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Quando un cartello si spacca dall'interno (dr. Angelo De Pascale)

Il ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail al-Mazrouei, aveva detto pubblicamente già nel 2022 che il petrolio è "in modalità declino" e che credere nella sua permanenza è "wishful thinking". Era una dichiarazione insolita per il capo della politica energetica di uno Stato che fonda la propria ricchezza sugli idrocarburi. Non era pessimismo. Era una mappa del futuro che Abu Dhabi stava già seguendo in silenzio.

Il 28 aprile 2026, Abu Dhabi ha fatto la mossa conseguente: ha comunicato l'uscita dall'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) e dall'alleanza allargata OPEC+, con effetto immediato dal 1° maggio. Il terzo produttore del gruppo se ne va dopo cinquantanove anni. E lo fa nel momento peggiore per le esportazioni del Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz ancora bloccato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran.

Il paradosso è solo apparente.

Una quota che costava un miliardo al giorno di opportunità perduta

ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, ha una capacità produttiva di 4,85 milioni di barili al giorno. Dentro l'OPEC+, quella capacità era incatenata a una quota di 3,4 milioni. Un milione e quattrocentomila barili al giorno restava nel suolo, ogni giorno, mentre i costi infrastrutturali continuavano a girare. L'obiettivo dichiarato di ADNOC è raggiungere 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, attraverso investimenti già in corso nei campi offshore dell’Upper Zakum e nell’hub di Ruwais. Dentro l’OPEC, quell’obiettivo era strutturalmente irraggiungibile.

La logica saudita, che governa il cartello da decenni, è price-defense: si taglia l'offerta per sostenere i prezzi, si accetta di produrre meno pur di vendere a prezzi alti. Funziona bene se sei l'Arabia Saudita, un'economia ancora profondamente dipendente dalle entrate petrolifere per finanziare la Vision 2030 e i suoi cantieri faraonici. Gli Emirati ragionano diversamente. Il petrolio del Murban, il greggio di riferimento emiratino, ha un'intensità di


carbonio che è meno della metà della media mondiale. È tra i barili più economici da estrarre del pianeta. Quando hai questi costi, la tua strategia ottimale è l'inverso di quella saudita: produci il massimo adesso, finché il prodotto vale ancora qualcosa. Non difendi il prezzo, conquisti il volume.

Le due logiche si scontravano nelle riunioni OPEC+, con gli Emirati che spingevano ad aumentare la produzione e Riad che continuava a imporre tagli. Bloomberg citava rischi di scissione già dal 2021. Il 2026 ha solo tolto la finzione che si potesse trovare un accordo duraturo.

La scommessa sul picco della domanda

Dietro la disputa tecnica sulle quote c'è una questione più grande. Le proiezioni dell'Agenzia Internazionale dell'Energia indicano che la crescita della domanda globale di petrolio rallenterà significativamente nei prossimi decenni in tutti gli scenari di transizione energetica, rafforzando la necessità per i produttori a basso costo di monetizzare le proprie riserve in modo efficiente. Non stiamo parlando di un crollo immediato: la domanda continuerà a crescere ancora qualche anno, poi si stabilizzerà, poi declinerà. Il punto è che ogni produttore che ragiona su orizzonti di vent'anni sa già che sta lavorando contro il tempo.

Per chi ha costi di estrazione bassi e riserve abbondanti, c’è una strategia che gli analisti chiamano “last producer standing”: spingi adesso, conquista quote di mercato, monetizza le riserve prima che la transizione energetica le trasformi in stranded assets, cioè in risorse che resteranno nel sottosuolo perché non varrà più la pena estrarle.

Gli Emirati non hanno mai dichiarato esplicitamente di seguire questa logica. Ma l'hanno costruita mattone dopo mattone: investimenti in Masdar per le rinnovabili, un accordo da cento miliardi di dollari con Washington nel settore energetico durante la visita di Trump a maggio 2025, target di net-zero al 2050. Abu Dhabi si sta comprando l'identità di "produttore responsabile" da esibire durante il tramonto dell'era del petrolio, garantendosi al tempo stesso la flessibilità per estrarre quanta più riserva possibile mentre il mercato regge. L'uscita dall'OPEC rimuove l'ultimo ostacolo formale a questa strategia.

Hormuz come acceleratore, non come causa

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha fatto qualcosa di imprevisto: ha dimostrato che il modello emiratino aveva un punto cieco. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha fatto crollare la produzione degli Emirati da circa 3,6 milioni a 2,95 milioni di barili al giorno, in un contesto di interruzione globale dell’offerta superiore a 10 milioni di barili al giorno. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha stimato che i produttori del Golfo abbiano collettivamente sospeso circa 9,1 milioni di barili al giorno nell'aprile 2026.

Stare dentro l'OPEC in questo contesto non aveva senso: le quote erano già state abbandonate nei fatti dalla crisi logistica. Ma il blocco ha reso visibile qualcosa di più profondo. Un'intera architettura di entrate può essere spenta da un chokepoint geografico che gli Emirati non controllano. Il terminale di Fujairah, sul Golfo dell'Oman, ha parzialmente compensato, ma la pipeline Habshan che lo alimenta ha una portata di 1,5 milioni di barili al giorno: insufficiente quando Hormuz è chiuso.

Questa vulnerabilità trasforma il ragionamento sui tempi. Ogni barile lasciato nel suolo sotto la disciplina delle quote OPEC è un barile a rischio di diventare permanentemente


inesportabile se lo stretto si chiude di nuovo. La guerra ha reso urgente quello che la transizione energetica rendeva necessario su scala di decenni.

Riad resta sola a reggere il cartello

La tesi confortante che circola sui mercati è che l'impatto immediato dell'uscita emiratina sia limitato, perché la guerra impedisce comunque alle esportazioni del Golfo di fluire regolarmente. È vero nel breve termine. Il problema è quello che succede dopo.

Quando Hormuz riaprirà, gli Emirati si presenteranno senza vincoli di quota su un mercato che sarà affamato di barili. Le scorte globali sono ai minimi. La curva forward del Brent è già in backwardation profonda, il che significa che il mercato prezza petrolio più caro oggi che in futuro: un segnale di scarsità immediata che premia chi può produrre adesso. In quel momento, ADNOC potrà aprire i rubinetti senza dover chiedere il permesso a Riad.

L'Arabia Saudita si ritrova nella posizione più scomoda della sua storia recente come guida del cartello. Con gli Emirati fuori, la lista dei Paesi OPEC scende a undici membri: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Libia e Nigeria. La loro uscita segue Angola nel 2024, Qatar nel 2019, Ecuador nel 2020. Un OPEC strutturalmente più debole, con minore capacità di riserva concentrata all'interno del gruppo, avrà sempre più difficoltà a calibrare l'offerta e stabilizzare i prezzi, con un effetto di maggiore volatilità nel mercato nel tempo.

C'è una lettura che il mainstream energetico tende a non sviluppare. L'Arabia Saudita e gli Emirati non stanno solo divergendo sulla politica produttiva. Stanno divergendo su chi sono i loro alleati. Riad si sta avvicinando a Pechino, a Islamabad, ad Ankara, mentre Abu Dhabi si è posizionata come il più fedele alleato arabo del Golfo degli Stati Uniti. L'uscita dall'OPEC ha una firma geopolitica precisa, e non è rivolta solo verso Vienna.

Il 1960 e la storia che si chiude storta

L'OPEC nacque il 14 settembre 1960 a Baghdad, per iniziativa di Iraq, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. L'obiettivo era sottrarre il controllo delle risorse petrolifere alle grandi compagnie angloamericane, le "Sette Sorelle" che da decenni fissavano prezzi e quote in modo unilaterale, come documentò Enrico Mattei prima di diventarne vittima. Fu un atto di sovranità collettiva contro le multinazionali occidentali. Abu Dhabi vi aderì nel 1967, quattro anni prima che gli Emirati Arabi Uniti esistessero come stato.

Nel 2026, uno dei suoi membri storici esce per allinearsi con Washington, stringere accordi con ExxonMobil, assecondare un presidente americano che da anni attacca il cartello. Il ciclo non si chiude in modo simmetrico: si chiude storto, con un'inversione che avrebbe del surreale se non fosse che ogni attore segue la sua logica di interesse.

Gli Emirati non stanno tradendo un’ideologia. Non ne hanno mai avuta una, in senso stretto. Abu Dhabi ha sempre guardato all’OPEC come a uno strumento, non a un’identità. Quando lo strumento ha smesso di servire i suoi interessi, lo ha abbandonato.

Nessun analista di mercato ha modificato le sue previsioni a breve termine dopo l’annuncio emiratino. Con Hormuz bloccato, il terzo produttore OPEC che esce dal cartello non sposta un barile. L’immediato è interamente in mano alla crisi iraniana.

Ma quando lo stretto si riaprirà, e quando ADNOC inizierà a spingere verso i cinque milioni di barili al giorno senza nessun vincolo formale, la domanda che il mercato dovrà rispondere


è diversa da quella che si pone oggi. Non quanto costa il petrolio adesso, ma chi ha ancora il potere di decidere quanto ne arriva al mondo. E se la risposta cambia, cambiano con essa decenni di architettura geopolitica costruita intorno alla rendita del Golfo.


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