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Intercettazioni: dalla prova all’arma del potere ( di MONTORO Ilaria)

Strumenti investigativi indispensabili diventano armi di potere, mentre le garanzie si sgretolano e la fiducia dei cittadini nello Stato vacilla. Non è tecnica, è politica.

C’è un filo rosso che lega spyware israeliani, intercettazioni giudiziarie e la gestione della Commissione antimafia: il controllo occulto, l’acquisizione della prova non è più un tema tecnico, ma il vero campo di battaglia della democrazia. Non riguarda soltanto la sicurezza, ma investe la politica, la società e perfino la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.


La legge 31 marzo 2025, n. 47, nota come legge Zanettin, è entrata in vigore il 24 aprile 2025 e ha fissato un tetto massimo di 45 giorni per le operazioni di intercettazione, prorogabili solo con motivazioni stringenti e documentate. La norma, composta da un unico articolo, modifica l’art. 267 del codice di procedura penale e l’art. 13 del decreto-legge 152/1991. Il legislatore ha presentato la riforma come un bilanciamento tra il diritto alla riservatezza e la necessità investigativa. Ma le critiche non si sono fatte attendere: secondo molti magistrati, limitare gli ascolti significa rendere impossibile decifrare il linguaggio criptico tipico delle organizzazioni criminali e indebolire le indagini sui reati più complessi.

Qui sta il punto: le acquisizioni investigative sono indispensabili. Senza intercettazioni, senza la possibilità di raccogliere e conservare prove digitali, la giustizia si muove alla cieca. Non a caso, la riforma ha acceso un dibattito mediatico e investigativo che ha visto contrapporsi garantisti e magistrati, giornalisti e giuristi, con il rischio di trasformare la questione delle intercettazioni in un terreno di scontro politico più che tecnico. La legge Zanettin, pur invocando proporzionalità e tutela della privacy, prevede deroghe per mafia, terrorismo e reati contro la pubblica amministrazione. In pratica, mentre si restringe il campo per le indagini ordinarie, si aprono corsie preferenziali per i casi più gravi. Una contraddizione che rivela la difficoltà del legislatore: proteggere i diritti senza disarmare la giustizia.

Accanto alla riforma delle intercettazioni, nel dibattito pubblico è emersa l’idea del cosiddetto “telefonino congelato”: un dispositivo sequestrato e bloccato, i cui dati vengono preservati intatti per essere utilizzati come prova. Una misura pensata per evitare manipolazioni e garantire la catena di custodia digitale, ma che solleva interrogativi sulla proporzionalità e sull’effettiva tutela della privacy. Questa immagine, rilanciata da trasmissioni televisive e inchieste giornalistiche, è diventata parte integrante del dibattito che ha accompagnato la legge Zanettin: un simbolo di una giustizia sospesa tra garantismo e necessità di controllo. Il “congelamento” del telefonino rappresenta la tensione irrisolta tra due esigenze opposte: da un lato la protezione dei diritti individuali, dall’altro la necessità di strumenti investigativi efficaci.

Dopo la stretta imposta dalla legge Zanettin, che ha mostrato quanto sia fragile il bilanciamento tra garantismo e giustizia, la vicenda della Commissione antimafia conferma lo stesso cortocircuito istituzionale: strumenti indispensabili, ma controlli deboli. La nomina di Chiara Colosimo alla presidenza ha trasformato un organo di garanzia in un terreno di veleni e sospetti. Le foto con Luigi Ciavardini, ex Nar condannato per la strage di Bologna, e i rapporti familiari con Paolo Colosimo – avvocato condannato per maxitruffe e legami con la ’ndrangheta – hanno sollevato dubbi non poco rilevanti. La discussione è esplosa soprattutto dopo la pubblicazione da parte del programma televisivo Report di una foto che la ritraeva in una posa non istituzionale con Ciavardini, e per i rapporti con lo zio Paolo Colosimo, coinvolto nella mega truffa da due miliardi di euro sulle schede telefoniche insieme a Gennaro Mokbel, faccendiere capace di intrecciare ambienti dell’estrema destra, servizi segreti e ’ndrangheta.

Il nodo, qui come nelle intercettazioni, non è solo politico ma di controllo istituzionale. Se la legge Zanettin rischia di rendere cieca la giustizia limitando gli strumenti investigativi, la nomina di Colosimo rischia di rendere muta la democrazia, minando la credibilità di un organo che dovrebbe vigilare sulle mafie.

Lo scandalo Paragon ha mostrato quanto sia fragile il confine tra sicurezza e abuso. Spyware come Graphite sono stati usati per colpire giornalisti e attivisti, con contratti opachi che hanno coinvolto anche il governo italiano. Su questo punto, Giuliano Tavaroli lo ha riferito senza mezzi termini a Piazza Pulita: “Aumentano i poteri dei servizi ma con un Copasir non adeguato ai nuovi scenari. Ne va la democrazia e la fiducia dei cittadini verso queste istituzioni.”

 Il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) è l’organo che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani. Se questo controllo è debole, la sorveglianza diventa un potere incontrollato, capace di minare la fiducia dei cittadini e di trasformarsi in arma politica.

La telefonata Witkoff-Ushakov, intercettata e resa pubblica dall’agenzia Bloomberg, ha mostrato poi come le intercettazioni possano diventare anche strumento di lotta politica interna.

Non importa chi abbia diffuso la registrazione: il punto è che un apparato di intelligence ha deciso di rendere pubblica una conversazione riservata, influenzando gli equilibri diplomatici e politici. È la prova che le intercettazioni non sono mai neutre: possono smascherare giochi di potere, ma anche manipolare la percezione pubblica.

Dalla vicenda Paragon alla legge Zanettin, dalla gestione controversa della Commissione antimafia fino alla telefonata Witkoff-Ushakov, prende forma un mosaico inquietante: intercettazioni e controllo rimangono strumenti essenziali per la giustizia e la sicurezza, ma i meccanismi di garanzia che dovrebbero disciplinarne l’uso mostrano crepe profonde. Non bastano a blindare la legittimità: si rivelano fragili, permeabili, troppo spesso aggirati da interessi politici o da logiche di potere.

La giustizia, ammonisce Gratteri, rischia di diventare cieca se privata dello strumento delle intercettazioni. Ma la democrazia, avverte Tavaroli, rischia di restare senza voce se non accompagnata da garanzie solide. Il problema è che il Copasir, nato per vigilare, oggi appare come un guardiano disarmato, incapace di fronteggiare i nuovi scenari.

Il vero campo di battaglia non è la tecnologia, né la politica: è il controllo. Senza regole trasparenti e contrappesi solidi, la sorveglianza smette di essere uno strumento di tutela e diventa un’arma di potere. Le intercettazioni, se private di garanzie, rischiano di trasformarsi in strumenti di manipolazione; i servizi segreti, se lasciati senza un controllo parlamentare reale, diventano centri di forza opaca.

Il finale è chiaro: non basta avere strumenti investigativi incisivi e di tecnologia avanzata, ne riconosciamo la sua importanza. Bisogna avere istituzioni capaci di sorvegliarli, di legittimarli, di garantire che ogni acquisizione sia al servizio della giustizia e non di interessi velati.

Perché senza regole chiare e controlli efficaci, il controllo non difende la democrazia: la svuota, la piega, la rende fragile. E se la giustizia perde le sue acquisizioni, e la democrazia perde i suoi contrappesi, allora il vero rischio non è solo l’abuso dei poteri, ma il collasso, la frattura definitiva tra cittadini e istituzioni.

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Articolo a cura dell'Analista Cybersecurity dott.ssa Ilaria Montoro


"Laureata in Ricerca Sociale, Politiche di Sicurezza e Criminalità presso l’Università degli Studi Gabriele d'Annunzio - Chieti-Pescara, ho costruito un percorso accademico e professionale che integra criminologia, scienze forensi e sicurezza informatica. Ho conseguito un Executive Master in Cyber Security, Digital Forensics & Computer Crime, che mi ha permesso di approfondire le dinamiche della sicurezza digitale, dell’analisi forense e della gestione del rischio in ambienti complessi. Dopo gli studi, ho scelto di orientare infatti le mie competenze criminologiche verso ambiti emergenti, integrando la criminologia con la cyber security, con l’obiettivo di applicare metodologie investigative in contesti digitali sempre più articolati. Quel che più mi appassiona in particolare è la Digital Forensics e la Threat 
Intelligence, due aree che considero strategiche per il mio percorso di crescita. Il mio prossimo obiettivo sta proprio nella loro approfondita conoscenza, perché credo nel valore dell’interdisciplinarità e nella continua evoluzione delle competenze. Il mio approccio è orientato all’analisi, alla risoluzione dei problemi e alla costruzione di soluzioni efficaci e sostenibili nel tempo. Ho maturato esperienza in contesti SOC e in attività di monitoraggio, gestione incidenti, OSINT, vulnerability assessment e implementazione di policy di sicurezza, collaborando con realtà che mi hanno permesso di crescere professionalmente, di mettermi alla prova su progetti concreti e di sviluppare competenze operative in ambienti dinamici e ad alto contenuto tecnologico."

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