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- La riqualificazione del morto: perché, dopo la morte, i difetti sembrano scomparire? (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)
C’è un fenomeno che appartiene alla nostra esperienza quotidiana e che, proprio perché così comune, raramente viene interrogato davvero. Una persona muore e improvvisamente cambia il racconto che gli altri fanno di lei. Quello che in vita era «difficile», dopo la morte diventa «un carattere forte». Quello che era egoismo diventa «riservatezza». L’arroganza diventa «sicurezza». L’ostinazione diventa «determinazione». I conflitti vengono ridimensionati, le responsabilità sfumano, gli errori vengono dimenticati. E soprattutto può accadere qualcosa di ancora più curioso: le stesse persone che conoscevano bene quei difetti, e che magari non avevano esitato a sottolinearli quando quella persona era viva, al funerale sembrano comportarsi come se non fossero mai esistiti. È soltanto ipocrisia? Non necessariamente. Dietro quella trasformazione possono esserci meccanismi psicologici, norme sociali, bisogno di proteggere i familiari, rielaborazione del lutto, costruzione della memoria e persino un vero e proprio cambiamento del significato attribuito alla persona dopo la sua morte. Possiamo chiamarlo “riqualificazione del morto”: non un termine diagnostico, ma una formula efficace per descrivere quel processo attraverso il quale l’immagine sociale del defunto viene selezionata, addolcita e, talvolta, profondamente trasformata. La prima cosa da comprendere è che la persona reale e la persona ricordata non coincidono necessariamente. Quando qualcuno muore, il rapporto con lui non termina semplicemente: cambia natura. La teoria dei continuing bonds, sviluppata soprattutto da Dennis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman, ha messo in discussione l’idea tradizionale secondo cui elaborare il lutto significherebbe necessariamente “lasciare andare” il morto. Il legame può invece continuare sotto forma di ricordi, rappresentazioni interiori, rituali e significati attribuiti alla relazione. Una revisione sistematica del 2023, che ha esaminato 79 studi, conferma che questi legami continuativi possono contribuire alla costruzione del significato della perdita e alla trasformazione dell’identità e della relazione con il defunto, anche se il loro effetto non è sempre uguale e dipende dalle circostanze. Il punto è fondamentale: dopo la morte non ricordiamo semplicemente una persona; ricostruiamo la relazione che avevamo con quella persona e ricostruire significa necessariamente selezionare. Il funerale è anche un luogo dove si costruisce socialmente l’immagine del morto, Il funerale non è soltanto un momento privato di dolore, è un rito sociale. Le persone si riuniscono, parlano del defunto, raccontano episodi, scelgono fotografie, pronunciano parole, ricordano qualità e virtù. In altre parole, la comunità produce una narrazione condivisa della persona che non c’è più. Uno studio sulla costruzione sociale del lutto sottolinea proprio questo aspetto: il lutto non è soltanto un processo interno alla mente dell’individuo, ma anche un’attività sociale attraverso la quale viene attribuito significato alla vita e alla morte del defunto. Anche gli elogi funebri contribuiscono alla costruzione dell’identità del morto e alla definizione della posizione dei superstiti all’interno della comunità. È interessante perché spiega una cosa che spesso ci appare inspiegabile. Al funerale non si racconta necessariamente tutto ciò che è stato. Si racconta ciò che, in quel momento, può essere socialmente e affettivamente raccontato. La “regola” secondo cui del morto si parla bene, esiste; è una norma sociale potentissima: non si parla male dei morti. Non è una legge scritta, ma è una regola culturale profondamente interiorizzata. La morte modifica il contesto nel quale valutiamo una persona. Dire durante un funerale: «Era una persona egoista, arrogante e aveva ferito molte persone» può essere percepito come moralmente inaccettabile anche quando l’affermazione è vera. Perché? Perché il funerale non viene interpretato come un processo. È un rituale di separazione e il rituale richiede determinati comportamenti. La sociologia delle emozioni di Arlie Russell Hochschild, offre una chiave importante attraverso il concetto di “feeling rules”, cioè le regole sociali che indicano quali emozioni siano appropriate in una determinata situazione e come debbano essere espresse. Le emozioni non sono quindi completamente svincolate dal contesto sociale: gli individui possono gestirle e modularne l’espressione per renderle adeguate alla situazione. E il funerale è probabilmente uno dei contesti nei quali queste regole sono più forti. Uno studio interculturale sul comportamento dei dolenti, ha evidenziato proprio che l’espressione delle emozioni nel lutto è influenzata dalla cultura, dalla situazione e dal tipo di emozione; inoltre, in diversi contesti le persone tendono a esprimere maggiormente affetto e amore e meno emozioni come rabbia, colpa o biasimo. Quindi, non è necessariamente che improvvisamente tutti abbiano dimenticato la verità. È possibile che sappiano perfettamente chi era quella persona, ma ritengano che il funerale non sia il luogo nel quale quella verità debba essere pronunciata. Possiamo allora interpretare il funerale come una sorta di sospensione temporanea del giudizio sociale. La persona non è più sottoposta alle stesse regole di valutazione alle quali era sottoposta quando viveva. Non deve più rispondere delle proprie azioni, non può più replicare, non può più modificare il proprio comportamento e soprattutto non può più essere in conflitto con noi. Questo cambia radicalmente la relazione, Il conflitto appartiene alla relazione tra vivi, la morte lo interrompe. Da quel momento, anche il rapporto con la persona può essere riorganizzato. Ma allora è ipocrisia? A volte sì. Ma sarebbe semplicistico spiegare ogni comportamento soltanto con l’ipocrisia. Possiamo immaginare almeno quattro situazioni differenti: · L’ipocrisia sociale Una persona che durante tutta la vita ha criticato il defunto, lo ha denigrato o ne ha sottolineato sistematicamente i difetti può, al funerale, trasformarsi improvvisamente nel suo più grande estimatore. In questo caso può esserci una componente di conformismo sociale. Dire cose positive consente di evitare il giudizio degli altri e di rispettare il rituale. · La protezione dei familiari Una persona può sapere perfettamente che il defunto aveva molti problemi, ma scegliere di non parlarne davanti ai figli, al coniuge o ai genitori. Non necessariamente per falsità, talvolta per rispetto del dolore. In questo caso la frase «era una brava persona» può significare qualcosa di diverso da una valutazione globale del carattere: «In questo momento non voglio aggiungere dolore a chi gli voleva bene». · La rielaborazione autentica La morte può modificare realmente il modo in cui guardiamo una persona. Quando non siamo più immersi nei conflitti quotidiani, possiamo ricordare anche gli aspetti positivi che prima erano coperti dalla rabbia. Un rapporto complesso può essere riletto nella sua interezza, non significa necessariamente cancellare il male ricevuto. Significa inserirlo dentro una storia più ampia. · L’autoassoluzione Ed esiste infine una possibilità più scomoda. La riqualificazione del morto può servire anche a riqualificare noi stessi. Se durante la vita abbiamo ferito quella persona, se l’abbiamo giudicata, esclusa, trascurata o criticata, dopo la sua morte possiamo costruire un racconto nel quale eravamo molto più affettuosi, comprensivi e presenti di quanto non siamo stati realmente. Qui compare il tema dell’autoassoluzione. “Adesso che è morto, posso ricordarlo senza sentirmi colpevole” La morte può produrre una particolare trasformazione della memoria. Il rapporto reale contiene contraddizioni: amore e rabbia; affetto e risentimento; riconoscenza e delusione; vicinanza e distanza; qualità e difetti. Il ricordo, invece, tende a cercare una forma narrativa. E il funerale è uno dei momenti nei quali questa narrazione viene pubblicamente costruita. Uno studio specifico sugli elogi funebri parla di “retrospective sensemaking”, cioè di una costruzione retrospettiva di significato: l’elogio contribuisce a costruire l’identità del defunto ma anche l’identità relazionale dei superstiti. Questo è particolarmente importante, quando parliamo del morto, stiamo parlando anche di noi. Raccontare che era una persona generosa significa, implicitamente, raccontare che noi abbiamo conosciuto quella generosità. Rievocare che era importante, significa attribuire importanza anche alla relazione che avevamo con lui. Testimoniare che era amato, significa collocare noi stessi all’interno di quella rete affettiva. Il funerale diventa quindi anche una rappresentazione dell’identità dei vivi. Ma la morte può produrre anche un “effetto positività”. La ricerca psicologica più recente ha iniziato persino a studiare un fenomeno definito “death positivity bias”: la tendenza a valutare le persone decedute più favorevolmente rispetto a persone viventi altrimenti equivalenti. Una ricerca recente descrive questo fenomeno come una tendenza selettiva e sensibile al contesto, particolarmente evidente negli ambiti della moralità e della socievolezza. È un dato molto interessante perché suggerisce che la morte non cambia soltanto il modo in cui sentiamo una persona: può cambiare anche il modo in cui la valutiamo. Il morto sembra diventare, per certi aspetti, più “buono” del vivo. Perché al funerale scompaiono proprio i difetti? Perché i difetti sono legati alla conflittualità. Dire: «Era testardo» può diventare: «Aveva un carattere forte». «Era aggressivo» può diventare: «Era una persona passionale», «Era egoista» può diventare: «Sapeva pensare a sé». Questa trasformazione linguistica è importante. Non necessariamente cambia il fatto. Cambia la cornice interpretativa. Il funerale introduce una nuova cornice: non più quella della convivenza quotidiana, ma quella della perdita. E se il morto aveva davvero fatto del male? Qui il problema diventa molto più complesso. Perché la sacralizzazione del morto può diventare ingiusta nei confronti dei vivi. Pensiamo a una persona che abbia avuto comportamenti abusivi, manipolatori, violenti o gravemente lesivi nei confronti di qualcuno. Dire: «Era una persona meravigliosa» può diventare una seconda ferita per chi ha subito quelle condotte. La psicologia del lutto contemporanea ha infatti superato l’idea che esista un’unica maniera “corretta” di vivere il rapporto con il defunto. La relazione continuativa può assumere forme differenti e non tutte sono necessariamente adattive. E soprattutto non tutte le persone hanno lo stesso rapporto con il morto. Una figlia può averlo amato, un fratello può averlo odiato, un collega può averlo stimato, un’altra persona può essere stata danneggiata da lui. Tutte queste realtà possono essere vere contemporaneamente. Il paradosso è rappresentato proprio dal funerale che può raccontare una persona che non è mai esistita. O meglio, può raccontare una sola versione della persona, quella più adatta al rito. La ricerca sociologica sui funerali mostra che l’elogio funebre ha una funzione che va oltre la semplice descrizione biografica: contribuisce a creare una narrazione condivisa e a fornire una risposta collettiva alla morte. In questo senso il funerale non è necessariamente un luogo di completa verità biografica. È un luogo di significazione. Non risponde soltanto alla domanda: «Chi era davvero?» Risponde anche alla domanda: «Che cosa significa per noi che questa persona non ci sia più?» E le due domande non hanno necessariamente la stessa risposta. La vera domanda non è quindi “era davvero una brava persona?” Forse la domanda più interessante è: Perché abbiamo bisogno che il morto diventi una brava persona? Perché la morte ci obbliga a confrontarci con la nostra stessa fragilità. Perché il conflitto con un morto non può più essere risolto. Perché non possiamo più chiedergli spiegazioni. Perché non possiamo più ricevere le scuse. Perché non possiamo più cambiare il rapporto, e perché, davanti alla morte, la mente cerca spesso una narrazione che renda sopportabile ciò che è accaduto. Il funerale diventa così una sorta di negoziazione collettiva del significato della perdita. Tony Walter ha evidenziato come il lutto non avvenga in un vuoto sociale: il superstite si trova continuamente a confrontarsi con aspettative provenienti da famiglia, amici, comunità e cultura. Tra verità e rispetto, forse la soluzione non è scegliere tra due estremi: “del morto bisogna parlare solo bene” oppure “al funerale bisogna dire tutta la verità”. Entrambe le posizioni possono essere problematiche. Il punto potrebbe essere un altro: riconoscere la complessità. Una persona può essere stata amata e contemporaneamente aver avuto difetti importanti. Può aver fatto del bene e del male. Può essere stata una persona difficile e, allo stesso tempo, essere stata fondamentale per qualcuno. Può aver commesso errori che non devono essere cancellati dalla morte. E può essere ricordata con affetto senza trasformarla artificialmente in una persona perfetta. La maturità del lutto, forse, sta proprio nella capacità di sostenere questa ambivalenza, la morte merita rispetto, il dolore dei familiari merita rispetto, il rito funebre merita rispetto, ma rispettare un morto non significa necessariamente cancellarne la storia. E forse una delle forme più autentiche di memoria non è dire: «Era perfetto». Ma riuscire a dire: «Era una persona complessa. Aveva grandi qualità, aveva difetti, ci ha dato molto e forse ci ha anche fatto soffrire. Ma quella complessità faceva parte della sua storia e della nostra». Perché idealizzare completamente qualcuno dopo la morte può sembrare un atto di amore. A volte lo è, a volte è una forma di protezione, talune è una norma sociale e talvolta è un modo per elaborare il dolore e, in alcuni casi, può essere anche un modo per assolvere noi stessi. La morte, infatti, non modifica ciò che una persona ha fatto in vita. Modifica il modo in cui i vivi hanno bisogno di raccontarlo ed è forse proprio qui che nasce la “riqualificazione del morto”: nel passaggio dalla persona reale alla persona ricordata, dal conflitto alla memoria, dalla responsabilità alla narrazione, dalla critica alla commemorazione. Articolo della dott.ssa Maria Gaia Pensieri Fonti: · Hochschild, A.R. (1979), Emotion Work, Feeling Rules, and Social Structure, American Journal of Sociology, 85(3), 551–575. · Klass, D., Silverman, P. R., & Nickman, S. L. (eds.) (1996), Continuing Bonds: New Understandings of Grief, Taylor & Francis. · Walter, T. (1999), On Bereavement: The Culture of Grief, Open University Press. · Stroebe, M., & Schut, H. (2005), To continue or relinquish bonds: a review of consequences for the bereaved, Death Studies, 29(6), 477–494. · Field, N. P., Gao, B., & Paderna, L. (2005), Continuing bonds in bereavement: an attachment theory based perspective, Death Studies, 29(4), 277–299. · Kunkel, A. D. & Dennis, M. R. (2003), Grief consolation in eulogy rhetoric: An integrative framework, Death Studies, 27(1), 1–38. · Walter, T. & Bailey, T. (2020), How Funerals Accomplish Family: Findings From a Mass-Observation Study. PubMed. · Hewson, H. et al. (2023), The impact of continuing bonds following bereavement: A systematic review, Death Studies. · Chandaman, L.E.S. (2025), The death positivity bias: robustness and explanations, University of Southampton. Neymeier R.A. et. al.(2014)A social constructionist account of grief: loss and the narration meaning, PubMed
- La Cina cambia strategia in Africa: dagli investimenti alla conquista del valore (dott.ssa Diletta Fileni)
Il 1° maggio, la Cina ha esteso il trattamento a tariffa zero a tutti i 53 paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche, ampliando l'accesso preferenziale anche al di fuori delle economie meno sviluppate del continente. Per i governi africani, tale accesso potrebbe diventare ancora più prezioso se gli investimenti cinesi contribuissero a creare la capacità produttiva necessaria per esportare beni trasformati e manifatturieri, anziché prevalentemente materie prime. Ciò si allinea inoltre con le ambizioni dell'Area di libero scambio continentale africana, che potrebbe rendere i singoli paesi più attraenti come basi produttive al servizio di un mercato continentale più ampio. Questo, tuttavia, crea un divario più netto tra i paesi in grado di offrire energia elettrica affidabile, trasporti efficienti, una regolamentazione prevedibile e l'accesso ai mercati regionali e quelli che nonne sono in grado. Il Marocco si è presentato sempre più agli investitori cinesi non solo come mercato interno, ma anche come piattaforma manifatturiera collegata alle catene di approvvigionamento europee e africane. La Zona Economica del Canale di Suez in Egitto riflette una strategia simile. La competizione tra le economie africane si sta quindi spostando sempre meno sull'attrarre capitali cinesi a qualsiasi costo e sempre più sull'assicurarsi una posizione all'interno delle reti produttive internazionali delle aziende cinesi. Una diversa forma di dipendenza Il passaggio dai prestiti sovrani agli investimenti diretti modifica la natura della dipendenza economica, anziché necessariamente ridurla. Nel caso di un prestito sovrano, il rischio principale è rappresentato dall'obbligo di rimborso da parte del governo qualora un progetto non raggiunga i risultati sperati. Con gli investimenti diretti, invece, il rischio commerciale ricade maggiormente sull'azienda e sui suoi finanziatori. Tuttavia, i governi possono comunque assumersi responsabilità indirette attraverso concessioni di terreni, agevolazioni fiscali, garanzie, accordi di acquisto di energia e infrastrutture di supporto. Nemmeno la produzione locale riduce automaticamente la dipendenza dalla Cina. Un'economia può diventare meno dipendente dalle importazioni di beni finiti, pur diventando più dipendente da capitali, macchinari, tecnologie e input intermedi cinesi. Ciò rende la qualità degli investimenti almeno altrettanto importante quanto la loro quantità. L'effetto a lungo termine dipenderà dalla partecipazione dei fornitori nazionali, dall'acquisizione da parte dei lavoratori locali di competenze trasferibili e dal trasferimento di fasi produttive sempre più sofisticate nell'economia ospitante. La questione, dunque, non è se la Cina stia riducendo la propria presenza in Africa, ma quale forma assumerà quella presenza: meno Stato-creditore e più investitore, produttore e integratore di filiere. Sarà l'attuazione a determinare se il 2026 segnerà un punto di svolta. Le prove che il modello economico cinese in Africa stia cambiando sono sempre più convincenti. I prestiti sovrani sono diminuiti drasticamente rispetto al picco raggiunto negli anni 2010, le aziende private rappresentano una quota molto maggiore del coinvolgimento nella BRI e gli investimenti sono sempre più orientati verso i settori manifatturiero, della trasformazione e dell'energia. Tuttavia, il record di 33,5 miliardi di dollari registrato nel primo semestre rimane fortemente dipendente da alcuni annunci. Etiopia ed Egitto rappresentano oltre i quattro quinti del totale, mentre i progetti Ming Yang e XinFeng da soli ammontano a circa 24 miliardi di dollari di investimenti previsti. Se questi progetti si concretizzassero anche solo in misura simile a quella dichiarata, il 2026 potrebbe segnare una tappa importante nell'evoluzione delle relazioni economiche tra Cina e Africa: un periodo in cui la presenza di Pechino si sposterebbe più nettamente dal finanziamento dei governi e dalla costruzione di infrastrutture al possesso di fabbriche, progetti energetici e impianti di trasformazione. Se i progetti subiscono ritardi, vengono ridimensionati o faticano ad ottenere finanziamenti, gli stessi dati dimostreranno quanto rapidamente gli annunci relativi alla BRI possano superare i flussi di capitale effettivamente realizzati. dott.ssa Diletta Fileni
- Tensione alla Coop di Treviglio: pizzicato a rubare, minaccia la guardia giurata che finisce in ospedale per un malore
L’episodio è avvenuto nella mattinata di domenica 16 agosto: la 54enne ha accusato il malore nel pomeriggio, dopo aver rielaborato le minacce ricevute. Nessuna aggressione fisica Treviglio. Prima il tentato furto, poi le minacce alla guardia giurata che, qualche ora dopo, complice probabilmente la tensione accumulata, ha accusato un malore. È successo nella mattinata di domenica 16 agosto alla Coop di viale Monte Grappa, dove un uomo di origine marocchina sarebbe stato sorpreso mentre tentava di rubare alcune bevande. A pizzicarlo è stata proprio la guardia giurata in servizio, una donna di 54 anni, intervenuta per fermarlo. Da lì ne sarebbe nato un alterco durante il quale l’uomo avrebbe dato in escandescenze minacciando la vigilante. L’aggressione si è limitata alle sole parole: non si registrano, pertanto, feriti. Dopo aver rielaborato quanto accaduto nel primo pomeriggio la 54enne avrebbe accusato un malore. È stata quindi accompagnata al pronto soccorso per gli accertamenti. Sul posto, oltre a un’ambulanza, anche una volante dei Carabinieri della Compagnia di Treviglio. La denuncia per quanto accaduto è stata invece raccolta dalla Polizia di Stato che, ora, procederà con gli accertamenti del caso. Tensione alla Coop di Treviglio: pizzicato a rubare, minaccia la guardia giurata che finisce in ospedale per un malore
- Sabotaggi e false flag, l’intelligence europea teme una nuova pressione russa sul fianco Est della Nato
Secondo Bloomberg, i servizi russi starebbero valutando nuove operazioni ibride contro Polonia e Paesi baltici, dal sabotaggio delle infrastrutture ad azioni sotto falsa bandiera Non un’invasione, né i preparativi per un attacco militare convenzionale contro la Nato. Il segnale raccolto dalle intelligence occidentali è diverso e, per certi versi, più difficile da misurare: Mosca potrebbe aumentare la pressione su Polonia e Paesi baltici attraverso sabotaggi, operazioni clandestine e provocazioni costruite per lasciare incerta l’attribuzione. A riportarlo è Bloomberg, sulla base delle valutazioni di funzionari europei dell’intelligence e di governo. Secondo una delle fonti citate dall’agenzia, vi sarebbero indicazioni che i servizi di intelligence e sicurezza russi stiano prendendo in considerazione nuove operazioni di guerra ibrida, compresi attacchi contro infrastrutture e possibili azioni false flag. L’allerta sarebbe arrivata anche da Washington. Sempre secondo Bloomberg, la Central Intelligence Agency avrebbe informato alcuni Paesi della regione della possibilità di una futura operazione russa. C’è, tuttavia, un passaggio che serve a leggere con cautela l’intera vicenda. Una delle valutazioni considerate dagli stessi governi europei è che Mosca possa avere interesse anche soltanto a far credere di preparare un’escalation, alimentando insicurezza nei Paesi che sostengono più apertamente Kyiv. Una forma di pressione psicologica e politica che produrrebbe effetti senza necessariamente arrivare all’esecuzione di un attacco. Le fonti citate da Bloomberg sottolineano infatti che, al momento, non emergono segnali di preparativi per un’offensiva convenzionale contro territorio Nato. La pressione sul fianco Est Il terreno su cui si concentra l’attenzione è quello che corre dalla Polonia alle tre repubbliche baltiche. Non casualmente: sono Paesi che hanno mantenuto una posizione particolarmente netta nel sostegno all’Ucraina e che si trovano direttamente esposti alla frontiera russa o bielorussa. La Lituania aveva già lanciato l’allarme a metà luglio. Il presidente Gitanas Nausėda aveva riferito dell’esistenza di informazioni di intelligence relative a possibili azioni contro infrastrutture, con un rafforzamento delle misure di sicurezza attorno ai nodi energetici e di trasporto. Non aveva indicato né obiettivi specifici né una tempistica. Il 6 agosto il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas è andato oltre, spiegando che Vilnius considera possibile l’impiego da parte russa di droni ucraini catturati o recuperati per inscenare operazioni sotto falsa bandiera nella regione baltica. L’obiettivo, nella valutazione lituana, sarebbe quello di incrinare la coesione della Nato e incidere sul sostegno occidentale all’Ucraina. Mosca ha respinto queste accuse. È grazie all’opacità e all’ambiguità che le operazioni ibride acquistano valore. Un incendio, un sabotaggio ferroviario, un drone fuori rotta o un attacco contro un’infrastruttura possono generare conseguenze immediate senza fornire, almeno inizialmente, un quadro sufficientemente netto da provocare una risposta politica o militare altrettanto immediata. Droni e infrastrutture Le preoccupazioni non nascono nel vuoto. Il caso più recente richiamato da Bloomberg è quello dell’aeroporto di Leipzig-Halle, uno dei principali hub cargo tedeschi e un nodo rilevante per la logistica militare. Il 5 agosto le autorità tedesche hanno trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore nei pressi di un velivolo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Le piste sono state temporaneamente chiuse. Nelle stesse ore un altro aereo cargo ha urtato in volo un oggetto non identificato, riuscendo comunque ad atterrare. L’origine del drone rimane oggetto d’indagine e le autorità tedesche non hanno finora attribuito pubblicamente l’episodio alla Russia. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha però definito un salto di qualità nella minaccia rappresentata dai droni. È una distinzione importante. Sul fianco orientale della Nato convivono episodi accertati, sospetti investigativi e valutazioni di intelligence. Sovrapporli significherebbe perdere proprio la caratteristica fondamentale della guerra ibrida: la difficoltà di capire dove finisca l’incidente e dove cominci l’azione intenzionale. Il fenomeno, del resto, precede le ultime settimane. Il Center for Strategic and International Studies, attraverso un database sulle attività russe in Europa, ha registrato un forte aumento delle operazioni attribuite o ricondotte a Mosca: dopo essere quadruplicate tra il 2022 e il 2023, sarebbero quasi triplicate tra il 2023 e il 2024. Tra gli obiettivi figurano trasporti, infrastrutture critiche, industrie e strutture legate al sostegno occidentale all’Ucraina. Una ricognizione della US Helsinki Commission aveva inoltre individuato quasi 150 operazioni ibride, attribuite o sospettate di essere riconducibili alla Russia, condotte sul territorio dei Paesi Nato tra l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina e il novembre 2024. Il rapporto le divideva fra attacchi alle infrastrutture critiche, campagne violente, uso strumentale dei flussi migratori e operazioni di interferenza politica e informativa. L’obiettivo può essere l’effetto, non l’attacco È qui che l’avvertimento raccolto da Bloomberg assume una dimensione più ampia. Il possibile sabotaggio non va necessariamente letto come l’anticamera di un conflitto convenzionale con la Nato. Può avere una funzione diversa: imporre costi, obbligare governi e servizi di sicurezza a disperdere risorse, dimostrare vulnerabilità e rendere politicamente più oneroso il sostegno a Kyiv. Seth Jones, già funzionario del Pentagono e oggi al Csis, indica a Bloomberg proprio nei sabotaggi il principale motivo di preoccupazione: attentati contro singoli individui, esplosioni, droni o missili apparentemente accidentali e l’eventuale impiego di uomini senza insegne costituiscono scenari nei quali l’attribuzione può restare per lungo tempo incerta. L’ambiguità, in altre parole, non è soltanto un problema investigativo. Può essere parte dell’operazione stessa. Anche per questo le minacce pubbliche provenienti da Mosca vengono seguite con attenzione. Bloomberg ricorda le parole rivolte alla Lettonia dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, secondo cui l’appartenenza alla Nato non sarebbe sufficiente a proteggere il Paese da eventuali rappresaglie. Mosca sostiene che i territori baltici vengano utilizzati per facilitare attacchi ucraini con droni contro la Russia. Non sono emerse prove che dimostrino un coinvolgimento dei governi baltici nelle operazioni ucraine. Il Cremlino, da parte sua, respinge il quadro tracciato dalle capitali dell’Est europeo. Dmitry Peskov ha definito gli allarmi lituani delle “storie dell’orrore” utilizzate, secondo Mosca, per giustificare il rafforzamento della presenza militare della Nato nella regione. La Nato e il problema della soglia Il nodo strategico è noto all’Alleanza: stabilire quando una sequenza di azioni coperte, sabotaggi e operazioni ostili supera il confine tra pressione nella zona grigia e aggressione vera e propria. Il vertice Nato di Ankara di luglio ha confermato nel frattempo il sostegno all’Ucraina. La dichiarazione ufficiale degli Alleati prevede 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento per il 2026, con l’impegno a mantenere almeno un livello equivalente nel 2027. È proprio il sostegno occidentale a Kyiv che, secondo le valutazioni raccolte dalle intelligence, Mosca cercherebbe di rendere progressivamente più costoso. Le ultime giornate hanno aggiunto altri elementi a un quadro già sotto osservazione. Il 14 agosto un Eurofighter italiano, impegnato nella missione Nato di difesa dello spazio aereo baltico, ha abbattuto un drone di origine non ancora determinata entrato nello spazio aereo della Lettonia. Il 18 agosto, inoltre, il governo estone ha fatto sapere che tra le ipotesi investigative sull’incendio che ha interessato un edificio utilizzato da Milrem Robotics, azienda della difesa che produce sistemi terrestri senza equipaggio impiegati anche in Ucraina, viene esaminato un possibile collegamento con la Russia. L’indagine è ancora in corso e Tallinn non ha formulato un’attribuzione definitiva. Nella stessa giornata un tribunale tedesco ha condannato un cittadino ucraino per il coinvolgimento in un’operazione di spedizione di pacchi dalla Germania all’Ucraina che, secondo l’accusa, era collegata a un’entità statale russa e serviva a preparare future azioni di sabotaggio. Sono vicende differenti, e non esiste al momento un elemento pubblico che consenta di riunirle sotto un’unica regia operativa. Ma spiegano perché, da Varsavia a Vilnius e fino a Berlino, l’attenzione dell’intelligence si sia spostata sempre più su ciò che accade al di sotto della soglia della guerra aperta. Sabotaggi e false flag, l’intelligence europea teme una nuova pressione russa sul fianco Est della Nato - Formiche.net
- Arrestare i ladri non basta: la vera sfida è riportare a casa le opere. (dott. Pompeo Micheli)
Dal furto degli Antonello da Messina alla GNAM e Castelvecchio: sicurezza museale, fattore umano e una strategia investigativa maturata sul campo Il furto delle opere di Antonello da Messina, avvenuto nella notte di Ferragosto al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina, ha riportato improvvisamente all’attenzione dell’opinione pubblica un fenomeno che accompagna da sempre la tutela del patrimonio culturale. Quando vengono sottratti capolavori conosciuti in tutto il mondo, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulla dinamica del colpo, sui sistemi di allarme, sulle telecamere, sulle modalità utilizzate per entrare e uscire dal museo e, subito dopo, sulla difficoltà di dare una destinazione a opere tanto famose e riconoscibili. La mia esperienza investigativa mi porta però a osservare vicende di questo genere da una prospettiva più ampia. In molti anni trascorsi nel Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ho imparato che un grande furto d’arte presenta due momenti ugualmente decisivi. Il primo precede il reato e riguarda la capacità di impedirlo. Il secondo comincia immediatamente dopo e riguarda la capacità di seguire le opere fino al loro recupero. Quanto accaduto a Messina impone innanzitutto una riflessione sulla sicurezza museale. Non intendo naturalmente entrare nel merito delle responsabilità individuali o delle circostanze sulle quali sono in corso gli accertamenti. Il tema che mi interessa è più generale e riguarda il modello attraverso il quale proteggiamo beni che, per valore storico, artistico e identitario, sono letteralmente insostituibili. Negli ultimi decenni la tecnologia applicata alla sicurezza ha compiuto progressi straordinari. Videosorveglianza digitale, sensori volumetrici e perimetrali, sistemi centralizzati di controllo, registrazione continua delle immagini e collegamenti sempre più rapidi consentono livelli di protezione un tempo impensabili. Eppure un sistema tecnologicamente avanzato non coincide automaticamente con un museo sicuro. Un sensore può rilevare un’intrusione, ma non può sostituire l’intera catena decisionale che deve seguirla. Una telecamera può mostrare un’anomalia, ma occorre che qualcuno sappia riconoscerla. Un allarme può scattare, ma ciò che conta realmente è quello che accade nei secondi e nei minuti successivi. Per questo considero fondamentale la preparazione professionale del personale destinato alla vigilanza. Custodire ordinariamente una sala museale e affrontare un’azione criminale pianificata sono funzioni differenti. La sicurezza richiede formazione specifica, conoscenza delle procedure, familiarità con gli apparati tecnologici, addestramento nella gestione delle emergenze e soprattutto capacità di attivare rapidamente la risposta prevista. La presenza dell’uomo resta quindi indispensabile, ma deve essere inserita all’interno di un sistema nel quale competenze, tecnologia e procedure funzionino realmente insieme. La rapina alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma del 19 maggio 1998 rappresenta, sotto questo profilo, un’esperienza che ancora oggi considero significativa. Quella notte furono sottratti due dipinti di Vincent van Gogh e uno di Paul Cézanne. A distanza di ventotto anni, chi entra oggi alla Galleria incontra una realtà profondamente diversa. Il modello di protezione si è evoluto attraverso diversi livelli di sicurezza, con il personale del Ministero della Cultura affiancato da servizi professionali di vigilanza, controllo degli accessi e dei varchi, apparati antintrusione, videosorveglianza e sistemi centralizzati di monitoraggio. La trasformazione avvenuta alla GNAM dimostra un principio che considero essenziale. Da un grave episodio criminale non deve nascere soltanto un’indagine, ma anche una revisione delle vulnerabilità che lo hanno reso possibile. Ogni grande furto dovrebbe lasciare dietro di sé non soltanto un fascicolo giudiziario, ma una lezione capace di impedire che quelle stesse condizioni possano ripetersi. La sicurezza non deve tuttavia produrre l’illusione dell’invulnerabilità. Lo avrei constatato personalmente molti anni dopo, occupandomi di un altro dei più clamorosi furti museali avvenuti in Italia. Il 19 novembre 2015 dal Museo di Castelvecchio di Verona furono sottratti diciassette dipinti. L’indagine, denominata Operazione Gemini, evidenziò quanto il fattore umano possa diventare determinante anche in presenza di una vigilanza professionale. La ricostruzione investigativa consentì infatti di accertare una complicità interna che aveva avuto un ruolo decisivo nell’esecuzione del colpo. Castelvecchio rappresenta quindi l’altra faccia dello stesso problema. Professionalizzare la vigilanza è indispensabile, ma non è sufficiente. Occorrono selezione, formazione, controllo, compartimentazione delle informazioni sensibili e verifica costante delle vulnerabilità interne. Chi conosce un museo dall’interno può conoscerne turni, accessi, abitudini, percorsi e tempi di reazione. Informazioni che, nelle mani sbagliate, possono trasformarsi in uno strumento formidabile per preparare un furto. Anche il clamoroso furto avvenuto al Louvre nell’ottobre 2025 merita, sotto questo profilo, una riflessione. Non lo considero un termine di paragone per stabilire chi sia più o meno efficiente nella protezione dei musei. Al contrario, proprio il fatto che sia stato possibile colpire una delle istituzioni museali più importanti e conosciute al mondo dimostra che la vulnerabilità non appartiene a un Paese, a una città o a una determinata categoria di musei. Nel caso francese, quattro uomini presentatisi con l’aspetto di operai riuscirono a sfruttare una situazione apparentemente ordinaria nella vita di una grande struttura museale, legata alla presenza di lavori e attività di manutenzione. È un elemento che considero particolarmente significativo. La sicurezza di un museo non può essere costruita soltanto pensando all’intruso che forza una porta durante la notte. Cantieri, manutentori, fornitori, accessi temporanei, movimentazioni e presenza di personale esterno modificano continuamente il perimetro del rischio. È proprio in queste situazioni che la professionalità di chi gestisce la sicurezza diventa decisiva. Un sistema efficace deve essere capace di adattarsi alle condizioni del momento e di riconoscere quando qualcosa che apparentemente appartiene alla normale attività del museo può invece nascondere un’anomalia. La sicurezza non è un insieme immutabile di telecamere, sensori e porte protette. È un processo dinamico, che richiede aggiornamento, controllo e capacità di anticipare il comportamento di chi cerca una vulnerabilità. Il Louvre dimostra quindi, a mio avviso, un principio semplice: nessun museo può considerarsi definitivamente invulnerabile. Chi pianifica un grande furto studia il sistema che deve affrontare, osserva le abitudini e cerca il momento nel quale tecnologia, organizzazione e comportamento umano smettono, anche soltanto per pochi minuti, di funzionare come un unico dispositivo. Il caso francese offre però anche un secondo elemento di riflessione, questa volta strettamente investigativo. Le attività successive al furto hanno portato all’individuazione e all’arresto di componenti del gruppo responsabile del colpo, mentre i beni sottratti non sono stati recuperati. Non conosco gli atti dell’indagine francese e non sarebbe corretto esprimere valutazioni sulle decisioni operative adottate dagli investigatori. La circostanza consente però di evidenziare un principio che considero fondamentale sulla base della mia esperienza: l’individuazione degli autori e il recupero dei beni sono due risultati investigativi distinti, che non sempre maturano nello stesso momento. È proprio questo il punto nel quale l’investigazione sui beni culturali presenta una peculiarità che non dovrebbe mai essere dimenticata. L’identificazione degli autori, la raccolta delle prove e la loro assicurazione alla giustizia costituiscono naturalmente obiettivi fondamentali. Ma quando il corpo del reato è un capolavoro esiste contemporaneamente un’altra esigenza, altrettanto importante dal punto di vista della tutela: riportarlo a casa. Questa convinzione era maturata in me molti anni prima, proprio durante l’indagine sulla GNAM. Gli autori della rapina romana erano stati individuati quando ancora non avevamo recuperato Van Gogh e Cézanne. Un intervento anticipato avrebbe potuto assicurare un importante risultato giudiziario, ma avrebbe rischiato di lasciare senza risposta la questione che per noi era altrettanto importante: la localizzazione dei dipinti. Continuammo quindi a lavorare anche sulle opere e sulla loro disponibilità. Durante un’intercettazione ambientale vennero pronunciate poche parole che assunsero immediatamente un significato particolare: «I pupi stanno a nanna». Capimmo che i “pupi” erano i dipinti e, soprattutto, che erano ancora custoditi. Il 6 luglio 1998, quarantotto giorni dopo la rapina, i due Van Gogh e il Cézanne furono recuperati. Quell’esperienza ha contribuito a formare un modo di intendere le indagini che mi avrebbe accompagnato negli anni successivi. Ho cominciato a considerare le opere d’arte rubate, dal punto di vista investigativo, quasi come degli ostaggi. Naturalmente si tratta di una metafora e non di una categoria giuridica. Ma il principio che contiene è molto concreto. Quando esiste un ostaggio non è sufficiente identificare chi lo ha sequestrato. Occorre localizzarlo, seguirne gli eventuali spostamenti, comprendere chi ne possiede materialmente il controllo, evitare che venga danneggiato e scegliere, nel rispetto delle decisioni dell’autorità giudiziaria e delle esigenze investigative, il momento più opportuno per intervenire. Con un’opera d’arte rubata il ragionamento, per molti aspetti, è simile. Un intervento effettuato nel momento sbagliato può interrompere una catena informativa. Un’indagine concentrata esclusivamente sugli autori materiali può far perdere la possibilità di individuare ricettatori, intermediari e luoghi di occultamento. La pazienza investigativa, quando le condizioni lo consentono, non significa rinunciare ad agire. Significa lavorare affinché l’intervento possa consentire di assicurare alla giustizia i responsabili e, contemporaneamente, recuperare il patrimonio sottratto. A Castelvecchio questo principio avrebbe assunto una dimensione internazionale. Le opere avevano lasciato l’Italia e l’indagine ci condusse fino in Ucraina. Rimasi lì per 89 giorni nell’ambito delle attività che portarono al recupero dell’intero gruppo dei diciassette dipinti. Diciassette opere erano state rubate. Diciassette tornarono. È una vicenda alla quale sto dedicando il mio prossimo volume, Operazione Gemini. Il colpo del secolo a Castelvecchio. Indagine su un furto quasi perfetto, proprio perché ritengo che possa mostrare quanto il recupero di un patrimonio sottratto richieda talvolta tempo, cooperazione internazionale, conoscenza degli ambienti criminali e soprattutto la capacità di non perdere mai di vista le opere. Il furto di Messina ripropone inevitabilmente anche il problema della destinazione di capolavori estremamente conosciuti. Nel mercato lecito opere di questa notorietà diventano difficilissime da commercializzare. Nelle ore successive a un furto importante vengono attivati strumenti che consentono di diffonderne rapidamente immagini, dimensioni, caratteristiche e dati identificativi. La Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti del Comando Carabinieri TPC e i canali internazionali di cooperazione, compreso lo Stolen Works of Art Database di INTERPOL, contribuiscono a restringere progressivamente gli spazi nei quali il bene potrebbe riapparire senza essere riconosciuto. La notorietà di un capolavoro, quindi, può trasformarsi rapidamente in un problema per chi lo ha sottratto. Ma “difficilmente vendibile” non significa necessariamente “inutile” per la criminalità. L’esperienza investigativa dimostra che un bene culturale può essere occultato per anni, trasferito attraverso più Paesi, passare attraverso diversi intermediari o essere utilizzato all’interno di circuiti criminali secondo logiche che non coincidono con quelle del normale mercato dell’arte. Per questo, nel caso di Messina, sarebbe prematuro immaginare oggi una destinazione precisa delle opere sottratte. Sarà l’indagine a ricostruirla. Ciò che invece può essere affermato è che la tutela deve muoversi contemporaneamente su due fronti. Prima del furto occorre rendere il museo un obiettivo difficile, attraverso personale preparato, tecnologia, procedure, controllo e capacità di risposta. Dopo il furto occorre mobilitare rapidamente gli strumenti investigativi e di cooperazione, senza concentrare l’attenzione esclusivamente su chi ha materialmente eseguito il colpo. GNAM, Castelvecchio e Louvre, pur nella profonda diversità delle rispettive vicende, lasciano sotto questo profilo tre insegnamenti complementari. La GNAM dimostra quanto un grande furto possa e debba determinare un’evoluzione del sistema di protezione. Castelvecchio dimostra quanto il fattore umano possa rappresentare contemporaneamente una risorsa e una vulnerabilità e quanto decisiva possa diventare la dimensione internazionale del recupero. Il Louvre ricorda che persino un sistema estremamente evoluto può essere studiato e aggirato e che l’individuazione degli autori non coincide necessariamente con il ritrovamento dei beni. La mia esperienza alla GNAM e a Castelvecchio ha rafforzato una convinzione che oggi, davanti al furto di Messina, considero ancora più attuale. Alla GNAM tre opere erano state rubate e tre furono recuperate. A Castelvecchio diciassette opere erano state sottratte e diciassette furono recuperate. Oggi il mio pensiero va inevitabilmente agli Antonello da Messina ancora lontani dal luogo al quale appartengono. Assicurare alla giustizia chi li ha sottratti sarà un risultato fondamentale. Ma per chi considera la tutela del patrimonio culturale una missione investigativa rimarrà sempre un secondo obiettivo, inseparabile dal primo. Liberare gli “ostaggi” e riportarli a casa. di Pompeo Micheli
- Marescialli dell’Esercito, cambia il sistema degli avanzamenti: chiesta una revisione delle regole
Il S.I.A.M.O. porta allo Stato Maggiore le criticità segnalate dal personale: sotto esame percorsi formativi, valutazioni pluriennali e conseguenze dei mancati scatti Una richiesta di approfondimento che potrebbe aprire una riflessione destinata a coinvolgere migliaia di appartenenti all’Esercito. Al centro dell’iniziativa del S.I.A.M.O. Esercito c’è il sistema di avanzamento a scelta per terzi del ruolo Marescialli, un meccanismo sul quale il sindacato ha raccolto numerose segnalazioni da parte del personale. La questione nasce dalla progressiva trasformazione dei percorsi attraverso i quali i militari arrivano a ricoprire il ruolo. Nel corso degli anni, infatti, sono confluite nello stesso sistema professionalità provenienti da iter profondamente differenti: dai corsi 958 ai concorsi interni, passando per procedure straordinarie, nomine dirette e, più recentemente, percorsi formativi e accademici. È proprio questa evoluzione a spingere il S.I.A.M.O. a chiedere allo Stato Maggiore dell’Esercito un esame approfondito dell'attuale modello. L’obiettivo dichiarato non è mettere in discussione la legittimità dell’impianto esistente, ma verificare se i criteri oggi utilizzati siano ancora in grado di assicurare una valutazione realmente equilibrata tra persone che hanno costruito la propria esperienza professionale attraverso strade diverse. Il nodo del primo mancato avanzamento Uno degli aspetti ritenuti più delicati riguarda gli effetti prodotti da un eventuale mancato avanzamento nel primo ciclo utile. Secondo il sindacato, infatti, una penalizzazione iniziale potrebbe non esaurirsi nella singola procedura, ma propagarsi negli anni successivi, incidendo sulle future valutazioni e sulle possibilità di raggiungere il grado di Luogotenente. È questo il punto sul quale viene sollecitata una particolare attenzione: comprendere se un risultato negativo maturato in una fase della carriera possa trasformarsi, di fatto, in uno svantaggio destinato a condizionare anche le successive opportunità professionali. Il tema assume ulteriore rilievo proprio alla luce della diversa provenienza dei Marescialli oggi sottoposti alle medesime procedure comparative. Percorsi diversi, stessa valutazione Nella richiesta trasmessa all’Amministrazione vengono indicate diverse direttrici sulle quali potrebbe essere avviata una verifica tecnica. Tra le ipotesi figura innanzitutto una maggiore omogeneità nella valutazione di chi proviene da percorsi ordinamentali differenti. Viene inoltre richiamata la necessità di considerare il contesto professionale nel quale ciascun militare ha maturato la propria esperienza, evitando che le differenze nelle possibilità formative offerte dall’Amministrazione finiscano per produrre effetti penalizzanti. Un altro elemento riguarda proprio la formazione. Il sindacato propone di valutare anche le opportunità che il personale non ha potuto utilizzare, oltre a prendere in considerazione il rendimento attraverso un arco temporale più ampio, anziché concentrarsi esclusivamente sul singolo momento valutativo. Tra le possibili soluzioni viene infine indicata l'introduzione di strumenti capaci di evitare che un'unica mancata promozione possa determinare conseguenze permanenti sull'intera carriera. Nel mirino anche i vecchi e nuovi percorsi La trasformazione dell'ordinamento ha creato una situazione nella quale convivono professionalità formate secondo criteri differenti. Da qui la proposta di approfondire anche modalità di confronto specifiche tra il personale proveniente dai precedenti iter ordinamentali e quello formato attraverso i percorsi più recenti. La richiesta, tuttavia, non punta a modificare i principi sui quali deve fondarsi l’avanzamento. Merito, imparzialità, trasparenza e qualità del servizio vengono indicati come riferimenti imprescindibili. La questione sollevata riguarda piuttosto il modo in cui questi principi vengono applicati in un sistema che nel tempo è cambiato profondamente. «Il merito deve restare il principio guida» A spiegare la posizione del sindacato è Mauro Palmas, Segretario Generale del S.I.A.M.O. Esercito, secondo il quale la verifica richiesta dovrebbe servire a capire se l’attuale sistema continui realmente ad assicurare pari possibilità di crescita professionale. La richiesta parte dunque dalle segnalazioni arrivate dagli iscritti e dal personale e punta a trasformare le criticità evidenziate in un confronto istituzionale. Per il sindacato, il merito deve continuare a rappresentare il criterio fondamentale, ma la sua valutazione dovrebbe tenere conto anche dell'evoluzione dell'ordinamento e delle effettive opportunità che sono state messe a disposizione dei singoli militari. Adesso la palla passa allo Stato Maggiore dell’Esercito. L’auspicio del S.I.A.M.O. è che la richiesta possa tradursi nell’apertura di un tavolo di approfondimento capace di analizzare dati, percorsi e conseguenze delle attuali procedure. Una discussione che, se avviata, potrebbe avere ricadute concrete sul futuro professionale di migliaia di Marescialli e contribuire alla costruzione di un sistema di avanzamento considerato più coerente con l’attuale struttura dell’Esercito Italiano. Marescialli dell’Esercito, cambia il sistema degli avanzamenti: chiesta una revisione delle regole - Civonline
- Aggredito sottufficiale di polizia penitenziaria al carcere di Pescara
Prosegue l'emergenza sicurezza all'interno della casa circondariale di Pescara. Nella tarda mattinata di ieri si è verificata l'ennesima gravissima aggressione nel reparto di Articolazione per la Tutela della Salute Mentale, sempre lo stesso detenuto con conclamati problemi psichiatrici, già protagonista di svariati episodi di violenza, ha nuovamente scagliato la propria foga contro il personale di polizia penitenziaria, arrivando a colpire al volto un sottufficiale con un pugno. A denunciare l'accaduto è il segretario regionale dell'Unione Sindacati Polizia Penitenziaria (Uspp), Sabino Petrongolo, che torna a evidenziare la totale insostenibilità della gestione dei detenuti psichiatrici all'interno delle strutture penitenziarie. "Siamo di fronte all'ennesimo atto di violenza annunciato. Un detenuto con evidenti problematiche psichiatriche non può continuare a rimanere nel reparto A.T.S.M. di Pescara a mettere a repentaglio, un giorno sì e l'altro pure, la vita e l'incolumità fisica dei poliziotti. Il pugno sferrato al nostro sottufficiale è il simbolo di una misura ormai colma. Non è tollerabile che chi rappresenta lo Stato debba subire continue violenze fisiche nell'indifferenza delle istituzioni competenti. Torniamo a chiedere per l'ennesima volta - dice Petrongolo -, e con assoluta urgenza, l'immediato trasferimento di questo soggetto fuori dall'istituto pescarese e il suo inserimento in una struttura idonea al suo stato di salute mentale. L'amministrazione penitenziaria ed il Dap non possono più ignorare questo grido d'allarme. L'Uspp ribadisce che la polizia penitenziaria di Pescara è allo stremo e che non saranno più tollerati ritardi o silenzi burocratici su una situazione che ha travalicato ogni limite di sicurezza". Aggredito sottufficiale di polizia penitenziaria al carcere di Pescara - Notizie - Ansa.it
- Femminicidio Colleferro, il marito confessa. La vittima morta tra le braccia della figlia. Il sindaco: “Segnali sfuggiti”
Mohamed Habib Rouissi, 69 anni, ha ammesso di aver ucciso la moglie a coltellate. La donna, madre di cinque figli, è morta davanti al bambino di nove anni. Il delitto arriva dopo una sequenza di quattro femminicidi in Italia in appena 48 ore Ha confessato Mohamed Habib Rouissi, il 69enne tunisino che nella giornata di martedì ha ucciso a coltellate la moglie Joanna Roussi a Colleferro, davanti al figlio di 9 anni. L’uomo, dopo aver sferrato i quattro fendenti alla gola della moglie aveva gettato l’arma sul pavimento ed era fuggito. A trovare la donna e chiamare il 112 era stata la figlia, rientrata a casa poco dopo l’ennesimo femminicidio, il quarto nel giro di 48 ore in Italia. Gli agenti del commissariato, intervenuti nell’abitazione in via Cristoforo Colombo, hanno successivamente individuato e fermato il 69enne. Femminicidio Colleferro, Joanna morta tra le braccia della figlia
- Investigare non significa accumulare informazioni: significa costruire una conoscenza verificabile e trasformarla, entro limiti dichiarabili, in una risultanza professionale sostenibile.
Investigare non significa accumulare informazioni: significa costruire una conoscenza verificabile e trasformarla, entro limiti dichiarabili, in una risultanza professionale sostenibile. L’investigazione privata non coincide con la semplice capacità di reperire informazioni. Ogni incarico nasce da una conoscenza iniziale necessariamente incompleta: documenti, dichiarazioni, osservazioni, fonti aperte, contenuti digitali e dati tecnici possono concorrere allo stesso quadro, ma non acquistano valore soltanto perché sono disponibili. Il problema professionale è trasformare ciò che entra nel fascicolo in una conoscenza utilizzabile e verificabile, mantenendo distinti il dato, la sua provenienza, l’interpretazione e il limite. È su questo passaggio che si concentra “Investigazioni private - Dalla conoscenza alla risultanza”: non un catalogo di tecniche, ma un manuale sul processo che consente all’indagine di avanzare senza perdere tracciabilità, coerenza e responsabilità. Dall’informazione alla conoscenza Prima di chiedersi come acquisire un’informazione, l’investigatore deve comprendere entro quale titolo, ambito e mandato può operare. La tecnica viene dopo la qualificazione dell’attività. Il mandato delimita la finalità e trasforma una richiesta iniziale in una domanda investigativa verificabile; non stabilisce, però, quale risultato debba essere dimostrato. Da quel momento inizia il lavoro sulla conoscenza. Un elemento può essere conosciuto, riferito, documentato, ipotizzato, ignoto o non acquisibile. Tenere separati questi livelli impedisce che una rappresentazione parziale dell’evento venga trasformata prematuramente in fatto e consente di riconoscere ciò che manca senza colmare i vuoti attraverso una narrazione. Il processo che costruisce la risultanza Il nucleo del manuale è una progressione semplice nella forma ma rigorosa nell’applicazione: CONOSCENZA → LAVORAZIONE → VERIFICA → SVILUPPO. La conoscenza definisce lo stato iniziale; la lavorazione organizza soggetti, tempi, fonti, relazioni, lacune e ipotesi; la verifica mette alla prova gli elementi; lo sviluppo trasforma gli esiti della verifica in un nuovo stato della conoscenza. Gli strumenti analitici - criteri, ordine, matrice, peso e scenario - operano all’interno di questa progressione. Non costituiscono una sequenza da ripetere meccanicamente. La loro funzione è rendere visibile perché un elemento acquista o perde valore, quale verifica può realmente modificare il quadro e quale attività aggiunge conoscenza utile. In questa prospettiva, la quantità delle informazioni non misura la qualità dell’indagine. Una fonte ripetuta da più soggetti non diventa automaticamente più solida; un dato apparentemente marginale può invece assumere peso decisivo se permette di distinguere tra due spiegazioni ancora compatibili. Il valore è relativo alla domanda investigativa e alla capacità dell’elemento di incidere sul quadro. Verificare significa poter cambiare Una verifica professionale non deve essere costruita soltanto per confermare l’ipotesi iniziale. Deve poterla sostenere, ridimensionare, contraddire o lasciare non determinabile. Il riscontro contrario non è un ostacolo da neutralizzare: è informazione. Può indicare che una fonte è debole, che l’ipotesi è troppo ampia o che l’evento è più complesso di quanto apparisse all’inizio. Per questo il processo conserva anche gli elementi sfavorevoli e le alternative plausibili. Dopo una verifica significativa il fascicolo non è più quello del tempo iniziale: alcuni dati diventano più solidi, altri perdono peso, nuove domande emergono e attività precedentemente previste possono non essere più necessarie. L’indagine avanza quando aumenta la qualità della conoscenza, non quando aumenta semplicemente il numero delle operazioni svolte. La risultanza nasce da questa trasformazione progressiva. Deve poter essere ricostruita attraverso elemento, fonte, verifica, relazione con la domanda e limite. Quando è necessario un passaggio inferenziale, questo deve restare dichiarabile. La formulazione finale non può essere più forte della conoscenza che la sostiene. “La forza della conclusione non deve mai superare la forza della conoscenza che la sostiene.” Ricalibrare senza ricominciare Quando una nuova informazione modifica in modo sostanziale il quadro, il processo può richiedere una ricalibrazione. Non significa azzerare l’indagine né ripetere ogni passaggio. Significa modificare soltanto ciò che il nuovo elemento rende non più adeguato, conservando ciò che resta valido e rendendo ricostruibile che cosa è cambiato, che cosa perde peso e perché. La ricalibrazione incontra comunque il limite del mandato, della competenza e della liceità. Un metodo può indicare che occorre un’attività diversa o uno specialista, ma non può ampliare autonomamente l’autorizzazione professionale. Anche la capacità di fermarsi, integrare l’incarico o coinvolgere la competenza appropriata appartiene alla correttezza del processo. Limite, linguaggio e responsabilità Il limite non è una formula difensiva da aggiungere alla fine della relazione. È informazione sullo stato reale della conoscenza. Dato mancante, fonte non verificabile, informazione ambigua, contraddizione irrisolta o elemento non acquisibile devono restare visibili. Il punto di arresto viene raggiunto quando la domanda può ricevere una risposta professionalmente sostenibile oppure quando l’incertezza residua non può essere ridotta con attività legittime, proporzionate e utili. “Investigazioni private - Dalla conoscenza alla risultanza” propone quindi una lettura dell’investigazione come processo governato: dal perimetro giuridico alla domanda, dalla fonte alla verifica, dalla verifica allo sviluppo e, quando necessario, alla ricalibrazione. Una risultanza professionale vale non soltanto per ciò che afferma, ma per la possibilità di ricostruire il percorso che ha consentito di raggiungerla. Investigare significa sviluppare una conoscenza verificabile fino al punto in cui gli elementi consentono una risultanza sostenibile. Massimiliano Spataro, Ph.D. Criminologo - Ricercatore - Autore del Metodo P.G.E.® Referente SQUAD Verona
- Tentano furto in una villa, i malviventi puntano una pistola contro la GpG e fuggono
Nel pomeriggio di domenica 16 agosto, una villa situata lungo la SP 238, nel territorio di Corato, è finita nel mirino di una banda composta da almeno cinque persone, che ha tentato di mettere a segno un furto. A sventare il colpo è stato l’intervento delle Guardie Particolari Giurate della Metronotte. All’arrivo della pattuglia, almeno tre dei malviventi sono stati sorpresi nel piazzale di pertinenza della villa mentre tentavano di allontanarsi. Ad attenderli poco distante c’erano altri due complici, a bordo di un’Audi di grossa cilindrata. I tre sono riusciti a raggiungere rapidamente l’auto e a salire a bordo. È stato proprio in quei concitati momenti che uno dei banditi ha puntato una pistola contro l’auto di servizio della Metronotte, creando una situazione di evidente pericolo per la guardia particolare giurata. Nonostante la minaccia, la GpG ha tentato di impedire la fuga dei malviventi. L’Audi, forte delle sue elevate prestazioni, è però riuscita ad allontanarsi rapidamente, facendo perdere le proprie tracce in direzione di Bari. Immediata la comunicazione alle Forze dell’Ordine. Sul posto è intervenuta rapidamente una Volante del Commissariato di Polizia di Corato, che ha avviato gli accertamenti sull’accaduto. Nel corso degli interventi, all’interno della villa è stato inoltre rinvenuto uno zaino che i banditi avrebbero abbandonato durante la fuga. Al suo interno gli agenti hanno trovato materiale particolarmente significativo: un disturbatore di frequenze (jammer), un attrezzo da scasso e una radio ricetrasmittente. Tutto il materiale è stato preso in custodia dagli agenti della Polizia di Stato per gli accertamenti del caso. Proseguono ora le indagini per ricostruire l’esatta dinamica del tentato furto e risalire all’identità dei componenti della banda. Tentano furto in una villa, i malviventi puntano una pistola contro la GpG e fuggono - Il Quarto Potere
- Ventimiglia, vigilanza armata al cimitero di Roverino: prorogato il servizio
L’amministrazione comunale di Ventimiglia, su mandato del sindaco, ha disposto la proroga del servizio di guardiania e vigilanza armata presso il civico cimitero di Roverino. La misura è stata confermata per ragioni di sicurezza e con l’obiettivo di prevenire situazioni di rischio per l’ordine pubblico, atti vandalici, comportamenti contrari alla pubblica decenza e ogni potenziale pericolo per i frequentatori del luogo sacro. “Fintanto che sarò sindaco assicuro che non intendo tornare indietro rispetto a una decisione che qualcuno aveva ritenuto meramente propagandistica e che, invece, si è dimostrata concreta, funzionale e molto apprezzata da chi frequenta il nostro camposanto. È una misura che ha consentito di garantire maggiore sicurezza e, soprattutto, il rispetto che si deve a un luogo sacro nel quale riposano i nostri cari defunti. Fino a quando ci sarà questa amministrazione, al cimitero si entrerà esclusivamente per pregare e per rendere omaggio ai propri defunti”, dichiara il sindaco, on. Flavio Di Muro. Ventimiglia, prorogata la vigilanza armata al cimitero di Roverino
- Trump contro Vance, battibecco sulle priorità degli Stati Uniti: cosa è successo
Trump ha contraddetto il vicepresidente JD Vance, il quale la settimana scorsa aveva affermato che la priorità assoluta dell’amministrazione, nel contesto della guerra con l’Iran, era quella di mantenere bassi i prezzi del petrolio e del gas per i cittadini americani. In un post sui social media pubblicato lunedì mattina, Trump ha affermato che “l’obiettivo numero uno è, e sarà sempre, che l’Iran non possa dotarsi di armi nucleari”. Giovedì scorso, Vance ha delineato un diverso ordine di priorità su Fox News, affermando che l’obiettivo numero uno dell’amministrazione durante la guerra era quello di “mantenere bassi i prezzi del petrolio e del gas per gli americani in tutto il paese”. “E poi, ovviamente, l’obiettivo numero 2 è garantire che l’Iran non si doti mai di un’arma nucleare”, ha aggiunto. “Sono fiducioso che raggiungeremo entrambi questi obiettivi”. Le dichiarazioni di Vance sulla priorità da dare ai prezzi della benzina si discostano dalla missione dichiarata dal presidente Trump di eliminare i programmi nucleari e missilistici balistici dell’Iran. E mentre alcuni repubblicani hanno riconosciuto che i prezzi della benzina sono troppo alti, Trump ha affermato che non si scuserà per questo. In passato, il presidente aveva categoricamente respinto l’idea che l’economia interna americana dovesse essere presa in considerazione nelle decisioni militari riguardanti l’Iran. “Nemmeno un po’”, ha detto Trump a maggio, quando gli è stato chiesto in che misura la pressione finanziaria sugli americani lo stesse spingendo a raggiungere un accordo. Trump contro Vance, battibecco sulle priorità degli Stati Uniti: cosa è successo












