L’India non vuole trasformare i BRICS in una NATO antiamericana dott.ssa Diletta Fileni

A New Delhi Narendra Modi ospita Xi Jinping, Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ma dietro la fotografia dell’unità del Sud globale si nasconde una partita molto più complessa: l’India vuole costruire un nuovo equilibrio internazionale, non sostituire un blocco occidentale con uno orientale.
C’è un equivoco di fondo nel modo in cui l’Occidente guarda ai BRICS, considerarli l’embrione di una futura alleanza antiamericana. Il vertice di New Delhi del 12 e 13 settembre dimostra invece che la questione è molto più complessa. Il progetto indiano non è quello di costruire una NATO alternativa, ma di contribuire alla nascita di un sistema internazionale nel quale nessuna potenza possa esercitare da sola un’influenza decisiva.
Narendra Modi si trova davanti a una delle più importanti occasioni diplomatiche della sua leadership. Attorno allo stesso tavolo siederanno Cina, Russia, Iran, Paesi del Golfo, Brasile, Sudafrica, Indonesia e altre potenze emergenti. Un gruppo sempre più grande, economicamente rilevante e politicamente ambizioso, ma anche sempre più difficile da tenere insieme.
La guerra tra Stati Uniti e Iran rende questa contraddizione ancora più evidente. L’Iran è membro dei BRICS, mentre gli Emirati Arabi Uniti, anch’essi parte del gruppo, si sono trovati dall’altra parte della crisi. La guerra ha quindi prodotto una frattura all’interno della stessa organizzazione che aspira a rappresentare il nuovo Sud globale. È il paradosso dei BRICS, più il gruppo cresce, più aumenta il suo peso internazionale, ma più diventa difficile trasformarlo in un blocco politico coerente.
Ed è proprio questo che l’India vuole evitare. New Delhi non ha alcun interesse a trasformare i BRICS in una struttura apertamente ostile a Washington. Una simile scelta finirebbe per limitare la libertà di manovra indiana e costringerebbe Modi a scegliere definitivamente un campo. La politica estera indiana degli ultimi anni racconta invece esattamente il contrario
L’India dialoga con gli Stati Uniti, mantiene una relazione strategica con la Russia, cerca di stabilizzare i rapporti con la Cina, conserva legami fondamentali con le monarchie del Golfo e continua a considerare l’Iran un interlocutore importante. Non è incoerenza. È autonomia strategica.
New Delhi vuole un mondo nel quale gli Stati Uniti continuino a essere una grande potenza, ma non siano più l’unico centro attorno al quale debbano ruotare le relazioni internazionali. Allo stesso tempo non vuole sostituire Washington con Pechino. Vuole impedire che esista un solo centro di potere.
È questa la vera ambizione indiana. Per questo l’arrivo di Xi Jinping a New Delhi assume un significato particolare. Il presidente cinese torna in India dopo sette anni, mentre i rapporti tra le due potenze asiatiche stanno attraversando una fase di cauta distensione dopo anni di tensioni. Ma sarebbe un errore interpretare questo riavvicinamento come la nascita di un’alleanza tra India e Cina.
India e Cina rimangono rivali strategici. Si contendono influenza nell’Indo-Pacifico, investimenti, tecnologia, catene produttive e spazio politico nel Sud globale. La diffidenza reciproca non è scomparsa. Eppure esiste un terreno sul quale i due Paesi possono convergere: la volontà di ridurre la possibilità che il sistema internazionale venga regolato esclusivamente dalle potenze occidentali.
Non è un’alleanza. È una convenienza. Ed è probabilmente questa la parola chiave per comprendere la geopolitica dei prossimi anni. Il mondo non sembra dirigersi verso una semplice divisione tra un blocco americano e uno guidato da Cina e Russia. Si sta formando qualcosa di più complesso, nel quale potenze come India, Arabia Saudita, Turchia, Indonesia e Brasile cercano di mantenere aperti contemporaneamente più canali.
Un Paese può cooperare con Washington sulla sicurezza, con Pechino sul commercio, con Mosca sull’energia e con Teheran sulla connettività regionale. Le alleanze diventano più flessibili e gli interessi nazionali prevalgono sempre più sulle appartenenze ideologiche.
Il BRICS rappresenta uno dei principali laboratori di questa trasformazione. Non necessariamente una futura organizzazione militare o una coalizione contro l’Occidente, ma una piattaforma attraverso la quale Stati con interessi differenti possono coordinarsi su energia, commercio, infrastrutture, finanza, tecnologia e riforma delle istituzioni internazionali.
.La guerra in Iran rappresenta però un importante banco di prova. Se i membri non riusciranno a trovare una posizione comune, emergerà la fragilità politica del progetto. Se invece riusciranno a raggiungere un compromesso nonostante le divergenze tra Iran, Paesi del Golfo
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