NEOLOGISMI della LINGUISTICA E DIGITALIZZAZIONE: un passo indietro per correre consapevolmente ! (dr.ssa Bellomi Daniela)
- dr.ssa Bellomi Daniela

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Il nostro linguaggio di uso quotidiano – ma non solo - subisce variazioni costantemente. Questo processo è stato – ovviamente - accelerato dallo sviluppo tecnologico. Oggi accogliamo nel nostro vocabolario dei neologismi digitali che, con forza, si fanno largo nelle nostre abitudini comunicative. Ciò avviene in tutti gli ambiti della nostra vita, in maniera più o meno influente, a seconda della generazione d’appartenenza. Non tutti abbiamo lo stesso grado di confidenza con queste nuove terminologie. Si parla spesso – e si analizza anche – questo nuovo modo di parlare, in particolare facendo riferimento alle diverse Generazioni. Un concetto del quale avremmo fatto volentieri a meno, perché ovvio e scontato, andando a concentrarci, invece, su ben altri dettagli molto più importanti e significativi. Mentre si discute su come far dialogare una generazione con un’altra, peraltro rituale che nella storia dell’Umanità ha continuato a ripetersi, con la sola differenza della velocità, il punto è che la maggior parte – e purtroppo anche dei professionisti – è immerso nei neologismi digitali che sono intorno a Noi e non possono essere ignorati ma non conosce il significato della parola “neologismo” e tanto meno la sua storia. E banale non è perché è dalle radici profonde della madrelingua di appartenenza e – non solo da quella – che noi possiamo analizzare una Cultura, un Popolo, una Generazione e molti altri elementi indispensabili ad una buona analisi.
La percezione comune è che i neologismi digitali sono intorno a noi e non possono di certo essere ignorati. E questo è normale ed anche corretto. Ma il fatto che si pensi e si ritenga che “non se ne possa fare a meno” perché in molti casi viene a mancare un’adeguata traduzione italiana che abbia la stessa efficacia, è – invece - orribile. Perché la verità è che vorremmo una traduzione con lo stesso parco uso di termini. E se questo non è possibile allora dichiariamo che non può essere tradotto...perchè “quattro parole” in più ci spaventano. O, diversamente, non le sappiamo articolare. O, peggio, le consideriamo una perdita di tempo in questa nostra società che conta su ogni singolo secondo in termini di produttività. Peccato che poi ci si perda in mille ritardi perché “si è parlato male”, “ perché non si è stati in grado di ascoltare fino in fondo” e via dicendo. L’esempio più usato ed abusato è quello di “gamer” per “videogiocatore” e “coworking” per “non lo traduciamo perché dovremmo essere in grado di articolare una frase nella nostra madrelingua articolata, con sintassi adeguata, di senso compiuto, non troppo lunga ma comprensibile”. Ma quando, per una buona analisi, ci affidiamo al fattore umano, tra gli altri, allora possiamo notare la differenza. E non è poca, purtroppo. Il vero problema risiede – da anni – nel nostro modo di approcciare e guardare la realtà...nessuna famiglia con figli alle prese con il Commodore 64 si è mai preoccupata di “adattarsi” al linguaggio adeguato per essere “più vicino” ai propri figli. Oggi, invece, per citarne alcuni - Red Read Redemption 2, Final Fantasy, Fifa, Call of Duty, Dark Soul – cioè il mondo “gaming” ha il potere di imporre un nuovo modo di comunicare per poter parlare con “adolescenti” ( e non solo ) ai quali abbiamo insegnato Noi a parlare !
Cosa è andato storto ? Dove ci siamo persi ? Nella realtà virtuale !! E Lei, gentilmente, ci ha accolto, a braccia aperte, mentre Noi ci sentiamo al sicuro perché “appartenenti allo stesso mondo dei ragazzi” e – crediamo anche – di poter, così, comunicare ! Peccato che siamo tutti dentro una finzione – un virtuale – e abbiamo perso di vista l’orizzonte del reale. E se tutto questo non avesse delle conseguenze potremmo essere generosi e definirla “moda del momento”. Peccato che stia inficiando nelle nostre vite sia a livello personale che interpersonale e professionale. E su questo ambito resterò.
Il gigantesco impatto linguistico è una realtà ed un problema: un mondo digitale in costante evoluzione che incorpora concetti sempre più rilevanti e, quindi, che deve essere costantemente aggiornato. E questo costringe anche chi solitamente si tiene ben distante dalla tecnologia ad apprendere un certo bagaglio di nuova terminologia. Quanto tempo è che usiamo il termine “metaverso”? Ma abbiamo davvero capito di cosa stiamo parlando quando usiamo questo termine ? Si tratta di un vero e proprio universo virtuale, che si propone come una realtà parallela alla nostra, composta da differenti mondi digitali che si interconnettono tra loro. L’idea di fondo è quella di riuscire a costruire una vita alternativa, sfruttando avatar e visori, interagendo con gli altri, lavorando da remoto, investendo, approfittando di nuovi orizzonti scientifici, culturali e videoludici. Tutto ciò si collega al concetto di figitale, ovvero una crasi di fisico e digitale. Un termine che descrive la nostra condizione attuale, in cui il virtuale è presente in maniera massiccia nelle nostre vite, pur non avendo ancora sostituito la concretezza del mondo reale. Al tempo stesso si può descrivere con figitale l’essere in entrambe le dimensioni al tempo stesso. Nel mondo digitale non si replica unicamente quanto già esiste in quello reale, ovviamente. Vi sono opportunità lavorative impossibili altrove, il che ci porta a un utile schema comprendente parole sempre più centrali sul fronte guadagni, tra impieghi per alcuni sconosciuti a tecnologie destinate a divenire la normalità.
E se fare un buon lavoro – pertinente all’ambito dell’Intelligence – era già complesso prima, adesso che vaghiamo tra mondo reale e mondo virtuale, tutte le nostre capacità – perché le conoscenze le dobbiamo acquisire ad una rapidità folle – si devono, anche, concentrare su questa sfumatura dei nostri “alienati alieni Esseri Umani”. In occasione dell’International Internet Day che si è celebrato il 29 ottobre, data del primo messaggio scambiato tra due computer nel 1969, gli esperti linguistici di Babbel, l’app che promuove la comprensione reciproca attraverso le lingue, hanno analizzato una serie di espressioni che descrivono alcune dinamiche disfunzionali legate all’abuso della tecnologia e a una presenza online eccessiva. Parliamo – rileggendo bene le poche righe sopra – “di dinamiche disfunzionali …” dal 1969 !!! Ed ora, nella nostra era digitale, l’esigenza di comprendere le nuove forme di interazione e i loro esiti disfunzionali ha dato vita a un vasto vocabolario di neologismi. E la domanda sorge spontanea: conoscevamo – lo scrivo al passato – prima di questa Era il significato del termine “neologismo”? Azzardo a rispondere “poco” e in “pochi”. E questa è una di quelle semplici domande che ci dovrebbero aprire molti orizzonti. La lingua di un Paese è lo specchio dei mutamenti sociali e tecnologici. Si adatta a descrivere una varietà sempre più complessa di comportamenti ed interazioni umane, seguendo il corso naturale della storia. Il ricorso a nuove parole risponde al bisogno di dare un nome ai fenomeni emergenti, per renderli tangibili e quindi gestibili. Spesso questi termini nascono dalla fusione tra il vocabolario della psicologia e quello digitale: un processo tipico del lessico, che attinge a campi diversi per nominare esperienze nuove. E questa è una dichiarazione di Gianluca Pedrotti, Principal Learning Content Creator di Babbel. E non è poco. Se la rivoluzione digitale ha modificato profondamente il nostro modo di vivere è vero che, da un lato, ha ampliato le nostre possibilità, rendendo il mondo più connesso e accessibile però dall’altro l’utilizzo eccessivo delle piattaforme online ha generato ansie e preoccupazioni. È soprattutto l’uso che facciamo della tecnologia a fare la differenza e a determinare l’impatto, positivo o negativo, sulla vita quotidiana. E come pensiamo di affrontare questa situazione ? Ovviamente cercando di comprendere meglio le nuove dinamiche e i fenomeni legati al nostro rapporto con il mondo digitale e non a fermarci a pensare che “eravamo già partiti con le basi sbagliate”. E’ indiscutibile che un neologismo digitale, oggi imprescindibile dalla nostra contemporaneità, non può essere compreso se non rispondiamo alla domanda “prima”: “Che cosa sono i neologismi?”. I neologismi sono le nuove parole o espressioni che da un certo momento storico in poi entrano a far parte del lessico di una lingua. Possono essere forme completamente nuove, oppure forme già esistenti che acquistano un diverso significato: neologismi semantici. Un neologismo (termine della lingua italiana derivato dal francese néologisme, a sua volta dal composto greco νέος-λόγος, neos-logos, 'nuova parola'), nella linguistica, indica le parole di nuova formazione presenti in una lingua, mentre l'insieme dei processi che portano alla formazione di neologismi è definito neologia. La neologia è uno dei principali modi in cui una lingua si rinnova. Il ricorso ai neologismi deriva solitamente dall'esigenza di identificare invenzioni, fenomeni, scoperte e realizzazioni di recente comparsa o diffusione. Generalmente si parla di forestierismi nel caso di voci che provengano da lingue straniere, e di neologismi per le parole derivate - tramite suffissi, prefissi o composizione - da altri termini già presenti in una lingua. Non di rado i prestiti vengono inclusi tra i neologismi. I neologismi possono essere "lessicali", quando comportano l'inclusione nel repertorio di una lingua di una vera e propria parola nuova; tra questi neologismi, sono detti "combinatori" quelli in cui il processo neologico combina elementi della lingua secondo le regole tipiche di formazione delle parole. I neologismi semantici consistono, invece, nell'attribuzione di un nuovo significato ad un termine già in uso (come per l'italiano navigare su Internet o chiocciola per il simbolo @). Non di rado l'aggiunta di un nuovo significato a una voce preesistente avviene per l’influsso di un'altra lingua: in questo caso si parla di "calco semantico" o di "prestito semantico". Una parola di nuovo conio è precisamente indicata come "neologismo lessicale", mentre un neologismo costituito da più parole che finiscono per combinarsi in un sintagma nominale stabile è denominato "neologismo sintattico": è il caso, ad esempio, di espressioni come giungla legislativa o lotta di classe. Il neologismo sintattico può essere considerato un tipo specifico di neologismo combinatorio. Si dicono modismi o occasionalismi i neologismi di durata passeggera. I neologismi sono talvolta creati mediante la fusione di parole già esistenti, detti neologismi sincratici o aggiungendo nuovi suffissi e prefissi. Un neologismo può essere creato per abbreviazione o da un acronimo, sullo stampo di una parola esistente o semplicemente giocando con i suoni. Spesso i neologismi diventano popolari tramite i mass media o per passaparola, specialmente nel mondo dei più giovani. Praticamente ogni parola di una data lingua è stata, in qualche periodo, un neologismo, cessando poi di essere percepita come tale con il tempo e l'uso. Il destino dei diversi neologismi oscilla tra l'accettazione e il rifiuto: il fatto che un neologismo venga adottato o meno dipende da molti fattori: la rispondenza all'impianto fono-morfologico della lingua, il fatto che il fenomeno descritto dal neologismo rimanga in voga, permanendo dunque il bisogno di un termine che lo descriva, nonché l'accettazione da parte della maggior parte dei parlanti; quanto all'accettazione da parte dei linguisti e l'introduzione nei dizionari, tali fattori giocano un ruolo determinato solo se il pubblico entra significativamente in contatto con il nuovo termine. Dopo essere stati coniati, i neologismi invariabilmente sono sottoposti allo scrutinio del pubblico e dei linguisti, per determinare la loro adeguatezza al linguaggio. Molti vengono accettati rapidamente, altri incontrano opposizione. Alcuni neologismi vengono spesso messi in discussione perché rendono oscuro l'oggetto della discussione, e perché la novità del termine devia la discussione dalla questione e la sposta sul significato del neologismo stesso. I linguisti possono, talvolta, ritardare l'accettazione rifiutandosi di includerli nei dizionari. Se il pubblico continua ad usare il termine, questo alla fine si libera del suo status di neologismo ed entra nel linguaggio malgrado le obiezioni degli esperti. La comparsa di nuove parole è il fenomeno più evidente, dal momento che interessa lo strato più superficiale della lingua: il lessico. I neologismi affiorano attraverso varie modalità e le due fonti più “canoniche” sono i meccanismi di formazione di parole ed i prestiti da altre lingue. La lingua rispecchia la direzione culturale della comunità a cui appartiene, e la presenza di anglismi nelle lingue europee è solo una delle tante manifestazioni di un lungo processo di influenza della cultura anglo-americana dal Novecento ad oggi, ravvisabile in altri contesti, dalla moda al cibo, dall’arte alla pubblicità. È vero che l’italiano sembra più soggetto a questo fenomeno di quanto non lo siano lingue a noi vicine come il francese e lo spagnolo. Per esempio, mentre da noi si parlava di lockdown, in Francia si viveva il confinement. Ma nel linguaggio politico italiano spesso si crede che una parola inglese attenui il peso di un provvedimento poco gradevole, per cui il lockdown sembra più accettabile del “confinamento”, e la spending review più innocua del “taglio della spesa pubblica”. La particolarità dei prestiti nell’italiano di oggi è che non provengono dall’alto, dai ceti altolocati, come i francesismi dell’Ottocento. Gli anglismi odierni vengono in parte dalla lingua dei giornali, in contatto continuo con il mondo della stampa anglofona, e in parte ancora più dal basso: dalla lingua popolare, dai social, dalle conversazioni quotidiane. Ne consegue un impatto molto più capillare nella lingua d’uso, oltre che un’accettazione più rapida da parte dei parlanti. Non tutti, c’è sempre chi alza la voce in difesa delle radici latine della nostra lingua minacciate dalle milizie di parole anglosassoni. E’ utile interrogarsi sull’effettivo apporto di una nuova parola alla nostra lingua. Non è tanto la quantità di neologismi e slittamenti semantici, quanto la loro frequenza, a rispecchiare la realtà politica di un determinato momento storico. Se oggi sono di uso comune parole legate alla crisi climatica, dieci anni fa lo erano termini relativi alla crisi economica. L’Intelligence – oggi – in sinergia con la linguistica rappresenta una disciplina strategica fondamentale per la sicurezza nazionale e aziendale, che utilizza l'analisi del linguaggio naturale per interpretare, decriptare e prevedere il pensiero e le intenzioni umane. L'Intelligence linguistica trasforma le parole in dati analizzabili, distinguendo tra messaggi espliciti e occulti, con l'obiettivo di supportare le decisioni strategiche. La linguistica è fondamentale in una buona – anzi ottima – Intelligence perché permette l’analisi dei messaggi “Meta-cognitivi” oltre la semplice traduzione, analizzando le reti cognitive per comprendere le intenzioni nascoste. Esperti analizzano non solo il cosa viene detto, ma come, includendo il paraverbale (tono, ritmo) e il non verbale: parliamo di Intelligence Forense ed Intercettazioni nonché della formazione del perito linguista. Fondamentale è la Linguistica Cognitiva: basata sull'idea che le lingue servono a costruire significato, analizza metafore e categorizzazioni per capire la struttura del pensiero umano. In conclusione per l'Intelligence, la padronanza di lingue specifiche è fondamentale perchè le aree geografiche critiche richiedono analisti esperti in arabo (terrorismo), russo (disinformazione, cyber) e mandarino (tecnologia, militare). L' Intelligenza Artificiale, grazie alla linguistica, permette ai computer di comprendere e generare il linguaggio umano, simulando i processi cognitivi per analizzare enormi volumi di dati. L’ Intelligenza Linguistica Personale è definita da Howard Gardner ed è la capacità di utilizzare al meglio le parole. A livello professionale, è fondamentale per gestire l'imprevisto, comunicare efficacemente e comprendere l'impatto neurofisiologico del linguaggio. In sintesi, la linguistica nel contesto dell' Intelligence non è solo un supporto interpretativo, ma una vera e propria scienza applicata che estrae valore strategico dalla comunicazione umana.
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