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- Due casi di Figlicidio hanno sconvolto l' Italia a distanza di pochi giorni. Dott.ssa Daniela Pancani
Dott.ssa Daniela Pancani ( in memoria dei piccoli Giovanni ed Elia ma anche di tutti i bambini uccisi dalle loro madri, affinché si cerchi di prevenire con tutti gli strumenti tale fenomeno) Due casi di Figlicidio hanno sconvolto l' Italia a distanza di pochi giorni. Prima Giovanni di 9 anni, ucciso con un coltello dalla madre a Trieste mediante un taglio alla gola che non ha lasciato scampo al piccolo. La madre aveva in passato già tentato di strangolarlo ed aveva espresso propositi auto ed eterolesivi. La donna era difatti seguita dal Centro di Salute Mentale e dai Servizi Sociali. Il bambino era affidato al padre ma dopo alcuni incontri protetti tra la madre e il piccolo, la donna era riuscita ad ottenere un incontro non protetto ed è proprio in questo contesto che è stato agito l' omicidio ( nella sua abitazione). A nulla sono valsi gli appelli del padre sulla pericolosità della donna, tanto che quest' ultimo aveva regalato a Giovanni uno smartwatch per poter dare l' allarme. Anche lo stesso Giovanni aveva espresso chiaramente paure e dubbi sulla possibilità di incontrare la madre da solo senza la presenza dell' educatrice ( come avveniva negli incontri protetti). Dopo pochi giorni è Elia a Lecce ad essere ucciso dalla madre. Questa ultima in seguito all' omicidio del figlio di 9' anni, si suicidera' in mare. Il bambino è deceduto per asfissia meccanica ( strangolamento). Anche in questo caso, la donna aveva mostrato segni di sofferenza psicologica e manifestato chiaramente intenti auto ed eterolesivi. A nulla sono valsi gli appelli disperati del padre. Ci sono denominatori comuni in questi figlicidi che è importante ed urgente evidenziare, affinché si cerchi di prevenire e contrastare questi terribili casi di cronaca. 1) Erano presenti pregressi ed evidenti segnali di disagio psicologico e psichiatrico delle madri ; 2) Si era palesemente evidenziata una pericolosità espressa attraverso intenti auto ed eterolesivi; 3) Separazione conflittuale dei genitori; 4) Difficoltà di natura socio economica; 5) Appelli inascoltati dei padri 6) Insufficiente risposta di tutela e protezione da parte dei Servizi Sociali e di Salute Mentale sia nei confronti della donna che del minore; 7) Le dichiarazioni del minore non vengono sufficientemente valorizzate e non viene accolta la richiesta di aiuto, di tutela e protezione. È arrivato il momento di rimettere il minore al centro! Se andiamo a comprendere il fenomeno del figlicidio, non possiamo non prendere in considerazione la Sindrome di Medea ed il suo significato simbolico. La sindrome di Medea prende il nome dal celebre personaggio della mitologia greca, che uccide i suoi figli come atto di vendetta nei confronti del marito. Medea è figlia di Eeta, re della Colchide, e di Ecate, dea della magia e degli incantesimi, da cui ha ereditato poteri soprannaturali. Si serve delle sue arti magiche per aiutare Giasone, che è giunto nella sua terra per conquistare il mitico vello d’oro e rivendicare così il trono di Iolco che gli è stato sottratto da Pelia, fratellastro del padre. Per amore di Giasone, Medea tradisce la sua patria e fugge con lui in Grecia, arrivando a consumare orribili crimini contro la sua stessa famiglia. Riesce però nell’intento di iniziare una nuova vita con lui e dalla loro unione nascono due figli. Dieci anni dopo, tuttavia, Medea è abbandonata da Giasone, che accetta in sposa Glauce, figlia del re di Corinto Creonte, per poterne ereditare il regno. Consumata dalla gelosia, Medea punisce Giasone con una vendetta estrema: uccide prima Glauce e poi i figli avuti da lui, privandolo così di ogni possibilità di continuare la propria stirpe. Le statistiche del Figlicidio I dati relativi ai figlicidi (definiti infaticidi se si verificano entro il primo anno di età dell’infante) indicano che questo fenomeno interessa all’incirca 5 bambini su 100 mila nati. In Italia, negli ultimi 20 anni, si sono verificati 535 casi di figlicidio, con 340 minori uccisi dal 2000 al 2013. Il 2014 è stato l’anno più tragico con 39 casi, seguito dal 2018 con 33. Dal 2020 al 2023 sono stati registrati 31 casi. Quando le madri si macchiano di figlicidio: Analizzando le percentuali, le madri rappresentano il 59% dei genitori che commettono un figlicidio, mentre i padri rappresentano il 41%, con un 2% che include i patrigni. Nella maggior parte dei casi l’episodio violento accade durante il primo anno di vita del bambino, ma con una differenza: le vittime per mano materna sono statisticamente più giovani delle vittime uccise dai padri. Inoltre nel 60% dei casi il figlicidio viene seguito dal suicidio del genitore. La percentuale arriva all’86% dei casi quando a essere ucciso è più di un figlio. Le modalità con cui le madri tolgono la vita ai propri figli possono variare. Si segnalano prevalentemente condotte di annegamento, avvelenamento, soffocamento, strangolamento ma anche utilizzo di armi da taglio. Da un punto di vista psicologico le caratteristiche del modus-operandi sono diverse: nella maggior parte dei casi le madri riescono a rimanere lucide e in una occasione su quattro cercano poi di occultare il cadavere della vittima. Nello specifico si segnala un 50% di casi, tra le mamme infanticide, di un vero e proprio disturbo clinico, come psicosi o depressione. Nel 76% dei casi le madri sono considerate non in grado di intendere e volere e questo per un vizio di salute mentale. Le caratteristiche emerse nelle madri che si macchiano di figlicidio sono: - deprivazione sociale ed ambientale - spesso giovani, single, in situazione di criticità di coppia o in separazione conflittuale - nate in una famiglia poco accudente, abbandonica o poco responsiva ed empatica. Le motivazioni che possono essere alla base di un figlicidio sono diverse. Se si escludono le patologie mentali e si dà ascolto alle parole di chi ha commesso questo delitto, si riesce a individuare almeno quattro “cause”, o moventi: 1) maternità non desiderata: “Volevo sbarazzarmi di un bambino non desiderato” e affermazioni simili vengono espresse nel 24% dei casi; 2) attacco psicotico acuto: una causa rintracciabile nel 21% dei casi, dichiarata con espressioni tipo: “Il demonio ha posseduto mio figlio” oppure " Una voce di diceva di ucciderlo"; 3) per vendetta: nel 12% dei casi si verifica la sindrome di Medea, che – come abbiamo visto – porta la madre a uccidere il proprio figlio per colpire il partner per il meccanismo di spostamento della rabbia ( dal partner al bambino); 4) pietà o protezione del proprio figlio dagli orrori del mondo. Questa motivazione viene data nel 25% dei casi e delinea un quadro di omicidio compassionevole. Sindrome di Medea e alienazione genitoriale Secondo la definizione fornita dalla lettura di Jacobs, la sindrome di Medea ha una stretta connessione con l’alienazione genitoriale. L’alienazione genitoriale è un disturbo che si verifica principalmente in contesti di controversia per la custodia dei figli, in cui un genitore (alienatore) denigra l’altro genitore (genitore alienato) e sfrutta il bambino come strumento per farlo. Una patologia che emerge quindi come un’estrema conseguenza di una crisi di coppia, in cui uno dei genitori utilizza il bambino come mezzo di vendetta. Questo scenario può portare a conseguenze tragiche, come il figlicidio, quando la madre arriva al punto di uccidere il proprio figlio come parte del suo atto vendicativo. Figlicidio: fattori predisponenti Alla base del figlicidio ci sono fattori che creano i presupposti di una instabilità psichica ed emotiva. Si possono distinguere diversi ordini di fattori: sociali, psicologici e persino fisici. Tra i fattori sociali possono essere ricordati: - Uno scarso supporto sociale ricevuto dalle madri, durante la gravidanza. Una donna che sta per diventare madre non dovrebbe essere mai lasciata da sola. Ha bisogno di accudimento e gesti amorevoli, anche quando ha difficoltà nel confidarsi e nel condividere ansie e paure di una fase della propria vita che teme di non sapere gestire - la povertà: l’instabilità economica e deprivazione economica sono elementi che si ritrovano nella depressione post- partum e nel figlicidio - la giovane età e la scarsa esperienza di vita. I fattori psicologici prevedono: - depressione o, più in generale, disturbi psichiatrici nei primi sei mesi di gravidanza (sia per le madri che per i padri) o patologie Psichiatriche pre-esistenti; - stress di natura finanziaria o riconducibili a problemi di salute; - una gravidanza non pienamente voluta né desiderata. La nascita di un bambino è un fatto che altera definitivamente la vita dei genitori, gli equilibri individuali, di coppia e del sistema familiare nel suo complesso. Può verificarsi pertanto la difficoltà a metabolizzazione questo cambiamento del ciclo vitale. Ogni madre, inoltre, dopo il parto attraversa una serie di piccoli lutti, non sempre facili da sostenere. Il momento della nascita comporta un distacco completo dal bambino portato in grembo per nove mesi, a cui si aggiunge l’adattamento al bambino reale, che sostituisce l’immagine che la madre aveva idealizzato durante la gravidanza. La nascita di un figlio può inoltre stravolgere la visione della maternità che la donna aveva prima di partorire e la propria percezione di sé, nonché riattivare nella donna dinamiche irrisolte con la figura materna. L' importanza di riconoscere precocemente i sintomi e fare prevenzione: La precocità nell’intercettare ogni fattore di rischio è il passaggio chiave. Isolamento, questioni economiche, rapporto conflittuale tra i genitori, famiglia di origine anaffettiva: tutti questi elementi possono concorrere alla creazione dei presupposti per cui uno dei due genitori si ritrovi a uccidere il proprio figlio. Tra i sintomi a cui fare più attenzione troviamo: - aggressività nei confronti del proprio figlio, sia a livello fisico che psicologico; - stato confusionale: la madre è incapace di comprendere appieno le sue azioni e le conseguenze che ne derivano; - tendenze suicide: in alcuni casi estremi, la madre potrebbe manifestare tendenze suicide, risultato di una profonda disperazione - impulsività; - senso di solitudine: la madre potrebbe sentirsi emotivamente isolata e abbandonata, aumentando la sua connessione esclusiva con il figlio; - rabbia e frustrazione. E' quindi fondamentale in queste situazioni, rivolgersi a un professionista della salute mentale per prevenire questi rischi omicidari e salvaguardare la relazione madre/bambino e il benessere famiglia fin dove possibile. Talvolta si rende quindi necessario ed urgente adottare tempestivamente provvedimenti di tutela e protezione nei confronti del minore, che possano prevedere un allontanamento temporaneo o permanente dalla relazione con la figura materna e dalla situazione critica. È necessario atresi' un monitoraggio serrato e continuativo da parte dei servizi preposti ( sociali, di salute mentale , di ordine giudiziario), che può prevedere anche Accertamenti Sanitari Obbligatori per la madre o Trattamento Sanitario Obbligatorio nei casi specifici. Può anche essere utile un Ricovero di Sollievo Temporaneo della madre, un periodo di degenza ospedaliera o in Struttura Residenziale Specifica affinché la donna possa recuperare il suo benessere mentale e con esso le sue capacità genitoriali, la' dove ancora possibile. La centralità del minore va' riportata con urgenza alle attenzioni delle istituzioni e dei servizi preposti, affinché nessun bambino resti inascoltato nelle sue paure ma anche nessun padre resti relegato ai margini degli appelli disperati e disperanti. Anche nessuna donna deve essere lasciata sola. Non scordiamolo mai! Dott.ssa Daniela Pancani ( in memoria dei piccoli Giovanni ed Elia ma anche di tutti i bambini uccisi dalle loro madri, affinché si cerchi di prevenire con tutti gli strumenti tale fenomeno)
- Investigatori Privati nel Mondo. Un viaggio tra professione, regolamentazione e curiosità internazionali. (di Riccardo Mambrini)
La professione di investigatore privato nasce ufficialmente nella seconda metà dell’Ottocento, con la fondazione della prima agenzia di investigazione privata da parte di Allan Pinkerton negli Stati Uniti, non tutti sanno però che in realtà, in Francia nel 1833, Francois Vidocq, fonda il “Bureau de renseignement”, agenzia che si occupava principalmente di informazioni commerciali e sorveglianza sui commercianti; dopo Vidocq e Pinkerton, la professione dell’investigatore privato si è diffusa a livello globale, assumendo caratteristiche peculiari a seconda dei contesti culturali e delle normative locali. Possiamo certamente affermare che, ovunque si trovino ad operare nel mondo gli investigatori privati hanno molti punti in comune, tra cui la tipologia di attività svolte, per citarne alcune: Indagini su infedeltà coniugali, Rintraccio di persone scomparse, Indagini aziendali su frodi o assenteismo, Raccolta di prove per procedimenti giudiziari, Bonifiche ambientali e digitali per rilevare microspie, Verifiche patrimoniali e recupero crediti, le tecniche di raccolta delle informazioni come le registrazioni, l’acquisizione di materiale foto/video od i colloqui, e soprattutto il fatto di lavorare su commissione per un cliente privato, sia esso un avvocato, un’azienda o un privato cittadino. Cosa c’è di diverso allora tra un investigatore privato in Italia ed un investigatore privato in Brasile? Ad esempio, le certificazioni e le qualifiche saranno diverse, le modalità di rilascio della licenza, i poteri di cui sono investiti, il rispetto della privacy, e il loro ruolo all’interno della società. Vediamo brevemente alcune differenze nei vari continenti. Partiamo nel dire che esistono paesi nel mondo dove questa figura assolutamente non esiste e tutti i poteri di indagine, sia penale che civile sono demandati esclusivamente alle forze di polizia, alcuni di questi paesi come il Tagikistan e l’Uzbekistan, o comunque tutti quei paesi in cui vige un regime autoritario e/o dittatoriale, non prevedono ne regolamentato la figura dell’investigatore privato, in altri casi, data la scarsità di informazioni pervenute, non ci è dato sapere se queste figure esistano e come sono eventualmente regolamentate, basti pensare alla Corea del Nord, paese del quale sappiamo poco o nulla; esistono altre realtà, prevalentemente in Asia e in Medio Oriente, dove esistono delle figure parallele all’investigatore privato, quelli che chiameremmo in gergo “informer”, e cioè degli informatori, figure che sì, compiono atti di indagine, ma lo fanno con l’intento di controllo sulla popolazione, potremmo definirle quasi come spie che agiscono dietro richiesta del governo o delle forze di polizia, anche questi sono paesi nei quali, la libertà di pensiero, di informazione o di parola è limitata, insomma tutti quei paesi non democratici, per citarne alcuni, l’Afghanistan, la Siria, l’Iran, la Cina. All’opposto dei paesi sopracitati possiamo notare che, nella maggioranza dei paesi realmente democratici, nella maggioranza dei paesi occidentali, la figura dell’investigatore privato è regolamentata, normata, legale; in tutti questi paesi le differenze si rilevano praticamente solo a livello operativo, in alcuni paesi gli investigatori privati hanno più ampi poteri o possono accedere a banche dati più riservate; a livello geografico, in Europa, vi è l’eccezione della Bielorussia, la quale similarmente ai paesi del Medioriente, non prevede la figura dell’investigatore privato. Ancora geograficamente in Europa, più precisamente nel Regno Unito, curioso è il caso del SIA (Security Industry Authority), essendo un ente pubblico non dipartimentale (esclusivo del Regno Unito), addetto alla gestione dei fondi pubblici, a causa della mancanza di quest’ultimi, non è più in grado, ormai da alcuni anni, di erogare nuove licenze, e non esistendo altri organi addetti a questa funzione, chi volesse fare l’investigatore privato aprendo una nuova agenzia, è impossibilitato a farlo. Negli Stati Uniti la professione è regolamentata a livello statale; ogni stato ha i propri requisiti per ottenere la licenza, in linea generale, similarmente all’Italia questa viene rilasciata dietro specifici requisiti come, un valido titolo di studio, la stipula di una polizza assicurativa a tutela dell’agenzia, la differenza consiste nell’organo che rilascia la licenza, in Italia è la Prefettura, negli USA sono le autorità locali di ciascuno stato; i poteri investigativi sono simili a quelli Italiani, consentite registrazioni, colloqui, acquisizione materiale audio/video, la privacy deve sempre essere rispettata, e come in Italia, c’è il divieto di effettuare intercettazioni oppure condurre interrogatori, in alcuni stati però l’accesso ad alcune banche dati federali è consentito. In Europa la maggioranza dei paesi è allineata ai requisiti italiani In Francia, gli investigatori privati devono essere titolari di un’autorizzazione rilasciata dal CNAPS (Conseil National des Activités Privées de Sécurité) e seguire percorsi formativi specifici. L’attività è regolamentata per garantire il rispetto dei diritti dei cittadini così come in Spagna, Austria, etc., una piccola parentesi va aperta per la Germania, la quale consente l’attività di investigazione privata in forma libera, un'altra importante differenza la troviamo nel rispetto della privacy, in Germania la legge non tratta direttamente il rapporto tra investigatore privato e privacy, ma tramite un regolamento nazionale consente all’investigatore di reperire informazioni personali dietro un “interesse legittimo”. In Sudamerica esistono agenzie investigative regolamentate in maniera differente a seconda dello stato in cui operano, in Brasile, ad esempio non è sempre richiesta la laurea per esercitare e oltre ai classici poteri dell’investigatore, emerge curiosamente il potere di recupero della refurtiva, esatto, l’investigatore che indaga su un furto ai danni di un privato può recuperare l’oggetto del furto e restituirlo al legittimo proprietario. Sulla bilancia pesano molto di più le affinità rispetto alle differenze tra investigatori privati, soprattutto in Europa e nei paesi occidentali, nonostante ciò sarebbe utile e doveroso secondo il mio punto di vista avere una omogeneità normativa quantomeno all’interno dell’Unione Europea, il cybercrime è in forte crescita e le indagini possono sempre più spostarsi su panoramica Europea ed internazionale, una normativa chiara ed uguale per tutti porterebbe sicuramente maggiore chiarezza tra i professionisti e garantirebbe al cliente una maggiore qualità dei servizi. La figura dell’investigatore privato si è formata ed evoluta nel tempo, oggi più che mai è necessaria una adeguata cultura e formazione anche in campo internazionale, ciò permetterebbe di vedere questo professionista sotto una luce diversa, abbandonando la vecchia idea di personaggio “fumoso” alla quale creazione hanno contribuito i mass media con film e serie tv, dando un’immagine distorta di quello che in realtà è l’investigatore privato. Essere investigatore privato oggi significa muoversi tra regole diverse, sfide tecnologiche e crescenti aspettative da parte dei clienti. Che si tratti di indagare su un tradimento, di risolvere un caso aziendale o di contribuire a una causa giudiziaria, l’investigatore privato resta una figura chiave per la tutela dei diritti e la ricerca della verità. Fonte: Investigatore Privato dott. Mambrini Riccardo
- “Vite spezzate: la battaglia contro la violenza di genere”. (della Criminologa dott.ssa Nosari Greta)
Ogni giorno, nel silenzio delle nostre città, nelle strade, nelle case, una donna subisce violenza. E troppo spesso questa violenza resta invisibile, nascosta dietro porte chiuse, parole non dette, sguardi evitati. Oggi siamo qui per affrontare questa realtà, che non è privata, non è casuale, non è inevitabile. La violenza contro le donne è un fenomeno sociale e culturale, radicato negli stereotipi, nelle disuguaglianze e nella paura. È un segno dei tempi, ma anche delle scelte che facciamo come comunità. Dietro ogni statistica c’è una vita reale: una donna che ha subito soprusi, un corpo e una mente segnati dalla paura, figli che assistono impotenti, relazioni spezzate, futuri negati. La violenza non conosce classe sociale, età o provenienza. È trasversale e silenziosa, ma le sue conseguenze si ripercuotono su tutti noi. Celebrare questa giornata non significa solo ricordare le vittime. Significa assumersi una responsabilità concreta: prevenire, proteggere, educare, cambiare. Significa riconoscere che la violenza non nasce dal nulla, ma si alimenta di disuguaglianze, di pregiudizi, di culture che la tollerano o la minimizzano. Oggi voglio accompagnarvi attraverso i dati, per capire l’entità del problema; mostrarvi le evoluzioni legislative, per conoscere gli strumenti che abbiamo costruito; e infine riflettere insieme su cosa possiamo fare, giorno dopo giorno, per costruire una società in cui ogni donna possa vivere libera, sicura e rispettata. Prima di entrare nel dettaglio dei numeri, è importante chiarire alcuni concetti chiave, perché comprendere le definizioni ci permette di capire meglio la portata e la complessità del fenomeno. Per comprendere la portata del fenomeno della violenza contro le donne, è fondamentale partire da una definizione chiara e riconosciuta a livello internazionale. Secondo la Convenzione di Istanbul (Consiglio d’Europa, ratificata in Italia con legge 27 giugno 2013, n. 77), la violenza contro le donne comprende tutti gli atti basati sul genere che provocano o possono provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali, psicologiche o economiche, incluse minacce, coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita privata sia in quella pubblica (Convenzione di Istanbul, art. 3, Senato). All’interno di questa definizione rientrano molteplici forme di violenza: fisica, sessuale, psicologica, economica, lo stalking e la violenza domestica, cioè quella che si verifica all’interno del nucleo familiare o nelle relazioni intime, anche quando l’autore non convive con la vittima (Convenzione di Istanbul, art. 3, Camera). La Convenzione definisce inoltre il concetto di genere come “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” (Avvocato Andreani). Queste definizioni evidenziano che la violenza contro le donne non è solo un problema individuale o fisico, ma spesso un fenomeno strutturale e sistemico, radicato in rapporti di potere e disuguaglianze sociali. Sul piano nazionale, l’Italia fa riferimento alla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nota come “Codice Rosso”, che ha introdotto misure urgenti di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, recependo e valorizzando le definizioni della Convenzione di Istanbul (Ministero della Giustizia – Codice Rosso). Inoltre, la normativa penale italiana, come l’articolo 609-bis del Codice Penale, definisce la violenza sessuale come “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali” (Codice Penale – Art. 609-bis). Comprendere queste definizioni è essenziale per leggere correttamente i dati statistici: la violenza sulle donne non è un episodio isolato, ma un continuum di atti che possono manifestarsi in molte forme, dal controllo psicologico e le molestie fino all’aggressione fisica e sessuale, e, nel caso più estremo, al femminicidio. Un omicidio “normale” è l’uccisione di una persona senza un legame diretto con il genere o con la dinamica di potere; il femminicidio, invece, rappresenta l’esito più tragico della violenza di genere, spesso perpetrato da partner o ex partner, e segna la manifestazione estrema di discriminazione e controllo (Istat – Violenza sulle donne). Questa distinzione è cruciale perché permette di interpretare correttamente le statistiche: le informazioni sulla violenza sulle donne mostrano la diffusione e la varietà degli abusi, mentre quelle sugli omicidi di genere evidenziano il rischio più estremo e le dinamiche che portano a situazioni di pericolo letale. Violenza sulle donne: i dati in Italia I dati più recenti raccolti dall’Istat mostrano quanto la violenza contro le donne sia purtroppo diffusa e stratificata nelle diverse forme. Nel nostro Paese, quasi una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (circa il 31,5%, pari a 6 milioni e 788 mila donne). Di queste, il 20,2% ha subito violenza fisica, mentre il 21% ha subito violenza sessuale. Tra le forme più gravi, come lo stupro e il tentato stupro, si registra un’incidenza complessiva del 5,4% (circa 1 milione e 157 mila donne), con 652 mila casi di stupro e 746 mila di tentato stupro. Quando si analizzano i dati rispetto all’autore della violenza, emerge una differenza significativa tra partner, ex partner e altre persone. La violenza da parte di partner o ex partner riguarda il 13,6% delle donne, con 855 mila vittime che denunciano maltrattamenti da partner attuali e 2 milioni 44 mila da ex partner. Per molte donne, proprio la violenza subita è stata la motivazione principale per interrompere la relazione: circa il 41,7% ha lasciato il partner per questo motivo, e un ulteriore 26,8% l’ha considerata un elemento importante della decisione. Le violenze non sono solo legate alle relazioni intime: circa il 24,7% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner. In questa categoria rientrano sia gli estranei (13,2%) sia persone conosciute (13%), tra cui conoscenti, amici, parenti o colleghi di lavoro. Le modalità di aggressione variano: le minacce colpiscono il 12,3% delle donne, lo spintonamento o lo strattonamento l’11,5%, mentre forme più gravi come schiaffi, calci, pugni e morsi interessano il 7,3%. Anche l’uso di oggetti per arrecare danno colpisce circa il 6,1% delle donne. Le forme più gravi, come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento o la minaccia con armi, sono meno frequenti ma indicano la pericolosità e la violenza estrema di alcuni contesti. Le violenze sessuali seguono dinamiche simili: le molestie fisiche — come essere toccate, baciate o abbracciate contro la propria volontà — colpiscono il 15,6% delle donne; rapporti sessuali indesiderati considerati violenza il 4,7%, stupri il 3% e tentati stupri il 3,5%. Le forme più gravi di violenza sessuale sono commesse prevalentemente da partner, parenti o amici: il 62,7% degli stupri è perpetrato dal partner, il 3,6% da parenti e il 9,4% da amici. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali, con il 76,8% dei casi tra tutte le violenze commesse da estranei. L’analisi mostra anche differenze tra donne italiane e straniere. Le straniere subiscono una violenza fisica più frequente (25,7% contro il 19,6%) e una maggiore incidenza di stupri e tentati stupri (7,7% contro il 5,1%). La violenza da partner o ex partner è più comune tra le straniere (20,4% contro 12,9%), mentre le italiane subiscono più spesso violenze da uomini non partner (25,3% contro 18,2%). Questi dati evidenziano come fattori culturali, sociali e di integrazione possano influenzare la vulnerabilità alla violenza e le dinamiche di rischio. Questi numeri raccontano una realtà complessa: la violenza sulle donne è diffusa e multiforme, spesso esercitata da persone conosciute o in contesti familiari, ma mai casuale. Comprendere chi, come e in quali circostanze la esercita è fondamentale per sviluppare politiche di prevenzione, tutela e intervento mirate. Solo conoscendo la varietà delle forme di violenza e le dinamiche che le alimentano possiamo capire come evitare che il continuum della violenza raggiunga l’esito estremo dell’omicidio di genere. La violenza contro le donne è una piaga sociale complessa, che si manifesta in molte forme: violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. La Convenzione di Istanbul del 2011 definisce la violenza di genere come ogni atto basato sul genere che causa morte, danno o sofferenza fisica, sessuale o psicologica, comprese le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che privata. In Italia, il Codice Penale contempla già reati specifici come maltrattamenti in famiglia (art. 572), violenza sessuale (art. 609-bis), stalking (art. 612-bis), che permettono di perseguire diversi aspetti della violenza, ma solo recentemente il legislatore ha iniziato a riconoscere il femminicidio come categoria autonoma. Secondo i dati ISTAT più recenti, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nella vita violenza fisica o sessuale. In particolare, il 20,2% ha subito violenza fisica e il 21% violenza sessuale; il 5,4% ha vissuto le forme più gravi della violenza sessuale, come stupro o tentato stupro. La violenza da parte di partner o ex partner colpisce il 13,6% delle donne, e nella maggior parte dei casi la relazione termina proprio a causa della violenza; il 24,7% ha subito violenza da uomini non partner, spesso da conoscenti o estranei. La violenza più grave, come gli stupri, è compiuta prevalentemente da partner, amici o parenti. Tra il 2019 e il 2023, gli omicidi in Italia sono oscillati tra 303 e 334 all’anno, con circa un terzo delle vittime donne. La maggior parte degli omicidi femminili avviene in contesti familiari o affettivi: nel 2023, 63 donne sono state uccise da partner o ex partner, quasi tutte da uomini. Stimando secondo il movente, circa l’82% degli omicidi femminili può essere classificato come femminicidio. I dati preliminari 2024-2025 indicano stabilità nel numero di vittime femminili, con un forte impegno istituzionale sul fronte della prevenzione, ma confermano che molte donne sono ancora a rischio nelle relazioni intime. La pandemia ha mostrato la dimensione sommersa della violenza, definita dagli studiosi come “shadow pandemic”, con gravi ripercussioni su minori, donne straniere o disabili. Questi dati sono confermati dai report ISTAT e dai dati congiunti del Dipartimento per le Pari Opportunità, che integrano statistiche dei centri antiviolenza, le chiamate al 1522 e le indagini delle forze dell’ordine. Alcune tragedie dimostrano la fragilità delle misure preventive: Giulia Cecchettin, studentessa di ingegneria, fu brutalmente uccisa dall’ex fidanzato nel 2023, un caso che suscitò un’ondata di indignazione nazionale e mise in luce il tema del possesso affettivo e della violenza non percepita fino a che non è troppo tardi. In modo simile, Pamela Genini, 29enne modella e imprenditrice, è stata uccisa a Milano nel 2025 dal suo compagno: l’omicidio è avvenuto sul balcone dell’appartamento, in un crescendo di violenza sotto gli occhi dei vicini che avevano già segnalato tensioni precedenti. Il caso di Pamela ha riacceso la mobilitazione civile, con una fiaccolata nel quartiere Gorla, a testimonianza che il “possesso” affettivo uccide e che la comunità fa sentire la sua voce per dire: “basta”. Altri casi recenti, in cui il braccialetto elettronico non ha impedito l’omicidio, dimostrano le difficoltà operative nel proteggere le vittime, evidenziando che la tecnologia da sola non è sufficiente senza intervento tempestivo e coordinato delle istituzioni. Il legislatore italiano ha adottato negli ultimi anni misure significative. Con il Codice Rosso (Legge 69/2019) sono stati introdotti tempi accelerati per le indagini e l’audizione della vittima da parte del pubblico ministero, tutela immediata, divieto di avvicinamento e aggravanti per maltrattamenti, violenza sessuale e stalking. Successivamente, dal 2020 in poi, sono stati rafforzati i centri antiviolenza e le hot-line come il 1522, ed è stata prevista una formazione obbligatoria per magistrati e forze dell’ordine sui temi della violenza di genere. Nel marzo 2025 è stato approvato il DDL 1433, che introduce nel Codice Penale l’articolo 577-bis “Femminicidio”, prevedendo l’ergastolo quando l’uccisione di una donna avviene per motivi di discriminazione di genere, controllo o dominio, oppure in relazione al rifiuto affettivo. Il disegno di legge include procedure rafforzate di tutela per la vittima: obbligo di ascolto da parte del PM, informazione sulla possibilità di patteggiamento, formazione specifica dei magistrati e aggravanti per altri reati (stalking, maltrattamenti, violenza) se motivati da logiche di possesso. Questi strumenti segnano un percorso legislativo che va dalla tutela rapida e preventiva (Codice Rosso) alla punizione specifica per femminicidio, riconoscendo la gravità sociale del crimine e le dinamiche di genere. Il femminicidio non è un semplice omicidio: è l’espressione estrema di un fenomeno sociale radicato, frutto di disuguaglianza, possesso e controllo. I dati mostrano che la maggior parte delle donne uccise conosce l’aggressore e spesso ha già subito violenza. I casi emblematici e le criticità operative, come il mancato funzionamento delle misure preventive o la risposta insufficiente delle istituzioni, ricordano che leggi e tecnologia da sole non bastano senza una cultura di protezione, vigilanza sociale e interventi immediati. Serve quindi un approccio integrato: prevenzione culturale nelle scuole per insegnare il rispetto, il consenso e l’autonomia; sostegno psicologico ed economico alle vittime per rompere la dipendenza dagli aggressori; protezione reale e immediata nei casi di rischio concreto; formazione continua per magistrati e forze dell’ordine; e una raccolta dati rigorosa su femminicidi e violenze di genere. Solo così l’Italia potrà trasformare leggi avanzate in protezioni concrete, riducendo le vittime e costruendo una società in cui la violenza di genere non sia più la norma, ma un’emergenza su cui intervenire con forza, consapevolezza e umanità. Articolo a cura della Referente Criminologa dott.ssa NOSARI Greta
- Il Silenzio Interrotto: Analisi Pedagogico-Sociale del Suicidio in Carcere (di Mariana Berardetti)
Analisi del suicidio in carcere con un approccio prettamente pedagogico-sociale, focalizzato sui meccanismi e sulla prevenzione costruttiva. 1. Il Suicidio come Fallimento Educativo e Sociale Il suicidio in ambiente detentivo non è soltanto un tragico evento individuale, ma un sintomo acuto che interroga la missione rieducativa e di risocializzazione della pena, come stabilito dai principi costituzionali. Da una prospettiva pedagogico-sociale, il gesto estremo rappresenta la massima espressione della disgregazione esistenziale e della solitudine che l’istituzione carceraria, se non adeguatamente orientata, può ingenerare. La detenzione, pur necessaria, opera una decontestualizzazione radicale dell’individuo, esponendolo a rischi psicosociali specifici: Perdita di Ruolo e Identità: Il detenuto viene spogliato dei suoi ruoli sociali (padre, lavoratore, cittadino), favorendo una regressione psichica e una crescente dipendenza dall’Istituzione. L’identità si appiattisce sul ruolo di “detenuto”. Anomia Carceraria: La vita in cella è spesso dominata da inattività, noia e mancanza di scopo. Questo “tempo morto” non solo svuota di senso l’esistenza, ma frustra ogni tentativo di costruire una progettualità futura. Il compito della pedagogia in questo contesto è trasformare il tempo della reclusione in un “tempo educativo” e significativo, orientato alla responsabilità e all’autonomia. Quando l’istituzione fallisce in questa conversione, il rischio di annullamento di sé si intensifica. 2. La Crisi del “Fine Pena”: L’Angoscia del Ritorno Il rischio suicidario è notoriamente elevato all’ingresso (per lo shock della carcerazione), ma in modo controintuitivo, si riacutizza nella fase che precede l’imminente scarcerazione (il fine pena). Durante gli anni di reclusione, la scarcerazione diventa la speranza che ha permesso la sopravvivenza psichica. Tuttavia, man mano che si avvicina, questa speranza si carica di un duplice peso, trasformandosi in una profonda angoscia del “rientro”. La libertà imminente proietta il detenuto in un vuoto relazionale e normativo, rivelando una triplice crisi: Il Fardello delle Aspettative Esterne Il detenuto prossimo alla liberazione si confronta con l’enorme pressione delle aspettative di chi lo attende fuori. La famiglia, gli amici e la società sperano che il percorso detentivo abbia “restituito una persona nuova”, affrancata e capace di impeccabile condotta futura. Il detenuto si ritrova a dover incarnare l’individuo rieducato e perfetto, temendo di non essere all’altezza di questa idealizzazione e di deludere nuovamente chi ha creduto in lui. La Paura di Non Trovare Affetto (Disgregazione Affettiva) La libertà significa doversi confrontare con la “frattura affettiva” causata dalla lontananza. Il timore di non trovare accoglienza, di essere respinto, o di subire il peso di relazioni familiari logorate alimenta un profondo senso di solitudine e inadeguatezza sociale. La Paura di Non Trovare Regole (Anomia Sociale) Paradossalmente, il carcere offre una struttura e regole rigide ma certe. La scarcerazione significa un salto nel mondo complesso, dove l’autonomia è obbligatoria e le regole sociali vanno negoziate. Il detenuto, reso passivo e dipendente, teme di non riuscire a riconquistare un ruolo produttivo e normativo nella società, preferendo l’annullamento al rischio del fallimento. In questo senso, il fine pena si trasforma da promessa a prova insuperabile, evidenziando una mancata preparazione graduale e realistica al reinserimento. 3. Modus Operandi e Prevenzione: Ristabilire la Progettualità Il modo in cui il suicidio avviene (prevalentemente per impiccagione con mezzi di fortuna) riflette spesso la disperata necessità di utilizzare gli unici strumenti disponibili per compiere un atto che è anche l’ultima forma di comunicazione di un dolore intollerabile. La prevenzione in chiave pedagogico-sociale deve superare la mera sorveglianza e concentrarsi sul ristabilire il valore della persona e del suo progetto di vita. Interventi Pedagogici Mirati: Accompagnamento Progettuale e Misure Alternative: La prevenzione più efficace è un percorso di graduale preparazione alla libertà. È fondamentale l’uso intensivo delle misure alternative al carcere negli ultimi anni di pena, in modo da testare l’autonomia e il rientro nel tessuto sociale in modo monitorato e non traumatico. Mediazione delle Aspettative: Attraverso il lavoro congiunto di educatori e servizi sociali, è necessario un intervento di mediazione tra detenuto e famiglia per allineare le aspettative. È cruciale formare la rete di supporto esterna a offrire un’accoglienza realistica e non giudicante. Ruolo di Educatori e Volontariato: Queste figure sono essenziali per intercettare i bisogni latenti e stimolare la progettualità realistica. Promuovere attività formative, lavorative e culturali riduce l’inattività, dando scopo e dignità al tempo della detenzione. Formazione del Personale: È cruciale formare tutto il personale penitenziario (Polizia Penitenziaria e operatori) a una sensibilità educativa. Devono essere in grado di riconoscere i segnali di disagio precoce e di fungere da fattore protettivo basato sull’ascolto e la relazione, e non solo sulla custodia. Il suicidio in carcere impone una riflessione profonda: solo garantendo un percorso di pena che umanizzi la persona e la prepari attivamente alla libertà, dotandola degli strumenti per affrontare il peso delle aspettative e l’ansia del domani, è possibile adempiere al mandato costituzionale della rieducazione. Articolo a cura della Dott.ssa Mariana Berardinetti Magistrato Onorario di Sorveglianza Criminologa- Criminal Profiler Pedagogista Forense
- Energia nucleare e gestione dei materiali radioattivi: La Nuclear Security in Italia (Di Stefano Bassi)
Recentemente il Governo ha approvato un disegno di legge in materia di energia nucleare sostenibile, con l’obiettivo di tornare a produrre energia da fonte nucleare in Italia dopo quasi quarant’anni. Ciò potrà garantire al nostro Paese la continuità nell’approvvigionamento energetico, la dipendenza da paesi geopoliticamente stabili produttori di Uranio e di altri combustibili nucleari, la migliore sostenibilità dei costi gravanti sugli utenti finali, la competitività del sistema industriale nazionale e di concorrere agli obiettivi di decarbonizzazione, in quanto le centrali nucleari non emettono anidride carbonica in atmosfera. L’Italia è infatti attualmente uno fra i paesi industrializzati maggiormente dipendenti dall’estero. L’ultimo Med&Italian Energy Report del Politecnico di Torino e Intesa Sanpaolo rende noto come l’UE importi in media il 58% dell’energia e l’Italia addirittura il 74,8%. Circa il 5% arriva dalle centrali nucleari francesi, poste a pochi chilometri dal confine italiano. Il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) prevede che l’Italia si orienti verso un mix tra energie rinnovabili, nucleare e gas. Questo consentirebbe di raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati al 2050. Per quanto riguarda specificamente il nucleare, è previsto il raggiungimento nel breve-medio termine di una quota di circa il 20% della richiesta di energia elettrica nazionale. CONTINUA A LEGGERE QUI Articolo a cura di BASSI Stefano
- Essere auditor o fare audit? Una vita tra norme, docenze e audit ISO (intervista a Fabrizio Cirilli)
Fabrizio Cirilli dal 1983 nel campo dell’ICT, da programmatore a imprenditore. In particolare, si è sempre occupato di sicurezza e di standard, in parte anche di AI, sin dall’inizio. Ha lavorato per grandi gruppi nazionali e multinazionali, dal 2001 ha sua mia azienda di cui è fondatore e CEO (come si dice oggi). Nel percorso ha iniziato ad occuparsi di audit, esattamente nel 1995 iniziava la carriera da auditor, prima parallela poi sempre più rilevante fino a diventare parte fondamentale del suo lavoro. Al momento le sue attività includono: formazione, consulenza e audit per gli standard e per le tematiche ICT, sia in UE sia in USA. A questo si unisce una quota del suo tempo spesa volontariamente nello sviluppo degli standard, prevalentemente per la famiglia cyber e AI. Dal 2022 è entrato a far parte dei Senior Partner di Rexilience Srl, un’azienda specializzata nell’advisory nel settore della cyber security, insieme a colleghi di elevata caratura si occupano di cybersecurity in tutte le sue declinazioni, inclusi gli sviluppi rispetto a standard e normative. Esaurita la parte di presentazione passiamo al perché e ai contenuti del suo libro. Nei corsi di qualifica per auditor/lead auditor gli è stato spesso chiesto di pubblicare la sua esperienza e gli aneddoti utilizzati nel corso delle sessioni formative. All’inizio, come scrive nel libro, era scettico ma poi l’idea ha iniziato a prendere forma e ha voluto festeggiare i 30 anni di audit (sono qualche migliaio gli audit svolti in questi 30 anni) con un libro che raccontasse cosa significa essere auditor e fare audit. A titolo puramente informativo, alla data odierna, i lead auditor certificati per la sicurezza delle informazioni, sotto accreditamento italiano, sono 43 sebbene siano migliaia le persone qualificate nei corsi in questi 20 anni di esistenza della norma ISO/IEC 27001. Probabile che sommando tutte le persone certificate in Italia per tutti gli standard non si superino le 1.000 unità. Quindi un ambito potenzialmente ampio di figure professionali appetibili per chi cerca opportunità ed è interessato a sviluppare le proprie competenze, anche in campo internazionale. Una professione affascinante che è difficile da raccontare, sicuramente impegnativa ma piena di grandi soddisfazioni. Professione complementare all’insegnamento e alla consulenza, il classico circolo virtuoso che tiene in piedi un’azienda e fa crescere le competenze. Nel libro racconta parte della storia, per raccontare tutto avrebbe dovuto scrivere centinaia di pagine, ma voleva solo trasmettere il senso della professione di auditor e le opportunità nascoste sperando che giovani in cerca di lavoro possano interessarsene. Infine, ha voluto vincolare i proventi al finanziamento della ricerca contro i tumori infantili, tema che pone ogni genitore di fronte ad una terrificante esperienza e contro un male che troppo spesso non trova i fondi per avanzare come necessario Fabrizio Cirilli Collegamento di 2° grado2° Senior Partner Rexilience Srl - PDCA Srl (CEO & Founder) PDCA Srl – Via della Magliana, 184 – Roma (CEO e Founder) Rexilience Srl – Corso Venezia, 54 – Milano (Senior Partner)
- Ransomware e Data Breach: la minaccia invisibile che colpisce i dati
Nel mondo digitale di oggi, i dati sono il nuovo oro e come ogni risorsa preziosa, attirano inevitabilmente chi vuole impossessarsene. Tra le minacce più pericolose che ogni organizzazione deve affrontare troviamo ransomware e data breach: due fenomeni diversi, ma sempre più intrecciati tra loro. Il ransomware è un tipo di malware che, una volta entrato in un sistema, cifra i file e blocca l’accesso ai dati, chiedendo un riscatto (solitamente in criptovalute) per sbloccarli. L’infezione può partire da una semplice mail di phishing, da un file infetto o da una vulnerabilità non corretta in un sistema esposto su Internet. Negli ultimi anni gli attacchi si sono evoluti: non si limitano più a cifrare i dati, ma anche a rubarne copie. È la cosiddetta doppia estorsione (double extortion): i criminali minacciano di pubblicare o vendere le informazioni se non si paga. In pratica anche in presenza di un backup aggiornato (sempre, assolutamente consigliabile) la vittima non è più al sicuro. Un data breach è una violazione di sicurezza che porta alla divulgazione, perdita o accesso non autorizzato a dati sensibili o personali. Può essere il risultato di un attacco informatico, ma anche di un errore umano o di una configurazione errata dei sistemi. Le conseguenze possono essere pesanti: • Danni economici diretti (riscatti, fermo operativo, spese di ripristino); • Danni reputazionali e perdita di fiducia dei clienti; • Possibili sanzioni del Garante per la Privacy, in caso di violazione del GDPR. Oggi i gruppi criminali più organizzati combinano le due strategie: prima violano la rete (data breach), esfiltrano i dati più sensibili, e poi cifrano tutto (ransomware). Il risultato è un doppio danno: perdita operativa e minaccia di esposizione pubblica dei dati. Questa tattica sembra essere diventata la norma. I gruppi ransomware operano ormai come vere e proprie cyber-aziende criminali, con ruoli ben definiti (sviluppatori, negoziatori, esperti di PR sul dark web) e infrastrutture di supporto (Ransomware-as-a-Service). In ambito informatico la sicurezza totale non esiste, ma la resilienza digitale sì. Alcuni esempi di pratiche concrete per ridurre drasticamente il rischio possono essere: 1. Aggiornare costantemente software e sistemi operativi – ogni patch di sicurezza mancata è una porta aperta. 2. Eseguire backup regolari e conservarli offline o in ambienti separati. 3. Formare il personale per riconoscere phishing e comportamenti sospetti. 4. Segmentare la rete per evitare che un’infezione si propaghi ovunque. 5. Monitorare i log di sicurezza e implementare soluzioni di threat detection. 6. Definire un piano di risposta agli incidenti (Incident Response Plan) ben testato. Il ransomware e i data breach non sono un problema solo tecnico: sono una questione di cultura organizzativa. La sicurezza informatica non si compra, si costruisce — giorno dopo giorno, con consapevolezza, formazione e buone pratiche. Chi gestisce dati, oggi, deve essere consapevole di trovarsi a gestisce un potere. E come ogni potere, va protetto con intelligenza. FONTE SQUAD LB
- La sottile linea rossa tra Cina e Russia. Il Grande Fratello si sposta sul Web (dell'Analista Cyber Security Montoro Ilaria)
I progetti che la Cina sta provando a perseguire hanno un preciso significato storico-psicologico, sono il retaggio di un passato lontano. Senza un’analisi culturale e psicologica sarà quindi complicato capirne gli obiettivi e sarà arduo intendere il ruolo che vorrebbero ricoprire nel mondo nei prossimi decenni. La storia cinese non ha vissuto una continuità politica m a piuttosto una continuità culturale. S ebbene la Repubblica Popolare Cinese (fondata nel 1949) d i fatto non abbia avuto un popolo omogeneo, son state la compattezza, la forza della cultura cinese e la diversità di auto-percezione rispetto agli altri a garantire la continuità della sua identità attraverso le generazioni e i cambiamenti politici. LEGGI QUI L'INTERO ARTICOLO Articolo a cura della Referente Cyber Security dott.ssa Montoro Ilaria “Laureata in Ricerca Sociale, Politiche di Sicurezza e Criminalità presso l’Università degli Studi Gabriele d'Annunzio - Chieti-Pescara, ho costruito un percorso accademico e professionale che integra criminologia, scienze forensi e sicurezza informatica. Ho conseguito un Executive Master in Cyber Security, Digital Forensics & Computer Crime, che mi ha permesso di approfondire le dinamiche della sicurezza digitale, dell’analisi forense e della gestione del rischio in ambienti complessi. Dopo gli studi, ho scelto di orientare infatti le mie competenze criminologiche verso ambiti emergenti, integrando la criminologia con la cyber security, con l’obiettivo di applicare metodologie investigative in contesti digitali sempre più articolati. Quel che più mi appassiona in particolare è la Digital Forensics e la Threat Intelligence, due aree che considero strategiche per il mio percorso di crescita. Il mio prossimo obiettivo sta proprio nella loro approfondita conoscenza, perché credo nel valore dell’interdisciplinarità e nella continua evoluzione delle competenze. Il mio approccio è orientato all’analisi, alla risoluzione dei problemi e alla costruzione di soluzioni efficaci e sostenibili nel tempo. Ho maturato esperienza in contesti SOC e in attività di monitoraggio, gestione incidenti, OSINT, vulnerabilità assesment e implementazione di policy di sicurezza, collaborando con realtà che mi hanno permesso di crescere professionalmente, di mettermi alla prova su progetti concreti e di sviluppare competenze operative in ambienti dinamici e ad alto contenuto tecnologico."
- SECURITY FERROVIARIA: UN APPROCCIO OLISTICO E PARTECIPATO (del Security Manager Stefano Bassi)
Sabato primo novembre un attacco con arma da taglio ha causato 11 feriti a bordo di un treno in viaggio nel Cambridgeshire, lungo il percorso fra Doncaster e King's Cross a Londra, all’altezza della stazione di Huntingdon. L'aggressione si è consumata poco dopo le 19,30 locali fra le nove carrozze di un convoglio della LNER, vettore che collega la capitale britannica con la Scozia lungo la dorsale nord-orientale. La matrice dell’attentato è incerta e al vaglio della British Transport Police: è apparentemente esclusa la pista terroristica e in stato di fermo vi è un cittadino britannico di origine africana. L’episodio innesca numerosi interrogativi e riflessioni sulla sicurezza, sia relativamente alle peculiarità del trasporto su rotaia e alle vulnerabilità degli asset ferroviari sia, in termini più ampi, sulla spirale di crimini commessi con armi bianche, sulle origini e riferibilità maggioritaria e assai frequente a immigrati e a soggetti appartenenti a ben identificati substrati sociali ed etnici in ambito urbano. CONTINUA A LEGGERE QUI L'ARTICOLO A cura del Referente SQUAD Security Manager BASSI Stefano Laurea Magistrale in Giurisprudenza, Master’s Degree in Scienze della Difesa e della Sicurezza, Master universitario “Manager della Security”. Certificato Professionista della Security UNI 10459:2017 (credenziale ICMQ n° 25-00890). Iscritto ad AIPSA – Associazione Italiana Professionisti della Security Aziendale. Referente area Parma Divisione Security per SQUAD S.M.P.D. (NATO cod. NCAGE AN161, ONU cod. UNGM 398296). Ha conseguito numerose certificazioni di avvenuta formazione in materia di Antiterrorismo, Intelligence, Travel Risk Management, difese fisiche ed elettroniche, Security nell’ambito delle infrastrutture critiche (aeroporti, siti nucleari, contesti militari, ecc.). Vanta 20 anni di esperienza in materia di Security in contesti di media e alta complessità. Si è occupato di analisi sociale, geopolitica e dei fenomeni criminosi, Travel Risk Management e difesa di siti produttivi per cantieri e attività commerciali in Italia, Est Europa e Africa occidentale, di coordinamento tattico e operativo di physical security in Italia e Romania, project management e compliance. Ha ricoperto il ruolo di Responsabile Affari Legali e Appalti presso impresa del settore delle costruzioni infrastrutturali e di protezione civile e, successivamente, di Project Manager d’Area Security, Safety e Facility Management presso un’importante Società multiservizi in ambito sanitario e istituzionale. Ha quindi svolto la funzione di responsabile Security, Affari legali e Risorse Umane presso Società di servizi nell’ambito dei contratti pubblici. Attualmente Security Manager e Project Manager nell’ambito dei servizi pubblici presso infrastrutture critiche e obiettivi sensibili (Aziende Ospedaliere, aeroporti e porti, stazioni e reti ferroviarie, Università, caserme e installazioni militari e di Pubblica Sicurezza, Ministeri e altre Amministrazioni Pubbliche) e dei servizi privati in grandi contesti industriali e poli logistici. Ha svolto attività accademica presso l’Università degli Studi di Parma in materia di diritto dell’Unione europea e diritto internazionale. Ha servito nell’Arma dei Carabinieri ed è attualmente attivo in qualità di socio effettivo presso l’Associazione Nazionale Carabinieri, Sezione di Parma.
- La Tirannia Digitale: Dipendenza da Smartphone tra Neuroscienze e Criminologia (del Criminologo dott. Mercuri Luca)
La costante connessione offerta dagli smartphone ha ridefinito la nostra quotidianità, ma ha anche introdotto un fenomeno emergente e inquietante: la dipendenza da smartphone (o Problematic Mobile Phone Use - PMPU). Ben oltre una semplice abitudine, questo disturbo comportamentale solleva interrogativi cruciali non solo in ambito clinico, ma anche per la criminologia, toccando temi di controllo sociale, capacità decisionale e rischio criminale. LEGGI QUI L'INTERO ARTICOLO Articolo a cura del Referente SQUAD, Criminologo dott. MERCURI Luca
- Il valore della certificazione per gli addetti professionali della sicurezza (di SM Angelo Giardini)
Riprendendo a riferimento il celeberrimo slogan “La potenza è nulla senza controllo” della campagna pubblicitaria Pirelli, coniato nel 1994 dall'agenzia Young&Rubicam, che sottolinea come la forza e la potenza siano inutili senza la capacità di controllarle e gestirle, rappresentato visivamente da un testimonial d'eccezione per l'epoca: si trattava di Carl Lewis, velocista e saltatore in lungo pluriprimatista mondiale, vorrei porre l'attenzione su come il CONTROLLO appunto giochi un ruolo saliente ed indispensabile in tutti i processi produttivi e di servizio, oltre che nella vita di tutti i giorni. Non a caso, anche il mio motto è il seguente: La sicurezza è nulla senza controllo. LEGGI QUI L'INTERO ARTICOLO La SQUAD organizza corso di preparazione alla certificazione UNI 10459:2017 per i Security Manager . La UNI10459 :2017 definisce il profilo professionale del Professionista della Security, specificando le competenze, le conoscenze e le abilità necessarie per gestire tutti gli aspetti della sicurezza in un organizzazione aziendale. I Security Manager che intendono conseguire la suddetta certificazione, potranno contattare la SQUAD che oltre a prepararli per l'ottenimento a tale certificazione, gli sarà suggerito con quale ente di certificazione convenzionata conseguire l'esame VEDI QUI PER LA FORMAZIONE Articolo e formazione a cura del Referente SQUAD Senior Security Manager GIARDINI Angelo
- Milano ferita nel suo cuore moderno: il caso Valsecchi e l’illusione della sicurezza urbana (di Nosari Greta)
M ilano corre veloce, tra grattacieli di vetro e stazioni ad alta velocità. Eppure, in un normale mattino di novembre, l’illusione di sicurezza si è infranta. Anna Laura Valsecchi, 43 anni, dipendente di Finlombarda, stava attraversando piazza Gae Aulenti, cuore del distretto smart, tra la folla di pendolari, quando è stata raggiunta alle spalle da un uomo che l’ha colpita con un coltello da cucina lungo circa 25-30 centimetri. LEGGI QUI L'INTERO ARTICOLO A cura della Referente SQUAD dott.ssa NOSARI Greta Criminologa e Mediatrice Linguistica - Esperta in Scienze Forensi, Criminologia Investigativa e Criminal Profiling












