questo lavoro non si è mai arrivati ma si è in un continuo viaggio di conoscenza ed esperienza...perché il comportamento umano è in continuo divenire. DIVENTA REFERENTE SQUAD
- Il suicidio dell' origine. Quando la colpa del figlio uccide l’identità dei genitori: l’ultimo gesto di Pasquale e Maria (di Mariana Berardinetti)
"Scusateci per quello che ha fatto nostro figlio”. In questa manciata di parole, tracciate su un foglio prima di arrendersi all'irreparabile, è racchiuso il senso di una morte civile che ha preceduto quella fisica. Pasquale e Maria, i genitori di Claudio Carlomagno, non si sono limitati a un addio; hanno firmato la confessione di una disfatta totale. Quando il loro figlio ha ucciso Federica Torzullo con ventitré coltellate, nascondendola in una fossa, non ha solo distrutto una vita: ha annientato l’identità stessa di chi lo ha messo al mondo. Oggi Claudio siede in una cella, con lo spettro dell'ergastolo reso inevitabile dalle nuove leggi sul femminicidio, ma per i suoi genitori la condanna è arrivata molto prima del verdetto in tribunale. È scattata nel momento esatto in cui la loro mente è naufragata nell’incapacità di elaborare l’orrore. In questo abisso si consuma il crollo della funzione di contenitore e protettore: il genitore, che per natura pedagogica è il custode della crescita morale del figlio, si ritrova improvvisamente davanti a un estraneo violento. È lo scontro violento tra il figlio ideale, quello costruito in anni di sacrifici, e il figlio reale, un carnefice che non riconoscono più. In questa tragedia si consuma quello che potremmo chiamare il Lutto dell'Origine: un dolore atroce dove i genitori non devono solo fare i conti con la morte dell'idea stessa che avevano del figlio, ma anche con la propria morte sociale. È un lutto che non ha riti di consolazione, perché nessuno porta fiori alla radice di un delitto. Qui emerge il paradosso del servitore della legge: come può un’ex poliziotta, una donna che ha servito lo Stato e ha dedicato la vita a difendere l’ordine, accettare di aver generato chi quella legge l'ha calpestata nel modo più barbaro? E come può un padre, un uomo per bene, sopravvivere alla consapevolezza che il proprio esempio non è bastato? Il delitto del figlio viene percepito come la prova del fallimento totale del compito genitoriale: se l'albero ha prodotto un frutto così avvelenato, allora sono le radici stesse a dover sparire. Fuori dalle mura domestiche, lo stigma e l’isolamento rendono l’aria irrespirabile. Per i vicini di casa, per chi li ha incrociati ogni giorno, non sono più Pasquale e Maria: sono diventati "i genitori del mostro". È un tribunale invisibile ma spietato, dove ogni porta che si chiude conferma la loro espulsione dalla comunità. La vergogna diventa un marchio di Caino impossibile da lavare. È qui che scatta il bisogno di un’espiazione vicaria: "Muoio io, perché il mio sangue ha versato altro sangue". Il loro gesto diventa un suicidio genitoriale altruistico espiatorio, l'unico modo per purificare un cognome ormai sinonimo di morte. Al centro di questo deserto resta la riflessione più amara: la pedagogia della rinuncia verso il nipote sopravvissuto. In un’ottica di pedagogia del trauma, cosa avrebbero potuto insegnare ancora a quel bambino? Quale speranza potevano trasmettere, essendo loro la fonte biologica e il riflesso di chi gli ha tolto la madre? La paura del giudizio futuro di quel nipote diventa una condanna insostenibile. Il loro suicidio è l'ultimo atto di questa rinuncia: eliminarsi per non dover essere lo specchio in cui il piccolo vedrebbe, ogni giorno, l'ombra dell'assassino. Ma sotto i concetti e le definizioni, rimane il tormento dell’anima. È quell'agonia silenziosa di chi si sente complice involontario della morte, quel rumore assordante di una coscienza che non trova più un posto nel mondo. È il tormento di chi ha amato una vita che ha poi seminato distruzione, e che scopre, tragicamente, che l'unico modo per mettere fine a quel dolore è spegnere la luce su se stessi. Restano solo le macerie di una famiglia travolta, dove la violenza di uno ha trascinato tutti nell'abisso, lasciando al mondo un silenzio che pesa molto più di ogni possibile spiegazione. D ott.ssa Mariana Berardinetti, Criminal Profiler, Magistrato Onorario di Sorveglianza e Docente Forense La Dott.ssa Mariana Berardinetti è una Criminal Profiler e Analista Comportamentale specializzata, con un duplice ruolo operativo nel settore giudiziario. La sua expertise unisce l'analisi scientifica dei crimini e della devianza alla conoscenza pratica del sistema penitenziario e della giustizia onoraria. La Dott.ssa Berardinetti non solo opera nel settore, ma contribuisce attivamente alla formazione dei futuri professionisti, posizionandosi come una figura chiave nel supporto tecnico e giudiziario: Magistrato Onorario di Sorveglianza (Qualifica avvenuta con specifica nomina da CSM). Docente e Formatrice per Aspiranti Magistrati Onorari (Ruolo implicito nella docenza e nell'esperienza accumulata). Direttore del Dipartimento di Pedagogia Giuridica e Docente per la Formazione di Consulenti Tecnici (CTU/CTP), con un focus pratico sul sistema giudiziario. Specializzazione Centrata sul Criminal Profiling Le sue qualifiche e formazioni avanzate sono direttamente funzionali all'attività di profilazione criminale, essenziale per la comprensione delle violenza e del comportamento deviante: Esperta in Analisi Scientifica del Comportamento umano (Criminal Profiler): Possiede il Diploma di Master in Analisi Scientifica del Comportamento verbale e non verbale e una formazione specifica in Criminal Profiling e Metodologie di Cold Case Investigation. Analista Investigativa e Criminologa Forense: È Criminologa Esperta in Analisi della Scena del Crimine, con un Master di Specializzazione in Psicologia Investigativa, Analisi Comportamentale, Psicologia Giuridica, Psicopatologia e Psicodiagnostica Forense. Competenza Trasversale: Ha completato formazioni in Biologia e Genetica Forense e Tossicologia generale e Clinica. Formazione Accademica La sua base accademica pluridisciplinare le fornisce la prospettiva sociale e psicologica necessaria per la profilazione e il lavoro giudiziario: * Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche (LM85) (Università Pegaso, votazione 104). * Laurea Magistrale in Programmazione e Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali (LM88 Sociologia) Laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione (Università Guglielmo Marconi - Roma, votazione 105/110). DIVENTA REFERENTE SQUAD
- Guardia giurata scopre un 15enne dentro le medie.
Un atto vandalico ha colpito la scuola dell’infanzia ‘Il Cucciolo’ a Santa Maria Nuova di Bertinoro. Durante la notte, sono stati bruciati alcuni pacchi di carta, svuotati estintori e termosifoni, e il pavimento è stato imbrattato di tempera rossa. Il danno è stato scoperto dopo le 10, quando si è controllata la scuola media vicina, dove era scattato l'allarme per l'ingresso di un ragazzo di 15 anni. Questi ha giustificato la sua presenza dicendo di essere entrato per cercare riparo. I carabinieri sono stati avvisati a seguito di danni riscontrati alla scuola media. In conseguenza di questo danno, i bambini del ‘Cucciolo’ sono stati trasferiti nella scuola elementare di fronte per ridurre i disagi. I pasti sono forniti da Bertinoro, dato che la mensa della scuola è inagibile. Il sindaco ha condannato l'accaduto, sottolineando la gravità dell'atto e promettendo di individuare i responsabili. Non ci sono telecamere nella scuola e le indagini sono in corso, con la capacitazione di forze locali. Domande sulla responsabilità del ragazzo trovato e su altri eventuali complici sono già emerse e si stanno cercando risposte. DIVENTA SOCIO SQUAD
- Carabiniere trovato morto in stazione
Carabiniere della forestale di 25 anni è stato trovato senza vita in caserma, in cui prestava servizio a Cagnano Varano da ottobre scorso.. Dalle prime ricostruzioni, il giovane militare si sarebbe tolto la vita con un colpo di pistola d'ordinanza, esploso con l'arma di servizio, mentre era solo in caserma. Il fatto è avvenuto nella serata del 24 Gennaio nella caserma di Cagnano Varano (Foggia), in località “Bagno”. I colleghi del giovane Carabiniere sono stati i primi a scoprire il corpo senza vita, originario di Formia, in provincia di Latina. L’intervento del personale del 118 è stato immediato, giunto presso la stazione con ambulanza ed elisoccorso. Non c’è stato nulla da fare per il carabiniere. La SQUAD esprime massimo cordoglio per la morte del giovane Carabiniere
- Le fasi dell’incendio: conoscerle per prevenirle (davvero) (di Bellardini Danilo)
Quando parliamo di incendi, il problema non è solo se si verificheranno, ma quanto velocemente evolveranno. La dinamica di un incendio segue fasi ben precise: riconoscerle e sapere come interromperne l’evoluzione può fare la differenza tra un evento gestibile e una tragedia. Vediamole nel dettaglio, con un approccio pratico e concreto. 1️⃣ FASE DI INNESCO (INCIPIENTE) È il punto in cui l’incendio ha origine. Caratteristiche: Presenza di molto ossigeno; Poco calore e poco fumo; Fiamme di piccole dimensioni; Incendio confinato alla sorgente iniziale di combustibile; Prodotti della combustione limitati; 👉 È l’unica fase in cui l’incendio è realmente controllabile. 🛠️ Come evitare l’evoluzione Manutenzione costante degli impianti elettrici Eliminazione di fonti di innesco (sovraccarichi, prese multiple improprie, fiamme libere) Corretta gestione dei materiali combustibili Disponibilità e uso tempestivo degli estintori Formazione del personale: sapere quando e come intervenire 2️⃣ FASE DI CRESCITA L’incendio inizia ad aumentare rapidamente di intensità. Caratteristiche: Aumento di temperatura, calore e fumo Riduzione progressiva dell’ossigeno Coinvolgimento dei materiali combustibili circostanti Gas caldi e fumo denso che si accumulano Condizioni sempre più pericolose Alta probabilità di flashover ⚠️ PERICOLO ESTREMO 🛠️ Come limitare i danni Attivazione immediata delle procedure di emergenza Allarme e evacuazione tempestiva Chiusura di porte e compartimentazioni (quando possibile) Interruzione delle ventilazioni non controllate Nessuna improvvisazione: se non è più un principio di incendio, la priorità è l’evacuazione 3️⃣ FLASHOVER (FASE DI TRANSIZIONE) È il punto di non ritorno. Caratteristiche: Transizione improvvisa alla fase completamente sviluppata Accensione quasi simultanea di tutti i materiali combustibili Rapido aumento del calore Fumo denso, scuro e pressurizzato Drastica perdita di visibilità 👉 La sopravvivenza in ambiente chiuso diventa estremamente improbabile. 🛠️ Prevenzione reale Evitare qualsiasi ritardo nella fase di crescita Corretta progettazione della compartimentazione antincendio Sistemi automatici di rivelazione e spegnimento (sprinkler, rivelatori di fumo) Formazione specifica sul riconoscimento dei segnali pre-flashover 4️⃣ FASE COMPLETAMENTE SVILUPPATA L’incendio raggiunge il massimo della sua potenza. Caratteristiche: Tutti i materiali combustibili bruciano; Massimo rilascio di calore; Incendio limitato dalla ventilazione; Calore irradiato insostenibile; Fumi tossici che si diffondono oltre il locale 👉 L’intervento è esclusivamente dei Vigili del Fuoco. 🛠️ Cosa conta davvero Progettazione antincendio conforme alle normative Vie di esodo protette e compartimentate Resistenza al fuoco delle strutture Piano di emergenza efficace e testato 5️⃣ F ASE DI DECADIMENTO L’incendio sembra “calmare”, ma resta altamente insidioso. Caratteristiche: Incendio limitato da combustibile o ossigeno Diminuzione della temperatura Fiamme ridotte ma calore elevato Possibile combustione latente ⚠️ Alto rischio di BACKDRAFT in caso di improvvisa reintroduzione di ossigeno. 🛠️ Attenzione critica Mai aprire porte o finestre senza valutazione tecnica Controllo dell’ambiente solo da personale addestrato Raffreddamento e ventilazione controllata Monitoraggio continuo dei punti caldi 🔚 Conclusione Un incendio non diventa pericoloso all’improvviso: lo diventa perché non viene riconosciuto e gestito nelle sue prime fasi. 👉 Prevenzione, formazione e consapevolezza sono gli strumenti più efficaci che abbiamo. La sicurezza antincendio non è un adempimento burocratico: è conoscenza applicata, ogni giorno. Articolo di Bellardini Danilo Safety & Security Manager "Sono un Vigile del Fuoco, Formatore e Consulente in Sicurezza Nato nel 1987, ho intrapreso la mia carriera nei Vigili del Fuoco a soli 18 anni. Oggi ricopro il ruolo di Caposquadra con qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze operative e gestionali in scenari complessi, emergenze e attività di coordinamento. Parallelamente, ho conseguito un’abilitazione universitaria in Security Management e mi sono specializzato come consulente e formatore professionale in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/08). Opero come RSPP e Coordinatore delle Emergenze qualificato, offrendo supporto tecnico e formazione mirata a enti pubblici e aziende private. La mia esperienza si estende anche alla consulenza in sopravvivenza urbana e gestione delle maxi emergenze, ambiti in cui integro la mia formazione tecnica con l’esperienza diretta maturata sul campo. Il mio obiettivo è diffondere cultura della sicurezza, preparazione e resilienza, accompagnando organizzazioni e persone a gestire con competenza rischi e situazioni critiche."
- Muore una Guardia Giurata 50enne
Incidente mortale nel territorio di Sutri (provincia di Viterbo). La vittima è una guardia giurata 50enne, residente a Blera, si chiamava Maurizio Francescucci rientrava dal suo turno di lavoro, di pattuglia nella zona industriale di Civita Castellana. Tutto è avvenuto poco dopo le 5 del mattino sulla via Cassia. Due auto si sono scontrate violentemente per ragioni ancora da accertare. I conducenti di entrambi i veicoli sono apparsi subito ai soccorritori in gravi condizioni e sono stati trasportati all'ospedale Santa Rosa di Viterbo. Il 50enne è morto poco dopo l'arrivo nella struttura. L'altro automobilista coinvolto è ricoverato in gravi condizioni. Sul posto, oltre al personale del 118, i carabinieri per i necessari rilievi. LA SQUAD ESPRIME MASSIMO CORDOGLIO PER LA PERDITA Della Guardia Giurata Maurizio Francescucci
- Meno guardie giurate e più vigilanti disarmati, Cardinale (Ugl): “Riformare il settore”
"In Italia stimiamo almeno centomila operatori che vengono inquadrati con contratti non adeguati", ha detto il dirigente Stanno scomparendo – a cominciare dalle grandi città come Roma, Napoli e Milano – le guardie giurate armate davanti alle banche, alle poste, agli uffici pubblici E agli ospedali. Sempre più spesso i vigilanti armati vengono sostituiti da personale di custodia e sorveglianza. Talvolta, per una sola guardia giurata in servizio davanti a un sito sensibile, ci sono diversi addetti alla sicurezza, però non qualificati, oltre che non dotati di alcuna arma. E così, a oggi, in Italia si contano 40 mila guardie giurate armate, di queste circa 7 mila operano a Roma. Si aggiungono circa 100 mila operatori che svolgono attività di vigilanza e che non sono armati: custodi, steward, portieri e altre figure. E, infine, ci sono associazioni che propongono servizi di sicurezza e impiegano personale generico, talvolta in pensione. Un vero e proprio esercito dedicato alla sicurezza, che opera accanto alle forze dell’ordine, ma per cui non esiste un inquadramento chiaro dal punto di vista dei diritti e dei doveri contrattuali. Dopo quanto avvenuto nelle scorse settimane a Bologna, dove un capotreno è stato ucciso in un’area non sorvegliata dello scalo ferroviario, e in Campania, dove un vigilante è stato picchiato e sfregiato in stazione a Poggiomarino, in provincia di Napoli, la Ugl Sicurezza civile auspica che entro la fine del 2026 si approvi il disegno di legge per la riforma del settore. “In Italia, a parte le 40 mila guardie giurate inquadrate con decreto prefettizio e porto d’armi, stimiamo almeno centomila operatori che vengono inquadrati con contratti non adeguati: ad esempio, un custode di un cantiere può essere contrattualizzato con un Ccnl del settore edile”, spiega Alessandro Cardinale, dirigente nazionale della Ugl Sicurezza civile, in una intervista ad “Agenzia Nova”. “Le associazioni, invece, operano spesso reclutando anche persone in pensione, noi crediamo che la sicurezza non possa essere un hobby. Abbiamo visto addetti alla sorveglianza, in aree mercatali, anche di 80 anni. Non è accettabile, non è sicuro tanto per il lavoratore quanto per il cittadino”, aggiunge. Una delle problematiche principali del comparto “riguarda un vuoto normativo: la legge indica i casi in cui si deve prevedere la vigilanza armata, ma non precisa quanti operatori situazione per situazione”, sottolinea il dirigente della Ugl Sicurezza civile. Laddove le norme ci sono, invece, talvolta non vengono attuate. Il protocollo “Mille occhi sulla città”, firmato dal ministero dell’Interno, dall’Anci e dalle associazioni di vigilanza privata, nel 2010, e che prevede una maggiore sinergia tra gli istituti di vigilanza privata e le forze dell’ordine, ad esempio, “è ancora inattuato in molte grandi città”, sottolinea Cardinale. Intanto, il disegno di legge, a prima firma del senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, a cui le associazioni e i sindacati del settore hanno collaborato, dopo aver assorbito diversi punti di altri ddl sul tema, ha ottenuto il via libera in tre delle quattro commissioni parlamentari competenti. “Auspichiamo ora che veda la luce entro questo 2026”, afferma Cardinale. Il disegno di legge, tra le altre cose, prevede: il riconoscimento dello status di lavoratori usuranti a tutto il comparto delle guardie giurate, la creazione di un albo professionale con due elenchi, uno dei professionisti già formati e uno degli aspiranti vigilanti, a cui si possa accedere tramite corsi di formazione ed esami riconosciuti per legge, la distinzione normativa tra vigilanza armata e sorveglianza non armata. “Servono norme certe che stabiliscano in quali casi ci si può affidare a servizi di vigilanza non armata e in quali casi va prevista quella armata”, conclude Cardinale. fonte: Meno guardie giurate e più vigilanti disarmati, Cardinale (Ugl): "Riformare il settore" DIVENTA SOCIO SQUAD












