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- Missili, sottomarini e attacchi in profondità: la scelta che la Marina italiana non può più rinviare
Dopo il rilancio francese dello SCALP Naval, l’Italia deve decidere come colmare il vuoto nei vettori a lungo raggio tra fondi, tempi stretti e vincoli politici La decisione della Francia di riavviare la produzione del missile da crociera imbarcato SCALP Naval, pone l'interrogativo su quale vettore di questo tipo ricadrà la scelta della Marina Militare italiana per acquisire la capacità di attacco in profondità. La Marine Nationale, ha recentemente stabilito di aumentare il proprio arsenale di SCALP Naval, ridotto da 250 a 200 esemplari negli anni 2000 per ragioni di bilancio e utilizzato ai sottomarini di classe Suffren e alle fregate di classe FREMM, in considerazione delle evidenze raccolte nei conflitti recenti – soprattutto quello nel Golfo Persico – che hanno dimostrato l'elevato consumo di questo tipo di armamento. Il missile è stato sviluppato da MBDA, leader europeo del settore, a partire dal 2006 e ha cominciato a entrare in servizio nella marina francese a partire dal 2017. La sua integrazione nelle fregate FREMM è invece cominciata nel 2022 grazie al sistema di lancio verticale Sylver A70. Il nuovo corso della Marina Militare La Marina Militare italiana ha da tempo avanzato la necessità di dotarsi della stessa tipologia di armamento: già nel 2021, quando vennero avviati gli studi di de-risking per i nuovi cacciatorpediniere DD(X), si parlava della possibilità di poter imbarcare vettori missilistici da crociera. Nel Documento Programmatico Pluriennale (DPP) della Difesa 2023-2025, compariva una voce per lo sviluppo della capacità missilistica da attacco al suolo (deep strike), prevista per il 2028 e una per la capacità antinave attesa nel 2034, condivisa con l'Aeronautica Militare. Il ministero della Difesa aveva stanziato per il 2024 un totale di 2 milioni di euro, saliti a 3 milioni nel 2025 per poi arrivare a 5 milioni nel triennio 2026-2028 per il programma Future Cruise and Anti-Ship Weapon (FC-ASW) guidato sempre da MBDA, poi diventato ufficialmente “Stratus” a settembre del 2025. Sempre nel 2025, la Marina aveva avviato uno studio di fattibilità per l’integrazione dello SCALP Naval sulle fregate FREMM EVO, con molto probabilmente la prospettiva di introdurlo anche nei futuri DD(X), i quali sono diventati un progetto esecutivo nell'ultimo DPP grazie allo stanziamento dei primi fondi per la loro progettazione. Nel frattempo, a luglio del 2024, durante il vertice della NATO, i ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Polonia avevano firmato una lettera d'intenti per quello che è stato denominato European Long-Range Strike Approach (ELSA). Secondo quanto riferito, questa iniziativa “consentirà alle nazioni di sviluppare, produrre e fornire capacità nel campo degli attacchi a lungo raggio, aprendo la strada a una cooperazione volta a rafforzare le nostre capacità militari e la base industriale e della difesa europea”. ELSA prevede lo sviluppo di “missili con una gittata superiore a 500 chilometri” destinati a “colmare una lacuna negli arsenali europei che [le nazioni partecipanti] affermano essere stata messa in luce dalla guerra della Russia in Ucraina”. Nello specifico, alcune fonti riportano che la gittata massima di questo nuovo vettore europeo dovrebbe aggirarsi tra i mille e i duemila chilometri, ponendosi quindi in un classe di missili da crociera paragonabile a quella del “Tomahawk”. Di questo progetto sono stati resi disponibili pochi altri dettagli, nemmeno se ne sia prevista una versione imbarcata, ma intanto proprio MBDA dal salone di Le Bourget dello scorso anno, aveva annunciato di essere al lavoro su un nuovo missile da crociera terrestre, dal nome Land Cruise Missile, basato proprio sullo SCALP Naval. Tempus fugit La Marina Militare italiana, oltre alle FREMM EVO e ai DD(X), prevede di dotare anche i nuovi sottomarini U-212 NFS di capacità di attacco a lungo raggio, pertanto si impone che venga fatta una scelta definitiva essendo i primi quattro battelli già in cantiere di cui uno già impostato. Capiamo quindi come abbondino i programmi e le possibilità, ma solo alcune sono effettivamente praticabili in modo da dotare la Marina di un sistema da deep strike in tempi ragionevoli. Considerando che l'opzione “Tomahawk” presenta delle limitazioni di ordine politico e contingente, per restare in Europa l'unica possibile è avere gli SCALP Naval, considerando che gli altri vettori hanno un orizzonte di consegna in media decennale. I ben noti missili da crociera di fabbricazione statunitense sono infatti un'opzione rischiosa in questo periodo, in quanto gli Stati Uniti si stanno dimostrando un partner meno affidabile rispetto al passato per via della politica protezionista e transazionale della Casa Bianca e per via dell'alto consumo di questi vettori nel recente conflitto nel Golfo Persico, che quasi sicuramente comporterà la sospensione delle esportazioni (toccando il Giappone ad esempio) per riempire gli arsenali della U.S. Navy in modo da ripristinarne la capacità di deterrenza convenzionale, considerando che la politica di Washington, da almeno un decennio, guarda con sempre maggior preoccupazione all'espansionismo cinese nel Pacifico occidentale al punto da considerare un prossimo quasi inevitabile scontro armato diretto. Il governo dovrebbe pertanto “mollare gli ormeggi” e stabilire su quale vettore puntare per dotare la Marina di un missile da crociera a lungo raggio, ma il periodo non è favorevole: con le elezioni politiche praticamente alle porte, discutere di armamenti non è mai una buona idea in campagna elettorale, dato il distorto pacifismo dell'opinione pubblica che è oggettivamente trasversale a tutte le compagini politiche. fonte: Missili, sottomarini e attacchi in profondità: la scelta che la Marina italiana non può più rinviare - il Giornale
- Shock in casa, violenze su una ragazza di 17 anni: sospetti su un coinquilino
Una ragazza bengalese di 17 anni ha denunciato ai carabinieri di Venezia di essere stata violentata nell’appartamento in cui vive, insieme ad altre persone, con il figlio di tre mesi e il compagno. Massimo riserbo sulle indagini Le indagini sono in corso e i militari dell’Arma mantengono il massimo riserbo, ma a quanto trapela l’autore della violenza sarebbe un coinquilino della giovane. Sono in corso gli accertamenti per chiarire i contorni della vicenda. Violentata in casa a 17 anni, sospetti su un coinquilino - Ultima ora - Ansa.it
- Spaccata da Tiziana Fausti a Bergamo, bottino da 300 mila euro: la svista della guardia giurata e il passante in bicicletta che approfitta della vetrina sfondata
Sessanta borse griffate prese a manciate, la fuga dopo 70 secondi. L'imprenditrice: «Sono sotto choc, così è impossibile andare avanti». Il vigilantes intervenuto non si sarebbe reso conto del colpo, l'allarme dato da una barista all'ora di colazione È successo di nuovo. A poco più di un anno dalla precedente spaccata, la boutique Tiziana Fausti, al Quadriportico del Sentierone, il salotto buono della città, subisce l’ennesimo colpo da centinaia di migliaia di euro, resta con la vetrina aperta per due ore e, come beffa finale, subisce anche il furto di un passante in bicicletta, che ne approfitta per portarsi via tre borse. Il colpo ripreso dalle telecamere: tutto in 70 secondi In 70 secondi, a partire dalle 5.20, due banditi hanno forzato la vetrina con una Fiat 500 L nera, risultata rubata, e hanno arraffato una sessantina di borse griffate. Prada, Gucci, Bottega Veneta. Tutto filmato dalle telecamere di videosorveglianza. Le immagini li mostrano arrivare davanti al negozio indossando felpa nera con cappuccio a coprire i volti e studiare la strategia migliore per introdursi nel negozio. Uno dei due prende le misure della vetrina con le braccia allargate. Poi l’altro risale in macchina e la usa come ariete, appoggiandosi al vetro e facendo retromarcia, mentre il complice fa da palo. Appena la vetrata cede, arraffano le borse quasi a manciate e le gettano nel bagagliaio, per poi ripartire a tutta velocità verso via Tasso. A testimoniare quanto accaduto rimangono solo i vetri per terra e gli spazi lasciati vuoti da pochette, borse e valigette. Il passante s'improvvisa ladro Quindici minuti dopo, però, le telecamere riprendono un’altra scena. Un uomo in bicicletta, probabilmente diretto verso il lavoro, si ferma davanti alla vetrina distrutta. Accorgendosi di quanto accaduto, ne approfitta per prendersi tre borse, tra le poche tralasciate dai ladri. Lo sfogo dell'imprenditrice: una spaccata all'anno ti ammazza «Sono ancora sotto choc — è il primo commento a caldo di Tiziana Fausti, titolare dell’omonima boutique di alta moda aperta nel 1979 —. Prenderemo delle decisioni perché così non si può vivere in questa città». Sono parole dettate dal risentimento legato ai precedenti ben noti: quello del 24 gennaio 2025, ma anche i due del 2017, a giugno e novembre. A inizio 2025 una banda aveva svuotato l’unica vetrina risparmiata dai ladri l’altra notte, quella riservata a Dior: «Una spaccata all’anno ti ammazza — continua l’imprenditrice —. Non si sta in piedi con i soldi dell’assicurazione e quindi è l’esasperazione a parlare. Chiaramente uno spazio con 22 vetrine in pieno centro non lo si trova ovunque, ma così non è un bel vivere». Il negozio «aperto» dalle 5.20 alle 7.20 Tiziana Fausti si sfoga duramente contro la compagnia di guardie giurate Sorveglianza italiana La Ferla: «La persona intervenuta — dichiara — non si è accorta di nulla perché si è limitata a guardare le vetrine al civico 1a e 47, come da contratto, senza fare quei pochi passi in più necessari per vedere quelle distrutte. Il negozio è rimasto aperto e incustodito dalle 5.20, quando è avvenuto il furto, fino alle 7.20, quando una barista del locale accanto si è accorta dell’accaduto». Su questo punto la società replica in serata: «Per quanto finora analizzato non risulta alcun errore da parte della guardia giurata», si legge in una nota. Un bottino ingente: «Colpo studiato con attenzione» «Ci vorranno un paio di giorni per fare i conti — dice Fausti —. Hanno portato via circa 60 borse, stiamo ancora facendo l’inventario per capire quali». A spanne, il bottino balla tra i 200 mila e i 300 mila euro. Alla domanda su quali borse siano state prese, la figlia Francesca Casari risponde atterrita: «Si fa prima ad aprire il sito e leggere tutti i brand. Escluso Dior, che si trova dalla parte opposta del negozio, hanno portato via di tutto. Hanno studiato con attenzione come compiere il furto, perché la vetrata che hanno sfondato è l’unica con la porta e quindi era più facile forzarla». Poi, inizia a elencare alcune delle marche che erano esposte: «Gucci, Prada, Fendi, Dolce & Gabbana, Bottega Veneta, Celine, Chloe, Loewe…». Resta solo la pagina online della boutique dove ammirare le borse. Rubati i modelli delle collezioni estive C’è inoltre il capitolo del danno, che va oltre le cifre, ed è aggravato dalla difficoltà che il negozio avrà nel rifornirsi: «Hanno preso i modelli della collezione estiva — aggiunge Tiziana Fausti — e reperirli sarà molto difficile perché è già iniziata la produzione della stagione autunno-inverno». Le indagini per risalire alla banda sono affidate agli agenti della Squadra mobile. Nelle ore successive alla spaccata è arrivata sul posto la polizia scientifica che, insieme alle guardie giurate di Sorveglianza italiana ha isolato la vetrina ed effettuato i rilievi. «Tanta vicinanza da fornitori e clienti» Nel 2025 i presunti responsabili erano stati rintracciati a Livorno attraverso l’analisi dei caselli ed è probabile che anche in questo caso chi indaga vada a cercare tra le riprese dei varchi autostradali per ricostruire il percorso dei malviventi e scovarli, nella speranza di farlo prima che rivendano la refurtiva. La notizia della spaccata si è diffusa in fretta e la boutique è stata inondata di messaggi di solidarietà: «Abbiamo avuto decine di dimostrazioni straordinarie da parte di clienti e fornitori — dice Fausti —. Da parte di tutto il team, ringraziamo chi ci ha comunicato la propria vicinanza. È l’unico lato positivo in un contesto crudele e violento». fonte: Spaccata da Tiziana Fausti a Bergamo, bottino da 300 mila euro: la svista della guardia giurata e il passante in bicicletta che approfitta della vetrina sfondata | Corriere.it ISCRIVITI AL CORSO
- Gli Umanisti al servizio delle analisi d’Intelligence, tra logos kantiano ed l’IA. (dr.ssa Bellomi Daniela)
Un’analisi d’ Intelligence non potrà mai essere gestita dall’IA e nemmeno dalla nuova ed evoluta “generativa”. L’IA generativa sfida la conoscenza, almeno nella sua concezione classica, e dovrebbe amplificare le capacità umane nonché agire come uno strumento di supporto alla creatività. Gli Umanisti, nelle analisi d’Intelligence, riflettono sulle interazioni dell’IA ed il loro è un pensiero complesso e sfaccettato, che attraversa i rischi etici, culturali ed antropologici senza, però, farsi mancare l’entusiasmo per la possibilità di potenziare ed amplificare le capacità umane: è chiaro che tutto questo cerca di essere vissuto e gestito con equilibrio senza perdere di vista l’obiettivo finale. Per un Umanista l’idea e la fattibilità di poter utilizzare uno strumento di maggior forza come l’Intelligenza aumentata – soprattutto in ambito aziendale – è auspicabile perché, come ogni strumento di supporto, può liberare gli umani da compiti ripetitivi e permettere, quindi, una maggiore concentrazione sul pensiero critico e sulla creatività. Gli umanisti vedono l'IA come un’ opportunità che può potenziare l'umano ma anche degradarlo, a seconda di come decidiamo di progettarla, educarla ed utilizzarla. E l’ingente mole di informazioni che arriva ed arriverà da questa, oltre che dal web e dal digitale, impone di tenere attiva la lucidità del proprio pensiero ma anche di restare saldi e non farsi trasportare dalle correnti con una buona analisi, con il discernimento e con la capacità critica. Ma anche con ragionamenti articolati e sintesi. L’essere umano deve restare al centro, evitando che la tecnologia diventi un fine in sé o un padrone. E la preoccupazione di disumanizzazione e di analfabetismo funzionale sono al centro della riflessione: una diminuzione del quoziente intellettivo medio, l’analfabetismo funzionale e la perdita del pensiero critico possono essere compromessi da un uso eccessivo dell’IA e dei social. Per la maggior parte dei Filosofi l’IA ha la capacità di agire ma senza intelligenza, vera comprensione o coscienza umana: il suo valore risiede nell’implementazione delle capacità operative di una macchina. L’IA non è quindi un sostituto ma solo uno strumento di supporto. La lucidità mentale oltre che l’ equilibrio, soprattutto in ambito emozionale, o in quello della “quiete meditativa”, sono strumenti fondamentali per quanto riguarda l’uso dei media e della ingente mole di informazioni, rappresentata da contenuti scritti, articoli, blog, bacheche di Facebook. Ma non solo: video, immagini canzoni, tutto quello che vediamo, sentiamo ed ascoltiamo in Internet o che Noi stessi produciamo per, poi, condividerlo sempre in Internet. E’ proprio in questi contesti che va messa a frutto l’aderenza del saper pensare e ragionare. Il web può anche stimolare intuizione, profondità ed analogia purché si riesca a mantenere, nell’Essere Umano, la centralità del proprio Sè. E’ proprio nell’uso della tecnologia e di quella mediatica che ci si deve fermare a riflettere sulla capacità di pensiero. Il mondo digitale, il web e il mondo della tecnologia-mediatica rispettano precise dinamiche: reintegrano, unificano ed uniscono in una sola totalità. E queste sono dinamiche mentali diverse dal precedente modo di pensare e di ragionare, secondo il percorso di apprendimento culturale. Il punto per gli Umanisti non è attaccare il nuovo metodo ma “accettare”, “integrare” e vivere a pieno la società fondata sull’avvento dei nuovi media ma entrando in relazione con essi e comprendendoli, senza perdersi. Questo, in particolare, è l’approccio dell’analista d’Intelligence con formazione Umanistica che lavora per ottenere il miglior risultato sinergico tra due “mondi” che possono essere percepiti lontani e nemici. Ma questo atteggiamento è controproducente e limitativo, ai fini di una buona analisi. Creare sinergia significa aver compreso che i nuovi media presentano percorsi mentali riarticolati oltre ad un linguaggio multimediale immersivo, interattivo, sensualizzante e operativizzante. Il territorio della metacognizione non è più governato solo dalla scrittura ma anche dalle esperienze immersive e reticolari, oltre che di connessione. In un’analisi d’Intelligence, per esempio, bisogna tenere sempre presente che se prima ci si doveva occupare della stabilità culturale di un individuo, oggi si deve tenere presente che lo stesso individuo può essere molto più sensibile ad ogni forma di trasformazione e questo rende la visione dello scenario di fondo e di ogni singolo attore più fluido e, volendo, sfuggente oltre che assolutamente rapido nel cambiamento. La raccolta stessa delle informazioni non può solo seguire una sequenzialità lineare ma contemplare le connessioni reticolari, i collegamenti associativi e la ovvia conclusione che – non solo più gli analisti – ma anche “il Chi” e “il cosa” possono costituire, essere o costruire forme di conoscenza diverse e rapporti di causa-effetto diversi. Infatti la stessa connessione continua, con continui rimandi associativi senza causa-effetto lineari impone l’osservazione di una rete basata su nodi fondamentali e non consequenziali. E’ innegabile che con l’avvento dei nuovi media c’è stata – ed è in corso – una modifica neuro- antropologica dell’Uomo, in particolare nelle nuove generazioni. Una delle modifiche che preoccupa l’Umanista è la perdita della capacità di astrazione del cervello umano, capacità che viene tenuta in funzione grazie ad un costante allenamento, come nel caso di un muscolo. L’esclusiva esposizione allo schermo si è sostituita al leggere e quindi alle formulazioni, ai ragionamenti ed anche ai calcoli che sono la base per tenere viva questa capacità di astrazione perché l’unica attività richiesta è quella di “assorbire” immagini che non devono più essere filtrate razionalmente. E’ indispensabile riuscire a fare un uso consapevole di tali tecnologie. Avere padronanza di queste forze tecnologiche è la vera sfida dell’epoca. E per aver la padronanza di queste forze è necessario tutto un lavoro di carattere squisitamente interiore: un lavoro che possa portare il soggetto, l’uomo, a riporre dentro di sé il proprio centro, il proprio essere, e proprio per non farsi travolgere dalla potenza titanica di tali forze e che è utile anche alla vita stessa dell’uomo in tutti i suoi ambiti semplicemente perché se l’uomo è centrato su se stesso riesce ad affrontare la vita nei suoi molteplici aspetti da quello quotidiano a quello spirituale e psicologico. E solo l’Uomo centrato su di sé, sarà in grado di sostenere l’impatto con l’eccesso delle informazioni presenti in rete e non capitolare di fronte alla “infodemia”che comporta il serio pericolo di mandare in overdose i nostri cervelli. Se si parla di rischio di “morte del pensiero”, non possiamo non considerare che anche il linguaggio andrà a perdere le sue specifiche proprietà, tra le quali la capacità di descrivere fenomeni ed oggetti. A questo si sta sostituendo la logica del computer che è riduzionista, ipertestuale e circolare. Il rischio analizzato di una profonda mutazione – in peggio – neuro-antropologica dell’essere umano, oltre che culturale, è andato di pari passo con l’analisi dell’andamento della macchina e dei media per poi ritrovare l’andamento umano e quello reale. E se restiamo su questo filone di ragionamento dobbiamo proseguire sostenendo che sia stato proprio Internet a farci capire che “tutto è uno”, che “tutto è collegato”, attraverso il continuo meccanismo di associazioni, e rimandi, tra persone e tra argomenti, e che può essere in realtà bypassato andando a scoprire il funzionamento stesso della menta umana. In parole povere, un paradosso. I cambiamenti apportati dalle forze mediatiche hanno modificato anche il nostro modo di ragionare, di pensare e di approcciarci. E’ chiaro che serve “qualcosa” per bilanciare perché solo dalla nascita di un nuovo equilibrio si può trarre beneficio dai nuovi cambiamenti senza però perdere ciò che ci caratterizza e ci rappresenta, come valore insostituibile. Un antidoto chiamato “logos”. Quel logos del quale è impregnata la storia della nostra Europa occidentale, mediterranea ed anche nordica e che dal mondo greco è giunto fino a noi, anche attraverso il cristianesimo. Un logos che è stato in grado di influenzare e confrontarsi con le altre parti del mondo e con il quale intendiamo sia la capacità di ragionare, ovvero di pensare oggettivamente, con capacità critica e razionale e di non farci sbilanciare dal pregiudizio, dalle credenze, dai sensi comuni e dai sentito dire. Logos come capacità di saper definire una cosa ed esprimerla sulla base delle sue unicità, differenze e caratteristiche, come per Platone e, in generale, il mondo greco. Il logos è una forza primordiale che anima il pensiero per come lo conosciamo e il ragionamento. Se alla base di tutto vi è un mondo sovrarazionale e trascendente, che prende forma sia nell’intuizione che nel modo di ragionare per poi descrivere l’intuizione e metterla in pratica, allora tale mondo è la sede del logos. E nell’Intelligence il supporto umanistico, di fronte alla rivoluzione dell’IA, permette un approccio filosofico-kantiano che unisce competenze scientifiche a quelle morali e filosofiche per gestire la transizione e che evidenzia l’importanza di non confondere la realtà virtuale con quella reale. In questo ambito il logos kantiano va inteso come ragione e discorso proprio dell’Uomo: non ci si deve occupare – infatti – solo della forma del pensiero ma anche delle strutture a priori, le categorie, che rendono possibile la conoscenza dell’esperienza. Per logos kantiano si vuole intendere che l’analista d’Intelligence riesce a cogliere la realtà assoluta come strumento conoscitivo essenziale, nell’ambito della sola esperienza sensibile. Non è di meno importanza la critica che cerca di definire i confini della ragione e che verifica il corretto funzionamento intellettuale. Oggi il pensiero di Immanuel Kant viene utilizzato per delimitare le potenzialità ed i rischi della tecnologia moderna, grazie agli strumenti critici che fornisce per comprendere il ruolo degli algoritmi e la natura della ragione umana rispetto a quella virtuale. In un’analisi d’Intelligence è il contributo dell’Umanista che permette – attraverso le conoscenze del logos kantiano – di aggiungere valore nel distinguere “ciò che appare” da “ciò che effettivamente è”: realtà e virtuale ! L’IA simula processi di organizzazione tramite l’esperienza: ma non possedendo ne autocoscienza né autonomia morale, propri della ragione umana la sua simulazione, oltre che restare tale, è anche incompleta. Gli analisti d’Intelligence sono consapevoli che le soluzioni prodotte dall’IA devono essere analizzate, anche secondo il giudizio morale umano, poiché non agiscono per altro che per calcolo statistico. Se Kant direbbe che l’IA è solamente un amplificatore della ragione ma non la ragione stessa, l’analista- umanista dell’Intelligence che lavora in termini propositivi e non solo critici studia ed analizza come prevenire la perdita della capacità di giudizio autonomo, non affidandosi solamente agli algoritmi. articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE
- PRESERVAZIONE SCENA DEL CRIMINE Guardie Giurate in contesto Urbano
Preservazione Scena del Crimine per le Guardie Particolari Giurate in un contesto Urbano. "In una società costellata di rischi imprevedibili, la Guardia Giurata non è solo un presidio di sicurezza, ma un fondamentale incaricato di pubblico servizio che, spesso per primo sulla scena del crimine, agisce come argine tra il caos e la legalità, garantendo la salvaguardia dei luoghi e la fondamentale integrità delle prove in attesa dell'autorità giudiziaria." L’obiettivo del corso è colmare il divario formativo delle Guardie Giurate, fornendo le competenze tecniche e operative spesso trascurate nei percorsi standard Durata: 4 ore Modalità: E-LEARNING Canale collegamento: MEET Quota: €50 Standard, €45 Partners, €40 Soci SQUAD Argomenti Formativi: - Inquadramento normativo e istituzionale - La scena del crimine in ambito urbano - Responsabilità, criticità e tutela della prova - Cooperazione interistituzionale e casi studio Conseguimento: Attestato partecipazione; Nota di merito; Albo Professionale; Iscrizione e partecipazione email: squadformazione@gmail.com whatsapp 3885845873
- Piazza Dante: non divide la "fratellanza" tra Guardie Giurate e Poliziotti. ( dr Dario Procida)
“Non è con i figuranti che si assicura il controllo del territorio - scrive il Sindacato - Gli operatori degli istituti di vigilanza privata sono lavoratori che meritano tutto il nostro rispetto (…) ma non possiamo però evitare di esprimere il nostro sconcerto rispetto a taluna politica che amministra la città di Trento e chi immagini bastino alcuni passaggi a sorpresa nel corso della giornata per contrastare l’azione della criminalità diffusa nel centro cittadino”. Con questa nota pubblicata dal SIULP Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia si riferisce all'arrivo di alcune guardie giurate in piazza Dante a Trento - per volontà del Comune - con l'obiettivo di monitorare la tranquillità della zona, degli avventori del LiberCafè e dei fruitori della biblioteca. Il SIULP sarebbe dovuto essere a conoscenza che il comune di Trento ha avviato attività di controllo nella zona suddetta, avendo fatto comunicazione preventiva alla Questura, proprio a seguito del protocollo "Mille occhi sulla Citta" Le criticità organiche della Polizia di Stato: Al 31 dicembre 2024, la Polizia di Stato registra una carenza di organico di 11.340 unità, circa il 10% in meno rispetto alla dotazione prevista. Nonostante i tentativi di reclutamento, le assunzioni coprono spesso solo i pensionamenti, lasciando l'effettivo a 92.687 agenti su 103.730 previsti, con un'età media elevata. Le carenze ammontano a 11.340 unità, risultanti dalla differenza tra la forza attuale e quella prevista per legge. Molte delle nuove assunzioni servono a compensare i pensionamenti (es. circa 70 a Palermo nel primo semestre 2025), non a incrementare la forza lavoro effettiva. Il 55% del personale della Polizia di Stato ha più di 45 anni. La mancanza di personale comporta un aumento dei tempi di attesa per gli interventi e una minore presenza sul territorio. (così si legge In una nota di Sky Tg24) Questo illustra solo in parte le complesse criticità in cui opera la Polizia di Stato. Troppo spesso, il loro operato subisce giudizi superficiali e degradanti da parte di chi, mosso da pregiudizi ideologici, ignora le reali difficoltà del servizio quotidiano; sfide su cui i sindacati dovrebbero realmente concentrarsi e per le quali la SQUAD esprime la propria vicinanza ai poliziotti. La risposta del Comune al sindacato non si è fatta attendere: "Non c’è alcuna volontà di “controllare il territorio” ma di assicurare la presenza di punti di riferimento qualificati ai frequentatori, anche giovanissimi, di questi edifici pubblici. Ci sembra offensivo definire le guardie giurate “figuranti” (…) e nessuno ha mai affermato che possano “fermare persone e procedere al controllo dei nominativi”. “Non è certo la Giunta - si legge ancora nel comunicato del comune di Trento, non sono certo il sindaco e gli assessori, definiti in modo sprezzante “neofiti della sicurezza”, in effetti fanno un altro mestiere a essere responsabili dei buchi negli organici delle forze di polizia. Si tratta peraltro di una situazione segnalata dal sindaco di Trento in sedi pubbliche e riservate, all’Anci e alle autorità competenti”. La Sicurezza del territorio: La sicurezza di un comune dipende da una responsabilità condivisa tra Stato ed Enti locali: il Prefetto (rappresentante dello Stato) gestisce l'ordine pubblico e la sicurezza generale, mentre il Sindaco è responsabile della sicurezza urbana, del decoro e della vivibilità locale, coordinando la Polizia Locale. Il Sindaco (Ufficiale di Governo) è il responsabile della sicurezza urbana, può emettere ordinanze contingibili e urgenti per prevenire gravi pericoli, contrastare il degrado (spaccio, prostituzione, abusivismo) e regolare orari o vendita di alcolici. A dare supporto alla sicurezza del territorio nel 2010 si è costituito un protocollo d'intesa nominato "Mille occhi sulla città" nato per iniziativa del Ministero dell'interno italiano, in tema di pubblica sicurezza, stipulato inizialmente tra il ministero, l'Associazione Nazionale Comuni Italiani e i vari istituti di vigilanza, al quale hanno poi aderito anche le prefetture, come ad esempio è avvenuto per la provincia di Roma. Negli ultimi anni, numerose amministrazioni comunali hanno riconosciuto l'importanza e l'efficacia del supporto fornito dalle Guardie Particolari Giurate, rivelatosi fondamentale anche per sopperire alle carenze d'organico. Se in passato, attraverso il protocollo 'Mille occhi sulla città', il ruolo della vigilanza privata si limitava alla mera segnalazione alle Forze di Polizia, oggi si è giunti a una collaborazione più stretta, con l'affidamento diretto della tutela del patrimonio comunale. Lo dimostra facendo una breve ricerca sui motori di ricerca: "Guardie Giurate - Comune" La Guardia Giurata nel suo ruolo: La guardia particolare giurata (GPG) è inquadrata giuridicamente come incaricato di pubblico servizio (art. 358 c.p.) durante l'esercizio delle sue funzioni di vigilanza e tutela dei beni. Non è un pubblico ufficiale, ma gode di tutele penali (contro minacce o lesioni) e la sua relazione di servizio fa fede. Non hanno poteri di polizia (es. non possono perquisire o fermare). In caso di reato, agiscono come privati cittadini (arresto o fermo in flagranza, art. 383 c.p.p.), mettendo subito il soggetto a disposizione delle forze dell'ordine. In caso di flagranza di reato, hanno le stesse facoltà di arresto previste per qualsiasi cittadino (art. 380 c.p.p.), con obbligo di immediata messa a disposizione delle forze dell'ordine. Nonostante le persistenti difficoltà legate al pieno riconoscimento del proprio ruolo giuridico e sociale, la Guardia Particolare Giurata continua a operare con i massimi standard di professionalità e dedizione. Ogni giorno, queste donne e questi uomini garantiscono la sicurezza dei beni a loro volta la sicurezza dei lavoratori, fruitori e dei cittadini, agendo come un pilastro silenzioso ma fondamentale del sistema di sicurezza integrata. Nonostante le Guardie Giurate operano in una carenza di: formazione da parte degli istituti sia limitata solo a quella prevista dalla legge; spirito d'appartenenza sia condizionato da una visione obsoleta esterna/interna; retribuzione non sia così dignitosa e pari al ruolo e al rischio che ricoprono, sono figure che oggi giorno sono presenti in diversi siti sensibili: Tribunali, Ospedali, Aeroporti, stazioni ferroviarie, metropolitane, porti, musei, centri storici, piazze e monumenti principali, sedi istituzionali, governative e siti legati a interessi stranieri, ambasciate e consolati, questo significa che ci sono prima che ogni cosa accada, e spesso per spirito umano intervengono anche in situazioni che non gli competono, che sarebbero di competenza di Pubblici Ufficiali, di certo non si voltano dall'altra parte! Fratellanza tra Guardie Giurate e Poliziotti Dal momento che la Polizia di Stato soffre questa carenza di organico e le Guardie Giurate vengono sempre inserite in un contesto di pubblica sicurezza e non come "figuranti", tra loro non è nata una separazione, ma una fratellanza tra Polizia di Stato e Guardie Giurate. Una fratellanza rappresenta un legame operativo profondo, nato dalla condivisione dello stesso territorio e dei medesimi rischi. Non si tratta solo di una collaborazione tecnica, ma di un supporto reciproco che si manifesta nel momento del bisogno, dove l'uno diventa la risorsa aggiuntiva dell'altro. In situazioni di criticità la distinzione tra pubblico e privato sfuma in favore della sicurezza collettiva. In un contesto di difficoltà operative, il supporto delle Guardie Giurate diventa vitale per permettere alla Polizia di concentrarsi sulle attività di ordine pubblico più complesse. Nonostante le differenze contrattuali o di inquadramento, sul campo vige un rispetto mutuo basato sulla dedizione e sul coraggio necessari per indossare una divisa. Dal semplice protocollo di segnalazione ("Mille occhi sulla città") si è passati a una fratellanza di intenti, dove la tutela dei beni comuni e della vita umana è l'obiettivo che unisce entrambi i corpi. Questa collaborazione non è solo un atto dovuto, ma una scelta di campo quotidiana: quella di stare dalla stessa parte, proteggendosi a vicenda per proteggere il cittadino. Articolo del Presidente Dario Procida ISCRIVITI AL CORSO
- Quando un cartello si spacca dall'interno (dr. Angelo De Pascale)
Il ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail al-Mazrouei, aveva detto pubblicamente già nel 2022 che il petrolio è "in modalità declino" e che credere nella sua permanenza è "wishful thinking". Era una dichiarazione insolita per il capo della politica energetica di uno Stato che fonda la propria ricchezza sugli idrocarburi. Non era pessimismo. Era una mappa del futuro che Abu Dhabi stava già seguendo in silenzio. Il 28 aprile 2026, Abu Dhabi ha fatto la mossa conseguente: ha comunicato l'uscita dall'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) e dall'alleanza allargata OPEC+, con effetto immediato dal 1° maggio. Il terzo produttore del gruppo se ne va dopo cinquantanove anni. E lo fa nel momento peggiore per le esportazioni del Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz ancora bloccato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran. Il paradosso è solo apparente. Una quota che costava un miliardo al giorno di opportunità perduta ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, ha una capacità produttiva di 4,85 milioni di barili al giorno. Dentro l'OPEC+, quella capacità era incatenata a una quota di 3,4 milioni. Un milione e quattrocentomila barili al giorno restava nel suolo, ogni giorno, mentre i costi infrastrutturali continuavano a girare. L'obiettivo dichiarato di ADNOC è raggiungere 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, attraverso investimenti già in corso nei campi offshore dell’Upper Zakum e nell’hub di Ruwais. Dentro l’OPEC, quell’obiettivo era strutturalmente irraggiungibile. La logica saudita, che governa il cartello da decenni, è price-defense: si taglia l'offerta per sostenere i prezzi, si accetta di produrre meno pur di vendere a prezzi alti. Funziona bene se sei l'Arabia Saudita, un'economia ancora profondamente dipendente dalle entrate petrolifere per finanziare la Vision 2030 e i suoi cantieri faraonici. Gli Emirati ragionano diversamente. Il petrolio del Murban, il greggio di riferimento emiratino, ha un'intensità di carbonio che è meno della metà della media mondiale. È tra i barili più economici da estrarre del pianeta. Quando hai questi costi, la tua strategia ottimale è l'inverso di quella saudita: produci il massimo adesso, finché il prodotto vale ancora qualcosa. Non difendi il prezzo, conquisti il volume. Le due logiche si scontravano nelle riunioni OPEC+, con gli Emirati che spingevano ad aumentare la produzione e Riad che continuava a imporre tagli. Bloomberg citava rischi di scissione già dal 2021. Il 2026 ha solo tolto la finzione che si potesse trovare un accordo duraturo. La scommessa sul picco della domanda Dietro la disputa tecnica sulle quote c'è una questione più grande. Le proiezioni dell'Agenzia Internazionale dell'Energia indicano che la crescita della domanda globale di petrolio rallenterà significativamente nei prossimi decenni in tutti gli scenari di transizione energetica, rafforzando la necessità per i produttori a basso costo di monetizzare le proprie riserve in modo efficiente. Non stiamo parlando di un crollo immediato: la domanda continuerà a crescere ancora qualche anno, poi si stabilizzerà, poi declinerà. Il punto è che ogni produttore che ragiona su orizzonti di vent'anni sa già che sta lavorando contro il tempo. Per chi ha costi di estrazione bassi e riserve abbondanti, c’è una strategia che gli analisti chiamano “last producer standing”: spingi adesso, conquista quote di mercato, monetizza le riserve prima che la transizione energetica le trasformi in stranded assets, cioè in risorse che resteranno nel sottosuolo perché non varrà più la pena estrarle. Gli Emirati non hanno mai dichiarato esplicitamente di seguire questa logica. Ma l'hanno costruita mattone dopo mattone: investimenti in Masdar per le rinnovabili, un accordo da cento miliardi di dollari con Washington nel settore energetico durante la visita di Trump a maggio 2025, target di net-zero al 2050. Abu Dhabi si sta comprando l'identità di "produttore responsabile" da esibire durante il tramonto dell'era del petrolio, garantendosi al tempo stesso la flessibilità per estrarre quanta più riserva possibile mentre il mercato regge. L'uscita dall'OPEC rimuove l'ultimo ostacolo formale a questa strategia. Hormuz come acceleratore, non come causa La guerra tra Stati Uniti e Iran ha fatto qualcosa di imprevisto: ha dimostrato che il modello emiratino aveva un punto cieco. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha fatto crollare la produzione degli Emirati da circa 3,6 milioni a 2,95 milioni di barili al giorno, in un contesto di interruzione globale dell’offerta superiore a 10 milioni di barili al giorno. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha stimato che i produttori del Golfo abbiano collettivamente sospeso circa 9,1 milioni di barili al giorno nell'aprile 2026. Stare dentro l'OPEC in questo contesto non aveva senso: le quote erano già state abbandonate nei fatti dalla crisi logistica. Ma il blocco ha reso visibile qualcosa di più profondo. Un'intera architettura di entrate può essere spenta da un chokepoint geografico che gli Emirati non controllano. Il terminale di Fujairah, sul Golfo dell'Oman, ha parzialmente compensato, ma la pipeline Habshan che lo alimenta ha una portata di 1,5 milioni di barili al giorno: insufficiente quando Hormuz è chiuso. Questa vulnerabilità trasforma il ragionamento sui tempi. Ogni barile lasciato nel suolo sotto la disciplina delle quote OPEC è un barile a rischio di diventare permanentemente inesportabile se lo stretto si chiude di nuovo. La guerra ha reso urgente quello che la transizione energetica rendeva necessario su scala di decenni. Riad resta sola a reggere il cartello La tesi confortante che circola sui mercati è che l'impatto immediato dell'uscita emiratina sia limitato, perché la guerra impedisce comunque alle esportazioni del Golfo di fluire regolarmente. È vero nel breve termine. Il problema è quello che succede dopo. Quando Hormuz riaprirà, gli Emirati si presenteranno senza vincoli di quota su un mercato che sarà affamato di barili. Le scorte globali sono ai minimi. La curva forward del Brent è già in backwardation profonda, il che significa che il mercato prezza petrolio più caro oggi che in futuro: un segnale di scarsità immediata che premia chi può produrre adesso. In quel momento, ADNOC potrà aprire i rubinetti senza dover chiedere il permesso a Riad. L'Arabia Saudita si ritrova nella posizione più scomoda della sua storia recente come guida del cartello. Con gli Emirati fuori, la lista dei Paesi OPEC scende a undici membri: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Libia e Nigeria. La loro uscita segue Angola nel 2024, Qatar nel 2019, Ecuador nel 2020. Un OPEC strutturalmente più debole, con minore capacità di riserva concentrata all'interno del gruppo, avrà sempre più difficoltà a calibrare l'offerta e stabilizzare i prezzi, con un effetto di maggiore volatilità nel mercato nel tempo. C'è una lettura che il mainstream energetico tende a non sviluppare. L'Arabia Saudita e gli Emirati non stanno solo divergendo sulla politica produttiva. Stanno divergendo su chi sono i loro alleati. Riad si sta avvicinando a Pechino, a Islamabad, ad Ankara, mentre Abu Dhabi si è posizionata come il più fedele alleato arabo del Golfo degli Stati Uniti. L'uscita dall'OPEC ha una firma geopolitica precisa, e non è rivolta solo verso Vienna. Il 1960 e la storia che si chiude storta L'OPEC nacque il 14 settembre 1960 a Baghdad, per iniziativa di Iraq, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. L'obiettivo era sottrarre il controllo delle risorse petrolifere alle grandi compagnie angloamericane, le "Sette Sorelle" che da decenni fissavano prezzi e quote in modo unilaterale, come documentò Enrico Mattei prima di diventarne vittima. Fu un atto di sovranità collettiva contro le multinazionali occidentali. Abu Dhabi vi aderì nel 1967, quattro anni prima che gli Emirati Arabi Uniti esistessero come stato. Nel 2026, uno dei suoi membri storici esce per allinearsi con Washington, stringere accordi con ExxonMobil, assecondare un presidente americano che da anni attacca il cartello. Il ciclo non si chiude in modo simmetrico: si chiude storto, con un'inversione che avrebbe del surreale se non fosse che ogni attore segue la sua logica di interesse. Gli Emirati non stanno tradendo un’ideologia. Non ne hanno mai avuta una, in senso stretto. Abu Dhabi ha sempre guardato all’OPEC come a uno strumento, non a un’identità. Quando lo strumento ha smesso di servire i suoi interessi, lo ha abbandonato. Nessun analista di mercato ha modificato le sue previsioni a breve termine dopo l’annuncio emiratino. Con Hormuz bloccato, il terzo produttore OPEC che esce dal cartello non sposta un barile. L’immediato è interamente in mano alla crisi iraniana. Ma quando lo stretto si riaprirà, e quando ADNOC inizierà a spingere verso i cinque milioni di barili al giorno senza nessun vincolo formale, la domanda che il mercato dovrà rispondere è diversa da quella che si pone oggi. Non quanto costa il petrolio adesso, ma chi ha ancora il potere di decidere quanto ne arriva al mondo. E se la risposta cambia, cambiano con essa decenni di architettura geopolitica costruita intorno alla rendita del Golfo. articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE
- Rapina all'Eurospin: scappa con la merce e aggredisce guardia giurata
Panico in via Tiburtina nel pomeriggio di mercoledì 6 maggio Ha rubato merce e l'ha nascosta nello zaino. Poi la fuga, nel corso della quale ha aggredito una guardia giurata. Sono stati momenti di panico quelli vissuti nel pomeriggio di mercoledì 6 maggio all'Eurospin di via Tiburtina, zona Casal Bruciato. Con i clienti dell'esercizio commerciale che hanno assistito attoniti alla scena. Rapina all'Eurospin I fatti sono accaduti intorno alle 15. Secondo quanto ricostruito, un 30enne tunisino - senza dimora e con precedenti - si è diretto verso gli scaffali. Con aria furtiva, ha scelto la merce da prelevare in particolare prodotti tecnologici e di abbigliamento, per un valore complessivo di 400 euro. La refurtiva è stata poi riposta nella sacca. Dopodiché, l'uomo ha deciso di lasciare la scena. Arrestato 30enne Una spesa "gratuita" ma che è stata interrotta appena è scattato l'allarme. Il fuggitivo si è trovato davanti un addetto alla sicurezza. Tra i due ne è nata una colluttazione, con il vigilante che è stato colpito e spintonato. Inizialmente viene segnalata la presenza di un uomo armato di coltello. Ma i carabinieri intervenuti hanno accertato che aveva con sé un accendino. In quelle fasi concitate il vigilante è riuscito in qualche modo a trattenere il ladro che è stato successivamente bloccato dai carabinieri. Il 30enne, arrestato, è stato accusato di rapina impropria. Non ci sono stati feriti. -- Roma, rapina all'Eurospin: scappa con la merce e aggredisce guardia giurata https://www.romatoday.it/cronaca/rapina-eurospin-via-tiburtina-6-maggio-2026.html © RomaToday ISCRIVITI AL CORSO
- Frode fiscale da 30 milioni, l'imprenditore 'riciclatore' arrestato in aeroporto: stava cercando di scappare a Dubai
Lo hanno fermato mentre stava per salire su un volo diretto a Dubai, mettendo fine a una vita che ormai era sempre più lontana dall'Italia. Francesco Franzin, imprenditore di 57 anni originario di Meolo ma da tempo residente negli Emirati e iscritto all'Aire, aveva già venduto quasi tutti i suoi immobili nel Veneziano quando i finanzieri lo hanno intercettato all'aeroporto Marco Polo. Con sé portava migliaia di euro in contanti e un portafoglio di criptovalute dal valore superiore ai 750mila euro, elementi che per gli investigatori confermavano il rischio di una fuga definitiva. Dietro questa partenza imminente si nascondeva, secondo la ricostruzione della Procura europea e della Guardia di Finanza, scrive il quotidiano Il Gazzettino, un sofisticato sistema di riciclaggio internazionale. Franzin è accusato di aver ripulito il denaro sporco proveniente da una gigantesca frode fiscale sull'Iva, un giro di fatture false e società fantasma che avrebbe movimentato complessivamente oltre 30 milioni di euro. L'indagine è una costola di quella che lo scorso aprile aveva portato allo smantellamento di una banca clandestina gestita da cittadini cinesi nel Padovano. Come funzionava il sistema Il ruolo di Franzin sarebbe stato quello di "lavandino" per i proventi illeciti di un'organizzazione criminale asiatica. Tra il 2020 e il 2021 l'imprenditore avrebbe movimentato oltre 4 milioni di euro in contanti: arrivava in Italia dagli Emirati, ritirava i sacchi di banconote e poi li faceva sparire oltre confine attraverso la Kaed Trading, una società con sede in Slovenia priva di una reale operatività commerciale. A incastrarlo è stata la sua stessa meticolosità: i finanzieri hanno infatti trovato una contabilità parallela in cui Franzin annotava con estrema precisione i ritiri di denaro, con scritte inequivocabili come "ricevute in contanti a Meolo" o "a Padova". Il meccanismo della frode prevedeva l'importazione di merci da Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti attraverso la società slovena, per poi rivenderle a imprese italiane compiacenti. Questo sistema permetteva di evadere sistematicamente l'Iva grazie a società "cartiere" destinate a fallire dopo pochi mesi, lasciando debiti milionari nei confronti dello Stato. L'arresto è scattato il 26 aprile, anticipando di un giorno il fermo programmato dopo che le intercettazioni avevano svelato l'intenzione di Franzin di non tornare più in Italia. Contestualmente al blocco in aeroporto, è stato eseguito un sequestro preventivo d'urgenza da 4,6 milioni di euro, considerato il profitto del reato. Nonostante il pubblico ministero avesse chiesto il carcere, il giudice ha concesso gli arresti domiciliari nell'abitazione della madre a Meolo. L'ordinanza prevedeva anche l'applicazione del braccialetto elettronico, ma al momento l'imprenditore ne è sprovvisto perché i dispositivi a disposizione della Procura europea sarebbero esauriti. Frode fiscale da 30 milioni, l'imprenditore 'riciclatore' arrestato in aeroporto: stava cercando di scappare a Dubai
- Chiede di giocare a calcio ma viene respinto, giovane inizia a sparare: morti 18enne e una donna
Stavano giocando a calcio tra amici vicino a un parco giochi di una scuola elementare a Grand Rapids, in Michigan, quando un giovane di qualche anno più grande di loro si è avvicinato e ha chiesto loro se poteva unirsi. I ragazzini, tra i 13 e i 14 anni, si sono guardati e hanno rifiutato. Il 18enne avrebbe allora estratto una pistola e aperto il fuoco contro uno di loro, continuando a premere il grilletto anche contro una donna che era intervenuta schierandosi per i ragazzini. Il 14enne è morto sul colpo, l’adulta è deceduta in un secondo momento dopo essere stata portata d’urgenza in ospedale. La lite per la partita e gli spari L’allarme è scattato intorno alle 18.40 del pomeriggio di martedì 5 maggio nei pressi della Southwest Elementary School. “C’erano almeno sette o otto ragazzi qui fuori, tutti minorenni. Ma anche ragazzi più grandi che hanno assistito a una scena semplicemente orribile da vedere per chiunque, figuriamoci per dei minorenni”, ha detto Joe Trigg, capo della polizia ad interim a Grand Rapids. Secondo la prima ricostruzione delle forze dell’ordine, i ragazzi stavano facendo una partitella a calcio quando un ragazzo 18enne ha chiesto di essere incluso: “Per qualche motivo è stato respinto. Non gli è piaciuto il fatto di essere stato respinto, quindi è iniziato un alterco verbale che ha portato il sospettato a estrarre un’arma da fuoco e sparare”. Durante l’alterco, una donna era intervenuta in difesa dei ragazzi. Per questo motivo, sarebbe stata presa di mira a sangue freddo. L’arresto del sospettato e la comunità sconvolta Il sospettato, subito dopo aver aperto il fuoco, è fuggito. Di lì a poco le forze dell’ordine lo hanno catturato e arrestato. Il distretto scolastico di Grand Rapids ha deciso di annullare le lezioni di mercoledì alle due scuole Southwest Elementary e Southwest Middle School per permettere ai giovani studenti di “elaborare ciò che è successo nel nostro quartiere”. Chiede di giocare a calcio ma viene respinto, giovane inizia a sparare: morti 18enne e una donna
- Crans-Montana, l’Italia chiede un risarcimento di almeno 300’000 euro
È la richiesta avanzata nel procedimento giudiziario relativo all’incendio d’inizio anno - Ma dapprima la Repubblica deve potersi costituire parte civile La Repubblica italiana ha di recente depositato la richiesta di costituirsi parte civile nel procedimento penale relativo alla tragedia di Capodanno di Crans-Montana. E intende così far valere pretese civili di almeno 300’000 euro per il danno subito, come rivela RTS che ha visionato la lettera di 7 pagine datata 29 aprile e indirizzata al Ministero pubblico vallesano. Una somma che dovrebbero versare gli imputati in caso di condanna. Ma nel caso che si tratti di rappresentanti dello Stato, la responsabilità sarà della collettività. In altre parole, se funzionari o politici eletti di Crans-Montana dovessero essere condannati, sarebbe il Comune a dover pagare. Ma prima che la repubblica possa far valere la pretesa di risarcimento, deve potersi costituire come parte civile, come si legge nello scritto redatto dall’avvocato Romain Jordan, che nell’ambito della vicenda rappresenta tra l’altro diverse famiglie di vittime dell’incendio. Il sostegno dell’Italia alla Svizzera Uno scritto in cui il legale ricorda innanzitutto che nel rogo sono morti 6 cittadini italiani e altri 14 sono rimasti gravemente feriti. E aggiunge che nelle ore successive alla tragedia, l’Italia ha adottato numerose misure per fornire “sostegno alle autorità elvetiche”. L’avvocato Jordan cita in particolare l’invio di un elicottero della protezione civile con personale sanitario e tecnico, l’organizzazione dei trasferimenti medici d’urgenza dei cittadini italiani feriti, il sostegno psicologico ai familiari, l’invio di squadre di valutazione, il coordinamento e l’assistenza sanitaria, il supporto alle operazioni di identificazione delle vittime e il rimpatrio in aereo delle salme. “Lesione diretta del patrimonio” Secondo l’avvocato, le spese sostenute dall’Italia costituiscono “una lesione diretta del patrimonio”. La repubblica è quindi “legittimata a prendere parte al procedimento penale in qualità di parte civile”. Nella sua lettera alle procuratrici responsabili dell’incarto, Romain Jordan spiega anche perché il danno può essere stimato in almeno 300’000 euro: si parla di 45’000 euro “per il sostegno psicologico e il supporto operativo”, 70’000 euro “per il trasferimento dei feriti in Italia”, e 120’000 euro “per il rimpatrio delle bare e delle famiglie interessate”. In attesa della decisione delle procuratrici L’avvocato sottolinea comunque che il danno finanziario sarà ancora più importante. “Si tratta di una prima stima, limitata alle spese del Dipartimento della protezione civile, che dovrà essere completata con i costi supplementari sostenuti da altre amministrazioni e dalle regioni, in particolare quelli sanitari legati alla presa a carico dei feriti”. Nel frattempo le procuratrici devono ancora decidere se consentire alla repubblica italiana di costituirsi parte civile nel procedimento penale. Una richiesta analoga era già stata depositata dal Comune di Crans-Montana, ma era stata respinta.. fonte: Crans-Montana, l’Italia chiede un risarcimento di almeno 300’000 euro - RSI
- Assalti armati ai portavalori e bancomat, arrestati altri due componenti della banda che terrorizzava il Nuorese
I due, Serafino Biancu di Orgosolo e Luigi Masia di Oschiri, farebbero parte dell'organizzazione sgominata lo scorso novembre dalla Squadra mobile di Nuoro, con l'arresto di sette persone Con due arresti eseguiti stamattina, la Squadra mobile della questura di Nuoro ha chiuso il cerchio sulla banda di rapinatori accusata di numerosi assalti e rapine a furgoni poretavalori e bancaomat che per mesi ha terrorizzato il Nuorese. Gli agenti, su disposizione del gip del Tribunale di Nuoro, hanno arrestato Serafino Biancu di Orgosolo e Luigi Masia di Oschiri, ritenuti componenti della banda sgominata nel novembre scorso con un'operazione di polizia che portò in carcere sette persone. A novembre era finiti in manette Michele Carta, 41 anni Siniscola, Riccardo Mercuriu, 30 anni di Mamoiada, Antonio Saccheddu, 35 anni di Orgosolo, Alessandro Dessolis, 41 anni di Orgosolo, Giovanni Piras, 29 anni di Orgosolo, e Pasquale Musina, 49 anni, anche lui di Orgosolo, ai quali si era aggiunto, dopo qualche giorno di latitanza, Peppino Puligheddu, 60 anni, di Orgosolo. Tutti i colpi messi a segno dalla banda armata Le indagini che hanno portato agli arresti di novembre e odierni, sono iniziate il 13 marzo 2025 quando, a seguito di un assalto armato a un furgone portavalori nella zona di Torpè, che ha visto i malviventi impossessarsi di una valigetta con all’interno 90mila euro. L’attività investigativa ha consentito di raccogliere gravi elementi indiziari a carico di un sodalizio criminale dedito a furti, rapine e assalti a portavalori, portando a ricostruire la responsabilità, di una lunga serie di crimini, tra cui l’assalto a mano armata con uso di esplosivo al bancomat delle poste di Oliena, avvenuto il 15 agosto 2025, e quello ai Monopoli di Stato nel deposito di Pratosardo. Qui, dopo aver usato uno dei mezzi rubati come ariete, sono stati trafugati scatoloni di sigarette per un valore di circa 300 mila euro; durante l’assalto, per ostacolare l’intervento delle forze dell’ordine, sulle strade di accesso alla zona sono stati gettati numerosi chiodi sulla carreggiata e posizionati due simulacri di ordigno.L’attività investigativa ha anche fatto emergere come gli arrestati progettassero di effettuare altri assalti armati a esercizi commerciali della provincia, ma i servizi di prevenzione messi in campo dalla questura di Nuoro hanno impedito che le attività criminali progettate potessero avere seguito. In particolare, nel mese di agosto scorso, la banda aveva predisposto un assalto armato ad un furgone portavalori che sarebbe transitato sulla 131dcn proveniente da Olbia e diretto a Cagliari. I rapinatori si erano riuniti all’interno di un capannone nella zona industriale di Siniscola, con armi, esplosivo e mezzi rubati, pronti a effettuare il colpo. Ma il sistema preventivo messo in campo dalla polizia di Stato, con il provvidenziale dirottamento dei furgoni portavalori in transito, aveva impedito la rapina. Durante l’indagine è stato anche possibile ricostruire numerosi furti di auto e furgoni, nelle province di Nuoro, Oristano e Sassari, mezzi poi utilizzati dalla banda per gli assalti. -- Assalti armati ai portavalori, arrestati altri due componenti della banda che agiva nel Nuorese https://www.sassaritoday.it/cronaca/assalti-armati-portavalori-bancomat-arresti-nuoro.html © SassariToday PARTECIPA AL CORSO PROFESSIONALE












