La Geopolitica nell’ Intelligence: la dimensione fondamentale portata dagli Umanisti. ( dott.ssa Daniela Bellomi )
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- 2 giorni fa
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L’elemento umano: questa è la dimensione fondamentale portata dagli Umanisti come valore aggiunto alla geopolitica nell’Intelligence. Sembra banale ma non lo è. Comprendere gli ambienti geografici, culturali ed umani, conoscere la loro storia e le implicazioni vissute del loro passato permettono non solo di “capire” meglio un Popolo e di sapersi “relazionare”meglio con loro ma di saper “adottare” il loro sguardo, ovvero di guardare “non con il nostro vissuto”. E’ l’Umanista che sulla mappa geografica di un Paese non vede solo “pedine” ma legge desideri, ricordi storici, traumi e tradizioni: la visione non resta occidentale se il paese o il popolo non lo è. L’Umanista abbraccia la diversità e la comprende. Comprende la Storia, non la conosce solo: e questo significa che interpreta l’attualità – tensioni, guerre, conflitti o dinamiche che siano – con maggior senso della realtà. Ma soprattutto, in un’analisi d’Intelligence, significa che ha una conoscenza specifica della percezione della Sicurezza, in quel Paese e in quel Popolo. E questo fa la differenza. Facendo un passo indietro sappiamo che la geopolitica è la disciplina che analizza i conflitti di potere tra vari soggetti all'interno di uno spazio geografico determinato e che analizza i fattori fisici e umani che influenzano la politica internazionale. Un’analisi geopolitica contempla: Spazio e Tempo, Geografia, Potere e Fattore Umano. La geopolitica nell’Intelligence, grazie agli Umanisti, aiuta a comprendere le cause profonde delle guerre, delle alleanze e delle competizioni commerciali. Riesce ad anticipare le mosse strategiche degli attori basandosi sulla conformazione fisica dei territori e sulle risorse in gioco. Ma non solo: studia il punto di vista degli "altri" per capire le loro intenzioni e le loro spinte culturali, le interazioni tra collettività collocate in un determinato spazio geografico. Ed osserva la massa, quella collettività dotata di una propria connotazione nazionale e di un'idea di destino condiviso. Rappresenta l’ anti-determinismo, il prestigio e la gloria. Quando leggo ed osservo quanta attenzione – oggi – viene data al posto che si cerca di capire quale sia il migliore per l’IA nell’Intelligence non riesco a non pensare alla famosa frase di più di 100 anni fa che sottolineava come due fattori si potessero condizionare reciprocamente: tecnologie avanzate – diremmo oggi – e uomini primitivi ! L’Umanista – ovvero l’elemento umano – è l’unico a disposizione della geopolitica e dell’intelligence in grado di leggere la storia “incombente”, ovvero quella in cui si è immersi: la maggior parte non la riescono a vedere perché troppo vicina. Ma è anche vero che saperla vedere quando ormai è passata e giace tra le pagine scritte non è di alcuna utilità all’Intelligence. Sempre con la stessa mappa davanti un Umanista dell’Intelligence considera e pondera gli aspetti antropologici, storici, etnografici e linguistici. Ma non solo: sa che ogni evento ha un suo inizio ed una sua fine “oggettiva” e poi ne ha un’altra, con altri termini e parametri di riferimento perché è nell’ambito della “psicologia collettiva”. L’interazione – psicologica e non solo – della collettività è un fattore che non si può considerare in un’analisi di relazioni internazionali o politologiche. Ed è grazie a questo supporto che variano le strategie e le tattiche. E’ solo grazie all’Umanista che lo sguardo sulle vicende non viene attenzionato solo osservando i leader o quelli che “sembrano” essere gli unici attori protagonisti della realtà. Anzi. Questi – spesso – agiscono con un effetto di “riduttori della complessità”. Ciò su cui l’Umanista posa lo sguardo e non lo distoglie è il singolo soggetto, il singolo elemento: coloro grazie ai quali si coagula la popolazione, prendendo forma, autonomia e complessità. Coloro che incarnano lo spirito del tempo». Paesi come la Cina, gli Stati Uniti e la Russia ci hanno dimostrato quanto i leader non siano i veri protagonisti: quanti errori sono stati commessi con lo studio dei leader per leggere i fatti del pianeta !
Il determinismo geopolitico viene abbattuto dall’Umanista superando limiti e confini. Le analisi, le decisioni e le strategie vengono prese tenendo conto della cultura economicistica, dell’eventuale desiderio di voler incidere sulla storia, della capacità di sacrificarsi per poter accrescere la propria posizione e la propria importanza, il proprio indice di violenza. Le tematiche relative alla superiorità di alcune potenze per superiorità talassocratica e finanziaria sono posti sotto attenta osservazione. Stiamo vivendo la società della conoscenza e dell’umanistica digitale e la possiamo vivere con consapevolezza – all’interno di un Intelligence oggettiva e “pulita” solamente con il locus epistemico. Può piacere o meno ma è così. Il termine “Umanistica digitale” non esiste se non con lo scopo di confondere. E sono troppi - a mio parere – ad essere già caduti nel tranello. Ci stiamo interrogando su quali siano i meccanismi di legittimazione della produzione nel campo dell’umanistica digitale: e ci chiediamo “Chi li stabilisce, li controlla e li definisce, e come ci comportiamo a tale riguardo?”. Ci stiamo interrogando su un presupposto errato ed inesistente. Ci dobbiamo difendere per poter continuare a pensare e a definirci al di fuori dell’universalismo. Una grande quantità di informazioni ci raggiungono ma questo non vuol dire che sia conseguenza naturale saper elaborare un pensiero o una visione. L’informazione non è sinonimo di conoscenza. Ma le informazioni, senza cultura, non ci servono: è grazie alla cultura che possiamo possedere una visione, che possiamo darci e dare una priorità, che possiamo guardare verso una prospettiva. Senza Cultura di supporto avremo solo false impressioni ed un senso di smarrimento. Dobbiamo mantenere intonso il nostro pensiero, come unico ed avere cura di un esercizio intellettuale autentico. Vogliamo farci delle domande ? Perfetto ! “Quale tipo di conoscenza la Storia vuole da noi ?”. E la Società, oltre la Storia ? Vogliamo stabilire il nostro obiettivo ? Far avanzare la conoscenza per comprendere la verità. Ma non stiamo andando – almeno non si sta andando- in quella direzione. Si stanno valutando le trasformazioni sociali, le relazioni e le tematiche sbagliate. Esiste una “ragione critica” nelle scienze umanistiche e da quella dobbiamo ripartire. Anche in considerazione dell’oggettivo riscontro che economia, politologia e diritto ci hanno dato: non riescono a considerare il tutto, perché non possono tollerare d’essere soltanto una parte dello scibile. La geopolitica non ha ancora una definizione ben precisa ma come sappiamo studia come le relazioni internazionali si comportano nel contesto del mondo globalizzato. Chi ha studiato epistemologia nell’ambito delle scienze umane conosce il problema della scelta e delle conseguenze: causa – effetto. La geopolitica, coadiuvata dal lavoro degli Umanisti, in un’analisi d’Intelligence impedisce una lettura errata della comprensione del mondo, malgrado il suo contributo epistemologico è ancora faticoso da definire: è una scienza o un sapere ? La geopolitica ha forse la pretesa di poter spiegare tutto o nulla ? Il suo lavoro è la ricerca o fare una descrizione ? Dobbiamo ammettere che nella ricerca di una imprecisata alétheia la geopolitica trapassa, passa oltre, entra nelle pieghe della storia, si amalgama con le nazioni, procede cogliendo il sentimento, comprende la grande architettura dei poteri. “Legge” i popoli, le civiltà, le nazioni, la Storia. E Le comprende. La linguistica è un supporto ed un alleato strategico nella sua missione. Comprende e riconoscere i popoli oltre i confini imposti e comprendere le profonde caratteristiche antropologiche arrivando a comprende se una comunità vive di economia, di sopravvivenza, di mera sussistenza, di gloria o di violenza o di altro ancora è un’attività delicata e fondamentale. Comprendere i codici e i linguaggi ma senza alcun intento divulgativo. La sua missione è comprendere ciò che è decisivo o può diventarlo, distinguere l’importante dal secondario, comprendere le ragioni e i fattori primari per transitare in un’altra era. La geopolitica è un esercizio complesso, deve interpretare la realtà oltre la scenografia, studiare i conflitti di potere in spazi e tempi determinati. Essa non si limita alla dimensione militare del conflitto. Anzi: cerca di risalire alle cause più profonde che lo generano. La geopolitica ha a che fare sia con la storia che con la geografia, perché parte dal presupposto che gli spazi fisici su cui gli Stati si combattono siano intrisi di storia. La geopolitica non è scienza politica. La geopolitica è diversa dalle relazioni internazionali. Suo oggetto principale è il “fattore umano”, ovvero le caratteristiche culturali e antropologiche della popolazione in questione. Piuttosto che studiare questa o quella battaglia, la geopolitica preferisce capire se una nazione è disposta a fare la guerra o no, se ha come obiettivo il benessere economico o la gloria. La geopolitica studia conflitti precisi rifiutando ogni generalizzazione, nella consapevolezza che i rapporti internazionali sono spesso determinati dall’auto-percezione dei Paesi in ballo. La geopolitica mette al centro il “fattore umano”, il che significa che non sono solo i capi a contare, ma la mentalità dell’intera popolazione.La parola “geopolitica” significhi letteralmente “politica della terra” (dal greco “ghé-politiké”), essa è essenzialmente una disciplina storica ed è una disciplina profondamente umanistica. Al centro ci sono gli uomini con le loro storie, la loro volontà di potenza e, a volte, con la loro follia. Alla geopolitica non interessa stabilire la verità assoluta, perché sa perfettamente che ogni Paese agisce in base a principi di verità relativi. Il compito della geopolitica è quindi quello di conoscere queste verità relative, per capire quale sia il posto nel mondo che le varie comunità pensano di ricoprire. Solo mettendosi nei panni degli attori in campo la geopolitica può comprendere come essi ragionano, cercando di andare oltre la cronaca quotidiana dei conflitti – pur necessaria – per capire le tendenze di lungo periodo che guidano l’azione delle superpotenze. La geopolitica non è una scienza esatta, perché non conduce a una verità oggettiva, ma offre una chiave di lettura per interpretare le cose più imprevedibili che esistono: gli uomini e le loro storie, che da sempre si incontrano e si scontrano.L’elemento essenziale per uscire da una dimensione sovrastrutturale è dunque in primo luogo sfuggire a ciò che il nostro tempo e il nostro contesto reputa importante, per calarsi nella complessità. E nel dolore. Tornare alla storia, alla geografia, all’etnografia, alla proto-linguistica. Allo studio dei popoli, dei sentimenti e delle psicologie collettive. Significa anche – ed è questo forse questa la chiave di lettura più significativa – guardare al mondo da un punto di vista profondamente umano.
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