DPI e cultura della sicurezza: quando l’esperienza diventa un rischio (e perché la formazione non deve fermarsi mai) (di Giuseppe Savina
- squadsmpd

- 2 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Nel mondo della salute e sicurezza sul lavoro esiste una contraddizione tanto diffusa quanto sottovalutata: spesso non sono i lavoratori più giovani o inesperti a ignorare i Dispositivi di Protezione Individuale, ma proprio quelli con più anni di servizio alle spalle. Non per mancanza di conoscenze normative. Non per superficialità. Ma per abitudine. Con il tempo, l’esperienza crea sicurezza personale, automatismi, rapidità di esecuzione. Tutti elementi preziosi. Ma se non accompagnati da una cultura della prevenzione costantemente aggiornata, possono trasformarsi in un fattore di rischio.

Quando l’esperienza genera assuefazione al pericolo Chi lavora da molti anni nello stesso settore ha visto di tutto: incidenti, quasi incidenti, emergenze risolte “per miracolo”.
Questo porta a sviluppare una percezione distorta del rischio.
Frasi come:
● “Ho sempre fatto così”
● “Ci metto due minuti, non serve il casco”
● “Non è mai successo niente”
● “So quello che faccio” diventano parte del linguaggio quotidiano.
Questo fenomeno si chiama normalizzazione del rischio:
situazioni potenzialmente pericolose vengono percepite come ordinarie.
Il cervello smette di segnalarle come minacce. Ed è proprio qui che nasce il vero pericolo.
I DPI non falliscono: vengono aggirati Caschi lasciati sul banco.
Guanti tolti “solo per un attimo”.
Occhiali appoggiati sulla testa.
Cuffie antirumore abbassate.
Nella maggior parte degli infortuni gravi, i DPI erano presenti. Ma non utilizzati correttamente.
Questo dimostra una cosa fondamentale: il problema non è la disponibilità dei dispositivi, ma il comportamento. La sicurezza non è un oggetto. È una scelta quotidiana.
Le nuove generazioni e la cultura preventiva
Negli ultimi anni si sta assistendo a un cambiamento importante: i lavoratori più giovani arrivano in azienda con una maggiore sensibilità verso la sicurezza.
Grazie a:
● percorsi scolastici più strutturati
● formazione obbligatoria iniziale
● maggiore esposizione ai temi HSE
● una cultura generale più orientata alla prevenzione mostrano spesso più attenzione all’uso dei DPI e al rispetto delle procedure. Non sono necessariamente più esperti, ma hanno una base culturale più solida.
Ed è un patrimonio che va tutelato.
L’integrazione tra senior e junior: la vera forza dell’azienda
Un ambiente di lavoro sicuro nasce dall’incontro tra:
- esperienza operativa
- cultura della prevenzione I senior trasmettono competenze pratiche.
I junior portano metodo, attenzione alle regole e mentalità preventiva. Quando queste due forze collaborano, la sicurezza cresce. Quando invece una prevale sull’altra, il sistema si indebolisce.
Il ruolo chiave di datori di lavoro, preposti e RSPP
La responsabilità non è solo del lavoratore.
Chi ha ruoli di coordinamento deve:
● dare l’esempio nell’uso dei DPI
● intervenire sui comportamenti scorretti
● rinforzare continuamente i messaggi di prevenzione
● trasformare la sicurezza in valore aziendale, non in obbligo formale La formazione non deve essere un evento isolato, ma un processo continuo di riallineamento tra pratica quotidiana e procedure corrette.
DPI: non protezioni, ma alleati
Indossare un DPI non significa essere deboli.
Significa essere professionali.
Ogni dispositivo rappresenta una barriera tra un rischio reale e una possibile conseguenza irreversibile. Non è tempo perso. È investimento sulla propria salute. Non è diffidenza verso le proprie capacità. È rispetto per la propria vita.
La formazione deve continuare, per tutti
La cultura della sicurezza non si acquisisce una volta per tutte.
Va aggiornata. Rinforzata. Richiamata. Soprattutto per chi lavora da molti anni, perché l’esperienza senza aggiornamento rischia di diventare cieca.
Conclusione
La vera maturità professionale non è dire: “Non mi serve il DPI.” È dire: “Lo indosso perché so cosa può succedere.” La sicurezza non distingue tra giovani ed esperti, può altresì distinguere tra chi la rispetta e chi la sottovaluta.
Ed è per questo che la formazione deve continuare.
Sempre.

Giuseppe Savina è un professionista attivo nel settore della sicurezza, della gestione delle emergenze e della formazione, con un profilo che unisce competenze operative sul campo e capacità formative. Diplomato, opera come Vigile del Fuoco Volontario e Private Safety Officer, maturando esperienza diretta nella gestione di scenari emergenziali, nella valutazione del rischio e nell’intervento operativo. Il suo percorso gli ha consentito di sviluppare una visione concreta e funzionale della sicurezza, basata sull’esperienza reale e sull’applicazione rigorosa delle procedure. È formatore per la sicurezza sui luoghi di lavoro e coordinatore delle emergenze, con particolare attenzione agli ambienti ad alto rischio, dove l’organizzazione, la chiarezza dei ruoli e la preparazione del personale risultano determinanti. La sua attività formativa è orientata alla comprensione pratica delle procedure, alla prevenzione e alla gestione efficace dell’emergenza. Possiede qualifiche come Operatore TPSS, Operatore ATP, Operatore BLSD e Operatore Alto Rischio, che completano un profilo tecnico solido e multidisciplinare, in grado di integrar aspetti di sicurezza, primo intervento e supporto alle persone in situazioni critiche.
A queste competenze si affiancano competenze informatiche, utili per l’organizzazione, la gestione delle informazioni e il supporto ai processi formativi e operativi. Grazie a un approccio serio, responsabile e orientato alla tutela delle persone, Giuseppe Savina rappresenta una figura affidabile e preparata nel campo della sicurezza e delle emergenze, capace di operare efficacemente sia nella prevenzione sia nella gestione operativa degli eventi critici.





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