Cultural Intelligence e Human Intelligence: L’insostituibilità del Fattore umano e culturale nell’era delle Fonti Online E degli Algoritmi (dr. Stefano Bassi)
- dr. Stefano Bassi

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Il presente saggio muove dall’intervento dell’autore al convegno organizzato da SQUAD S.M.P.D. dal titolo “Human Intelligence: quando la fonte umana diventa lo strumento più potente”, tenutosi il 21 aprile 2026.

La Cultural Intelligence non è una semplice competenza accessoria o un vezzo del sapere, costituisce, al contrario, un fondamento epistemologico dell'attività di Intelligence contemporanea, in particolare nell’analisi dei contesti, sia strategici che tattici e operativi, e nell’attività di Human Intelligence, anche identificata con il noto acronimo HUMINT, che si basa sul rapporto diretto con fonti umane.
La Cultural Intelligence permette infatti di conoscere, decodificare e comprendere la complessità dei contesti geopolitici, sociali, economici e religiosi e, appunto, culturali e sub-culturali che caratterizzano fenomeni, territori e relative popolazioni di interesse. Il presente contributo esplora le applicazioni pratiche della disciplina negli ambiti militare, della pubblica sicurezza e aziendale, sottolineando come la comprensione profonda delle dinamiche di un luogo sia il principale antidoto, se non l'unico, efficace per contrastare bias, pensiero diretto o convergente e disinformazione, palesi e notori nemici numero uno dell’analisi di intelligence.

Cultural Intelligence: definizione e perimetro
La Cultural Intelligence consiste nella ricerca e acquisizione di una conoscenza olistica e stratificata della cultura e delle fenomenologie storiche, politiche e sociali dei luoghi in cui ha ad esplicarsi l'attività di Intelligence, in primis di quella da fonti umane, quindi basata sul rapporto diretto tra le parti.
Si tratta di una attività che pertanto abbraccia a trecentosessanta gradi Paesi, località e popolazioni, la loro storia, la geopolitica, la struttura e organizzazione delle comunità, il sentimento identitario e le sue manifestazioni, le religioni, le lingue e i dialetti, la presenza di minoranze, l'attivismo sociale e i separatismi, gli usi, costumi e credenze, i modi di fare in contesti pubblici e privati, le discriminazioni e i marcatori sociali, ecc.
Fare Cultural Intelligence significa pertanto sviluppare abilità cognitive, sociali e relazionali per comprendere e riconoscere che persone di culture diverse hanno risposte, stili di lavoro e di vita differenti, adattando di conseguenza il proprio modo di relazionarsi, in particolare quando l’interfaccia umano è finalizzato all’acquisizione di notizie e dati da tradurre, mediante l’analisi di intelligence, in informazioni e, quindi, in conoscenza utile per supportare i processi decisionali.
Tali culture è bene sottolineare che non variano drasticamente non solo tra aree del mondo e nazioni, ma spesso tra singole regioni di un dato Paese e persino territori più circoscritti, di livello provinciale se non addirittura comunale, vuoi ad esempio per peculiarità storiche o per la presenza di minoranze o, ancora, in ragione di particolari tensioni sociali o fenomeni di tipo criminoso radicati.
La Cultural Intelligence è quindi, al pari della geopolitica, una bussola culturale e analitica per leggere le relazioni e desumere informazioni in profondità e con consapevolezza, sviluppando un sapere proattivo e predittivo basato sulla conoscenza contestualizzata e interrelata col passato e con le dinamiche che caratterizzano società e territorio.
Quest’attività, trasversale e di ampio respiro, consente di implementare la capacità di relazionarsi con le persone e di interagire efficacemente con culture diverse, di contestualizzare gli interessi, i sentimenti, la storia e le culture altrui, di comprendere comportamenti peculiari e saper adattare i propri modi di porsi, di svolgere proficuamente attività informativa, di ponderare selezione e classificazione delle fonti e di valutarne l’affidabilità.
Soprattutto, la Cultural Intelligence preventiva permette di eliminare preconcetti, sconfiggere o, quantomeno, estraniarsi nell’attività di intelligence dai propri demoni interiori di carattere ideologico, di abbattere preconcetti personali o indotti dalla disinformazione derivante da fonti online e social media, per orientarsi verso una visione terza e oggettiva dei fenomeni di interesse, trasmutando l’approccio nella relazione con le fonti, evitando quindi errori di prospettiva che, ancor più di quelli di opinione, sono pericolosi per il ciclo di intelligence e sovente tali da inficiare un’analisi e danneggiare il processo decisorio che ne consegue.
Cultural Intelligence, quoziente culturale e intelligenza culturale
La Cultural Intelligence è quindi sinonimo anche di quoziente culturale, ovverosia della capacità di relazionarsi e lavorare efficacemente in contesti culturalmente diversi. Non si limita pertanto alla conoscenza e alla sensibilità culturale, ma implica un approccio azionabile per adattarsi, comprendere e operare con successo attraverso diverse culture, sia a livello personale che organizzativo. Questa abilità si basa sui seguenti pilastri, come identificati in dottrina da P. Christopher Earley della London Business School e Soon Ang della Nanyang Business School: motivazione, quale interesse e fiducia in sé stessi nel connettersi con culture diverse, fondamentale nella HUMINT (cd. CQ Drive); conoscenza delle norme, pratiche e convenzioni culturali (cd. CQ Knowledge); consapevolezza metacognitiva e pianificazione preventiva e durante le interazioni interculturali, il che presuppone l’imprescindibile analisi e studio delle aree e genti di interesse a livello storico, geografico, sociale, politico, ecc. (cd. CQ Strategy); capacità di adattare il proprio comportamento e comunicazione in situazioni diverse (cd. CQ Action).
Nell’ambito delle succitate quattro capacità, il comune denominatore è l'interesse e il piacere nelle interazioni interculturali, fattore determinante e chiave che migliora il funzionamento personale nelle relazioni, che porta a un efficacie adattamento al contesto e a una positiva prestazione nell’attività informativa.
In questo ambito si innesta lo sviluppo dell’”intelligenza culturale”, quale abilità sociale e cognitiva, comunicativa e di connessione umana.
La componente socio-cognitiva è fondata sullo studio sistematico della cultura e del territorio di interesse operativo per adattare, di conseguenza, il proprio comportamento e l’approccio con le persone del luogo e, pertanto, l’analisi delle informazioni derivate dall’attività di relazione. Vi sono ad esempio paesi un cui le interazioni non formali tra persone di sesso diverso sono oggetto di disapprovazione o grave equivoco (es. India e Pakistan) o vietate per legge (es. Sharia); altri in cui premature aperture amichevoli sono giudicate maleducazione ed eccessiva amichevolezza spontanea può essere interpretata come sospetta o invadente, lesiva della riservatezza (es. Giappone, Paesi Scandinavi, Russia), mentre altrove lo stesso comportamento è considerato cortesia (America latina, Romania, Spagna, ecc.); altri in cui permangono differenze marcate di classe, di identità politico-religiosa e codici comportamentali di cui tener conto nelle relazioni interpersonali (es. Gran Bretagna).
La capacità di comunicazione comprende la padronanza linguistica in senso stretto di un idioma in base al contesto specifico, ad esempio in un ambiente operaio inglese vi sono terminologie ed espressioni ben diverse e non da usare in contesti aristocratici nella stessa località, non solo per sconvenienza ma, soprattutto, perché inidonei a creare la connessione con l’interlocutore se non addirittura impeditivi della stessa. La capacità comunicativa non riguarda però solo la lingua parlata, bensì anche la capacità di ricambiare i gesti per dimostrare di comprendere e saper interagire nella comunicazione non verbale (l’esempio classico è il gesto “sì” e “no” con il movimento del capo, che ha significato opposto in Bulgaria e Albania rispetto alla consuetudine italiana), di usare il tono della voce in modo appropriato (parlare con tono di voce alto è irrispettoso in Finlandia ad esempio, mentre è consueto e sinonimo di sincerità in molto paesi latini, ecc.). Ricambiando queste azioni, e attenzioni, si attiva la componente fisica dell'empatia culturale, più potente della parola.
La connessione emotiva, infine, è costituita dall’autodeterminazione a interagire con gli altri manifestando empatia e interesse. Mettere in pratica le conoscenze culturali acquisite è infatti il modo migliore per assicurarsi il successo in un'interazione positiva in un contesto diverso dal proprio.
L'obiettivo in ambito HUMINT è pertanto affinare costantemente le proprie capacità e accrescere la propria sicurezza ai fini di un incontro con culture diverse, connettendosi con queste e stimolando un dialogo basato su comprensione, ricerca dell’affinità e comune interesse, così massimizzando le probabilità di successo di un'interazione positiva.
Cultural Intelligence e interazione con le discipline “INT”
La Cultural Intelligence è il risultato di una raccolta e analisi sistematica da fonti eterogenee al fine di acquisire conoscenza utile per interagire con un determinato contesto.
Per alimentare e costruire Cultural Intelligence sono utili e necessarie diverse discipline dell’Intelligence.

L’Open Source Intelligence (OSINT), svolta mediante raccolta e analisi sistematica e legale di informazioni pubblicamente disponibili, non solo online, ma anche mediante testi, pubblicazioni accademiche, stampa, ecc. è imprescindibile in quanto attività preordinata all’acquisizione di informazioni di carattere storico, geografico, geopolitico, per l’analisi culturale, sociale, demografica, economica e sulla fenomenologia criminosa, producendo informazioni integrate geoculturali per luogo e fenomenologie di interesse. L’OSINT permette oggi, inoltre, di acquisire consapevolezza situazionale in tempo reale (es. con siti e app quali RSOE-Emergency and Disaster Information Service, Liveuamap, ecc.), in quanto gli eventi (bellici, terroristici, reati gravi contro la persona, calamità, emergenze sanitarie, ecc.) possono avere impatti, percezioni e conseguenze diverse in base alle differenti culture e background. L’attività OSINT deve essere svolta in modo accurato e approfondito, multifronte e multi-fonte (si pensi, ad esempio, alle notizie diversamente riportate da diverse testate giornalistiche o da siti di chiaro orientamento, come spesso oggi avviene circa i conflitti in essere); diversamente, se condotta in modo scadente o monodirezionale, l'OSINT diventa una fonte di disinformazione, di alimentazione di bias e preconcetti, di falsa fiducia, tale da inficiare gravemente il ciclo di intelligence e gli obiettivi della Cultural Intelligence.
La SOCMINT (Social Media Intelligence) integra l'OSINT analizzando il sentiment sui social media (Twitter, Facebook, TikTok, ecc.) e sulla messaggistica pubblica o semi-pubblica, fornendo spesso un accesso privilegiato a resoconti di testimoni oculari e a segnali anticipatori, a indicatori in tempo reale e nel breve periodo, a notizie locali non fruibili su siti web e che riflettono sentimenti e culture specifiche. Il tutto permette di ottenere e collezionare materiale informativo non diffuso e non reperibile mediante OSINT, di monitorare e gestire la disinformazione, di approfondire la figura di una fonte umana di interesse.
GEOINT (Geospatial Intelligence) e IMINT (Imagery Intelligence) permettono la visualizzazione geostorica e socio-culturale su di un territorio di interesse. Mediante immagini satellitari, cartografiche e piattaforme di mappatura GIS e GPS, in modalità diatopica (diverse scale e dettagli) e diacronica (su base cronologica) è possibile integrare e arricchire la Cultural Intelligence con la conoscenza geografica di ubicazione di comunità, separatismi, movimenti e luoghi di aggregazione comunitaria o di fazione, con la mappatura ambienti (urbani, industriali, fisici, di rilievo politico, ecc.) e quartieri (es. periferie metropolitane ad elevata penetrazione di immigrati nordafricani), di effettuare scelte logistiche, di percorsi e diversificazione degli stessi, di comprendere scelte urbanistiche su base etnica (es. grandi città francesi), politico-religiosa (es. Irlanda del Nord), etnico-linguistica (es. Transilvania), ecc. Il tutto al fine della preparazione di ricognizioni dirette e, nel complesso, per il supporto all’attività HUMINT.
L’IMINT, inoltre, permette la ricerca di informazioni testuali da immagine e il riconoscimento di luoghi e persone di interesse, attività anch’esse preordinate all’effettuazione di intelligence da fonti umane.

E proprio l’Human Intelligence, come non può prescindere per la sua effettività e performance dalla Cultural Intelligence, è altresì disciplina estremamente utile e primaria per la conoscenza culturale, in quanto l’interazione diretta con fonti umane di interesse, quali politici e amministratori, giornalisti, protagonisti del tessuto sociale (es. abitanti di una località target) ed economico di interesse (es. operatori del settore marittimo o energetico di una data nazionalità o area di operatività), forze di polizia e militari, e svariati soggetti di estrazione eterogenea, permette di acquisire elementi per un’analisi politica, sociale e culturale per luogo specifico e fenomenologia di interesse, di comprendere consuetudini e usi, presagire e anticipare cambiamenti ed eventi, individuare e interpretare condotte contestualizzate e segnali nei comportamenti dei singoli e nelle comunità.
OSINT, SOCMINT, HUMINT, GEOINT e IMINT consentono dunque di avere un quadro complessivo del contesto culturale operativo, imprescindibile per effettuare intelligence relazionale diretta, per selezionare fonti umane multiple, eterogenee e calibrate alle necessità e agli obiettivi prefissati, per inserire proficuamente e in sicurezza personale in teatro operativo.
La sinergia HUMINT-Cultural Intelligence nel Risk Management
L'integrazione tra fattore umano e cultura è proattiva e olistica. Nell’applicazione delle norme ISO 31000:2018 e ISO 31030:2021, l'analisi del contesto culturale permette di comprendere le circostanze che impattano sull’analisi di rischio e sulle scelte strategiche.
Consente altresì di corroborare la continua attività di comunicazione e consultazione, selezionando informatori e classificando gli interlocutori in base a predisposizione culturale, conoscenza e competenza (criterio della familiarità) e in base alla propensione e disponibilità all’interazione e al fornire notizie (criterio della predisposizione).

In questa specifica attività valutativa degli interlocutori è utile impiegare una matrice interpolando familiarità e predisposizione, come individuata da Harnser Group in “A Reference Security Management Plan for Energy Infrastructure” redatto per la Commissione europea, così individuando interlocutori privilegiati, principali, di basso rilievo e di scarso rilievo.
La sinergia tra HUMINT e Cultural Intelligence alimenta non solo il Risk Assessment ma anche il ciclo di intelligence tradizionale così come quello definito con l’acronimo DIKI (Data-Information-Knowledge-Intelligence) dalla norma ISO 31050:2023, in cui, principiando dalla raccolta di elementi grezzi da notizie fornite da fonti diverse, si addiviene al relativo trattamento, strutturato su attività di esame, ordinamento e verifica, per ricavare informazioni da interpretare al fine della produzione di conoscenza azionabile per assumere decisioni consapevoli.
Vantaggi della Cultural Intelligence ai fini della Human Intelligence
HUMINT e Cultural Intelligence si arricchiscono e alimentano reciprocamente, creando un flusso trans-settoriale di informazioni e conoscenza. I vantaggi sono molteplici, sia sul piano epistemologico che prettamente operativo.
La Cultural Intelligence favorisce l’integrazione con il luogo di lavoro o assegnazione in missione mediante la conoscenza, formando e sensibilizzando adeguatamente il personale; permette di conquistare la fiducia dei contatti umani partendo dalla loro cultura, agevolando comprensione e rispetto reciproco, facilitando la creazione di rapporti di interesse unilaterale ma assai spesso con convenienza reciproca; consente di adottare misure informate per minimizzare i rischi nei rapporti con la collettività e con le comunità locali, per calibrare la creazione di una rete di informatori e gestirla nel tempo, con continuità ed efficacia. Permette altresì, e questo è di rilevante importanza sia in ambito privato che di pubblica sicurezza e militare, di selezionare e assegnare personale idoneo ai contesti per estrazione culturale, comportamenti, capacità relazionali e linguistiche, affinità elettiva a territori e popolazioni (ad esempio, all’Est Europa anziché al Sud America o al Nord Africa, ecc.).
Fare tutto questo consente di massimizzare gli effetti dell’attività operativa, creando punti di incontro e ancoraggio di idee e argomenti per stimolare il dialogo e la raccolta di notizie da analizzare e trasformare in conoscenza. In particolare, si rilevano i seguenti benefici: empatia cross-culturale, adattamento operativo, sviluppo e implementazione della connessione umana, eliminazione di errori di prospettiva e scorciatoie mentali, complessivo sviluppo di un sapere scientifico da tradurre a beneficio dell’attività sul campo.
Immedesimazione nella realtà culturale e comprensione del contesto sono infatti imprescindibili per ricavare informazioni da fonti umane instaurando dialoghi coerenti e calibrati su temi condivisi e utili; ciò significa “parlare la stessa lingua”, facilitando la comprensione reciproca, il non commettere errori su argomenti sensibili, non sottovalutare la storia di un luogo o gli eventi più meno recenti che lo hanno interessato e che hanno impattato su sentimenti e percezioni della popolazione. Significa altresì integrare l’attività HUMINT all’ambiente, favorendo la discrezione e il comfort operativo, sviluppare una connessione umana basata su rapporti di amicizia ovvero su interessi connessi alla cultura di estrazione e allo status quo relativo alla fonte (interessi economici, ideologici, di ego dell’informatore, ecc.).
La Cultural Intelligence accorda a chi la pratica il grande benefico insito nel contrasto a bias e alle scorciatoie mentali, nella eliminazione di preconcetti e del rischio da sviamento di pensiero, che conducono a scenari non realistici, limitazioni più o meno volontarie all’efficienza operativa e determinazioni monodirezionali.
E così acconsente il privilegio di sviluppare un sapere epistemologico, fondato su di un approccio oggettivo con una prospettiva integrata umana, storica e culturale, che permette di sviluppare una conoscenza scientifica, un’abilità interpretativa e informativa non comune e la capacità di andare anche controcorrente e di valutare scientemente e oggettivamente eventi e condotte, dote questa sempre più rara in un’epoca di polarizzazione del pensiero, in cui pulsioni politiche e disinformazione invadono discipline che non consentono improvvisazioni e superficiali interpretazioni, come avviene in materia di diritto internazionale, disciplina di cui troppi si riempiono la bocca senza averne le basi o avendone tuttavia assai offuscate da ideologie (vedasi, ad esempio, le campagne politiche contro lo Stato di Israele, le eterne polemiche sulle azioni di legittima difesa preventiva, la questione groenlandese in cui un mal posto accordo di associazione è stato diffuso come una minaccia di annessione). Epoca in cui si assiste costantemente alla strumentalizzazione di fatti di cronaca per colpire intere comunità, al confondere termini con significato antropologico e geoculturale profondamente diverso (ad esempio il confondere l’etnia “Rom” con i cittadini romeni), al sottovalutare che vi sono nazioni composte da una moltitudine di diversificate e inconciliabili etnie (es. India, ex Jugoslavia, ecc.) e da territori con profonde differenze economiche, sociali e culturali (come in Romania, Inghilterra, Francia e anche in Italia stessa per certi aspetti), all’ergersi a giudici fallaci e inutili definendo buoni e cattivi, ciò che è bianco e ciò che è nero, quando invece spesso il grigio è il colore dominante e per questo va analizzato con idonei strumenti e basi culturali non nelle facoltà di tutti.
Tra gli approcci e buone pratiche di Human Intelligence derivate dalla Cultural Intelligence si annoverano utili indicazioni operative, quali l’avvicinarsi con discrezione ai contatti, basando l’approccio sulla cultura, sulla storia dei luoghi e sull’appartenenza sociale, geografica, politica e religiosa, ecc. dell’interlocutore; il non voler primeggiare, il non far prevalere il proprio ego nelle relazioni, a meno che, sulla base dell’analisi del contesto culturale, non si ritenga opportuno utilizzare la propria posizione in chiave dominante per obiettivi di intelligence; il prevenire da principio rischi da incomprensioni e conflitti comunicativi, l’evitare temi specifici e sensibili ovvero affrontarli con abilità e senza creare disagi o conflittualità.
Il fulcro per una produttiva HUMINT è spesso il “parlare la stessa lingua”, da intendersi quale comunanza e comunione di competenze e interessi e altresì di idee, convinzioni e orientamenti. Quest’ultima condivisione può essere tanto reale quanto simulata, così è preferibile fare svolgere attività di Human Intelligence in un determinato contesto geografico o culturale da chi ha davvero propensione per esso (affinità reale), ad esempio, per l’Est Europa anziché per l’Africa; parimenti l’affinità può essere artatamente simulata, come ad esempio il fingersi anarchico o estremista, avendone tutte le capacità per farlo, al fine di svolgere attività informativa diretta all’interno di movimenti antagonisti, ecc.
Parimenti, in ogni ambito e contesto, è necessario disporre di più interlocutori/informatori, diversi e non collegati, di strati sociali e culturali differenti, non dipendendo in tal modo da una singola fonte o prospettiva, perché fare ciò esporrebbe inevitabilmente a immagini distorte, vulnerabilità alla manipolazione e alla disinformazione. Queste fonti, anche avvalendosi della Cultural Intelligence, vanno sempre classificate per affidabilità, disponendo così di una gerarchia di fonti verificate e testate, avendo cura di non avere fretta nel convalidare informazioni, soppesando sempre la conoscenza derivata dalla Cultural Intelligence con le notizie apprese dal contatto diretto, applicando un processo logico-cognitivo di inferenza, così evitando errori di superficialità e sottostime, derivati dall’utilizzo del pensiero diretto anziché di quello laterale.
Human Intelligence e Cultural Intelligence in ambito militare
La NATO, al pari della dottrina, definisce la HUMINT come "una categoria di intelligence derivata da informazioni raccolte e fornite da fonti umane".

La HUMINT è in ambito militare una fonte di pregnante valore di spionaggio e controspionaggio, attuata mediante infiltrazioni in incognito (sotto copertura) e attività di cosiddetta “quinta colonna”, ossia attività clandestina organizzata in territorio nemico od ostile per favorire l’ingresso e l’operatività da parte di unità speciali o convenzionali. Nelle Forze Armate Italiane, le attività HUMINT sono prevalentemente svolte da dall’AISE (già SISMI sino alla riforma dei Servizi di Informazione del 2007), dalle Forze Speciali (FS - Tier 1 NATO) e dalle Forze per Operazioni Speciali (FOS - Tier 2 NATO), dal 28° Reggimento “Pavia” e dal 13° Reggimento Humint dell’Esercito.
Il 28° Reggimento “Pavia”, si occupa propriamente di “Comunicazioni Operative e Operazioni Psicologiche (PSYOPS)”, quelle cioè finalizzate a creare, consolidare o incrementare il consenso della popolazione locale nei confronti dei contingenti militari impiegati in missione all’estero e rappresenta la componente che più interpreta le nuove frontiere della guerra moderna e ibrida, affiancandosi ai reparti dedicati all’esecuzione sia delle operazioni speciali sia di quelle convenzionali. Il 13° Reggimento Humint, inserito nella Brigata Informazioni Tattiche dell’Esercito, è organizzato per impiegare le sue unità nelle missioni fuori area in piccoli nuclei, è costituito da personale proveniente da diverse specialità e componenti dell'Esercito e svolge propriamente attività di Human Intelligence operando nelle missioni in cui sono impegnati i contingenti italiani.
La Cultural Intelligence è rilevante per la pianificazione strategica e tattica e nell’attuazione delle operazioni, con lo studio della psicologia e della cultura dell’avversario e del contesto operativo specifico, in termini religiosi, sociali e di tradizioni, usi e costumi. Ciò permette di agire rispettando cultura e diritti quesiti e fondamentali della parte avversaria, di poter operare sfruttando i punti deboli derivanti dal contesto socio-culturale-religioso (paure, timori, credenze, tradizioni, ecc.), di prevenire e debitamente considerare condotte estreme e altamente critiche da parte del nemico, in quanto per esso connaturate alle proprie radici culturali e religiose, come ad esempio l’assenza di rispetto dei diritti umani, l’uso di scudi umani quali bambini e donne, la normalizzazione di abusi, tortura, rituali religiosi e crudeltà connesse, ecc. L’analisi stessa rileva altresì nei rapporti con la popolazione non ostile e con formazioni e gruppi, statuali e non, collaborativi, o quantomeno neutrali, in particolare nelle operazioni di peace-keeping, peace-enforcement e peacebuilding.
Un ruolo strategico affidato alle comunicazioni operative e alle operazioni psicologiche che non può prescindere dalla Cultural Intelligence, è altresì quello di dissuasione e combat reducing. Esse, infatti, sia mediante le attività tradizionali di diffusione di informazioni su carta stampata, volantinaggio, radio, video e mass media, ecc. che di contatto diretto, possono contribuire a “piegare la resistenza del nemico senza combattere” (PSYOPS).
Particolarmente significativo è inoltre il frequente impiego di membri del GIS, del 1° Reggimento “Tuscania”, del GOI della Marina Militare e del 9° Reggimento “Col Moschin” in team dedicati alle PSYOPS nell’ambito delle missioni internazionali, anche unitamente al personale del 13° Reggimento e del 28° Reggimento, nonché ai fini propriamente di intelligence e di acquisizione di informazioni dirette sul campo nel quadro delle operazioni ISR (Intelligence, Surveillance, Recognition) / ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance).
Altresì rilevante è l’impiego sinergico di Cultural e Human Intelligence nel quadro delle azioni volte al consolidamento della fiducia da parte di civili e non belligeranti, delle operazioni per il mantenimento della pace, di stabilizzazione e gestione delle crisi umanitarie e, complessivamente, nelle attività CIMIC (Civil Military Cooperation). In questi ambiti è infatti di pregnante importanza il sapersi relazionare con le popolazioni locali e l’adeguare l’attività ai contesti specifici, utilizzando le discipline di interesse per trovare chiavi di lettura e approccio positivo, instaurare sinergie locali, monitorare proattivamente il teatro operativo, comprendere dinamiche e agire proattivamente, fermamente quanto rispettosamente.

È doveroso sottolineare in merito la comprovata capacità delle Forze Armate italiane nelle attività oggetto di trattazione, grazie alla naturale predisposizione italiana alle relazioni interpersonali e alla preparazione, appunto culturale, delle risorse operative ai fini delle operazioni fuori teatro. Gli esempi pratici citabili sono molteplici, ma valgano su tutti le relazioni createsi in Iraq e Afghanistan nelle operazioni di Military Assistance, nelle attività di peace-enforcement svolte in Kosovo (KFOR), riuscendo a interagire positivamente tanto con la popolazione di etnia serba che con quella albanese musulmana e valorizzando tali relazioni nel tempo, nelle attività di Military Police in Bosnia Erzegovina e di cooperazione di polizia bilaterale in Albania condotte dal 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti e dalla Multinational Specialized Unit (MSU) dell’Arma.
Human Intelligence e Cultural Intelligence nell’antiterrorismo e di polizia
Agenzie di Informazioni e Sicurezza (AISI e AISE) e Forze dell’Ordine, nell’ambito della prevenzione e contrasto del terrorismo, sia di matrice islamica che di estremismo politico, operano una attività di intelligence attiva con infiltrazione sia diretta che mediante informatori.
La Cultural Intelligence è in questi ambiti fondamentale per direzionare e supportare la HUMINT circa competenze e conoscenze relative a devianze di matrice religiosa, fondamentalismi, sentiment e possibilità di dialogo con le comunità religiose, ad esempio con imam e rappresentanti più o meno affidabili e più o meno collaborativi; a ideologie politiche e movimenti sottesi; a formazioni sociali, movimenti spontanei e organizzati, valutandone possibili dirette o mediate interazioni con movimenti terroristici (emblematici e attuali sono alcune frange e relazioni da attenzionare in seno ai movimenti “pro-pal” ad esempio); a pratiche di indottrinamento e radicalizzazione nell’ambito della popolazione carceraria, in quartieri “ghetto”, ecc.
Parimenti utile è l’impiego della Cultural Intelligence nel reclutamento di avversari, operando il cosiddetto controspionaggio offensivo, attività volta a individuare, neutralizzare e sfruttare le risorse avversarie, infiltrandone le reti o reclutandole come doppiogiochisti. Questa attività non può prescindere dalla conoscenza approfondita dei contesti e dalla profilazione delle fonti umane, per poter proficuamente attrarre e utilizzare le stesse. Di questa attività sono stati inventori e maestri i nostri Servizi, come magistralmente e accessibilmente descritto dal Dott. Marco Mancini, già dirigente del SISMI, nel suo libro “Le regole del gioco”.
I medesimi canoni, basati sui principi della Cultural Intelligence applicati alla HUNINT, sono utilizzati per la prevenzione e contrasto dei reati ascrivibili alla sfera della criminalità organizzata, si pensi allo studio storico, sociale e finanche religioso delle diverse associazioni a delinquere di stampo mafioso su base regionale e interregionale in Italia, così come dei cosiddetti reati comuni contro la persona, contro il patrimonio e connesse a traffici illeciti.

Si citano, a fini esemplificativi, alcuni casi di intelligence culturale in ambito anticrimine quali l’analisi della devianza giovanile in contesto urbano, con approfondimento circa estrazione culturale, nazionalità di origine familiare, contesto urbanistico, sociale ed economico, hot spot e vittimologia; l’analisi circa l’abuso di alcol con ripercussioni di ordine e sicurezza pubblica, indagando frange sociali e luoghi di aggregazione, soggetti esposti e consumatori abituali anche per motivazioni di carattere culturale, ecc.; lo studio e conoscenza di sub-culture relative allo spaccio e consumo di stupefacenti, l’analisi dei luoghi di spaccio e contesti specifici, la riferibilità sociale ai diversi tipi di stupefacenti, la contezza del mercato e l’utilizzo di consumatori abituali quali fonti; la conoscenza delle culture in cui determinate condotte in ambito familiare o nei confronti delle donne sono riconosciute legittime e che in Italia sono invece penalmente perseguibili, oltre che moralmente non accettabili; l’approfondimento sociale e psicologico della subcultura ultras e delle ideologie politiche connesse (estrema destra ed estrema sinistra, movimenti antagonisti), lo studio della “geopolitica” delle alleanze e rivalità tra tifoserie, ai fini della gestione preventiva dell’ordine pubblico e dell’infiltrazione nei gruppi di interesse.
Human Intelligence e Cultural Intelligence in ambito aziendale e di Corporate Security
Prevalentemente di competenza del Security Manager, trattasi di attività fortemente integrate di analisi del contesto esterno e interno, di management transdisciplinare e di compliance.
Di primaria importanza, come precedentemente accennato citando la normativa tecnica sul Risk Management, è l’analisi del contesto esterno relativo alle realtà geografiche e località specifiche in cui l’ente opera ed è presente, od ove intende operare in futuro, soprattutto in relazione agli aspetti storici, sociali, etnici, religiosi e culturali, alla presenza di organizzazioni, associazioni e movimenti a rischio e alla loro capacità attrattiva, alle implicazioni sulla sicurezza degli asset aziendali e, complessivamente, sul business.
Comprendere culture e conoscere luoghi e circostanze specifiche permette di supportare le scelte aziendali ad ogni livello (strategico, tattico, operativo e organizzativo-gestionale) e di acquisire quanto necessario per il Risk Assessment (identificazione, analisi e valutazione dei rischi) in relazione a commesse, cantieri, investimenti e operazioni.
Altrettanto di rilievo è l’analisi del contesto interno con riferimento al personale lavoratore (nella più ampia accezione di cui all’art. 2 del D.Lgs. 81/2008), a partner e fornitori, adottando opportune attività di Human Resource Intelligence, Procurement Intelligence e Supply Chain Risk Management, per individuare minacce e rischi connessi ad attivismi sospetti, iniziative opache, catene di fornitura e movimenti di risorse.
L’analisi del contesto culturale interno ed esterno è poi imprescindibile per adeguare e aggiornare i Modelli Organizzativi di Gestione e Controllo ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Basti pensare a numerosi reati presupposto, come la criminalità organizzata e la corruzione, i reati con finalità di terrorismo, alle fattispecie di violazione dei diritti umani, al razzismo e alla xenofobia, ecc.
Allo stesso modo, l’intelligence umana e culturale è utilizzabile per la gestione dei rischi insider ed endogeni di security, siano essi in ambito di infedeltà lavorativa e antifrode, indagando motivazioni, opportunità e razionalizzazione o mentalità, cioè il cosiddetto “triangolo della frode” di Donald Cressey, sia in relazione a delitti, molto di attualità, quali il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo in ambito aziendale, e alle ipotesi di concorso e favoreggiamento in reati contro il patrimonio materiale e immateriale.
L’attività integrata descritta consente altresì di aggiornare e calibrare Codice Etico, Codice Disciplinare e le procedure attinenti alla compliance (es. responsabilità etica e sociale, parità di genere, policy di diversità e inclusione, ecc.), anche in relazione a episodi riferibili a contesti specifici e parametri culturali di singoli o di gruppo, ad esempio in materia di antisemitismo, di esercizio arbitrario di ragioni e di modalità di manifestazione del pensiero, nel rispetto e nei limiti della libertà stessa ai sensi dell’art. 21 della Costituzione.
L’investimento e l’incentivazione della Cultural Intelligence abbinata alla HUMINT permette di attuare un security management olistico e proattivo, altrimenti non applicabile né da remoto né tantomeno con il ricorso alla eccessivamente inflazionata intelligenza artificiale.
La conoscenza, che solo la fonte umana selezionata e gestita con i canoni dell’intelligence culturale può consentire, si estrinseca in molteplici attività tra le quali è doveroso citare, tra le principali, la sensibilizzazione e la formazione del personale, la Threat Intelligence, quale visione integrata e strutturata del panorama degli elementi fattuali e delle minacce rilevanti per una determinata organizzazione, settore, regione od operazione in un orizzonte temporale definito, la predisposizione di Vademecum o Scheda Paese/destinazione ai fini della attività di Travel Risk Management (sia in Italia che all’estero), l’adeguamento di Security Plan integrati con il DVR e la progettazione di Security Evacuation Plan per cantieri e attività in luoghi a rischio (politico, sociale, bellico, calamità naturali, ecc.).
Consente altresì, come già affermato nella presente trattazione, di interfacciarsi correttamente e produttivamente con personale locale, comunità, partner commerciali, subappaltatori, fornitori, Enti Locali e Istituzioni,

in un clima di fiducia reciproca, di prevenire dissidi, di conquistare e coltivare la fiducia nei luoghi in cui l’azienda opera, nonché di assumere decisioni informate, quali non entrare in un mercato o entrarvi limitando l'esposizione, il trasferire il rischio e il condividerlo con altri portatori di interessi, e di effettuare un’attività consapevole e informata di Business e Competitive Intelligence, mediante relazioni pubbliche e osservazioni passive, partecipazione ad eventi, ricerche di mercato, interviste a clienti in base a contesti geoculturali specifici, acquisizione diretta o mediata di informazioni commerciali.
Il battito del cuore umano e l'algoritmo
A conclusione della presente dissertazione emerge come l'Intelligence umana non possa essere né compresa né svolta da lontano e tramite concetti mediati; essa richiede un approfondimento trasversale e transdisciplinare che solo la Cultural Intelligence consente, dando la possibilità di interagire compiutamente, consapevolmente ed efficacemente con le fonti in modo diretto.
Sebbene oggi si tenda ad assolutizzare l’uso delle fonti sul web e degli applicativi di intelligenza artificiale, l’esperienza in ambito tanto di intelligence di Stato quanto aziendale dimostra come un algoritmo non sia sufficiente per vincere una guerra di informazioni né per comprendere scenari e dinamiche ed effettuare analisi previsionali a supporto del processo decisionale, sia esso a favore del Governo così come della governance d’impresa.
La HUMINT rimane e sempre sarà la disciplina sovrana che indirizza, supporta e convalida ogni altra forma di intelligence. Nonostante siano numerosi i detrattori dell’intelligence umana, tanto a livello politico quanto aziendale, perché ritenuta troppo onerosa e persino dannosa e pericolosa, la Human Intelligence supportata dalla Cultural Intelligence rimane a parere di chi scrive insostituibile.
Certamente impone l’impiego di personale dedicato e idoneo, investimenti ed esposizione diretta, ma è l’unico modo per fare attività di intelligence completa ed effettiva. Fare intelligence a basso costo ed esclusivamente a distanza espone a rischi e danni certamente più gravi, assumendo decisioni non compiutamente strutturate e solo parzialmente basate sulla conoscenza, inficiando iniziative e il raggiungimento di obiettivi prefissati.
Un luogo o un contesto può essere conosciuto tramite data mining, fonti online e cartacee, ma lo si capisce veramente solo attraverso i battiti del cuore della sua gente, bussando a una porta, accettando un caffè o bevendo da un improbabile bicchiere. La Cultural Intelligence è, in definitiva, il ponte necessario tra la fredda analisi informativa e la calda realtà dell'interazione umana.
HUMINT e cosiddetto “mondo cyber” e IA generativa possono però oggi integrarsi a vicenda: questo è un vantaggio rispetto alla precedente epoca in cui non erano disponibili e accessibili una moltitudine di fonti online e applicativi, ma, come spesso accade, l’uomo è uso passare da un estremo all’altro, sicché oggi si tende a legittimare e promuovere a senso unico l’intelligence “cyber” a discapito e preoccupante detrimento di quella umana.
La HUMINT oggi può infatti indirizzare, supportare e convalidare i dati ricavati utilizzando gli algoritmi, confermando informazioni, approfondendo aspetti che solo ed esclusivamente la relazione umana può affrontare e supportando il processo decisionale con la conoscenza diretta.
Articolo a cura dr. Stefano BASSI

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HUMMAN INTELLIGENCE: Quando la fonte umana diventa il fattore più potente:





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