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Minori stranieri e sistema penale: tra tutela e limiti operativi (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)

Negli ultimi anni, il tema dei minori stranieri non accompagnati coinvolti in condotte devianti è diventato sempre più centrale nel dibattito giuridico e sociale. Si tratta di una questione complessa, in cui si intrecciano esigenze di tutela del minore, sicurezza pubblica e limiti strutturali del sistema di accoglienza e giustizia minorile. Uno degli aspetti più critici riguarda l’accertamento dell’età. Non è raro che soggetti prossimi alla maggiore età dichiarino un’età inferiore, al fine di rientrare nella competenza del Tribunale per i Minorenni. La normativa italiana, in linea con i principi internazionali di protezione, impone infatti un approccio prudenziale: in caso di dubbio, prevale il principio del favor minoris. Tuttavia, le procedure di accertamento (esami socio-sanitari non invasivi, valutazioni multidisciplinari) non sempre consentono risultati certi e immediati. Dal punto di vista penale, il sistema italiano è fortemente orientato alla rieducazione del minore, come previsto dall’art. 27 della Costituzione. Il riferimento normativo principale è il D.P.R. 448/1988, che disciplina il processo penale minorile. In questo contesto, strumenti come la messa alla prova (art. 28) rappresentano una delle principali alternative alla condanna: il minore viene affidato ai servizi sociali per lo svolgimento di un progetto educativo personalizzato. Se il percorso ha esito positivo, il reato viene estinto. Un altro istituto rilevante è il perdono giudiziale (art. 169 c.p.), che può essere concesso quando il giudice ritiene che il minore non commetterà ulteriori reati. Anche in questo caso, emerge chiaramente l’impostazione del sistema: evitare la stigmatizzazione e favorire il recupero. Tuttavia, nella pratica, emergono criticità significative, soprattutto nei casi di minori stranieri non accompagnati. In assenza di una rete familiare o di figure adulte di riferimento, il minore viene spesso collocato in centri di accoglienza. Queste strutture, pur svolgendo una funzione essenziale di protezione immediata, non sempre riescono a garantire percorsi strutturati di rieducazione e reinserimento. In molti casi, infatti, i centri rappresentano più un punto di appoggio temporaneo che un contesto realmente educativo. La mancanza di progetti individualizzati efficaci, unita all’elevata mobilità dei minori e alla difficoltà di controllo, fa sì che alcuni soggetti si allontanino volontariamente dopo poche ore o giorni, tornando a contesti di marginalità e devianza. Si crea così una frattura tra il modello normativo, fortemente orientato alla rieducazione, e la realtà operativa, in cui gli strumenti disponibili non sempre risultano adeguati. Il rischio è duplice: da un lato, una percezione di impunità; dall’altro, l’incapacità di offrire reali opportunità di integrazione a soggetti già vulnerabili. Affrontare questa problematica richiede un intervento su più livelli: miglioramento delle procedure di accertamento dell’età, rafforzamento dei servizi sociali, investimenti in programmi educativi strutturati e maggiore coordinamento tra sistema giudiziario e rete territoriale. Solo attraverso un approccio equilibrato, che tenga insieme legalità e inclusione, è possibile evitare che il sistema si trasformi in un circuito inefficace, incapace sia di prevenire la recidiva sia di garantire una reale tutela dei minori. Si crea così una frattura tra il modello normativo, fortemente orientato alla rieducazione, e la realtà operativa, in cui gli strumenti disponibili non sempre risultano adeguati. Il rischio è duplice: da un lato, una percezione di impunità; dall’altro, l’incapacità di offrire reali opportunità di integrazione a soggetti già vulnerabili. Affrontare questa problematica richiede un intervento su più livelli: miglioramento delle procedure di accertamento dell’età, rafforzamento dei servizi sociali, investimenti in programmi educativi strutturati e maggiore coordinamento tra sistema giudiziario e rete territoriale. Solo attraverso un approccio equilibrato, che tenga insieme legalità e inclusione, è possibile evitare che il sistema si trasformi in un circuito inefficace, incapace sia di prevenire la recidiva sia di garantire una reale tutela dei minori. Ma è altrettanto necessario interrogarsi su un altro aspetto spesso trascurato nel dibattito: la tutela concreta dei cittadini, che quotidianamente si trovano esposti a fenomeni come borseggi, furti con destrezza e, nei casi più gravi, rapine. Una risposta efficace non può limitarsi alla protezione del minore autore di reato, ma deve necessariamente includere anche misure credibili di prevenzione e sicurezza, capaci di restituire fiducia ai cittadini e di garantire che il principio rieducativo non si traduca, nella percezione collettiva, in una forma di impunità.


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