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Gli Umanisti al servizio delle analisi d’Intelligence, tra logos kantiano ed l’IA. (dr.ssa Bellomi Daniela)


Un’analisi d’ Intelligence non potrà mai essere gestita dall’IA e nemmeno dalla nuova ed evoluta “generativa”. L’IA generativa sfida la conoscenza, almeno nella sua concezione classica, e dovrebbe  amplificare le capacità umane nonché agire come uno strumento di supporto alla creatività. Gli Umanisti, nelle analisi d’Intelligence, riflettono sulle interazioni dell’IA ed il loro è un pensiero complesso e sfaccettato, che attraversa i rischi etici, culturali ed antropologici senza, però, farsi mancare l’entusiasmo per la possibilità di potenziare ed amplificare le capacità umane: è chiaro che tutto questo cerca di essere vissuto e gestito con equilibrio senza perdere di vista l’obiettivo finale. Per un Umanista l’idea e la fattibilità di poter utilizzare uno strumento di maggior forza come l’Intelligenza aumentata – soprattutto in ambito aziendale – è auspicabile perché, come ogni strumento di supporto, può liberare gli umani da compiti ripetitivi e permettere, quindi, una maggiore concentrazione sul pensiero critico e sulla creatività. Gli umanisti vedono l'IA come un’ opportunità che può potenziare l'umano ma anche degradarlo, a seconda di come decidiamo di progettarla, educarla ed utilizzarla. E l’ingente mole di informazioni che arriva ed arriverà da questa, oltre che dal web e dal digitale, impone di tenere attiva la lucidità del proprio pensiero ma anche di restare saldi e non farsi trasportare dalle correnti con una buona analisi, con il discernimento e con la capacità critica. Ma anche con ragionamenti articolati e sintesi. L’essere umano deve restare al centro, evitando che la tecnologia diventi un fine in sé o un padrone. E la preoccupazione di disumanizzazione e di analfabetismo funzionale sono al centro della riflessione: una diminuzione del quoziente intellettivo medio,   l’analfabetismo funzionale e la perdita del pensiero critico possono essere compromessi da un uso eccessivo dell’IA e dei social. Per la maggior parte dei Filosofi l’IA ha la capacità di agire ma senza intelligenza, vera comprensione o coscienza umana: il suo valore risiede nell’implementazione delle capacità operative di una macchina. L’IA non è quindi un sostituto ma solo uno strumento di supporto. La lucidità mentale oltre che l’ equilibrio, soprattutto in ambito emozionale, o in quello della “quiete meditativa”, sono strumenti fondamentali per quanto riguarda l’uso dei media e della ingente mole di informazioni, rappresentata da contenuti scritti, articoli, blog, bacheche di Facebook. Ma non solo: video, immagini canzoni, tutto quello che vediamo, sentiamo ed ascoltiamo in Internet o che Noi stessi produciamo per, poi, condividerlo sempre in Internet. E’ proprio in questi contesti che va messa a frutto l’aderenza del saper pensare e ragionare. Il web può anche stimolare intuizione, profondità ed analogia purché si riesca a mantenere, nell’Essere Umano, la centralità del proprio Sè. E’ proprio nell’uso della tecnologia e di quella mediatica che ci si deve fermare a riflettere sulla capacità di pensiero. Il mondo  digitale, il web e il mondo della tecnologia-mediatica rispettano precise dinamiche: reintegrano, unificano ed uniscono in una sola totalità. E queste sono dinamiche mentali diverse dal precedente modo di pensare e di ragionare, secondo il percorso di apprendimento culturale. Il punto per gli Umanisti non è attaccare il nuovo metodo ma “accettare”, “integrare” e vivere a pieno la società fondata sull’avvento dei nuovi media ma entrando in relazione con essi e comprendendoli, senza perdersi. Questo, in particolare, è l’approccio dell’analista d’Intelligence con formazione Umanistica che lavora per ottenere il miglior risultato sinergico tra due “mondi” che possono essere percepiti lontani e nemici. Ma questo atteggiamento è controproducente e limitativo, ai fini di una buona analisi. Creare sinergia significa aver compreso che i nuovi media presentano percorsi mentali riarticolati oltre ad un linguaggio multimediale immersivo, interattivo, sensualizzante e operativizzante. Il territorio della metacognizione non è più governato solo dalla scrittura ma anche dalle esperienze immersive e reticolari, oltre che di connessione. In un’analisi d’Intelligence, per esempio, bisogna tenere sempre presente che se prima ci si doveva occupare della stabilità culturale di un individuo, oggi si deve tenere presente che lo stesso individuo può essere molto più sensibile ad ogni forma di trasformazione e questo rende la visione dello scenario di fondo e di ogni singolo attore più fluido e, volendo, sfuggente oltre che assolutamente rapido nel cambiamento. La raccolta stessa delle informazioni non può solo seguire una sequenzialità lineare ma contemplare le connessioni reticolari, i collegamenti associativi e la ovvia conclusione che – non solo più gli analisti – ma anche “il Chi” e “il cosa” possono costituire, essere o costruire forme di conoscenza diverse e rapporti di causa-effetto diversi. Infatti la stessa connessione continua, con continui rimandi associativi senza causa-effetto lineari impone l’osservazione di una rete basata su nodi fondamentali e non consequenziali. E’ innegabile che con l’avvento dei nuovi media c’è stata – ed è in corso – una modifica neuro- antropologica dell’Uomo, in particolare nelle nuove generazioni. Una delle modifiche che preoccupa l’Umanista è la perdita della capacità di astrazione del cervello umano, capacità che viene tenuta in funzione grazie ad un costante allenamento, come nel caso di un muscolo. L’esclusiva esposizione allo schermo si è sostituita al leggere e quindi alle formulazioni, ai ragionamenti ed anche ai calcoli che sono la base per tenere viva questa capacità di astrazione perché l’unica attività richiesta è quella di “assorbire” immagini che non devono più essere filtrate razionalmente. E’ indispensabile riuscire a fare un uso consapevole di tali tecnologie. Avere padronanza di queste forze tecnologiche è la vera sfida dell’epoca. E per aver la padronanza di queste forze è necessario tutto un lavoro di carattere squisitamente interiore: un lavoro che possa portare il soggetto, l’uomo, a riporre dentro di sé il proprio centro, il proprio essere, e proprio per non farsi travolgere dalla potenza titanica di tali forze e che è utile anche alla vita stessa dell’uomo in tutti i suoi ambiti semplicemente perché se l’uomo è centrato su se stesso riesce ad affrontare la vita nei suoi molteplici aspetti da quello quotidiano a quello spirituale e psicologico. E solo l’Uomo centrato su di sé, sarà in grado di sostenere l’impatto con l’eccesso delle informazioni presenti in rete e non capitolare di fronte alla “infodemia”che comporta il serio pericolo di mandare in overdose i nostri cervelli. Se si parla di rischio di “morte del pensiero”, non possiamo non considerare che anche il linguaggio andrà a perdere le sue specifiche proprietà, tra le quali la capacità di descrivere fenomeni ed oggetti. A questo si sta sostituendo la logica del computer che è riduzionista, ipertestuale e circolare. Il rischio analizzato di una profonda mutazione – in peggio – neuro-antropologica dell’essere umano, oltre che culturale, è andato di pari passo con l’analisi dell’andamento della macchina e dei media per poi ritrovare l’andamento umano e quello reale. E se restiamo su questo filone di ragionamento dobbiamo proseguire sostenendo che sia stato proprio Internet a farci capire che “tutto è uno”, che “tutto è collegato”, attraverso il continuo meccanismo di associazioni, e rimandi, tra persone e tra argomenti, e che può essere in realtà bypassato andando a scoprire il funzionamento stesso della menta umana. In parole povere, un paradosso. I cambiamenti apportati dalle forze mediatiche hanno modificato anche il nostro modo di ragionare, di pensare e di approcciarci. E’ chiaro che serve “qualcosa” per bilanciare perché solo dalla nascita di un nuovo equilibrio si può trarre beneficio dai nuovi cambiamenti senza però perdere ciò che ci caratterizza e ci rappresenta, come valore insostituibile. Un antidoto chiamato “logos”. Quel logos del quale è impregnata la storia della nostra Europa occidentale, mediterranea ed anche nordica e che dal mondo greco è giunto fino a noi, anche attraverso il cristianesimo. Un logos che è stato in grado di influenzare e confrontarsi con le altre parti del mondo e con il quale intendiamo sia la capacità di ragionare, ovvero di pensare oggettivamente, con capacità critica e razionale e di non farci sbilanciare dal pregiudizio, dalle credenze, dai sensi comuni e dai sentito dire. Logos come capacità di saper definire una cosa ed esprimerla sulla base delle sue unicità, differenze e caratteristiche, come per Platone e, in generale, il mondo greco. Il logos è una forza primordiale che anima il pensiero per come lo conosciamo e il ragionamento. Se alla base di tutto vi è un mondo sovrarazionale e trascendente, che prende forma sia nell’intuizione che nel modo di ragionare per poi descrivere l’intuizione e metterla in pratica, allora tale mondo è la sede del logos. E nell’Intelligence il supporto umanistico, di fronte alla rivoluzione dell’IA, permette un approccio filosofico-kantiano che unisce competenze scientifiche a quelle morali e filosofiche per gestire la transizione e che evidenzia l’importanza di non confondere la realtà virtuale con quella reale. In questo ambito il logos kantiano va inteso come ragione e discorso proprio dell’Uomo: non ci si deve occupare – infatti – solo della forma del pensiero ma anche delle strutture a priori, le categorie, che rendono possibile la conoscenza dell’esperienza. Per logos kantiano si vuole intendere che l’analista d’Intelligence riesce a cogliere la realtà assoluta come strumento conoscitivo essenziale, nell’ambito della sola esperienza sensibile. Non è di meno importanza la critica che cerca di definire i confini della ragione e che verifica il corretto funzionamento intellettuale. Oggi il pensiero di Immanuel Kant viene utilizzato per delimitare le potenzialità ed i rischi della tecnologia moderna, grazie agli strumenti critici che fornisce per comprendere il ruolo degli algoritmi e la natura della ragione umana rispetto a quella virtuale. In un’analisi d’Intelligence è il contributo dell’Umanista che permette – attraverso le conoscenze del logos kantiano – di aggiungere valore nel distinguere “ciò che appare” da “ciò che effettivamente è”: realtà e virtuale ! L’IA simula processi di organizzazione tramite l’esperienza: ma non possedendo ne autocoscienza né autonomia morale, propri della ragione umana la sua simulazione, oltre che restare tale, è anche incompleta. Gli analisti d’Intelligence sono consapevoli che le soluzioni prodotte dall’IA devono essere analizzate, anche secondo il giudizio morale umano, poiché non agiscono per altro che per calcolo statistico. Se Kant direbbe che l’IA è solamente un amplificatore della ragione ma non la ragione stessa, l’analista- umanista dell’Intelligence che lavora in termini propositivi e non solo critici studia ed analizza come prevenire la perdita della capacità di giudizio autonomo, non affidandosi solamente agli algoritmi.


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