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- Inchiostro di possesso: la nuova frontiera della violenza psicologica sulle donne (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)
Joke è una donna olandese il cui ex partner, Hans, le ha impresso sul corpo 250 tatuaggi senza il suo consenso, inclusi il proprio nome e messaggi di «proprietà». Utilizzando una macchinetta acquistata online, l’uomo è arrivato a coprirle circa il 90% della pelle, marchiandola come se fosse un oggetto. Grazie al sostegno della fondazione Spijt van Tattoo, Joke ha potuto intraprendere un lungo percorso di rimozione laser per cancellare quei segni. Oggi spera che la sua storia possa essere d'aiuto per altre vittime di abusi, dimostrando che è possibile riconquistare l'autonomia e la proprietà del proprio corpo anche dopo una violenza così estrema. Il fenomeno dell’imposizione di tatuaggi — recanti il nome, le iniziali o simboli di appartenenza del partner sul corpo della donna — rappresenta una delle manifestazioni più insidiose e profonde della violenza di genere contemporanea. Spesso contrabbandato come un "gesto d'amore estremo", una prova di devozione assoluta o un romanticismo portato all'eccesso, questo atto si configura in realtà come un vero e proprio atto di coercizione fisica e psicologica, volto a cancellare la sovranità della persona sul proprio corpo. Nell'era contemporanea la violenza sulle donne ha affinato le sue forme, affiancando alle aggressioni fisiche e al controllo economico pratiche invisibili ma altamente simboliche. Imporre un tatuaggio significa invadere la sfera più intima dell'identità corporea. L'incisione del nome dell'agente maltrattante sulla pelle della vittima risponde prima di tutto alla necessità di affermare una presenza costante: il nome sulla cute ricorda alla donna chi detiene il potere su di lei, anche quando l'uomo non è fisicamente presente. Si tratta di un promemoria visivo di subordinazione che agisce sulla psiche a ogni sguardo allo specchio. Attraverso questa pratica, la donna viene declassata da soggetto autonomo a oggetto di proprietà. La logica sottostante è del tutto assimilabile a quella della punzonatura o del marchio che storicamente veniva imposto al bestiame o agli schiavi per segnalarne l'appartenenza a un padrone. A rendere ancora più grave questa forma di violenza è la natura permanente dell'inchiostro: l'idea del "per sempre" mira a proiettare il controllo nel futuro, cercando di invalidare qualsiasi prospettiva di emancipazione o di una vita autonoma, persino nell'ipotesi di una futura separazione. Anche la collocazione del tatuaggio sul corpo risponde a precise strategie di isolamento sociale. Quando il marchio viene collocato in punti ben visibili, come il collo, il viso o le mani, funziona come un segnale d'avvertimento verso il mondo esterno, teso a scoraggiare la rete di relazioni sociali e l'avvicinamento di altre persone. Al contrario, quando viene collocato in zone intime o coperte, risponde a una logica di appropriazione riservata, ribadendo chi possiede la sfera sessuale e privata della vittima. La coercizione, peraltro, viene quasi sempre esercitata tramite un'esasperante pressione psicologica: la richiesta viene presentata come un test di lealtà, dove l'eventuale rifiuto della donna viene ritratto come mancanza d'amore o persino come un tradimento. Riconoscere questa dinamica all'interno delle forme di controllo coercitivo è fondamentale per comprendere la complessità della violenza psicologica. Per molte donne sopravvissute a queste relazioni, cancellare o coprire un tatuaggio imposto tramite la rimozione laser o tecniche di cover-up non è semplicemente un intervento estetico, ma un profondo atto di liberazione. Rimuovere dal proprio corpo l'inchiostro dell'aggressore rappresenta il recupero della sovranità sul proprio fisico e il primo, decisivo passo per riappropriarsi della propria identità e della propria libertà. L'uso della modifica corporea forzata, che si tratti di marchio a fuoco o di tatuaggio coercitivo, ha una storia millenaria. Prima di diventare una forma di espressione personale o d'arte, l'incisione sulla pelle è stata uno dei primissimi strumenti tecnologici di identificazione, controllo sociale e dominazione. La parola stessa che oggi usiamo per indicare la discriminazione — stigma — deriva dal greco antico (), il cui significato originale era letteralmente "tatuaggio" o "marchio impresso a fuoco". Troviamo traccia in Mesopotamia e in Egitto già nel III millennio a.C., i testi cuneiformi documentano come gli schiavi venissero marchiati con simboli o nomi del padrone o del tempio, per chiarirne la proprietà giuridica e punire i tentativi di fuga. In Grecia e nell’antica Roma, i cittadini liberi non si tatuavano. Il tatuaggio forzato era riservato a prigionieri di guerra, criminali e schiavi. A Roma, agli schiavi fuggitivi veniva tatuata sulla fronte la lettera F o la parola FUR “ladro” In questo modo, il corpo stesso diventava un documento d'identità inalienabile e una prigione a cielo aperto. Durante il Medioevo e nell'Età Moderna europea, il marchio a fuoco sulla pelle si trasformò in una vera e propria sanzione penale istituzionalizzata. Chi si macchiava di furto, eresia o diserzione veniva marchiato a fuoco in punti ben visibili come la guancia o la spalla. In Francia, ad esempio, i condannati venivano marchiati con il simbolo del giglio (fleur-de-lis), rendendo impossibile il reinserimento sociale. Il marchio serviva a rendere pubblico il reato e ad avvertire la comunità del pericolo, disumanizzando il condannato e privandolo della dignità di cittadino. Tra il XVI e il XIX secolo, la marchiatura a fuoco raggiunse una scala industriale drammatica. I mercanti di schiavi europei e i proprietari delle piantagioni nelle Americhe, usavano ferri incandescenti con le proprie iniziali per marchiare il petto o le spalle degli uomini e delle donne deportati dall'Africa. Quest’atto aveva tre scopi: Identificazione commerciale per il trasporto e le compravendite. La spersonalizzazione, cancellando l'identità e il nome di origine della persona e la sottomissione psicologica, imponendo il dolore fisico come prima lezione di obbedienza assoluta al nuovo "padrone". L'esito più estremo e sistematico del tatuaggio coatto si è avuto durante il XX secolo con il regime nazista nei campi di concentramento e sterminio, in particolare ad Auschwitz-Birkenau. I prigionieri venivano tatuati con un numero di matricola sul braccio sinistro. Questo gesto rappresentava il vertice della spersonalizzazione burocratica: l'essere umano veniva spogliato del proprio nome, sostituito da una cifra alfanumerica. Il tatuaggio non indicava solo l'appartenenza allo Stato totalitario, ma trasformava la persona in un numero di inventario sostituibile e destinato all'annientamento. Attraverso i secoli e le culture, l'imposizione di un marchio o di un tatuaggio ha sempre risposto alla medesima struttura di potere: chi detiene la forza scrive sulla pelle di chi subisce. Che si tratti di un impero antico, di una potenza coloniale o, nelle dinamiche tossiche contemporanee, di un partner maltrattante, la logica sottostante rimane invariata: utilizzare l'illegittimità del dolore e l'indelebilità dell'inchiostro per trasformare la carne altrui in un manifesto della propria dominazione. dott.ssa Maria Gaia Pensieri · Evan Stark (2007), Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life, Oxford University Press. · Bessel van der Kolk (2014), The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma, Viking Press. · David Le Breton (2002), Antropologia del corpo e modernità, Giuffrè Editore. · Victoria Pitts (2003), In the Flesh: The Cultural Politics of Body Modification, Palgrave Macmillan. · Dipartimento per le Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri, Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne. · C. P. Jones (1987), Stigma: Tattooing and Branding in Graeco-Roman Antiquity, in «The Journal of Roman Studies», Vol. 77, pp. 139-155. · Erodoto, Storie; Svetonio, De vita Caesarum; Ezio di Amida, Tetrabiblon. · Marcus Rediker (2007), The Slave Ship: A Human History, Viking Press. · Archivio e Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, Tatuaggi e numerazione dei prigionieri nel complesso concentrazionario di Auschwitz.
- Porta Susa, guardia giurata spara con la pistola: «Nessuna sospensione per gli indagati»
I fatti sono avvenuti ad aprile, cinque operatori sotto inchiesta. II collega che ha denunciato: «Hanno insabbiato tutto» Il 17 aprile, i colpi di pistola esplosi all’interno di Porta Susa, quando una guardia giurata di 24 anni, assunta da pochi mesi presso Sicuritalia, aveva sparato con la pistola d’ordinanza colpendo una porta antincendio all’interno degli uffici della stazione ferroviaria. Un fatto che si era verificato alla presenza di altri operatori in servizio. Nessuno, per fortuna, era rimasto ferito. Dopo quell’episodio, è stato aperto un fascicolo dalla procura a carico di cinque guardie giurate di Sicuritalia. Il tutto, a seguito della denuncia di un loro collega, che ha 49 anni e da 25 lavora nel settore. Ma a distanza di quasi quattro mesi da quei fatti, chi è coinvolto nell’indagine non è mai stato sospeso dal servizio e continua a lavorare presso l’istituto di vigilanza. La guardia giurata che ha denunciato l’episodio, invece, non opera più presso le stazioni ferroviarie, ma presta servizio a Torino nord. «Nell’esposto e nelle mail a questura, Anac e procura, ho chiesto la sospensione dal servizio delle persone coinvolte in quel fatto. A distanza di quattro mesi non è cambiato assolutamente nulla - afferma la guardia che ha denunciato - e quegli operatori continuano a lavorare. Anzi, quella vicenda è stata insabbiata». Negli esposti viene infatti ipotizzata una successiva gestione dell’episodio secondo cui, anziché procedere con l’immediata segnalazione alle autorità e con i rilievi di rito, alcuni presenti avrebbero rimosso il bossolo, estratto l’ogiva rimasta conficcata nella porta e coperto i fori con un adesivo. Un tentativo di cancellare, o di attenuare, le tracce dell’accaduto. La borsa a tracolla, poi la fuga in bici: sequestrato oltre mezzo chilo di eroina a Torino - Torino Cronaca - Notizie da Torino e Piemonte
- Un ciclista in difficoltà salvato dall'elicottero dell'aeronautica militare e dal soccorso alpino
Un ciclista in difficoltà è stato tratto in salvo questo pomeriggio nella zona di Monte Zucco, nell’area compresa tra i comuni di Terrasini e Cinisi. L’allarme è scattato nel pomeriggio quando un familiare dell’uomo ha contattato i soccorsi segnalando si trovava bloccato in un tratto impervio, a circa trenta metri al di sotto del livello del terreno. I primi a intervenire nei pressi del rifugio Iazzo Vecchio sono stati i vigili del fuoco del comando di Palermo, affiancati dagli specialisti del nucleo speleo-alpino-fluviale. L'individuazione e il raggiungimento del 45enne hanno richiesto manovre complesse legate alla conformazione scoscesa della zona. Le operazioni si sono complicate a causa delle cattive condizioni meteorologiche. Un elicottero dell’aeronautica militare è così decollato dall’aeroporto di Trapani-Birgi con a bordo i tecnici del Soccorso alpino. I soccorritori da terra sono riusciti a raggiungere il ciclista, a recuperarlo e a riportarlo in una zona sicura. L’uomo, che ha riportato solo lievi ferite, è stato preso in carico dall’equipaggio dell’elicottero e trasferito all’ospedale Civico di Palermo per gli accertamenti sanitari. Un ciclista in difficoltà salvato dall'elicottero dell'aeronautica militare e dal soccorso alpino - Giornale di Sicilia
- Carcere di Torino: quattro agenti Polizia Penitenziaria aggrediti da un detenuto e trasportati d'urgenza all'Ospedale
Nuovo episodio di violenza nel carcere di Torino e nuova denuncia delle difficili condizioni nelle quali opera la Polizia penitenziaria. Questa mattina, intorno alle 9.30, quattro agenti sono stati aggrediti da un detenuto italiano sottoposto al regime previsto dall'articolo 14-bis dell'Ordinamento penitenziario. L'episodio si è verificato nel Padiglione D della casa circondariale torinese. Secondo una prima ricostruzione, il detenuto avrebbe dovuto essere accompagnato all'esterno della cella per usufruire dell'ora d'aria. Durante le operazioni di trasferimento, però, avrebbe improvvisamente aggredito i quattro poliziotti con calci e pugni, senza apparenti motivazioni. La situazione è tornata sotto controllo soltanto grazie al rapido intervento del personale presente nell'istituto. I quattro agenti, rimasti feriti durante la colluttazione, sono stati trasportati in ambulanza all'ospedale Maria Vittoria per ricevere le cure necessarie. A denunciare l'accaduto è stato il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), che torna a puntare l'attenzione sulle criticità del sistema carcerario piemontese. «Quanto accaduto a Torino è l'ennesima dimostrazione di quanto sia ormai difficile e rischioso il lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria - afferma Donato Capece, segretario generale del SAPPE -. Non possiamo continuare a considerare le aggressioni come una componente inevitabile del servizio. Ogni agente che entra in un reparto deve poter contare su un'organizzazione capace di proteggerlo e su strumenti adeguati per affrontare le situazioni più critiche». Secondo il sindacato, il problema non riguarda soltanto il singolo episodio, ma è il sintomo di una situazione sempre più complessa. Gli agenti, infatti, operano quotidianamente in contesti caratterizzati da tensioni costanti e, spesso, da una carenza di personale. «Servono interventi strutturali e immediati: più personale, una migliore organizzazione dei servizi, una formazione specifica e strumenti operativi adeguati a prevenire e gestire le aggressioni», aggiunge Capece. Sulla vicenda è intervenuto anche Vicente Santilli, segretario nazionale del SAPPE, che ha definito l'episodio «di estrema gravità». «Non è più possibile aspettare che siano gli agenti a pagare sulla propria pelle le conseguenze delle inefficienze del sistema. Quattro poliziotti aggrediti nello stesso episodio e costretti a ricorrere alle cure ospedaliere rappresentano un fatto gravissimo. A Torino, come in altri istituti del Piemonte, il personale sta lavorando in condizioni sempre più difficili». Il sindacato chiede un intervento immediato da parte del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e del Ministero della Giustizia, con il rafforzamento degli organici e una maggiore presenza di personale nei reparti più delicati. Il SAPPE ha infine espresso vicinanza ai quattro agenti feriti, ribadendo un concetto che, dopo l'ennesimo episodio di violenza, torna con forza al centro del dibattito: la sicurezza della Polizia penitenziaria deve tornare a essere una priorità assoluta. Carcere di Torino: quattro agenti aggrediti da un detenuto e trasportati d'urgenza all'Ospedale - Unione Monregalese
- Arrestato cittadino azero in Italia, sarebbe stato ai vertici dell'intelligence
Un cittadino azero, Tural Mammadov, di 46 anni, residente in Germania dopo aver lasciato il suo Paese dove sarebbe stato ai vertici degli apparati di sicurezza, è stato arrestato dalla polizia a Roma in esecuzione di un mandato di arresto internazionale emesso nel settembre 2025 dal Tribunale di Marinov (Baku, Azerbaijan) dopo un primo provvedimento interno del novembre 2018 per truffa commessa in Azerbaijan, punibile fino a 5 anni di carcere. La IV Sezione penale della Corte di Appello di Roma ha convalidato l'arresto e ora il magistrato titolare attende il carteggio dall'Azerbaijan. Sarà poi il ministro della Giustizia a valutare l'estradizione. Mammadov, che era in vacanza in Italia con la famiglia, è chiuso dal suo arresto - il 4 agosto - a Regina Coeli. I reati di cui è accusato si riferiscono a non ingenti somme di danaro ottenute da privati in cambio di promesse di posti di lavoro e altro. Mammadov ha un regolare permesso di soggiorno rilasciato dalle autorità tedesche il 4 novembre 2025; ha riferito di essere dipendente di un'azienda di olio in Germania e che in Azerbaijan era "il comandante delle forze speciali di Polizia". Si sarebbe trasferito per evitare collusioni con sistemi di corruzione e "vivere una vita più tranquilla in Europa". Negando le accuse, ha espresso la volontà di non tornare nel suo Paese e si è opposto all'estradizione. Per il legale che lo assiste, Alexandro Maria Tirelli, "una Red Notice Interpol non può trasformarsi, quasi sorta di obbligo morale, nella necessità del carcere. E non può essere ignorata la particolare storia personale di Mammadov e il ruolo che avrebbe ricoperto ai vertici degli apparati di sicurezza e d'intelligence". Circostanza che, se "sarà documentalmente confermata, impone di interrogarsi sulla possibile esistenza di conflitti interni e lotte di potere non visibili". Tirelli ha sottolineato le "note questioni sulla qualità delle garanzie democratiche" in Azerbaijan ricordando che "i fatti contestati risalgono al 2018". Arrestato cittadino azero in Italia, sarebbe stato ai vertici dell'intelligence - Notizie - Ansa.it
- Segrega compagna e il suo bimbo e la picchia con una mazza chiodata, orrore a Napoli
(Adnkronos) – Orrore nel Napoletano, dove un uomo avrebbe sequestrato per due giorni la compagna e il suo bimbo, picchiandola con un bastone chiodato. Una ‘punizione’ per un presunto tradimento non ammesso. Sono state ore di terrore quelle vissute da una 24enne a Sant’Antonio Abate. A chiedere aiuto è stata la stessa donna, presentandosi in caserma agitata e in lacrime con il piccolo in braccio. Sul corpo sono evidenti lividi ed escoriazioni e anche il piccolo di appena sei anni ha dei graffi. Agli investigatori dell’Arma la donna racconta l’incubo vissuto: da qualche mese ha un nuovo compagno, un 28enne che gestisce un b&b. Le cose sembrano andare bene tra loro ma l’ombra della gelosia aleggia sulla coppia. Il pensiero fisso del possibile tradimento e l’idea malsana del possesso prendono il sopravvento sull’uomo, che credendo di essere stato tradito decide di segregare la compagna. Sono le 23 dell’11 agosto quando la 24enne e il piccolo che la donna ha avuto da una precedente relazione vengono sequestrati. La giovane donna tenta di ribellarsi ma l’uomo la picchia più volte con un bastone chiodato: pretende l’ammissione del tradimento. A farne le spese è anche il bimbo che la madre tiene in braccio. E’ la mattina del 13 di agosto, quando il 28enne decide di uscire per comprare cibo e sigarette, portando con sé in auto la compagna e il bambino. Approfittando di un momento di distrazione del suo aguzzino, la 24enne riesce a fuggire. Insieme al fratello si reca in caserma e denuncia l’incubo vissuto. I carabinieri raggiungono il 28enne nell’appartamento e lo arrestano. Deve rispondere di sequestro di persona, lesioni personali aggravate e maltrattamenti in famiglia. Madre e figlio, accompagnati all’ospedale San Leonardo, sono stati dimessi con una prognosi di 15 e 10 giorni e trasferiti in una struttura protetta. Segrega compagna e il suo bimbo e la picchia con una mazza chiodata, orrore a Napoli
- Intervista a Danilo Amelotti autore del libro UNA CASA DA DIFENDERE Dalla consapevolezza alla reazione nella difesa domestica (Dario Procida Security Manager - Presidente SQUAD SMPD)
Una Casa Da Difendere: Consapevolezza, prevenzione e metodo nella difesa domestica La sicurezza non è una questione di forza.È una questione di tempo, prevenzione e consapevolezza. Questo libro non parla di eroismi, né di reazioni istintive.Parla di come evitare che una minaccia diventi una crisi. Basato su esperienza diretta in contesti ad alto rischio e su lezioni apprese sul campo, questo testo accompagna il lettore in un percorso chiaro e pragmatico sulla prevenzione dei rischi, sulla protezione personale e familiare e sulla lettura realistica delle minacce moderne. Non è un manuale teorico. È una guida concreta, pensata per persone comuni che vogliono capire prima, non reagire dopo. Nel libro troverai: i principi fondamentali della sicurezza preventiva come riconoscere segnali deboli e comportamenti a rischio perché il tempo è la vera valuta della sicurezza errori comuni causati da falsa tecnologia e marketing esempi reali tratti da contesti civili e operativi un approccio psicologico alla gestione dello stress e del pericolo Questo libro è rivolto a: cittadini che vogliono aumentare la propria consapevolezza situazionale professionisti della sicurezza e della formazione chi desidera proteggere sé stesso e i propri cari in modo lucido e razionale chi è stanco di soluzioni semplicistiche e narrazioni hollywoodiane La prevenzione non è paura.È responsabilità. Il presidente dott. Dario Procida ha così intervistato l'autore del libro il Danilo Amelotti Dott. Dario Procida Danilo, innanzitutto ti ringraziamo per aver accettato il nostro invito. Operi nella gestione del rischio da oltre 25 anni, con esperienze maturate nelle Forze Speciali e successivamente nel settore della sicurezza civile, anche in contesti internazionali complessi. È stata proprio questa esperienza, unita alla consapevolezza che la casa rappresenti il luogo nel quale proteggiamo i nostri affetti e i nostri beni, a portarti a scrivere Una casa da difendere: consapevolezza, prevenzione e metodo nella difesa domestica? Danilo Amelotti In realtà, l’esperienza maturata durante la mia carriera militare e, successivamente, nel settore civile non è ciò che mi ha portato a scrivere il libro: è ciò che mi ha permesso di farlo con cognizione di causa, applicando una metodologia precisa. Lo spunto è arrivato dalle persone. Quando venivano a conoscenza della mia professione e delle esperienze che avevo maturato, molto spesso mi rivolgevano domande sulla loro sicurezza personale e, in particolare, sulla difesa della propria abitazione. Nel tempo mi sono reso conto che su questo argomento esiste una grande confusione, alimentata da informazioni scorrette, falsi miti e convinzioni che, invece di rendere le persone più sicure, rischiano persino di esporle maggiormente al pericolo. C’è chi pensa che una pistola sia la soluzione migliore per difendere la propria casa, chi ritiene sufficiente installare una porta blindata e chi, all’estremo opposto, preferisce convincersi che il problema non esista. Mancava, a mio avviso, una vera educazione alla difesa domestica: un vuoto che, grazie alla mia esperienza, potevo contribuire a colmare. Una casa da difendere nasce quindi dalle domande e dall’interesse delle persone, ma prende forma attraverso le competenze che ho sviluppato negli anni, sia in ambito militare e operativo sia nel settore civile. Il libro applica alla casa le stesse logiche di strategia, tattica e procedura utilizzate per proteggere qualsiasi obiettivo. Non a caso, uno dei primi passaggi consiste nell’imparare a “pensare come un ladro”. Da Incursore, per anni ho studiato e pianificato come avvicinarmi a un obiettivo, individuarne le vulnerabilità e superarne le difese. Quando dovevo invece proteggerlo, applicavo quello stesso processo al contrario: osservavo l’obiettivo con gli occhi di chi avrebbe potuto attaccarlo. In sintesi, sono state le persone, con le loro domande, a spingermi a scrivere il libro; è stata l’esperienza a permettermi di farlo. Dott. Dario Procida Qual è il primo errore di valutazione che le persone commettono riguardo alla sicurezza della propria abitazione, sottovalutando i reali rischi quotidiani? Danilo Amelotti Probabilmente non esiste un primo e unico errore, perché la valutazione cambia in base alla persona, all’abitazione e alle circostanze. Esistono però tre errori fondamentali, tutti ugualmente importanti. Il primo è identificare la difesa con lo scontro. Anche le persone già sensibili al tema della sicurezza domestica tendono spesso a immaginare la difesa come il momento in cui si trovano fisicamente davanti all’intruso e devono affrontarlo. Ma la difesa non è lo scontro: lo scontro rappresenta l’extrema ratio e, per certi versi, il momento in cui tutte le barriere precedenti non hanno funzionato oppure non erano state predisposte. Il secondo errore è la negazione del rischio: pensare “a me non succederà mai”, perché si vive in una zona considerata tranquilla o perché non è mai accaduto nulla in precedenza. Sentirsi eccessivamente sicuri porta a non riconoscere le proprie vulnerabilità e, di conseguenza, a non adottare nemmeno le più semplici misure preventive. Il terzo errore è credere che la sicurezza possa dipendere da un unico strumento: una porta blindata, un sistema di allarme, una telecamera o, in alcuni casi, un’arma. Si acquista un prodotto e si pensa di avere risolto il problema. L’installatore può essere estremamente competente sul sistema che propone, ma non è necessariamente un esperto nell’analisi complessiva della sicurezza dell’abitazione, delle persone che vi abitano e delle loro abitudini. Ogni dispositivo rappresenta soltanto una componente. La vera difesa domestica nasce dall’integrazione tra struttura, tecnologia, comportamenti, consapevolezza e pianificazione. Dott. Dario Procida Nel titolo parli di "consapevolezza": quanto conta l'aspetto psicologico e la gestione della paura rispetto all'efficacia delle tecniche fisiche di difesa? Danilo Amelotti L’aspetto psicologico e la gestione della paura sono fondamentali in qualsiasi situazione di pericolo. Bisogna però essere pragmatici: una persona sorpresa da un’intrusione nella propria abitazione, se non possiede una preparazione specifica, vivrà inevitabilmente quell’evento con un livello di paura e di stress molto elevato. Non possiamo aspettarci che reagisca come un professionista addestrato a operare in condizioni critiche. La consapevolezza serve proprio a ridurre questa distanza. Leggere il libro, comprendere le proprie vulnerabilità, adottare alcune misure di sicurezza e stabilire anticipatamente cosa fare permette di diminuire l’impatto iniziale della paura e di aumentare la capacità di gestirla. Essere consapevoli non significa non avere paura. Significa riconoscere che una determinata situazione può verificarsi e aver già costruito, almeno mentalmente, una possibile risposta. Quando qualcosa è stato valutato, discusso e pianificato in precedenza, è meno probabile che ci trovi completamente impreparati. Questo principio non riguarda soltanto un’intrusione domestica. Vale durante un terremoto, un’alluvione, un incendio o qualsiasi altro evento grave: l’aspetto psicologico può permetterci di reagire in maniera lucida e appropriata oppure, al contrario, diventare una delle cause principali del nostro fallimento. Le tecniche fisiche possono certamente essere utili, ma intervengono soltanto in una fase molto avanzata dell’emergenza e non servono a molto se la persona, sopraffatta dalla paura, non riesce a decidere quando e come applicarle. Per questo la consapevolezza viene prima della tecnica: non elimina la paura, ma ci offre maggiori possibilità di governarla e di prendere decisioni corrette sotto pressione. Dott. Dario Procida Dal punto di vista della prevenzione passiva (come porte, infissi e illuminazione), qual è l'intervento strutturale con il miglior rapporto costo-efficacia che ogni proprietario dovrebbe fare subito? Danilo Amelotti La domanda parte da un presupposto comprensibile, ma non del tutto corretto: non esiste un prodotto o un intervento strutturale che garantisca universalmente il miglior rapporto tra costo ed efficacia. Esiste invece lo studio dell’obiettivo. Bisogna analizzare il tipo di abitazione, individuare i punti più vulnerabili, valutare la minaccia che si vuole contrastare e stabilire quali interventi siano realmente sostenibili rispetto alle possibilità economiche della famiglia. Un appartamento ai piani superiori presenta vulnerabilità diverse rispetto a una villetta, a un piano terra o a una casa isolata. Nel primo caso potrebbe essere prioritario intervenire sulla porta d’ingresso; negli altri, concentrare tutto l’investimento sulla porta potrebbe rivelarsi perfettamente inutile se rimangono facilmente accessibili finestre, porte-finestre, garage o ingressi secondari. Mi è capitato di incontrare clienti che avevano investito decine di migliaia di euro in una porta blindata estremamente sofisticata, lasciando però completamente prive di protezione le finestre collocate immediatamente accanto. In quel caso non avevano realmente aumentato la sicurezza dell’abitazione: avevano soltanto rafforzato un punto che un eventuale intruso avrebbe potuto evitare con estrema facilità. Lo stesso principio vale per la tecnologia. Un sistema di allarme è utile soltanto se viene attivato e gestito correttamente. Se produce continui falsi allarmi, disturba gli occupanti e finisce per essere disattivato, la sua efficacia diventa praticamente nulla. Anche le telecamere, se generano notifiche così frequenti da non essere più controllate, rischiano di trasformarsi in una presenza tecnologica priva di reale funzione operativa. Il miglior rapporto costo-efficacia nasce quindi dalla capacità di investire dove serve davvero e in qualcosa che le persone siano concretamente in grado di utilizzare. Se dovessi indicare un principio valido per tutti, sarebbe questo: non chiedetevi quale sia il miglior prodotto disponibile sul mercato, ma quale sia il punto più facile da sfruttare nella vostra abitazione. È da lì che dovrebbe iniziare ogni intervento. Dott. Dario Procida Quanto incidono le nostre abitudini digitali e comportamentali (ad esempio la condivisione di informazioni sui social) nel facilitare inavvertitamente l'intrusione di malintenzionati in casa? Danilo Amelotti Incidono molto, anche se sarebbe difficile attribuire loro una percentuale precisa. Il controllo delle informazioni e la capacità di mantenere un profilo discreto — quello che in ambito operativo potremmo definire “uomo grigio” — rappresentano una parte importante della sicurezza personale e domestica. Continuo a vedere persone che pubblicano immagini dettagliate della propria abitazione o realizzano video mentre si spostano da una stanza all’altra, mostrando inconsapevolmente la disposizione degli ambienti, gli accessi, i sistemi di sicurezza e i beni presenti. In questo modo non stanno condividendo soltanto una parte della propria vita: stanno potenzialmente fornendo informazioni utili a chi volesse individuare e sfruttare le vulnerabilità della casa. Lo stesso accade quando si pubblicano in tempo reale partenze, vacanze o permanenze lontano da casa. Una fotografia accompagnata dalla posizione può comunicare non soltanto dove ci troviamo, ma anche dove sicuramente non siamo. Il problema, però, non riguarda esclusivamente il mondo digitale. Anche una conversazione apparentemente innocua può divulgare informazioni rilevanti. Raccontare in un luogo pubblico di aver acquistato un televisore costoso, un nuovo impianto tecnologico o altri beni di valore può essere ascoltato da persone diverse da quelle alle quali pensavamo di rivolgerci. Esistono poi informazioni che comunichiamo senza pronunciare una sola parola: per esempio, lasciare davanti alla propria abitazione la confezione di un televisore o di un’apparecchiatura particolarmente costosa equivale quasi a pubblicizzare ciò che è appena entrato in casa. Questo non significa vivere nel sospetto o smettere di utilizzare i social, ma comprendere che ogni informazione condivisa può raggiungere un pubblico più ampio di quello previsto. Prima di pubblicare, raccontare o mostrare qualcosa, dovremmo chiederci non soltanto chi vorremmo che la vedesse, ma anche chi potrebbe effettivamente utilizzarla. La discrezione è una delle prime forme di prevenzione e, peraltro, non costa nulla. Dott. Dario Procida Nel libro descrivi un "metodo": qual è il protocollo mentale e comportamentale che una famiglia dovrebbe stabilire e provare per gestire i primi secondi di un'emergenza notturna? Danilo Amelotti A questa domanda rispondo in maniera approfondita nel capitolo 19 del libro, dedicato al piano di difesa abitativa, dove il termine “difesa” comprende più in generale la sicurezza della famiglia. Il principio fondamentale è semplice: una famiglia deve avere un piano. Immaginiamo di trovarci in un albergo quando scatta un allarme antincendio. Se abbiamo controllato in precedenza dove si trovano le uscite di emergenza, quale percorso seguire e quanti piani ci separano dall’esterno, avremo maggiori possibilità di agire rapidamente e correttamente. Se iniziamo a cercare queste informazioni soltanto quando suona l’allarme, dovremo prendere decisioni importanti nel momento di massima confusione. Lo stesso vale all’interno della propria abitazione. La famiglia dovrebbe conoscere le difese disponibili, le possibili vie di uscita, l’eventuale stanza sicura, la posizione della borsa di emergenza e i propri tempi realistici di reazione. Ogni componente dovrebbe sapere cosa fare, dove dirigersi e di chi o di che cosa è responsabile. Nel caso di un’intrusione notturna, per esempio, il piano potrebbe prevedere che i familiari si riuniscano in una stanza sicura oppure raggiungano un’uscita precedentemente individuata, a seconda della disposizione della casa e di ciò che sta accadendo. Dovrebbe essere già stabilito chi si occupa dei bambini o delle persone non autosufficienti, chi chiama il 112 e quale sia il punto nel quale la famiglia deve ricongiungersi. Naturalmente, un’intrusione, un incendio e un terremoto richiedono comportamenti differenti. Per questo non esiste un protocollo identico per ogni emergenza: deve cambiare la risposta, ma non il metodo con cui la si prepara. Avere un piano significa aver deciso in anticipo come, quando e dove muoversi, chi deve fare cosa e quali alternative adottare se la prima soluzione non è praticabile. Il piano deve essere semplice, conosciuto da tutti e provato periodicamente. Non serve soltanto a gestire i primi secondi: accompagna la famiglia dall’inizio dell’emergenza fino al ritorno a una condizione di sicurezza. Dott. Dario Procida Qual è il ruolo dei sistemi di allarme e della tecnologia moderna all'interno di una strategia di difesa domestica integrata ed efficiente? Danilo Amelotti I sistemi di allarme e le tecnologie moderne hanno certamente un ruolo importante all’interno di una strategia di difesa domestica, a condizione che siano adeguati all’abitazione e che le persone sappiano, vogliano e possano utilizzarli correttamente. La loro funzione principale è concederci tempo. Un sistema ben progettato può rilevare un tentativo di accesso, segnalarci ciò che sta accadendo e permetterci di attivare il piano predisposto in precedenza. Più tempestivamente riceviamo l’allarme, maggiori saranno le possibilità di comprendere la situazione, riunire la famiglia, raggiungere una stanza sicura o una via d’uscita e chiamare i soccorsi. Se veniamo avvertiti quando l’intruso si trova ancora all’esterno del perimetro, disponiamo di un margine di reazione. Se invece ci svegliamo soltanto quando la porta sta cedendo o qualcuno è già entrato nell’abitazione, quel margine si riduce drasticamente e saremo costretti a prendere decisioni sotto una pressione molto maggiore. Allarmi, sensori, telecamere e sistemi di illuminazione possono inoltre svolgere funzioni di deterrenza, rilevamento e verifica. La tecnologia, però, non sostituisce il piano e non corregge automaticamente le vulnerabilità della casa: ne costituisce uno degli strumenti. Per essere efficace deve essere affidabile, correttamente installata, semplice da gestire e realmente utilizzata. Un sistema troppo complicato, continuamente disattivato o ignorato a causa dei falsi allarmi rischia di offrire soltanto un’illusione di sicurezza. Il valore reale della tecnologia non si misura quindi dal numero di dispositivi installati, ma dal tempo utile che riesce a concederci e dalla capacità della famiglia di trasformare quell’avvertimento in una risposta organizzata. Dott. Dario Procida In Italia il tema della legittima difesa domestica è spesso fonte di confusione e timori legali: quali sono i confini normativi che un cittadino non deve mai oltrepassare per non passare da vittima a indagato? Danilo Amelotti Una difesa domestica ben organizzata serve innanzitutto a ridurre la probabilità di arrivare allo scontro e, di conseguenza, di ritrovarsi nella situazione paradossale di passare da vittima di un’intrusione a persona sottoposta a indagine. Il secondo punto è la conoscenza della legge. I cittadini dovrebbero leggere direttamente le norme e cercare di comprenderle, eventualmente facendosi aiutare da un professionista. Non ci si può affidare soltanto al titolo di un giornale, al commento televisivo o a ciò che viene pubblicato sui social. Anche questa intervista può offrire elementi di riflessione, ma non sostituisce la legge né una consulenza legale applicata al caso concreto. Il principio fondamentale da ricordare è che la legittima difesa serve a interrompere un pericolo concreto e attuale, non a punire un ladro. Il confine da non oltrepassare è quello tra difesa e ritorsione: se l’aggressione è cessata, l’intruso sta fuggendo o il pericolo non è più attuale, inseguirlo o colpirlo non significa più difendersi, ma agire di propria iniziativa. Anche chi ritiene di avere agito legittimamente può comunque essere sottoposto a indagine, perché l’autorità giudiziaria deve ricostruire l’accaduto. Essere indagati non significa essere colpevoli. La regola essenziale rimane questa: la forza può essere utilizzata soltanto quando è indispensabile per fermare un pericolo attuale e deve cessare quando cessa il pericolo. Dott. Dario Procida Esiste ancora troppa disinformazione sull'uso degli strumenti di autodifesa non letali (come spray al peperoncino o dispositivi acustici) all'interno delle mura domestiche? Danilo Amelotti Sì, esiste ancora molta disinformazione, a cominciare dalla definizione di strumenti “non letali”. Sarebbe più corretto parlare di strumenti a ridotta letalità: possono essere meno pericolosi di un’arma da fuoco, ma non sono innocui e non garantiscono automaticamente di fermare un aggressore. La loro efficacia dipende dalla conoscenza dello strumento, dalla formazione, dall’ambiente e soprattutto dall’esistenza di un piano. Uno spray al peperoncino utilizzato all’interno di uno spazio chiuso, per esempio, può colpire non soltanto l’aggressore, ma anche chi lo impiega e gli altri familiari. Un dispositivo che assomiglia a un’arma può inoltre essere interpretato come una minaccia letale e provocare una reazione molto più violenta. Lo stesso vale per sistemi acustici, luci stroboscopiche o generatori di fumo: possono disorientare l’intruso, ma possono contemporaneamente ridurre anche la nostra capacità di vedere, comunicare, orientarci e raggiungere una via sicura. Per utilizzare correttamente questi strumenti servono quindi un vero piano di difesa, la conoscenza dei loro limiti e la capacità pratica di impiegarli. Soltanto dopo viene lo strumento e la sua applicazione nella situazione concreta. Possedere uno spray al peperoncino, anche per la difesa personale in strada, può offrire una possibilità in più rispetto a non avere alcuno strumento. Tuttavia, acquistarlo senza aver mai imparato a estrarlo, attivarlo e gestirne gli effetti non equivale a essere preparati. Se non sappiamo utilizzarlo sotto stress, può essere inefficace, sottratto, rivolto contro di noi o comunque rendere la situazione ancora più pericolosa. L’acquisto, da solo, non sostituisce mai la formazione. Dott. Dario Procida Se una famiglia dovesse scegliere una sola regola d'oro tra quelle descritte nel tuo libro per sventare la maggior parte dei tentativi d'intrusione, quale sarebbe? Danilo Amelotti Se proprio dovessi scegliere una sola regola d’oro, direi: prendere coscienza del fatto che il pericolo può esistere e predisporre un piano per affrontarlo. La consapevolezza viene prima di qualsiasi porta blindata, sistema di allarme o telecamera. Se una famiglia riconosce la possibilità di un’intrusione, inizierà naturalmente a osservare la propria abitazione, individuarne le vulnerabilità, correggere le abitudini rischiose e stabilire cosa fare qualora qualcuno tentasse di entrare. Lo stesso principio vale anche per un incendio, un terremoto o qualsiasi altro evento che possa costringerci ad agire rapidamente all’interno della casa. Prima dobbiamo accettare che possa accadere; subito dopo dobbiamo decidere come reagire. Essere consapevoli senza agire servirebbe a poco. Ma quando la consapevolezza produce un piano, porta con sé anche tutto il resto: prevenzione, protezioni strutturali, tecnologia, organizzazione familiare e capacità di risposta. La regola d’oro, quindi, non è acquistare un singolo sistema, ma smettere di affidare la propria sicurezza al caso. Oppure, volendo sintetizzarla con un pizzico di ironia: comprare il libro, leggerlo e soprattutto applicarlo. Dott. Dario Procida A chi è rivolto principalmente questo libro: pensa che debba essere letto prioritariamente dal capofamiglia protettivo o che l'addestramento alla consapevolezza debba coinvolgere ogni singolo componente della casa, inclusi i più giovani? Danilo Amelotti Il libro è rivolto a tutti, perché il primo responsabile della nostra sicurezza siamo noi stessi. La sicurezza familiare non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla figura del “capofamiglia protettivo”: ogni componente della casa deve possedere un livello di consapevolezza e sapere come comportarsi, naturalmente in modo proporzionato all’età e alle proprie capacità. Questo vale anche per i ragazzi più giovani. Non significa caricarli di paura o attribuire loro responsabilità da adulti, ma insegnare progressivamente a osservare ciò che li circonda, riconoscere una situazione anomala, chiedere aiuto e seguire un piano familiare. Mi spingerei anzi a dire che non necessariamente il mio libro, ma i principi spiegati al suo interno dovrebbero trovare spazio nei programmi scolastici. Consapevolezza, osservazione dell’ambiente, prevenzione, pianificazione e capacità di reazione non servono soltanto in casa: sono competenze utili in ufficio, durante un viaggio, in strada e in qualsiasi altro contesto della vita. Possedere queste capacità non significa vivere nella paura, ma avere maggiori possibilità di gestire correttamente un eventuale pericolo. L’alternativa è continuare a camminare con la testa tra le nuvole, convinti che non possa succederci nulla, fino al momento in cui la realtà ci presenta il conto. A chi è rivolto, quindi, Una casa da difendere? A chiunque abbia la volontà di assumersi una parte di responsabilità per la propria sicurezza e per quella delle persone con cui vive. Ringraziamo Danilo Amelotti: Professionista della sicurezza e della gestione del rischio con oltre 25 anni di esperienza in contesti internazionali complessi e ad alto rischio. Il mio background combina l'esperienza operativa nelle Forze Speciali militari con una vasta esperienza nel settore della sicurezza privata, a supporto di organizzazioni in Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA). Sono specializzato in valutazione del rischio, gestione delle crisi, sicurezza dei viaggi e sviluppo di programmi di sicurezza strutturati, progettati per proteggere personale, beni e operazioni in ambienti difficili. Nel corso degli anni, ho collaborato con stakeholder internazionali, erogato corsi di formazione sulla consapevolezza degli ambienti ostili (HEAT) e supportato organizzazioni nella preparazione e nell'operatività in regioni ad alto rischio. Il mio approccio è pragmatico e basato sull'esperienza, focalizzato sulla traduzione della conoscenza operativa reale in soluzioni di sicurezza efficaci e scalabili, in linea con le esigenze aziendali. Le mie principali aree di competenza includono: • Programmi di sicurezza globale (EMEA) • Valutazione del rischio e analisi delle minacce • Gestione delle crisi e degli incidenti • Sicurezza dei viaggi e operativa • Sviluppo di strategie e programmi di sicurezza Attualmente risiedo in Germania e opero in contesti internazionali. Approccio la sicurezza con una mentalità pragmatica e operativa, incentrata sulla prevenzione, sul processo decisionale sotto pressione e sull'applicabilità concreta. Acquista ora il libro! Clicca sulla locandina
- Omicidio a Cutro, spara in pieno centro abitato e uccide un 21enne: fermato un commerciante del posto
La vittima lavorava come cameriere in un noto locale della zona. Secondo una prima ricostruzione, a ucciderlo per poi darsi alla fuga è stato un 28enne del posto, fermato dai carabinieri e condotto in caserma per l'interrogatorio A Cutro, in provincia di Crotone, un uomo di 21 anni che lavorava come cameriere in un noto locale della zona è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Per l’omicidio i carabinieri di Crotone hanno fermato un commerciante di 28 anni del posto, che è stato condotto in caserma per l’interrogatorio alla presenza del pm Matteo Staccini della Procura di Crotone, durante il quale si è avvalso della facoltà di non rispondere. Secondo una prima ricostruzione, intorno alle 5 di stamattina il 28enne ha bussato alla porta della vittima, in pieno centro abitato, e quando questi gli ha aperto gli ha sparato al petto e poi si è dato alla fuga. Il movente non è ancora stato accertato, ma secondo alcune indiscrezioni all’origine del delitto ci sarebbero futili motivi legati a vicende sentimentali Sparatoria a Cutro: ucciso un 21enne nel centro abitato
- Truffa delle finte guardie giurate, il reato va in prescrizione. Il Codacons denuncia i ritardi della Procura
Una vicenda giudiziaria che rischia di lasciare centinaia di persone senza giustizia. I presunti responsabili di una truffa ai danni di chi cercava lavoro come guardia giurata non verranno processati: il reato è caduto in prescrizione a causa dei tempi eccessivamente lunghi delle indagini. A denunciarlo è il Codacons, che ha portato il caso all’attenzione della Procura Generale presso la Corte di Cassazione, del Consiglio Superiore della Magistratura e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo che vengano disposti accertamenti e verifiche ispettive sulla gestione del procedimento da parte della Procura di Roma La truffa. I fatti risalgono al 2020, quando il Codacons, per conto di numerosi cittadini, presentò una querela alla Procura della Repubblica di Roma denunciando un raggiro che aveva coinvolto centinaia di persone. Secondo la ricostruzione, alle vittime veniva promesso un impiego come guardia giurata in cambio del versamento di somme “a garanzia”, comprese tra 500 e 2.500 euro. Per rendere più credibile il meccanismo, i truffatori avrebbero addirittura creato gruppi WhatsApp attraverso cui venivano comunicati falsi colloqui e presunti iter burocratici. Le indagini e lo stallo. La Procura capitolina avviò le indagini, prorogate nel 2021 con l’acquisizione dei tabulati telefonici da parte della Polizia Giudiziaria, che ne comunicò gli esiti il 12 giugno dello stesso anno. Da quel momento, però, il fascicolo sembrerebbe essere rimasto fermo per quasi due anni, fino al 27 gennaio 2023. Lo stallo si è interrotto solo l’8 giugno 2026, quando è stata formulata la richiesta di archiviazione del procedimento , comunicata alle parti l’8 luglio scorso, motivata esclusivamente dall’intervenuta prescrizione del reato. Un’estinzione che, secondo il Codacons, sarebbe maturata proprio a causa del tempo lasciato trascorrere dopo la chiusura delle indagini preliminari. Se l’azione penale fosse stata esercitata con maggiore tempestività, sostiene il Codacons, i termini di prescrizione sarebbero stati interrotti in tempo utile, evitando così il danno subito dalle vittime, oggi “doppiamente beffate”: prima dai truffatori, poi dai tempi della giustizia. Truffa delle finte guardie giurate, il reato va in prescrizione. Il Codacons denuncia i ritardi della Procura - Sardegnagol
- La Nave “Etna” della Marina Militare a Dublino
ROMA\ aise\- La nave della Marina Militare “Etna”, unità ausiliaria di rifornimento di squadra (AOR), sosterà aDublino, al Dublin Port, Deep Water Quay, Berth 47, in Irlanda, dal14 al 18 agosto. La sosta s’inserisce nell’ambito della campagna d’istruzione degli allievi dell’Accademia Navale di Livorno, impegnati nella loro seconda esperienza di navigazione a bordo di un’unità militare. La Nave Etna sarà dunqueaperta alle visite della popolazioneda sabato 15 a lunedì 17 agosto in questi orari: sabato 15 agosto: dalle 10:30 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:30; domenica 16 agosto: dalle 10:30 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:30; lunedì 17 agosto: dalle 10:30 alle 12:00.(aise) Aise.it - Agenzia Internazionale Stampa Estero
- Sorpresa tra i bagnanti in Turchia, spunta un drone da guerra dalle acque del Mar Nero
AGI - Un drone da guerra ritrovato vicino la riva della costa di Akcakoca, nella provincia di Duzce, sul Mar Nero, è stato sequestrato per essere sottoposto a esami dopo che alcuni bagnanti avevano segnalato la presenza di un oggetto sospetto in acqua. Alcuni residenti sulla spiaggia di Cinar, ad Akcakoca, hanno avvistato vicino alla riva un oggetto che sembrava essere un drone e hanno allertato le forze di sicurezza, provocando un breve momento di panico tra i bagnanti. Secondo una nota dell'Ufficio del governatore di Duzce, il Centro operativo della Guardia costiera per il Mar Nero occidentale ha ricevuto una segnalazione intorno alle 16,50 del 10 agosto relativa alla presenza di un oggetto sospetto al largo della spiaggia di Cinar, ad Akcakoca. Il dispositivo è stato trasferito in un'area sicura e messo sotto controllo dalle squadre di difesa subacquea (Sas), ha riferito l'Ufficio del governatore. È stata avviata un'indagine per determinare la provenienza dell'oggetto arrivato a riva. Secondo la nota, il modello specifico e l'origine del drone dovrebbero essere chiariti al termine degli accertamenti tecnici. Alcuni osservatori hanno ipotizzato che il drone possa essere simile al Geran-2, di progettazione russa, a sua volta una variante dello Shahed-136, di progettazione iraniana. Non si tratta del primo episodio e, a quanto sembra, potrebbe non essere l'ultimo. Dalla fine del 2025, le autorità turche hanno registrato una serie di ritrovamenti di droni lungo e nei pressi della costa del Mar Nero. Dispositivi distrutti nella guerra in corso tra Russia e Ucraina, droni rinvenuti o precipitati in varie province del Mar Nero tra cui Ordu, Zonguldak, Bartin, Samsun, Artvin, Balikesir, ma alcuni episodi hanno riguardato anche Istanbul. In diversi casi, i droni sottoposti a esame sono stati identificati come di origine russa, compresi modelli Geran-2 basati sul progetto iraniano Shahed-136, mentre altri sono stati classificati come sistemi di tipo ucraino oppure sono rimasti di origine non identificata. Sorpresa tra i bagnanti in Turchia, spunta un drone da guerra dalle acque del Mar Nero
- Lavoro nero, blitz della Guardia di Finanza a Treviso: quanti lavoratori completamente in nero sono stati scoperti
Sono stati scoperti 27 lavoratori nelle recenti ispezioni condotte dalla Guardia di Finanza nella provincia di Treviso. Le operazioni, svolte nei week end di giugno e luglio, sono state finalizzate a contrastare il lavoro nero e le irregolarità nei rapporti di lavoro, con l’obiettivo di tutelare la legalità e la concorrenza leale tra imprese. Controlli intensificati nei week end estivi Stando alle informazioni pubblicate sul sito della Guardia di Finanza, i controlli sono stati intensificati nelle giornate di maggiore afflusso di clientela, ovvero nei fine settimana dei mesi di giugno e luglio. I Reparti operativi nella marca trevigiana hanno ispezionato 22 attività economiche distribuite su tutto il territorio provinciale, con particolare attenzione ai locali pubblici e alle attività più esposte al rischio di lavoro irregolare. Durante le ispezioni, sono stati individuati 27 lavoratori impiegati in modo irregolare, di cui 26 totalmente in nero. Questo dato evidenzia la persistenza del fenomeno del lavoro nero nel settore dei servizi e della ristorazione, soprattutto nei periodi di maggiore attività commerciale. La presenza di personale non regolarmente assunto rappresenta una grave violazione delle norme in materia di lavoro e tutela dei diritti dei lavoratori. Sette locali segnalati per sospensione dell’attività La gravità delle violazioni riscontrate ha portato la Guardia di Finanza a segnalare sette locali pubblici all’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente, per l’adozione dei provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale. Tale misura viene applicata nei casi in cui le irregolarità accertate risultano particolarmente gravi e reiterate, a tutela sia dei lavoratori che della concorrenza tra imprese. Sanzioni fino a 371 mila euro Le sanzioni amministrative che potranno essere comminate dall’Ispettorato del Lavoro sono particolarmente pesanti: l’importo complessivo potrà variare da un minimo di 64 mila euro a oltre 371 mila euro, a seconda della gravità e del numero delle violazioni accertate. Queste cifre testimoniano la determinazione delle autorità nel contrastare il lavoro nero e nel disincentivare comportamenti illeciti da parte delle aziende. Violazioni fiscali in quattro locali: sanzioni per mancata memorizzazione dei corrispettivi Oltre alle irregolarità in materia di lavoro, in quattro locali ispezionati sono state riscontrate anche infrazioni agli obblighi di memorizzazione dei corrispettivi, ovvero la mancata registrazione delle vendite ai fini fiscali. In questi casi, la normativa prevede sanzioni pari al 70% dell’IVA relativa alla prestazione o cessione non memorizzata, con un minimo di 300 euro per ciascuna violazione. Questo tipo di infrazione fiscale si aggiunge alle altre irregolarità riscontrate, aggravando la posizione degli esercenti coinvolti. Le attività di controllo, che si sono intensificate negli ultimi mesi su tutto il territorio della provincia di Treviso, confermano il costante impegno della Guardia di Finanza nel contrasto a ogni forma di illegalità. L’obiettivo è quello di garantire la sicurezza economico-finanziaria della collettività e tutelare gli imprenditori onesti, che subiscono una concorrenza sleale da parte di chi non rispetta gli obblighi tributari e contributivi, ottenendo così un ingiusto vantaggio competitivo. Lavoro nero, blitz della Finanza a Treviso: quanti lavoratori completamente in nero sono stati scoperti












