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- Investigazioni Private: Un Mondo di Mistero e Scoperta (di Mambrini Riccardo)
Le investigazioni private rappresentano un campo affascinante e, a volte, controverso, che attira l'attenzione di molti. Questo settore, spesso associato a romanzi gialli e film noir, svolge un ruolo cruciale nella risoluzione di casi complessi e nella protezione degli interessi dei privati e delle aziende. Chi sono gli Investigatori Privati? Gli investigatori privati sono professionisti, sempre più specializzati, autorizzati dalle prefetture competenti a condurre indagini per conto di clienti privati o aziende, essi possono specializzarsi in vari settori, tra cui: - Frode e truffe: investigatori che si occupano di indagare su sospetti di frode assicurativa o aziendale. - Bonifiche ambientali: alcuni privati od aziende che, si appoggiano alla figura dell’investigatore, per scoprire se sono state controllate o spiate. - Ricerca di persone scomparse: utilizzano tecniche avanzate per rintracciare individui scomparsi o in fuga. - Controllo dei precedenti: forniscono informazioni su potenziali dipendenti o partner commerciali. - Controllo minori: alcuni genitori preoccupati si rivolgono ad investigatori privati per sapere i luoghi e le compagnie frequentati dai figli. - Infedeltà coniugale: molti clienti ricorrono a investigatori privati per scoprire comportamenti sospetti nei propri partner. - Indagini aziendali e loss prevention: alcune aziende si rivolgono agli investigatori privati per scoprire comportamenti illeciti o all’interno dell’azienda e per ridurre i costi di gestione dovuti a pratiche scorrette da parte dei dipendenti. - Indagini difensive: in ambito penale i difensori possono avvalersi della collaborazione di investigatori privati autorizzati per scoprire la verità riguardo a un determinato accadimento. Si evince da tutto ciò, come l’investigatore privato sia una figura sempre più informata e formata, una figura camaleontica in grado di adattarsi ed adeguarsi ad ogni ambiente, ricco di conoscenze, ma anche dotato di ottime capacità psicologiche. Tecniche e Strumenti Utilizzati Gli investigatori privati impiegano una varietà di tecniche e strumenti per raccogliere informazioni. Tra questi: - Osservazione e sorveglianza: Monitoraggio di persone o luoghi per raccogliere dati utili, ciò può avvenire utilizzando strumenti oramai sempre più tecnologici come fotocamere, videocamere, microspie, smartphone, pc e altro ancora; ogni strumento ha i propri vantaggi ed i propri limiti, l’abilità dell’investigatore sta nel saperli sfruttare al meglio senza infrangere la legge. - Interviste e colloqui: da non confondere con gli interrogatori, i quali sono riservati alle forze di polizia, l’investigatore può parlare, dietro loro consenso, con testimoni o persone coinvolte per ottenere informazioni di prima mano, informandole sempre della facoltà di non rispondere alle domande poste. - Analisi dei dati: Utilizzo di software e banche dati per esaminare informazioni pubbliche e private. - Tecnologie avanzate: Droni, GPS e altre tecnologie moderne possono essere impiegate per raccogliere prove in modo discreto. Aspetti legali ed etici Le investigazioni private devono sempre essere condotte nel rispetto delle leggi vigenti; gli investigatori devono essere autorizzati, seguire linee guida precise, evitare in ogni caso violazioni della privacy o comportamenti illeciti, quest’ultimo, aspetto più che mai fondamentale, oggigiorno è estremamente facile cadere nel tranello della tecnologia, dove il controllo è più facile, rapido e preciso, l’attenzione dell’investigatore deve essere focalizzata anche sulle normative riguardanti la privacy, conoscerle a fondo e rimanere sempre aggiornati. È fondamentale che i clienti comprendano i limiti legali delle indagini e le conseguenze di eventuali violazioni, le quali potrebbero invalidare le prove raccolte e rendere così l’indagine, inutile. Le investigazioni private offrono un servizio prezioso in un mondo in cui la trasparenza e la verità sono spesso velate da mistero. Che si tratti di scoprire la verità su una relazione o di proteggere un'azienda da minacce interne od esterne, gli investigatori privati sono strumenti importanti nella ricerca della giustizia e della sicurezza. Tuttavia, è essenziale approcciare questo campo con rispetto delle leggi e delle etiche professionali, per garantire che ogni indagine sia condotta in modo responsabile e corretto. articolo del dott. Mambrini Riccardo Investigatore Privato "Ricevo in gioventù una formazione nel campo del soccorso sul territorio e nel campo dell'hospitality, la quale mi ha permesso di vivere, lavorare all'estero e conoscere lingue e culture diverse. Dal 2021 mi avvicino al mondo della security frequentando un corso professionale e ottenendo la qualifica di Security Manager presso l'accademia Louis Formazione, questo traguardo mi ha dato l'opportunità di lavorare in una azienda specializzata nel settore delle investigazioni private e della sicurezza. Nello stesso anno divento collaboratore investigativo e socio Federpol, ho l'opportunità di frequentare e superare con profitto, diversi corsi di specializzazione, come operatore A.S.C. e operatore Antincendio alto rischio. Spinto sempre da una fortissima ambizione di miglioramento, mi qualifico, nel 2023, come istruttore BLSD, PBLSD e FIRST AID erogando corsi sia ai collaboratori aziendali che a persone esterne. La mia passione per il mondo delle investigazioni mi ha spinto a frequentare un corso di Laurea triennale L-14 (Scienze dei servizi giuridici) presso l'università telematica Guglielmo Marconi di Roma, conclusosi con successo nel Novembre 2024, conseguendo il titolo di Dottore in Scienze dei Servizi Giuridici, ciò mi ha dato una ulteriore slancio motivazionale, portandomi ad iscrivermi, nel gennaio 2025, ad un master universitario in criminologia presso l'Unitelma Sapienza di Roma, attualmente in fase di frequentazione; nel luglio del 2025 fondo la mia agenzia investigativa, ottenendo, il mese successivo, la licenza ministeriale presso la prefettura di La Spezia. Sicuramente il cammino non è terminato, anzi, ogni nuova opportunità e/o sfida è per me motivo di spinta al miglioramento, sono sempre stato caratterizzato da una fortissima ambizione, la quale mi spinge a dare sempre il massimo sia in campo lavorativo che in ambito personale, sono fermamente convinto che la fame di sapere sia un atto di amore dovuto verso se stessi e verso le persone che ci circondano, ogni approfondimento, ogni collaborazione può sempre essere una nuova opportunità per contribuire al miglioramento della propria vita professionale e non."
- Morire in Live Streaming: lo Smartphone” che Anestetizza l’Istinto di Fuga Perché i ragazzi di Crans-Montana hanno filmato invece di scappare? (di Mariana Berardinetti)
L’immagine di Crans-Montana avvolta dalle fiamme nella notte di Capodanno rimarrà impressa non tanto per la forza distruttrice del fuoco, quanto per quella, altrettanto prepotente, di una distrazione collettiva. In quello che avrebbe dovuto essere un momento di panico e fuga, abbiamo assistito a una selva di smartphone sollevati verso il cielo, braccia tese a catturare pixel mentre l’aria si faceva irrespirabile. Questo episodio non è solo un fatto di cronaca, ma il sintomo di una profonda mutazione pedagogica e antropologica: la nascita di una generazione che ha sostituito il corpo con lo schermo e la sopravvivenza con la testimonianza. Il fatto che giovani tra i 16 e i 20 anni abbiano privilegiato l’inquadratura rispetto alla fuga conferma che la mediazione digitale è ormai una struttura dell’essere. Ciò che osserviamo è l’attuazione di un Vetro di protezione (l’illusione ottica): lo smartphone diventa uno scudo psicologico. Il ragazzo che filma l’incendio si sente protetto dall’interfaccia; finché l’evento è confinato nel rettangolo dello schermo, resta “gestibile”, un semplice contenuto multimediale che non può ferire. Questo filtro finisce per anestetizzare il Cervello rettiliano (l’istinto di sopravvivenza disattivato). In presenza di un pericolo immediato, questa parte ancestrale del nostro encefalo dovrebbe innescare la risposta di fight-or-flight (attacco o fuga), preparando il corpo allo scatto vitale. Tuttavia, se la mente percepisce l’evento come un “video”, questo interruttore biologico non scatta: il fuoco smette di essere una minaccia fisica per diventare estetica, disinnescando il sistema di allarme che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere per millenni. A questa anestesia si aggiunge un profondo Narcisismo della testimonianza (il bisogno di esistere online). L’identità digitale ha preso il sopravvento su quella biologica, generando un paradosso inquietante: la validazione dell’evento conta più dell’evento stesso. Per questa generazione, se un’esperienza non viene pubblicata, è come se non fosse mai accaduta. Documentare il disastro serve a confermare la propria esistenza sociale; si è disposti a rischiare la vita pur di non perdere la “prova” di averla vissuta. La testimonianza dell’esistenza diventa, tragicamente, più importante dell’esistenza stessa. È quella che l’antropologo Ernesto de Martino chiamava “crisi della presenza”: il corpo è tra le fiamme, ma la mente è già nel futuro, nel momento in cui riceverà i feedback della rete. Questa assenza fisica rivela infine un preoccupante Analfabetismo sensoriale (l’incapacità di leggere il pericolo reale). I giovani smarriscono la capacità di interpretare i segnali pre-verbali della natura: l’odore acre del fumo, il crepitio del legno, il cambio della temperatura. Nel mondo virtuale, se le fiamme ti raggiungono, fai respawn e ricominci; nella realtà fisica, la velocità della propagazione non ammette repliche. La capacità logica di prevedere il pericolo viene sacrificata sull’altare dell’inquadratura perfetta, figlia di un corpo che non sa più ascoltare l’ambiente. Il compito della pedagogia moderna è dunque quello di scardinare questo “vetro” illusorio e combattere l’analfabetismo sensoriale. Bisogna rieducare i giovani a percepire il limite e la verità della materia, riattivando quegli istinti di conservazione che la tecnologia sta atrofizzando. La sfida non è il divieto, ma una scelta di campo: insegnare che esistono momenti in cui essere spettatori della propria vita ci priva della possibilità di restare vivi. La pelle brucia anche se non è inquadrata, e la vita accade solo quando decidiamo di posare lo smartphone per tornare, finalmente, a respirare. Dott.ssa Mariana Berardinetti, Criminal Profiler, Magistrato Onorario di Sorveglianza e Docente Forense La Dott.ssa Mariana Berardinetti è una Criminal Profiler e Analista Comportamentale specializzata, con un duplice ruolo operativo nel settore giudiziario. La sua expertise unisce l'analisi scientifica dei crimini e della devianza alla conoscenza pratica del sistema penitenziario e della giustizia onoraria. La Dott.ssa Berardinetti non solo opera nel settore, ma contribuisce attivamente alla formazione dei futuri professionisti, posizionandosi come una figura chiave nel supporto tecnico e giudiziario: Magistrato Onorario di Sorveglianza (Qualifica avvenuta con specifica nomina da CSM). Docente e Formatrice per Aspiranti Magistrati Onorari (Ruolo implicito nella docenza e nell'esperienza accumulata). Direttore del Dipartimento di Pedagogia Giuridica e Docente per la Formazione di Consulenti Tecnici (CTU/CTP), con un focus pratico sul sistema giudiziario. Specializzazione Centrata sul Criminal Profiling Le sue qualifiche e formazioni avanzate sono direttamente funzionali all'attività di profilazione criminale, essenziale per la comprensione delle violenza e del comportamento deviante: Esperta in Analisi Scientifica del Comportamento umano (Criminal Profiler): Possiede il Diploma di Master in Analisi Scientifica del Comportamento verbale e non verbale e una formazione specifica in Criminal Profiling e Metodologie di Cold Case Investigation. Analista Investigativa e Criminologa Forense: È Criminologa Esperta in Analisi della Scena del Crimine, con un Master di Specializzazione in Psicologia Investigativa, Analisi Comportamentale, Psicologia Giuridica, Psicopatologia e Psicodiagnostica Forense. Competenza Trasversale: Ha completato formazioni in Biologia e Genetica Forense e Tossicologia generale e Clinica. Formazione Accademica La sua base accademica pluridisciplinare le fornisce la prospettiva sociale e psicologica necessaria per la profilazione e il lavoro giudiziario: * Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche (LM85) (Università Pegaso, votazione 104). * Laurea Magistrale in Programmazione e Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali (LM88 Sociologia) Laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione (Università Guglielmo Marconi - Roma, votazione 105/110). DIVENTA REFERENTE SQUAD SMPD
- I FUOCHI D’ARTIFICIO NEL MONDO CINOFILO (di Bianco Luca)
i botti di capodanno rappresentano un problema molto grave per l’impatto che hanno nei confronti delle persone fragili ed anziane, a livello ambientale e nei confronti dei selvatici e per ciò che rientra più nella mia sfera professionale nei confronti dei nostri compagni di vita a quattro zampe. Per ciò che riguarda questi ultimi il problema rappresenta veramente un argomento su cui volendo ci si potrebbe dilungare all’infinito ma volendo invece rimanere sull’essenziale per non tediare e volendo tralasciare dettagli tecnici significativi quali distanza dal punto di detonazione, entità della detonazione e stato emotivo e di vigilanza del soggetto al momento della detonazione evitando di addentrarci troppo nel tecnico bisogna tuttavia distinguere almeno due fattori/effetti differenti. Il primo fattore è l’impatto generato sui soggetti fobici che hanno già di base una predisposizione a subire qualsiasi rumore molesto e/o improvviso ed imprevisto ed il secondo quello generato sui soggetti che manifestano invece una normale reazione di spavento nei confronti di un rumore improvviso, imprevisto e molesto come la detonazione di un petardo di media o grossa entità volendo generalizzare. Nel primo dei due casi la base fobica del soggetto limita fortemente la possibilità di mitigare gli effetti negativi (che possono provocare ricordiamo anche crisi epilettiche o più nefasti attacchi cardiaci) di un fenomeno dí tale portata e diffusione nel periodo di festa limitando nella maggior parte dei casi la possibilità di interazione da parte del proprietario al solo “isolare ed ovattare” il soggetto fragile e sensibile con tecniche “domestiche” (finestre chiuse ed isolamento nella parte più interna della casa, televisione o musica accesa ad alto volume soprattutto nelle ore più soggette utilizzando magari anche dei tappi di ovatta nelle orecchie per limitare al massimo la percezione del rumore molesto e possibilmente compagnia all’interno della stanza che faccia da conforto e non alimenti il senso di disorientamento del soggetto). Nel secondo caso la possibilità di interazione è invece decisamente maggiore sia a livello preventivo che a livello risolutivo della manifestazione di disagio da parte del cane e spazia dall’approccio del problema attraverso l’addestramento con tecniche di adattamento e desensibilizzazione allo sparo in maniera graduale e progressiva che possono essere adottate già fin da cuccioli sotto forma di gioco e che portano alla “normalizzazione” della percezione della detonazione da parte del soggetto il quale arriverà così ad ignorare il rumore molesto improvviso rimanendo indifferente alla detonazione, alla gestione sempre attraverso l’addestramento dell’eventuale malaugurata crisi di panico scaturita da parte della detonazione percepita senza preavviso o in un attimo di maggiore sensibilità. Personalmente da addestratore cinofilo specializzato non ho mai tralasciato e non tralascio mai durante l’addestramento di trattare preventivamente questa problematica su alcun soggetto in addestramento indipendentemente dall’età evitando che possa insorgere qualsiasi tipo di sensibilità al fenomeno o che possa incrementarsi nel tempo ma piuttosto facendo sì che svanisca totalmente ove già presente. In questa fase mi preoccupo inoltre di non tralasciare mai di formare e rendere edotti i proprietari sulle giuste tecniche di gestione e controllo e sul giusto approccio alla problematica al suo manifestarsi. In molti casi è infatti proprio l’atteggiamento iper protettivo del proprietario o il tentativo amorevole di rassicurare il cane nel momento di maggiore panico con coccole e carezze a far sì che il soggetto fissi negativamente l’evento associandolo allo stato di panico e paura e rafforzando questa condizione emotiva, ciò farà sì che questo stato emotivo si riproduca in maniera crescente e si stratifichi inevitabilmente sempre di più ogni qualvolta si dovesse ricreare la medesima circostanza. Il giusto approccio al problema e’ secondo me e non lo dico per opportunismo, affidarsi ad un professionista dell’addestramento specializzato nel trattamento di tali problematiche che aiuti il proprietario ed il cane insieme e con le giuste tecniche a superare ogni tipo dí fobia sul nascere o già manifesta evitando così conseguenze gravi che possono essere dirette (la salute dell’animale in quanto come accennato risulta a rischio di patologie conseguenti altamente invalidanti o letali e/o eventuali malaugurate reazioni di mordacità per scarico della tensione o per necessità di svincolo finalizzato alla fuga) o indirette (la fuga di un soggetto in panico che può provocare un incidente mettendo a rischio la sua stessa vita, quella del proprietario che tenterebbe di riprenderlo e quella di eventuali malcapitati automobilisti). La gestione di un cane rappresenta una responsabilità multipla e con molteplici aspetti a partire dal suo benessere, dalla sua sicurezza e dalla sua serenità fino ad arrivare al benessere, alla sicurezza ed alla serenità della famiglia che lo accoglie, senza tralasciare assolutamente il benessere, la sicurezza e la serenità di tutti coloro che anche per pochi attimi vengono a contatto con il cane, ciò implica il dovere di ricorrere ad una guida accreditata e professionale che consenta che l’animale sia sempre a proprio agio nell’ambiente urbano in cui lo abbiamo trasporto, adattandosi al meglio ad ogni circostanza senza subirne alcun disagio ed allo stesso tempo senza provocare disagio alcuno negli umani con cui interagisce. Si può raggiungere questo obiettivo solo facendo ricorso alle tecniche dell’addestramento e soprattutto facendolo non in “extrema ratio” nel momento in cui le problematiche sono ormai manifeste ma in maniera preventiva e costruttiva, con lo stesso approccio con cui si chiede ad un figlio di acquisire le giuste regole e norme di condotta del buon vivere civile. Concludo ricordando che il piacere di avere un compagno di vita a quattro zampe e’ strettamente incardinato ad una “conditio sine qua non”, il suo benessere, la sua serenità e la sua sicurezza devono coincidere fermamente con il benessere, la serenità e la sicurezza dei proprietari e soprattutto con quella di tutte le persone con cui giornalmente si interagisce per cui sottolineo e consiglio anche a costo di risultare ripetitivo la validità e l’importanza del supporto di un professionista qualificato che aiuti il binomio proprietario/cane a raggiungere questo importante risultato. Articolo del dott. Bianco Luca Classe 1978, studi umanistici come base culturale e molti anni di formazione e professione nel settore della sicurezza privata in contesti e zone ad alto rischio con all’attivo diversi anni di servizi di scorta e tutela VIP e soggetti ed obiettivi sensibili. Svariati anni di servizi svolti nella gestione della sicurezza di locali di divertimento ed eventi pubblici, pianificazione e gestione della sicurezza privata e personale. Numerose attività svolte in formazione di unità cinofila come antisommossa pronto impiego. Svolgo ormai da molti anni la libera professione di addestratore cinofilo specializzato alla quale ho dato corpo negli ultimi anni con una formazione sempre più specialistica che vanta certificazioni ed iscrizioni a registri professionali riconosciute a livello Europeo e che mi consente di operare al meglio nel mio settore. Tra le specializzazioni acquisite, quella di Tecnico Veterinario (attestazione IA numero 342823841415) , un Dottorato in scienza dell’alimentazione animale e nutrizione veterinaria con proclama UNISVET e patrocinato e supervisionato dal Dipartimento Scienze Veterinarie e dall’Università degli Studi di Torino, un Master in Etologia e Biologia del rapporto del cane con l’uomo, con proclama ELBS e CEPAS per PETacademy, svariate specializzazioni teorico pratiche e Master, Farmacologia Veterinaria (attestazione International Academy numero 13122548782), Ematologia Veterinaria (attestazione IA numero 568432592 ), Psicologia del dolore e Terapia del dolore negli animali (attestazione IA numero 136377384021), Primo soccorso psicologico (attestazione IA numero 12842221351 ) Pronto soccorso veterinario (attestazione IA numero 1363324562 )ed Addestratore di cani da Pet Therapy e formatore di binomi da lavoro (conduttore/animale) nella Pet Therapy (attestazione IA numero 09754463021 ) ma avendo sempre più a cuore il benessere e la tutela del benessere animale ho pensato di poter aggiungere ancora qualcosa alla mia professione e professionalità completando un percorso di studi di criminologia. Questo percorso formativo specialistico patrocinato e disciplinato da UniMi e centrato sulla Psicologia criminale ( attestazione IA numero 34689771813) e sulla Criminologia generale ( attestazione IA numero 794678232 ) nonché sul profilo legale e della criminologia forense ha trovato nel mio caso largo impiego nella mia professione consentendomi spesso di utilizzare l’acquisito per approfondire e penetrare le motivazioni devianti e scatenanti dei crimini commessi a carico degli animali. Analizzando le motivazioni, le dinamiche e le conseguenze dei reati commessi ho potuto mettere in molti casi in atto una dinamica di correzione e prevenzione della reiterazione del crimine stesso. Studiando il delitto non solo nella sua realtà oggettiva ma anche nelle sue cause scatenanti, studiando il profilo psicologico del reo ed il suo campo di azione comprensivo delle realtà personali e familiari che appartengono al suo vissuto ed alla sua quotidianità sono riuscito infatti a giungere in molti casi alla concretizzazione di mezzi atti a reprimere il crimine stesso, inibirlo o dissuaderlo ed in molti casi anche alla rieducazione del reo. Attraverso le fasi di ricerca, prevenzione e studio delle conseguenze ho potuto spesso scongiurare l’effetto emulativo scatenato in molti casi da questo tipo di crimini. Nella maggior parte dei casi ho potuto tracciare un profilo dei soggetti inclini a questo tipo di reati che associato allo studio della motivazione deviante ha consentito di monitorare soggetti propendenti a questo genere di crimini al fine di ridurre sensibilmente la possibilità che il reato venga commesso nuovamente o consentendo di bloccandolo sul nascere in alcuni casi. La psicologia criminale rappresenta quel campo di studio interdisciplinare che si pone l’obiettivo di comprendere i processi mentali, emotivi e comportamentali che conducono un individuo a compiere atti criminali, questo approccio rappresenta per me un validissimo supporto che mi consente attraverso la formazione acquisita di mettere in correlazione i processi sopra citati con i responsabili dei reati commessi nei confronti degli animali consentendomi di capirne ed approfondire le motivazioni devianti e le dinamiche evolutive del reato stesso giungendo così spesso a prevedere, reprimere o evitare un nuovo reato prima che venga commesso. Grazie alla criminologia in quanto scienza empirica e multidisciplinare che ha per oggetto lo studio sistematico del crimine, del criminale, della vittima e delle reazioni sociali al comportamento deviante ho potuto sviluppare un metodo di analisi del reato stesso che mi ha consentito in molti casi anche di sottolineare attraverso il reato commesso e la sua analisi una correlazione tra questo genere di reati e la propensione da parte del reo a commettere crimini violenti nei confronti di soggetti deboli ed indifesi trasferendo così la sua potenziale nocività dal soggetto indifeso animale al soggetto indifeso umano. Grazie alla formazione acquisita ed all’esperienza professionale svolgo inoltre da molti anni come libero professionista, attività di consulenza per enti pubblici/privati e associazioni per la prevenzione di crimini, la pianificazione e la realizzazione di sicurezza attiva e passiva nonché per la tutela del benessere animale. Ricopro inoltre il ruolo di consulente esterno per enti pubblici e per privati nell’analisi delle problematiche territoriali che riguardano la sicurezza ed il benessere animale per ciò che riguarda i selvatici, in particolar modo i lupi in natura e gli animali esotici, in particolar modo i grandi felini in cattività. Mi occupo infatti dell’analisi e della verifica delle condizioni di detenzione in cattività e del loro comportamento sul quale interagisco direttamente verificando il giusto equilibrio e la giusta mitigazione e mediazione tra istinto naturale e docile gestibilità. Diventa Referente SQUAD SMPD
- CRANS-MONTANA: Quando la Safety non può permettersi scorciatoie (analisi di Bellardini Danilo)
La tragedia avvenuta a Crans-Montana, all’interno di un locale notturno durante i festeggiamenti di Capodanno, non è solo una notizia di cronaca. È prima di tutto un momento di profondo dolore e rispetto. 🕯️ Il mio pensiero va alle vittime, alle loro famiglie e a chi oggi vive un’assenza improvvisa e insopportabile. 🤍 Agli infortunati, l’augurio sincero di una pronta e completa guarigione, fisica e psicologica. In pochi minuti, una serata di festa si è trasformata in un inferno. E come troppo spesso accade, le criticità erano tutte già note. 🚪 Vie di fuga: il primo vero dispositivo di sicurezza Nei luoghi di pubblico spettacolo, le vie di fuga non sono un dettaglio architettonico, ma un sistema salvavita. Devono essere multiple, ben distribuite e sempre accessibili Devono restare libere, illuminate, segnalate Devono essere dimensionate sul reale affollamento, non su quello “teorico” Una sola uscita, una scala stretta o un percorso non immediatamente riconoscibile diventano, in emergenza, colli di bottiglia mortali. 🧯 Prevenzione incendi: non basta essere “a norma” Materiali combustibili, allestimenti scenografici, soffitti, addobbi temporanei: ogni elemento interno a un locale può accelerare drammaticamente la propagazione del fuoco. La prevenzione incendi deve essere: Progettata, non adattata Verificata nel tempo Pensata per lo scenario peggiore, non per quello più comodo Il flashover non concede seconde possibilità. 👥 Affollamento e gestione del pubblico Il sovraffollamento è uno dei fattori di rischio più sottovalutati. In emergenza, più persone = meno tempo utile per evacuare. Rispettare le capienze non è burocrazia, è gestione del rischio reale. 🚑 Squadre di emergenza: i primi minuti fanno la differenza Una domanda cruciale: chi gestisce l’emergenza nei primi 60–120 secondi? Personale formato Ruoli chiari Procedure provate Capacità di guidare, calmare, indirizzare In contesti ad alto affollamento, squadre di emergenza interne o private, addestrate e integrate con i soccorsi pubblici, possono salvare decine di vite prima ancora dell’arrivo dei Vigili del Fuoco. 🧠 La vera lezione La safety non è un documento, non è una firma, non è un costo. È una cultura, fatta di prevenzione, formazione e scelte coraggiose. Ogni tragedia come questa ci ricorda una verità scomoda: le emergenze non avvisano, ma spesso trovano sistemi impreparati. 📌 Come professionisti della sicurezza abbiamo un dovere morale e tecnico: continuare ad alzare il livello, anche quando è scomodo, anche quando “non è richiesto”. Perché la sicurezza non si improvvisa. E non ammette sconti. "Sono un Vigile del Fuoco, Formatore e Consulente in Sicurezza Nato nel 1987, ho intrapreso la mia carriera nei Vigili del Fuoco a soli 18 anni. Oggi ricopro il ruolo di Caposquadra con qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze operative e gestionali in scenari complessi, emergenze e attività di coordinamento. Parallelamente, ho conseguito un’abilitazione universitaria in Security Management e mi sono specializzato come consulente e formatore professionale in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/08). Opero come RSPP e Coordinatore delle Emergenze qualificato, offrendo supporto tecnico e formazione mirata a enti pubblici e aziende private. La mia esperienza si estende anche alla consulenza in sopravvivenza urbana e gestione delle maxi emergenze, ambiti in cui integro la mia formazione tecnica con l’esperienza diretta maturata sul campo. Il mio obiettivo è diffondere cultura della sicurezza, preparazione e resilienza, accompagnando organizzazioni e persone a gestire con competenza rischi e situazioni critiche." Sei un Security Manager o ti occupi di Security and Safety? Associati alla SQUAD SMPD come Referenti e rendi il tuo profilo dinamico e interattivo con la SQUAD
- Baltici, Nordici e Polonia: vogliono davvero la pace o temono più il “dopo” che la guerra? (Angelo De Pascale)
Come il fianco est dell’Europa legge la pace in Ucraina tra memoria storica, paura della Russia e nuovo peso nell’UE. 1 Un tavolo a Bruxelles, una mappa del Baltico Immaginiamo una sala riunioni a Bruxelles. Sul muro non c’è solo l’Ucraina, ma un arco più ampio: dal Mar Baltico alla Polonia, fino al Mar Nero. In piccolo si leggono i nomi che qui ci interessano: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca. È il bordo orientale dell’Unione Europea, il fianco nord-est della NATO. Sul tavolo c’è un piano americano per la pace: cessate il fuoco, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, gestione graduale delle sanzioni verso la Russia. I governi europei lo esaminano, lo correggono, cercano di adattarlo agli interessi del continente. Gli sguardi più tesi, però, sono quelli dei rappresentanti di Baltici, Nordici e Polonia. Per loro la questione non è solo “come fermare la guerra”, ma “come evitare che il prossimo fronte sia casa nostra”. 2. Piani di pace, riarmo e nuovi equilibri a Bruxelles Il piano americano è pensato per fermare i combattimenti e ridurre l’impegno diretto degli USA. Prevede un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, un sistema di garanzie per Kyiv e un percorso condizionato per allentare le sanzioni. Sullo sfondo resta la domanda più delicata: che cosa succede ai territori ucraini occupati dalla Russia dal 2014 in poi? Alcune capitali dell’Europa occidentale considerano il testo una base di partenza. Lavorano sulle formulazioni più critiche, provano a evitare qualsiasi legittimazione delle conquiste territoriali russe, ma allo stesso tempo non escludono, in prospettiva, un ridimensionamento delle sanzioni se Mosca si adegua all’accordo. L’obiettivo è combinare stabilità, realismo e tutela dell’ordine internazionale. I Paesi di frontiera vedono altro. La Polonia accetta che il piano americano sia il perno del negoziato, perché sa che senza Washington la cornice di sicurezza salta. Ma introduce paletti netti: niente pace che congeli il vantaggio di Mosca, niente vincoli che impediscano all’Ucraina di difendersi. I Paesi baltici sono ancora più diffidenti verso qualsiasi “conflitto congelato”, sulla scia di Transnistria, Abcasia o Donbass pre-2022. Nel frattempo, questi Stati non aspettano il risultato dei colloqui. Quasi tutti hanno superato il 2% del PIL in spesa militare, molti puntano al 3%. La Polonia sta costruendo una delle forze armate più potenti d’Europa, con massicci acquisti di mezzi corazzati, artiglieria e difesa aerea. Il messaggio è semplice: non ci può essere una pace duratura senza deterrenza credibile. L’Unione Europea, tradizionalmente prudente sul tema militare, ha iniziato a muoversi. Ha creato fondi per rafforzare l’industria della difesa europea, incentivi agli acquisti congiunti di munizioni e sistemi d’arma, programmi dedicati al fianco est. Non è ancora una vera “difesa europea”, ma è un passo deciso in quella direzione. A questo si aggiunge un cambiamento politico rilevante. Nella nuova Commissione europea, tre figure provenienti da quest’area occupano caselle cruciali: • una ex premier baltica alla guida della politica estera e di sicurezza; • un lituano responsabile della difesa e dello spazio, quindi dell’industria militare europea; • un commissario polacco al bilancio, che decide come e dove allocare le risorse comuni. In pratica, chi vive sulla frontiera con la Russia non chiede solo rassicurazioni, ma contribuisce a scrivere le regole su diplomazia, riarmo e uso del denaro europeo. 3. Tre domande per capire il nord-est d’Europa Perché i Paesi di frontiera temono una “pace sbagliata”? Per Polonia e Paesi baltici la guerra in Ucraina non è un fulmine a ciel sereno. È l’ultimo capitolo di una storia fatta di spartizioni, occupazioni, deportazioni. La Polonia ritagliata dal patto Molotov Ribbentrop, Estonia, Lettonia e Lituania inglobate nell’URSS, decine di migliaia di persone allontanate dalle proprie case. Questa memoria non è un dettaglio, è il retroterra politico. La Russia è percepita come erede di una tradizione che considera normale usare la forza per controllare lo “spazio vicino”. Da qui la diffidenza verso formule di pace che ricordano un compromesso territoriale: confini spostati a vantaggio dell’aggressore, pressione militare abbassata, capacità difensiva ucraina limitata. In questo schema, una pace che congeli la situazione attuale rischia di creare solo una pausa. La linea di contatto resta in Ucraina per qualche anno, ma se Mosca riesce a ricostruire il proprio potenziale, il fronte può salire verso nord, fino a sfiorare il Baltico o il corridoio di Suwałki, la stretta fascia tra Polonia e Lituania che collega via terra i Paesi baltici al resto della NATO. Come leggono la mediazione americana? Per Baltici, Nordici e Polonia gli Stati Uniti sono, al tempo stesso, ancora il pilastro e una variabile indipendente. Pilastro, perché senza le capacità militari americane la deterrenza NATO sul fianco est sarebbe molto più fragile. Variabile, perché la politica estera USA cambia con le amministrazioni e riflette priorità globali che non sempre coincidono con quelle europee. La mediazione americana sulla pace in Ucraina nasce anche dal desiderio di ridurre l’impegno diretto nel conflitto, evitare uno scontro frontale con Mosca e ribilanciare risorse verso l’Indo-Pacifico. L’Europa viene spinta ad assumersi un peso maggiore, soprattutto economico e militare. I Paesi di frontiera non contestano questo obiettivo, ma chiedono che la forma dell’accordo tenga conto del fatto che loro continueranno a vivere a pochi chilometri dalla Russia quando i riflettori si saranno spostati altrove. Da qui la frase, ormai ricorrente, secondo cui “nessuna decisione sull’Europa dovrebbe essere presa senza l’Europa”. Tradotto: non un’intesa tra Washington e Mosca sulle spalle di chi è in prima linea. Quanto è concreto il rischio di una nuova aggressione russa? Qui è utile distinguere due piani. Sul piano delle grandi offensive convenzionali, nel breve periodo una nuova invasione contro un Paese NATO appare poco probabile. Le forze russe hanno subito perdite importanti in Ucraina e l’Articolo 5 rende chiaro che un attacco a uno significherebbe un confronto diretto con l’intera Alleanza. Sul piano “ibrido”, invece, il rischio è quotidiano. Si parla di sabotaggi a gasdotti e cavi sottomarini nel Mar Baltico, droni e navi sospette vicino a porti e hub energetici, cyberattacchi alle infrastrutture, campagne di disinformazione. È su questo fronte che Danimarca, Svezia, Finlandia e i Paesi baltici stanno investendo: sorveglianza marittima, cooperazione tra intelligence, nuove unità dedicate alla protezione dei fondali e delle reti. Per loro, una pace che riduce i bombardamenti ma lascia mano libera alla Russia su questi strumenti non è una pace completa. È un cambio di livello del conflitto, non la sua chiusura. 4. Un episodio concreto: gli aiuti all’Ucraina come architettura di pace Per vedere come questi elementi si concretizzano, basta guardare al dibattito sugli aiuti militari all’Ucraina. A Bruxelles si discute sempre meno di “invio una tantum” e sempre più di pacchetti pluriennali, con una soglia minima di supporto da garantire ogni anno, anche attraverso il bilancio UE. Dietro questa impostazione ci sono soprattutto i Paesi del nord-est. Per loro, l’Ucraina è parte della soluzione, non solo un teatro di crisi. Se Kyiv resta in grado di difendersi, la Russia ha meno margine per allargare la pressione altrove. Ogni sistema di difesa aerea, ogni munizione, ogni capacità industriale sviluppata insieme all’Ucraina è un pezzo in più dell’architettura di sicurezza europea. Qui si innesta il nuovo ruolo della Commissione: il commissario alla difesa disegna una sorta di “Libro bianco” delle capacità necessarie, quello al bilancio valuta come finanziarle, l’Alto Rappresentante coordina la linea politica e diplomatica. La pace non è più solo un testo negoziale, ma una combinazione di strumenti: trattati, eserciti, fabbriche, fondi. 5. Due immagini per capire la loro prospettiva Per i Paesi del nord-est due immagini riassumono bene la loro posizione: lo scudo e il corridoio. Lo “scudo” nordico-baltico è la fascia di Paesi che va dalla Norvegia alla Polonia. Sono i primi a essere colpiti in caso di crisi, i primi a dover reagire, quelli che ospitano basi, truppe, radar e sistemi di difesa. Si percepiscono come la barriera che assorbe l’urto iniziale per guadagnare tempo al resto d’Europa. Il corridoio di Suwałki è la vulnerabilità simbolo: una striscia di territorio tra Polonia e Lituania che collega via terra i Paesi baltici al resto della NATO. A ovest c’è l’enclave russa di Kaliningrad, a est la Bielorussia. Nelle mappe dei pianificatori militari, se quel corridoio viene chiuso in uno scenario estremo, i Baltici restano isolati. Non è uno scenario probabile oggi, ma è abbastanza serio da non poter essere ignorato. Quando valutano un piano di pace, questi Paesi hanno in mente proprio queste due immagini: lo scudo da rendere più solido, il corridoio da proteggere. Una pace che non tenga conto di questi vincoli geografici e militari, per loro, è una pace che non regge alla prova dei prossimi dieci anni. 6. Conclusione: una pace che guardi anche a domani Alla fine, la differenza tra il nord-est e gran parte dell’Europa occidentale si concentra in una domanda diversa. Molti governi a ovest si chiedono come fermare i combattimenti e ridurre i costi immediati della guerra sulle proprie società. Baltici, Nordici e Polonia si chiedono che tipo di pace possa evitare che tra cinque o dieci anni la linea del fronte si sposti su di loro. Per questo spingono per una pace che non congeli il vantaggio russo, che non costringa l’Ucraina a disarmarsi, che mantenga una pressione sufficiente su Mosca finché la minaccia non sarà davvero ridimensionata. Per questo accettano di destinare più PIL alla difesa, chiedono all’UE di dotarsi di strumenti di sicurezza più robusti e usano il loro nuovo peso in Commissione per orientare risorse e priorità. Gli Stati Uniti restano indispensabili. Ma la mediazione americana, oggi, si confronta con un’Europa in cui il fianco est non è più un semplice “margine”, bensì un attore centrale nella definizione della strategia comune. Per chi osserva da fuori, il messaggio è semplice: la pace che si negozia per l’Ucraina non riguarda solo dove si fermerà la linea del fronte, ma anche quanto sarà esposto il fianco est dell’Europa domani. Baltici, Nordici e Polonia stanno cercando di evitare che una tregua affrettata diventi, tra qualche anno, l’anticamera della prossima crisi. "Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale: - Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino); - Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica: - Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici. Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia –UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici."
- IFA – International Fight Academy come partners.
IFA – International Fight Academy è una realtà specializzata nella difesa personale e nella formazione sulla sicurezza, con sede a Binago (CO) e operativa in Lombardia, tra le province di Varese e Como. Fondata e diretta da Maurizio Zilio, istruttore e formatore con esperienza pluriennale, IFA promuove una preparazione concreta orientata alla sicurezza reale delle persone. I corsi di difesa personale, basati sul metodo Krav Maga, sono rivolti a uomini, donne, giovani e operatori di sicurezza, e integrano tecnica, preparazione fisica e condizionamento mentale, elemento essenziale nella gestione dello stress e dell’aggressione. Accanto a questo, IFA sviluppa corsi di formazione su come difendersi e come comportarsi in caso di attacco terroristico, rivolti a cittadini, enti, aziende e operatori. I percorsi formativi affrontano la lettura del rischio, il comportamento corretto in luoghi pubblici e affollati, l’autoprotezione, l’evacuazione, il primo intervento e la gestione dell’emergenza, attraverso lezioni teoriche, esercitazioni pratiche e simulazioni di scenario. Questa attività formativa è stata portata anche in eventi pubblici e incontri istituzionali, come quelli svolti a Cantù, con il coinvolgimento di professionisti del settore e forze dell’ordine, con l’obiettivo di diffondere una cultura della prevenzione e della responsabilità individuale. IFA forma persone consapevoli, capaci di prevenire, scegliere e agire con lucidità anche in contesti di elevata criticità. www.antiterrorismo.eu
- Paesi del Golfo in bilico tra sanzioni USA/Russia e autonomie strategiche? (di DE PASCALE Angelo)
Tra tassi d'interesse americani, sanzioni incrociate e nuova diplomazia dell'energia, i Paesi del Golfo cercano di liberarsi dall'abbraccio del dollaro costruendo un proprio equilibrio tra Washington. Nel cuore dell'Arabia Felix - o di ciò che ne resta - i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si trovano oggi a un bivio strategico. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein vivono una fase in cui la loro antica alleanza con gli Stati Uniti non basta più a garantirne stabilità e prosperità. Tra sanzioni, oscillazioni dei mercati energetici e tensioni globali, il Golfo deve scegliere se restare satellite del dollaro o costruire una propria autonomia geopolitica. Mercati incerti e nuove vulnerabilità Secondo Reuters, i mercati del Golfo hanno registrato cali significativi nelle ultime settimane, trascinati dall'incertezza sulle decisioni della Federal Reserve e dal rallentamento della domanda energetica globale. La dipendenza delle valute locali dal dollaro, attraverso il meccanismo del “peg”, cioè il tasso fisso, amplifica l'impatto delle scelte della Fed su economie che non possono intervenire autonomamente. Quando Washington alza i tassi, il Golfo ne paga il prezzo in termini di liquidità, investimenti e stabilità interna. La regione resta un epicentro di resa energetica, ma oggi anche di debolezza strutturale. Il petrolio e il gas, che un tempo garantiscono forza e prevedibilità, sono diventati elementi di incertezza. Le oscillazioni del prezzo del greggio, legate sia alla transizione energetica che alle guerre commerciali, si riflettono immediatamente sui bilanci pubblici. E quando le rendite oscillano, vacilla anche la coesione politica interna: progetti di diversificazione come “Vision 2030” in Arabia Saudita o “Dubai 2040” negli Emirati diventano più costosi da sostenere e più lenti da realizzare. Parallelamente, le economie del GCC stanno tentando di smarcarsi da questa dipendenza. La produzione energetica è aumentata e diversi paesi hanno avviato piani di diversificazione economica che vanno dal turismo tecnologico all'industria manifatturiera. Tuttavia, la transizione è ancora fragile: la forza del dollaro e la lentezza della domanda mondiale mettono a rischio la stabilità dei bilanci pubblici e la capacità di mantenere il consenso sociale basato su sussidi e occupazione statale. Geopolitica dell'autonomia L'alleanza con gli Stati Uniti, per quanto solidale sul piano militare e della sicurezza, non garantisce più immunità dalle turbolenze globali. Il “petrodollaro” non è più un'armatura, ma una gabbia dorata. I paesi del Golfo stanno dunque cercando di bilanciare il peso americano con nuove aperture verso Oriente: la Cina è diventata il principale partner commerciale di gran parte del GCC, e Pechino sta moltiplicando gli investimenti infrastrutturali nella regione, inquadrandoli nella strategia della Belt and Road Initiative (BRI). La Russia, sebbene colpita dalle sanzioni occidentali, rimane un interlocutore chiave in campo energetico: Mosca e Riyadh continuano a coordinare le quote di produzione di petrolio all'interno dell'OPEC+, trasformando la politica energetica in uno strumento di diplomazia silenziosa. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non hanno gradito la crescente ambiguità del Golfo: il mancato allineamento sulle sanzioni a Mosca ei legami economici con Pechino vengono letti a Washington come segnali di “neutralità strategica” o, peggio, di un calcolo opportunistico. Ma dal punto di vista del Golfo, questa neutralità è una forma di assicurazione politica: mantenere relazioni aperte con tutti, per non dipendere da nessuno. L'Iran, pur sotto sanzioni e con molte variabili in gioco, rappresenta una presenza strategica nel Golfo, sia in termini energetici che geopolitici, ei paesi del GCC sono ben consapevoli che la stabilità della regione mediorientale rimane un fattore determinante per la loro sicurezza e per la continuità dei f lussi energetici. La Turchia, dal canto suo, ha costruito una rete logistica che collega il Mediterraneo orientale ai porti del Golfo, diventando un attore di rilievo nei corridoi commerciali verso l'Asia. Corridoi e opportunità Per i paesi del GCC si apre ora una finestra di opportunità: diventare snodi critici tra Asia ed Europa. Collaborare con la Cina nei progetti infrastrutturali del XXI secolo, dalle pipeline agli hub portuali, può ridurre la dipendenza da un unico grande partner, gli Stati Uniti. Anche l'Europa potrebbe inserirsi in questo gioco, offrendo tecnologie, know-how e accesso ai mercati in cambio di energia e cooperazione logistica. Ma finora Bruxelles si è mossa con lentezza e scarsa visione strategica, lasciando spazio a Pechino e, in parte, a Mosca. Il paradosso del Golfo è evidente: i suoi governi dispongono di risorse enormi, ma non ancora di un'autonomia decisionale piena. La sicurezza resta in gran parte americana, la moneta resta ancorata al dollaro, e l'economia resta vulnerabile alle scelte altrui. Tuttavia, la volontà di “costruire un proprio secolo” è palpabile: Arabia Saudita ed Emirati hanno ormai abbandonato la postura di partner minori per assumere quella di poteri medi consapevoli del proprio peso globale. Limiti e opacità Le informazioni pubbliche sulle reali trasformazioni economiche del GCC restano parziali. Gli indicatori mostrano tendenze incoraggianti, ma i dati granulari, bilanci energetici, riforme fiscali, livelli di indipendenza monetaria, sono difficili da reperire o volutamente opachi. È probabile che ogni paese del Consiglio stia procedendo su traiettorie diverse, più legato alle proprie priorità interne che a un piano coordinatore regionale. Ciò rende complesso valutare se la “diversificazione” sia davvero una transizione strutturale o solo una redistribuzione della resa petrolifera in nuove forme. Commento dell'analista Da analista, trovo che i paesi del Golfo stanno vivendo la fase più ambigua della loro storia recente. Sono ancora dipendenti dal sistema americano, ma non più totalmente allineati. Cercano un'alternativa a Washington, ma temono di irritarla. Investono nella diversificazione economica, ma restano ancorati al petrolio come garanzia di potere. La loro sfida non è solo economica: è identitaria. Essere autonomi significa ridefinire il proprio ruolo nel mondo, non soltanto cambiare partner. E per farlo servirà qualcosa che in passato è mancato: fiducia reciproca tra le monarchie del Golfo, oggi spesso in competizione tra loro. L'Arabia Saudita mira alla leadership regionale, gli Emirati alla proiezione globale, il Qatar alla mediazione diplomatica: tutti giocano una partita diversa, ma sullo stesso scacchiere. Nei prossimi anni, l'equilibrio tra energia, sicurezza e politica monetaria definirà la vera “sovranità strategica” del Golfo. Se riusciranno a costruirla, potranno finalmente liberarsi dall'ombra delle superpotenze. Se falliranno, resteranno intrappolati in quella che potremmo chiamare la trappola del petrolio eterno: un benessere che garantisce stabilità, ma non libertà. "Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale: - Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino); - Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica: - Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici. Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia –UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici."
- LA NASCITA DEL TRASPORTO VALORI (di Racamato Michele)
Si definisce trasporto valori quel servizio organizzato per trasferire denaro contante,preziosi o documenti di valore in condizioni di sicurezza, il servizio si è sviluppato gradualmente, in particolar modo e per essere più precisi in Italia si è affermato negli anni 60-70 che con il trascorrere degli anni si è evoluto in modo stratosferico. Questo servizio è svolto esclusivamente da Istituti di Vigilanza Privata Autorizzati, che oltre alla Vigilanza hanno l'autorizzazione specifica per trasportare e custodire i valori. Il trasporto Valori si è sviluppato per rispondere a esigenze crescenti di : Sicurezza nella movimentazione del denaro, Gestione del contante, Servizi per Banche, Uffici Postali, Casse Automatiche, Funzioni di supporto ai sistemi di pagamento elettronici e della Grande Distribuzione. Servizi di Vigilanza – Trasporto Valori Sino a prima del 2010 anno in cui è stato redatto il DM 269/2010 Tutti gli istituti di Vigilanza operavano nel seguente modo facendo riferimento al T.U.L.P.S del 1931 Regio Decreto: Normativa Principale riferimento T.U.L.P.S 1931 più circolari locali; Autorizzazione Rilascio Licenza Prefettizia basata su valutazioni soggettive e requisiti di base; Qualità del servizio variava da Istituto a Istituto perché ognuno operava a modo suo; La Formazione delle G.P.G era disomogenea, non esisteva un programma nazionale, nessuno standard per addestramento o moduli specifici per lo svolgimento del trasporto valori; Per i mezzi blindati non vi erano requisiti di sicurezza, pertanto i livelli di blindatura erano variabili tra Istituti con allestimenti non standardizzati e non soggetti a una classificazione nazionale; Le Centrali Operative erano strutturate diversamente una dall'altra senza requisiti con procedure di emergenza e comunicazioni radio non uniformi ; La regolamentazione delle armi era frammentaria non vi era uno standard preciso che prevedeva l'obbligo delle prove pratiche cadenzate presso i TSN nazionali ; Il Trasporto Valori era regolarizzato su norme locali con utilizzo di mezzi blindati variabili, le scorte armate erano stabilite a discrezione degli Istituti o della Questura Locale; La pianificazione dei servizi era gestita da poche linee guida ufficiali I controlli dello Stato erano svolti con criteri eterogenei; Sul mercato c'era un numero elevato di piccoli Istituti di Vigilanza non strutturati. In conclusione il problema principale era quello di mancanza di standard e disomogeneità. Nel 2006 Tramite Direttiva Europea, la UE chiede all'Italia di modernizzare il settore. Nel 2009 possiamo dire che ci fu la nascita del sistema moderno per cui tramite il DM 154/2009 nacque la Sicurezza Sussidiaria che iniziò ad operare presso Porti e Aeroporti. Con il Decreto Maroni DM.269/2010 ci fu la Grande Riforma dove vennero introdotti gli standard nazionali, requisiti tecnici, classificazione dei servizi; Con il DM/115/2014 ci fu l'aggiornamento tecnico dei mezzi blindati, delle sale conta, delle centrali operative e dei corsi di formazione obbligatori. Nel 2015 venne attuato l'Albo degli istituti di Vigilanza e iniziarono i controlli da parte del Ministero. Seppur i controlli venivano effettuati in modo blando, nel 2016 ci furono i primi controlli drastici, l'obbligo di accreditarsi con le ISO richieste, e la progressiva Professionalizzazione del settore che a tutt'oggi e in fase di progresso. Con il DM 269/2010 ci sono stati i veri cambiamenti del settore e in tal senso possiamo dire che : LA GRANDE RIFORMA E' STATA INTRODOTTA CON IL DM 269/2010 IL QUALE INTRODUCE PER LA PRIMA VOLTA STANDARD NAZIONALI OBBLIGATORI ISPIRATI ALLA DIRETTIVA EUROPEA 2006/123/CE Ritornando alla differenza pre e post 2010 si evince che: antecedente al 2010 a riguardo dei mezzi da utilizzare per il trasporto valori, gli stessi seppur allestiti da officine autorizzate non avevano in dotazione tutta la tecnologia odierna perché non era previsto, infatti con il DM 269/2010 tutti i furgoni operativi sul territorio Italiano devo avere caratteristiche tecniche previste dalle tabelle sinottiche riportate sul DM 269/2010 che riguardano il Trasporto del Contante. Legenda: 1-Sistema di radiolocalizzazione satellitare (GPS) con cartografia presso la C.O; 2-Sistema che rende inutilizzabile il bene (valigette/casseforti macchiatura delle banconote); 3-Rinforzo vano valori tramite pannelli antitaglio con resistenza al taglio di almeno 20 minuti; 4-Sistema blocco furgone e apertura vano valori; 5-sistema che impedisce il prelievo forzato dei valori tramite resina bi componente (spuma block), con attivazione automatica anche mediante sensori da sparo posizionati sui vetri dell'automezzo, nonché comandate anche dalla C.O; 6-contenitore che rende inutilizzabile il bene per rischio marciapiede (valigette con liquido inchiostrante); Inoltre sul il DM 269/2010 vengono riportate le seguenti Tabelle A-B-C-D che prevedono le modalità del Trasporto Valori da effettuarsi in base alle somme da trasportare con modalità e tecnologie diverse tra di loro: Per queste tabelle è stato previsto un memorandum che specifica nei dettagli come e con che modalità devono essere effettuati i trasporti ciò che prima del 2010 non esisteva. Nello specifico viene riportata la modalità di come effettuare la: Scorta Valori; Rischio Marciapiede; Trasporto di moneta Metallica; Trasporto di Valori diversi dal contante; L'argomento Trasporto Valori in Italia è complesso e pieno di regole rispetto agli altri Stati Dell'Unione, e con tutto ciò gli assalti ai Furgoni Blindati sono diventati all'ordine del giorno, le tecnologie, le misure di sicurezza, le restrizioni non bastano a far si che la Criminalità Organizzata porti a termine l'assalto al Furgone Blindato. Alcune foto di assalti effettuati in quest'ultimo periodo: Il modus operandi della Criminalità Organizzata ormai è sempre il solito: Blocco delle strade statali/ autostrade, con mezzi rubati e incendiati, diffusione sul manto stradale di chiodi per ritardare l'intervento delle forze dell'ordine, utilizzo di esplosivo per aprire il mezzo e costringere le GPG a uscire dallo stesso, fuga su percorsi precedentemente studiati e valutati per le tempistiche di intervento delle Forze dell'Ordine. Ogni passo positivo che viene effettuato per contrastare il fattore Assalti a Mezzi Blindati, la Criminalità Organizzata e sempre all'altezza di contrastare il tutto, servirebbe anche se viene effettuata dagli Istituti più significativi sul Territorio, una maggiore Formazione e addestramento alle tecniche di difesa in caso di attacco al mezzo, oltre ad incrementare su strada i mezzi di staffetta e scorta . Per concludere questa piccola parentesi sul Trasporto Valori possiamo dire che sino al 2010 la Vigilanza era regolata dal TULPS 1931 Regio Decreto e circolari varie, con Istituti di Vigilanza molto diversi tra loro sia Strutturalmente che Operativamente, con il DM 269/2010 si è visto il cambiamento perchè per la prima volta sono arrivati gli standard tecnici nazionali da rispettare, formazione obbligatoria per il personale, regolamentazione uniforme soprattutto per il trasporto valori. fonte: Security Manager RACAMATO Michele "Arruolato come Volontario nel Battaglione San Marco il 22 agosto 1983, ho partecipato a diverse Missioni di Pace, tra cui quella in Libano. Dopo un infortunio alla spalla, sono stato trasferito in Marina ma ho lasciato per motivi ideologici, congedandomi nel febbraio 1985. Nel luglio 1986 ho iniziato a lavorare nei Vigili Urbani, ma non potendo ottenere il Diploma richiesto, ho cambiato lavoro entrando nella Vigilanza Privata nel 1988. Ho lavorato inizialmente per un Istituto di Vigilanza a Como, occupandomi di piantonamenti e trasporto valori. Nel 1991, ho vinto un concorso presso ILVA S.p. A., dove ho prestato servizio fino al 1994. Dopo un trasferimento in un reparto di vigilanza stradale, ho lasciato ILVA per dirigere due istituti di vigilanza tra il 1987 e il 2000, tornando poi al nord per lavorare con il Gruppo Battistolli come autista. Ho progressivamente assunto ruoli di maggiore responsabilità, diventando Capo Squadra della linea Notturna. Dopo vari trasferimenti in diverse città e reparti del gruppo, nel 2023 ho chiesto un trasferimento a Vicenza, ma sono stato spostato a Lodi. Ho poi accettato un'offerta da Mondialpol come Capo Area per Puglia e Basilicata, rimanendo fino al 2024. Durante il mio tempo a Caserta, ho ricevuto un'offerta da un ex collega e sono passato all'Istituto Shield Vigilanza, dove ho contribuito alla sua struttura e ho completato un corso di Security Manager. Attualmente, sono Coordinatore presso il Gruppo NOIR FACILITY, occupandomi della sicurezza in vari siti. Ho anche collaborato con Forze dell'Ordine, contribuendo a corsi di formazione e operazioni per migliorare la sicurezza durante il trasporto di valori."
- Intercettazioni: dalla prova all’arma del potere ( di MONTORO Ilaria)
Strumenti investigativi indispensabili diventano armi di potere, mentre le garanzie si sgretolano e la fiducia dei cittadini nello Stato vacilla. Non è tecnica, è politica. C’è un filo rosso che lega spyware israeliani, intercettazioni giudiziarie e la gestione della Commissione antimafia: il controllo occulto, l’acquisizione della prova non è più un tema tecnico, ma il vero campo di battaglia della democrazia. Non riguarda soltanto la sicurezza, ma investe la politica, la società e perfino la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La legge 31 marzo 2025, n. 47, nota come legge Zanettin, è entrata in vigore il 24 aprile 2025 e ha fissato un tetto massimo di 45 giorni per le operazioni di intercettazione, prorogabili solo con motivazioni stringenti e documentate. La norma, composta da un unico articolo, modifica l’art. 267 del codice di procedura penale e l’art. 13 del decreto-legge 152/1991. Il legislatore ha presentato la riforma come un bilanciamento tra il diritto alla riservatezza e la necessità investigativa. Ma le critiche non si sono fatte attendere: secondo molti magistrati, limitare gli ascolti significa rendere impossibile decifrare il linguaggio criptico tipico delle organizzazioni criminali e indebolire le indagini sui reati più complessi. Qui sta il punto: le acquisizioni investigative sono indispensabili. Senza intercettazioni, senza la possibilità di raccogliere e conservare prove digitali, la giustizia si muove alla cieca. Non a caso, la riforma ha acceso un dibattito mediatico e investigativo che ha visto contrapporsi garantisti e magistrati, giornalisti e giuristi, con il rischio di trasformare la questione delle intercettazioni in un terreno di scontro politico più che tecnico. La legge Zanettin, pur invocando proporzionalità e tutela della privacy, prevede deroghe per mafia, terrorismo e reati contro la pubblica amministrazione. In pratica, mentre si restringe il campo per le indagini ordinarie, si aprono corsie preferenziali per i casi più gravi. Una contraddizione che rivela la difficoltà del legislatore: proteggere i diritti senza disarmare la giustizia. Accanto alla riforma delle intercettazioni, nel dibattito pubblico è emersa l’idea del cosiddetto “telefonino congelato”: un dispositivo sequestrato e bloccato, i cui dati vengono preservati intatti per essere utilizzati come prova. Una misura pensata per evitare manipolazioni e garantire la catena di custodia digitale, ma che solleva interrogativi sulla proporzionalità e sull’effettiva tutela della privacy. Questa immagine, rilanciata da trasmissioni televisive e inchieste giornalistiche, è diventata parte integrante del dibattito che ha accompagnato la legge Zanettin: un simbolo di una giustizia sospesa tra garantismo e necessità di controllo. Il “congelamento” del telefonino rappresenta la tensione irrisolta tra due esigenze opposte: da un lato la protezione dei diritti individuali, dall’altro la necessità di strumenti investigativi efficaci. Dopo la stretta imposta dalla legge Zanettin, che ha mostrato quanto sia fragile il bilanciamento tra garantismo e giustizia, la vicenda della Commissione antimafia conferma lo stesso cortocircuito istituzionale: strumenti indispensabili, ma controlli deboli. La nomina di Chiara Colosimo alla presidenza ha trasformato un organo di garanzia in un terreno di veleni e sospetti. Le foto con Luigi Ciavardini, ex Nar condannato per la strage di Bologna, e i rapporti familiari con Paolo Colosimo – avvocato condannato per maxitruffe e legami con la ’ndrangheta – hanno sollevato dubbi non poco rilevanti. La discussione è esplosa soprattutto dopo la pubblicazione da parte del programma televisivo Report di una foto che la ritraeva in una posa non istituzionale con Ciavardini, e per i rapporti con lo zio Paolo Colosimo, coinvolto nella mega truffa da due miliardi di euro sulle schede telefoniche insieme a Gennaro Mokbel, faccendiere capace di intrecciare ambienti dell’estrema destra, servizi segreti e ’ndrangheta. Il nodo, qui come nelle intercettazioni, non è solo politico ma di controllo istituzionale. Se la legge Zanettin rischia di rendere cieca la giustizia limitando gli strumenti investigativi, la nomina di Colosimo rischia di rendere muta la democrazia, minando la credibilità di un organo che dovrebbe vigilare sulle mafie. Lo scandalo Paragon ha mostrato quanto sia fragile il confine tra sicurezza e abuso. Spyware come Graphite sono stati usati per colpire giornalisti e attivisti, con contratti opachi che hanno coinvolto anche il governo italiano. Su questo punto, Giuliano Tavaroli lo ha riferito senza mezzi termini a Piazza Pulita : “ Aumentano i poteri dei servizi ma con un Copasir non adeguato ai nuovi scenari. Ne va la democrazia e la fiducia dei cittadini verso queste istituzioni .” Il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) è l’organo che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani. Se questo controllo è debole, la sorveglianza diventa un potere incontrollato, capace di minare la fiducia dei cittadini e di trasformarsi in arma politica. La telefonata Witkoff-Ushakov, intercettata e resa pubblica dall’agenzia Bloomberg, ha mostrato poi come le intercettazioni possano diventare anche strumento di lotta politica interna. Non importa chi abbia diffuso la registrazione: il punto è che un apparato di intelligence ha deciso di rendere pubblica una conversazione riservata, influenzando gli equilibri diplomatici e politici. È la prova che le intercettazioni non sono mai neutre: possono smascherare giochi di potere, ma anche manipolare la percezione pubblica. Dalla vicenda Paragon alla legge Zanettin, dalla gestione controversa della Commissione antimafia fino alla telefonata Witkoff-Ushakov, prende forma un mosaico inquietante: intercettazioni e controllo rimangono strumenti essenziali per la giustizia e la sicurezza, ma i meccanismi di garanzia che dovrebbero disciplinarne l’uso mostrano crepe profonde . Non bastano a blindare la legittimità: si rivelano fragili, permeabili, troppo spesso aggirati da interessi politici o da logiche di potere. La giustizia, ammonisce Gratteri, rischia di diventare cieca se privata dello strumento delle intercettazioni. Ma la democrazia, avverte Tavaroli, rischia di restare senza voce se non accompagnata da garanzie solide. Il problema è che il Copasir, nato per vigilare, oggi appare come un guardiano disarmato, incapace di fronteggiare i nuovi scenari. Il vero campo di battaglia non è la tecnologia, né la politica: è il controllo. Senza regole trasparenti e contrappesi solidi, la sorveglianza smette di essere uno strumento di tutela e diventa un’arma di potere. Le intercettazioni, se private di garanzie, rischiano di trasformarsi in strumenti di manipolazione; i servizi segreti, se lasciati senza un controllo parlamentare reale, diventano centri di forza opaca . Il finale è chiaro: non basta avere strumenti investigativi incisivi e di tecnologia avanzata, ne riconosciamo la sua importanza. Bisogna avere istituzioni capaci di sorvegliarli, di legittimarli, di garantire che ogni acquisizione sia al servizio della giustizia e non di interessi velati. Perché senza regole chiare e controlli efficaci, il controllo non difende la democrazia: la svuota, la piega, la rende fragile. E se la giustizia perde le sue acquisizioni, e la democrazia perde i suoi contrappesi, allora il vero rischio non è solo l’abuso dei poteri, ma il collasso, la frattura definitiva tra cittadini e istituzioni. _______________________________________ Articolo a cura dell'Analista Cybersecurity dott.ssa Ilaria Montoro "Laureata in Ricerca Sociale, Politiche di Sicurezza e Criminalità presso l’Università degli Studi Gabriele d'Annunzio - Chieti-Pescara, ho costruito un percorso accademico e professionale che integra criminologia, scienze forensi e sicurezza informatica. Ho conseguito un Executive Master in Cyber Security, Digital Forensics & Computer Crime, che mi ha permesso di approfondire le dinamiche della sicurezza digitale, dell’analisi forense e della gestione del rischio in ambienti complessi. Dopo gli studi, ho scelto di orientare infatti le mie competenze criminologiche verso ambiti emergenti, integrando la criminologia con la cyber security, con l’obiettivo di applicare metodologie investigative in contesti digitali sempre più articolati. Quel che più mi appassiona in particolare è la Digital Forensics e la Threat Intelligence, due aree che considero strategiche per il mio percorso di crescita. Il mio prossimo obiettivo sta proprio nella loro approfondita conoscenza, perché credo nel valore dell’interdisciplinarità e nella continua evoluzione delle competenze. Il mio approccio è orientato all’analisi, alla risoluzione dei problemi e alla costruzione di soluzioni efficaci e sostenibili nel tempo. Ho maturato esperienza in contesti SOC e in attività di monitoraggio, gestione incidenti, OSINT, vulnerability assessment e implementazione di policy di sicurezza, collaborando con realtà che mi hanno permesso di crescere professionalmente, di mettermi alla prova su progetti concreti e di sviluppare competenze operative in ambienti dinamici e ad alto contenuto tecnologico."
- SLO Supporter Liaison Officer
Una figura professionale importante nell'ambito sportivo, in grado di gestire e migliorare la comunicazione tra Club e Tifosi, creando un ambiente sportivo sicuro e costruttivo. Il corso mira a fornire strumenti teorici e pratici per gestire efficacemente le dinamiche relazionali, prevenire e risolvere i conflitti, negoziare accordi promuovendo il dialogo e la sicurezza. AREE DI COMPETENZA COMUNICAZIONE: Mantenere un dialogo aperto e trasparente tra la dirigenza, lo staff tecnico e i tifosi. GESTIONE DELLE RELAZIONI: Costruire e mantenere rapporti duraturi e positivi con i gruppi di tifosi e i sostenitori individuali. SICUREZZA: Collaborare con le forze dell’ordine e gli SLO di altre squadre per garantire la sicurezza durante le partite e gli eventi sportivi. ANALISI DEI BISOGNI: Raccogliere e comunicare al Club le esigenze e i punti di vista dei tifosi. CLICCA PER ACCEDERE AL PERCORSO PROFFESIONALE
- IL NARCISISTA PATOLOGICO: Un approfondimento criminologico sulla manipolazione, il controllo e la vittimizzazione affettiva (dott.ssa Docimo Ileana Maria)
La violenza psicologica è la forma di abuso che più di ogni altra sfugge al riconoscimento sociale. Non lascia lividi visibili, non produce fratture immediatamente identificabili e spesso non viene neppure creduta dalla vittima stessa. Tra le figure più pericolose nell’ambito della violenza relazionale si colloca il narcisista patologico, un profilo complesso che combina grandiosità, fragilità interna e capacità manipolative estremamente raffinate Comprendere il suo funzionamento significa fornire strumenti di tutela, prevenzione e consapevolezza alle persone coinvolte in queste dinamiche 1. La struttura del narcisista patologico: oltre l’egocentrismo Il narcisista patologico non si limita a “pensare solo a sé”. Presenta una configurazione di personalità che la letteratura criminologica definisce come predatoria sotto il profilo emotivo. Le tre componenti principali: 1) Bisogno di controllo La relazione non è percepita come un incontro, ma come un campo di dominio. L’altro non è un individuo, ma uno strumento funzionale alla stabilità narcisistica; 2) Mancanza di empatia funzionale La sofferenza altrui non è sentita, né compresa. Anzi, spesso diventa un mezzo per incrementare il controllo; 3) Fragilità interna Dietro la maschera di sicurezza si nasconde un Sé fragile, vulnerabile al rifiuto, all’abbandono, alla perdita di potere. È questa fragilità a generare reazioni punitive, vendicative o persecutorie. Secondo Otto Kernberg, padre degli studi sui disturbi di personalità, il narcisista patologico vive una scissione interna che lo porta a oscillare tra grandiosità e profondo vuoto. 2. Le fasi e le tecniche di manipolazione La relazione con un narcisista non è caotica né casuale: segue un copione ripetuto, scientificamente riconoscibile. Fase 1 – Studio della vittima • bisogni affettivi • ferite emotive • mancanze relazionali • desideri profondi • tratti di personalità manipolabili Questa fase è tecnicamente definita grooming relazionale. Fase 2 – Love Bombing • attenzioni costanti • idealizzazione estrema • messaggi intensi • promesse fuori scala • presenza invadente mascherata da amore La vittima si sente “scelta”, “vista”, “speciale”. In realtà, sta venendo agganciata emotivamente. Fase 3 – Gaslighting • “Ricordi male” • “Hai capito male” • “Esageri” • “Non è mai successo” La vittima perde progressivamente fiducia nella propria percezione, fino a dubitare della propria sanità mentale. Fase 4 – Isolamento • critiche agli amici • gelosie immotivate • svalutazione dei familiari • sabotaggio degli impegni sociali Più la rete sociale della vittima si restringe, più il narcisista acquisisce potere. Fase 5 – Svalutazione • sarcasmo • giudizi continui • umiliazioni sottili • paragoni con altre persone • indifferenza come punizione Questa fase mira a distruggere l’autonomia psicologica della vittima. Fase 6 – Controllo coercitivo • gestione delle scelte • monitoraggio delle abitudini • controllo del tempo e degli spostamenti • sorveglianza digitale • controllo economico • minacce velate Il controllo coercitivo è riconosciuto come predatore di escalation violenta. 3. Perché proprio lei/lui? Il profilo vittimo logico La vittima non è debole. Anzi, spesso presenta qualità che il narcisista sfrutta: • elevata empatia • capacità di amare profondamente • senso di responsabilità affettiva • idealismo relazionale • inclinazione alla mediazione Il narcisista patologico non sceglie una vittima fragile. Sceglie una vittima disposta a credere nell’amore. 4. Trauma Bonding: Il legame che imprigiona Il trauma bonding è un fenomeno neurobiologico: la vittima alterna dolore e sollievo, ansia e carezze, svalutazione e micro-riconciliazioni. Questa alternanza crea: • dipendenza emotiva • confusione identitaria • impossibilità di allontanarsi • idealizzazione della fase iniziale 5. La separazione: Il momento più pericoloso per il narcisista patologico, la separazione rappresenta una ferita narcisistica intollerabile. È qui che spesso emergono: • comportamenti persecutori • stalking • minacce • ricatti emotivi • denigrazione pubblica • tentativi di riaggancio manipolativo • escalation della violenza La criminologia evidenzia che la violenza psicologica tende fisiologicamente ad evolvere in violenza fisica 6. I 10 segnali per riconoscere un narcisista prima che sia troppo tardi 1. Idealizzazione rapidissima 2. Premura eccessiva e invadente 3. Gelosia travestita da protezione 4. Mancanza totale di responsabilità 5. Critiche sottili e continue 6. Manipolazione conversazionale (gaslighting) 7. Controllo emotivo e decisionale 8. Isolamento progressivo 9. Rabbia sproporzionata al rifiuto 10. Confusione crescente nella vittima 7. Come uscirne: strumenti pratici Ricostruire confini e autonomia Non affrontarlo direttamente Ricorrere a supporto professionale Ricreare una rete sociale Documentare i comportamenti 8. Un messaggio finale La violenza psicologica non è una forma “minore” di abuso. È invisibile, corrosiva, costante. Ma è riconoscibile. E soprattutto: è possibile uscirne. La consapevolezza non è solo conoscenza. È potere. Il potere di interrompere la manipolazione. Il potere di dire “non è colpa mia”. Il potere di ricominciare A cura della dott.ssa Ileana Maria Docimo Criminologa
- Sicurezza 2025: l’innovazione protagonista a Fiera Milano (di Jacopo Bozza)
Crescita significativa rispetto al 2023 La fiera Sicurezza 2025, svoltasi dal19 al 21 novembre presso Fiera Milano, ha registrato numeri in forte crescita rispetto all’edizione 2023: • 470 brand espositori (+35%) provenienti da 34 Paesi • 28% di incremento degli espositori esteri, che rappresentano il 31% del totale • 18% di crescita degli spazi espositivi Questi dati confermano il ruolo centrale della manifestazione come punto di riferimento internazionale per il settore della sicurezza. Tecnologie in evoluzione e influenza dell’AI L’edizione 2025 ha mostrato come le tecnologie continuino ad evolversi, con l’intelligenza artificiale sempre più presente e determinante. L’AI si è rivelata un fattore chiave nell’aumentare la qualità e la fruibilità dei sistemi di sicurezza, rendendoli strumenti indispensabili per il controllo e la prevenzione in contesti complessi. Soluzioni temporanee e versatili Un focus particolare è stato dedicato alle soluzioni di protezione fisica per eventi temporanei, con applicazioni mirate alla hostile vehicle mitigation (HVM). Sono stati presentati sistemi modulari e facilmente implementabili, pensati per garantire sicurezza in manifestazioni pubbliche e contesti ad alto rischio. Integrazioni tecnologiche per eventi e cantieri Tra le novità più rilevanti: • Tower telescopiche dotate di telecamere ad alta risoluzione • Hub multifunzione per controllo accessi e allarme intrusione Questi strumenti si rivelano particolarmente efficaci per il monitoraggio di cantieri temporanei ed eventi, offrendo soluzioni rapide e scalabili. Videosorveglianza sempre più performante Il settore della videosorveglianza ha confermato il trend degli ultimi anni: dispositivi sempre più performanti, adattabili a scenari specifici e integrabili con altre tecnologie. L’AI consente analisi avanzate, riduzione dei falsi allarmi e maggiore efficienza operativa, trasformando le telecamere da semplici strumenti di registrazione a veri e propri sistemi intelligenti di prevenzione. Uno sguardo al futuro Sicurezza 2025 non è stata solo una vetrina di prodotti, ma un laboratorio di idee. La crescita degli espositori e l’attenzione alle nuove tecnologie dimostrano che la sicurezza non è più un tema “di nicchia”, ma un settore strategico che riguarda tutti: istituzioni, aziende e cittadini. Milano , ancora una volta, si è confermata capitale dell’innovazione, ospitando una fiera che guarda al futuro con soluzioni sempre più intelligenti, integrate e pronte a rispondere alle sfide di un mondo in costante cambiamento. Analisi a cura del Referente Security Manager dott. Bozza Jacopo












