HUMINT (Intelligenza Umana) E DIGITAL HUMANITIES (Informatica Umanista): E’ ORA ! Dott.ssa Daniela Bellomi

Come ogni argomento, ogni analisi, ogni discussione lasciata per troppo tempo sui tavoli di lavoro ad impolverarsi o – ancora peggio – gestita con una continuità infinita e astratta senza mai arrivare ad un punto di svolta, così anche la HUMINT e la DIGITAL HUMANITIES stanno “subendo” lo stesso destino, inevitabilmente destinato a fallire o a spegnersi. O – forse anche peggio – a trascinarsi, lasciando l’impressione che sia gestita, stia evolvendo e se ne abbia cura, girandosi dall’altra parte per non dire di aver preso consapevolezza che non sta conquistando terreni, che non sta evolvendo, che non sta portando i benefici e i cambiamenti che sono insiti nel proprio potenziale. La HUMINT quale branca dell’Intelligence che si basa sul fattore umano e sulle scienze umane per raccogliere ed analizzare informazioni si fonda sulle relazioni interpersonali, sulla natura antropologica dell’essere umano, sulla sua psicologia e sulla sua interazione diretta con le fonti umane. Il suo nutrimento nasce – anche – dal saper apprendere ed alimentarsi delle capacità relazionali, dell’empatia e della conoscenza culturale e linguistica delle persone. E’ da queste che raccoglie dati : che siano persone fisiche, informatori o testimoni. Decodifica i comportamenti umani ed i contesti geopolitici. La DIGITAL HUMANITIES nasce dall’unione tra le discipline letterarie/storiche e dagli strumenti digitali. Viene anche definita HUMANITIES COMPUNTING proprio perché nasce in un campo di studi che integra le procedure computazionali ed i sistemi multiverso. Entrambe poco curate e poco condotte a concretizzare risultati tangibili e percezione corretta – un po' come abbandonate a se stesse – sebbene con il massimo rispetto – si sono trovate di fronte all’incontro con l’IA. Ad entrambe è parso chiaro come il loro ruolo non potesse e non dovesse essere “passivo” e loro stesse non dovessero diventare “utenti passivi”. Se ci fosse stata cura e ricerca dell’equilibrio la strada che avremmo percorso sarebbe stata quella di permettergli di diventare attori attivi nella sua stessa definizione, dando un notevole contributo alla progettazione della stessa. L’IA – solamente per il suo apparire – nel caso, ad esempio, del piano didattico è andata a modificare l’insegnamento delle materie umanistiche. L’offerta degli strumenti di apprendimento automatico hanno imposto regole, scenari ed obiettivi. Sempre la stessa è riuscita a pervade ogni aspetto delle nostre vite, anche quelli di cui non siamo consapevoli. “Un invasore” – se così forzatamente la possiamo definire – non può che mirare a conquistare numericamente. E a non “portare a bordo” ciò che – già esistente - ha non solo un incredibile valore aggiunto proprio per se stessa. Ma questo era prevedibile e logico, dal momento che non era una sua priorità e non lo si poteva né sperare né pretendere. E’ da quella parte di Umanità che aveva in sé cultura, tradizioni, storia e studi che doveva venire: ma la natura umana ha una propensione notevole all’accecamento, che sia per denaro, che sia per potere, che sia per adrenalina, che sia per ignavia. E la Storia ci ha sempre raccontato che da queste e su queste propensioni sono state poste le basi dei famosi labirinti umani in cui riusciamo ad incastrarci per avere problemi dove non ne dovremmo avere. Alcune persone – indipendentemente dalla professione, cultura e capacità – non riescono ad abbracciare visioni ampie e proiettate verso un orizzonte indefinito per svariati motivi: il risultato pratico è un piccolo mondo dove una sola novità o un solo elemento nuovo non solo diventa una nuova divinità ma porta a dimenticare, ad accantonare, a svilire ciò che ha alimentato fino a quel momento. Per poi rimpiangere e mettersi a dibattere – teoricamente – su come trovare soluzioni a qualcosa che non sarebbe esistito se si avesse avuto cura della natura umana. Il punto è che del fattore umano non si può fare a meno: resta centrale per interpretare dati, costruire reti informative solide e per preservare i segreti. E’ decisivo nella prevenzione, nella gestione delle crisi e nell’evoluzione di determinati ambiti. Un ritorno alla figura umana è indispensabile se si vuole avere come valore aggiunto, ancora, il pensiero critico, la ricerca di solide reti informative e il ripristino fattivo e riservato del concetto di segreto. Quello che si è potuto osservare è che esiste un atteggiamento generale e popolare verso la Digital Humanities simile a quello verso l’IA: qualcuno la ritiene il futuro e qualcun altro la vive e la giudica come un pericolo per la sua stessa sopravvivenza. Entrambe, per qualche ragione, suscitano reazioni estreme: da una divinità ad un pericolo atroce. Credo che una buona parte di responsabilità l’abbia la potenza che il linguaggio – tecnologico o meno, la letteratura e l’arte abbiamo in antitesi - ma al pari - delle espressioni tecnologiche: la potenza della qualità a discapito di quella della quantità. Entrambe nella loro formula aumentano di potenza la conoscenza. Così come si prova un eccessivo entusiasmo verso qualcosa che è qualitativamente migliore nello stesso modo si prova un drammatico senso di disillusione e di abbandono quando dai risultati degli stessi l’uomo viene deluso. Aspettarsi molto, troppo, a volte, è peggio che non aspettarsi nulla. Se poi la loro potenzialità – come nel caso dell’IA – non conosce un limite e la si pensa all’infinito, allora simmetricamente nascono angosce, paure, atteggiamenti negativi e rifiuti proprio dal sapore della delusione. Ed ecco che, nuovamente, la non cura della natura umana, porta ad un errore: si sprecano opportunità concrete che entrambe possono offrire, anche se non della dimensione di quello che alcuni profeti della materia vogliono far credere. Ma un’opportunità è un’opportunità. Alla base della paura troviamo quasi sempre una visione distorta e una visione prospettica errata. L’uomo trascura la differenza essenziale che esiste tra una disciplina e una meta-disciplina. Altro fattore che viene trascurato riguarda la capacità di giudizio di chi si applica alle diverse discipline quando perde la visione d’insieme e considera quella materia, quel campo come “ autonomo”: l’indipendenza, la totale autonomia getta le fondamenta per l’antagonismo invece che creare le basi per la sinergia e la collaborazione. Vedere nella Digital Humanities uno strumento per migliorare e rendere ancora più costruttivo il valore di ciò che già conosciamo è fondamentale. L’errore si configura quando l’interpretazione della stessa si dirige verso il presunto pericolo egemonico. Non si accetta sicuramente ad occhi chiusi il nuovo solo perché sta avanzando ma non ci si concentra neppure solo sui limiti del metodo o delle tecniche per evitare di vivere false illusioni. Le discipline devono stare una accanto all’altra e alla porta dei misteri e dei contenuti delle altre non come nemici ma come opportunità: compito di accogliere, cogliere, valutare ed attualizzare è responsabilità degli Umanisti. Noam Chomsky – sempre molto critico sul valore esplicativo dei dati estratti da corpora testuali per lo studio del linguaggio - aveva espresso il pensiero attraverso il quale veniva chiarito che “impariamo di più sul linguaggio seguendo il metodo standard della scienza che non consiste nell’accumulare enormi masse di dati non analizzate e nel cercare di estrarre qualche generalizzazione da essi (…). Galileo non sarebbe stato interessato in registrazioni video di foglie che cadono, palle che si muovono e rocce che rotolano giù dalle montagne”. Non possiamo che convenire che i dati – da soli – non parlano mai. Ma il vero problema è che le persone stesse non sono in grado di comunicare nel migliore dei modi possibili: o perché non provvisti di adeguati strumenti o perché non capaci di vincere se stessi e la propria vanità. Quella vanità che la storia del genere umano ci narra come letale e fine a se stessa. Il che tradotto attivamente in un contesto come quello dell’Intelligence significa non arrivare ad obiettivi e risultati concretamente utili ma solamente aumentare con una gratificazione formale se stessi e appendere una medaglia al valore al muro dietro le proprie spalle: peccato ancora che il muro sia anche di fronte a queste persone che, peraltro, non percependo nemmeno il trascorrere del tempo non possono fare altro che usare ma non alimentare, mostrare ma non stringere. Praticamente creare fattori dannosi. La sfida c’è ed è in corso: il punto di partenza è che già il termine utilizzato per indicare “di cosa si stia parlando” è abusato. E questo è il primo punto sul quale dovremmo avere la capacità di riflettere. E fermarci a riflettere. Parliamo di una sfida attuale quando ¼ di secolo fa, nel 2001, venne coniato il termine e il significato dell’espressione Digital Humanities nel testo “ A companion to Digital Humanities” da Schreibman, Siemens e Unsworth come evoluzione del concetto di “Humanities computing”: una disciplina emergente che può esplorare i cambiamenti tecnologici di cui siamo testimoni attraverso la lente degli studi umanistici. ¼ di secolo fa ! Il 2001 ! E poi incontriamo nella nostra dura battaglia professionisti che sostengono che sia meglio parlare di attualità – riguardo ad eventi di qualche mese prima – ma si incendiano di passione per questa novità…e su questo metro di valutazione un buon analista riceve già un informazione sull’elemento umano con il quale si confronta. E finché è un confronto l’analisi ha un peso. Quando – invece – è un perno, un decisore o peggio un selezionatore, allora è evidente che scarterà e non punterà sul cavallo vincente ma solamente su quei cavalli che hanno già corso e vinto alcuni premi e sono lì, immobili ma collocati in posizioni di rappresentanza. Il tutto nella convinzione che siano garanti di serietà, pregi ed affidabilità. Ed effettivamente lo sono. Peccato che non tocchi a loro andare avanti ora. Ma visto che “qualcuno” fa tesoro del tempo e della basi poste citerò anche che, nel 2010, nel “Manifeste des Digital Humanities” queste ultime sono state definite come “un integrazione intensa e a più livelli delle tecnologie digitali in tutti i processi di ricerca, dalla raccolta dei dati fino alla pubblicazione. La proposta del manifesto è spesso stata riassunta in tre punti fondamentali perché fosse più chiara la sua definizione integrale: 1. La svolta digitale intrapresa dalla società modifica e mette in discussione le condizioni di produzione e diffusione della conoscenza; 2. Per Noi, le discipline umanistiche digitali riguardano tutte le scienze umane e sociali, le arti e le lettere. Le discipline umanistiche digitali non fanno “tabula rasa” del passato. Al contrario si basano su tutti i paradigmi, le capacità e la conoscenza specifica di queste discipline, mobilitando gli strumenti e le prospettive particolari del campo digitale; 3. Le Digital Humanities designano una trans-disciplina che porta con sé metodi, dispositivi e prospettive euristiche legate al digitale nel campo delle scienze umane e sociali. Non avere avuto la lungimiranza di comprendere questi ed altri aspetti ha portato spesso ad una crisi di identità delle scienze umanistiche stesse: etichette e nomi attraenti si sono spalmati con una facilità maggiore di quanto non ne richieda una analisi approfondita che abbia lo scopo di dare definizioni, con il risultato di un uso massiccio di un’espressione che, però, all’atto pratico, risulta vuota di significato. E queste non sono parole mie. Gli Umanisti – proprio perché a priori “esseri umani” hanno anche vissuto ansie relativamente alla tematica: quale nuovo ruolo, quali ricadute finanziarie, quale futuro ? Gli esseri umani che si stanno contraddistinguendo sono coloro che pensano in termini di inter-disciplinarietà e di ulteriori possibili applicazioni, sia teoriche che pratiche: e sono queste le basi per aprire molteplici possibilità, tra le quali anche la riflessione epistemologica. Ed una riflessione epistemologica sui metodi delle scienze umane e sulle ricadute teoriche che questi metodi implicano aiuta anche a comprendere fino a che punto sono possibili le intersezioni scientifiche. Ma anche l’inter-disciplinarietà porta momenti critici: una fragilità dovuta alla necessità di trovare equilibrio oltre che a ritrovare spazio e vita alle discipline poste sotto la lente di ingrandimento. Paradossalmente e – forse tristemente – anche il digitale ha saputo offrire agli Umanisti materiale per porsi nuove domande e nuovi dubbi, dal significato all’evoluzione. Spesso hanno la possibilità di confrontarsi con studiosi del digitale concentrandosi su un vasto campo di apertura per fruitori della Cultura: ma devono essere le “persone giuste”. E ne abbiamo davvero carenza.
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