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Due casi di Figlicidio hanno sconvolto l' Italia a distanza di pochi giorni. Dott.ssa Daniela Pancani

Dott.ssa Daniela Pancani ( in memoria dei piccoli Giovanni ed Elia ma anche di tutti i bambini uccisi dalle loro madri, affinché si cerchi di prevenire con tutti gli strumenti tale fenomeno)


Due casi di Figlicidio hanno sconvolto l' Italia a distanza di pochi giorni.

Prima Giovanni di 9 anni, ucciso con un coltello dalla madre a Trieste mediante un taglio alla gola che non ha lasciato scampo al piccolo. La madre aveva in passato già tentato di strangolarlo ed aveva espresso propositi auto ed eterolesivi. La donna era difatti seguita dal Centro di Salute Mentale e dai Servizi Sociali. Il bambino era affidato al padre ma dopo alcuni incontri protetti tra la madre e il piccolo, la donna era riuscita ad ottenere un incontro non protetto ed è proprio in questo contesto che è stato agito l' omicidio ( nella sua abitazione). A nulla sono valsi gli appelli del padre sulla pericolosità della donna, tanto che quest' ultimo aveva regalato a Giovanni uno smartwatch per poter dare l' allarme. Anche lo stesso Giovanni aveva espresso chiaramente paure e dubbi sulla possibilità di incontrare la madre da solo senza la presenza dell' educatrice ( come avveniva negli incontri protetti).


Dopo pochi giorni è Elia a Lecce ad essere ucciso dalla madre. Questa ultima in seguito all' omicidio del figlio di 9' anni, si suicidera' in mare. Il bambino è deceduto per asfissia meccanica ( strangolamento). Anche in questo caso, la donna aveva mostrato segni di sofferenza psicologica e manifestato chiaramente intenti auto ed eterolesivi. A nulla sono valsi gli appelli disperati del padre.


Ci sono denominatori comuni in questi figlicidi che è importante ed urgente evidenziare, affinché si cerchi di prevenire e contrastare questi terribili casi di cronaca.


1) Erano presenti pregressi ed evidenti segnali di disagio psicologico e psichiatrico delle madri ;

2) Si era palesemente evidenziata una pericolosità espressa attraverso intenti auto ed eterolesivi;

3) Separazione conflittuale dei genitori;

4) Difficoltà di natura socio economica;

5) Appelli inascoltati dei padri

6) Insufficiente risposta di tutela e protezione da parte dei Servizi Sociali e di Salute Mentale sia nei confronti della donna che del minore;

7) Le dichiarazioni del minore non vengono sufficientemente valorizzate e non viene accolta la richiesta di aiuto, di tutela e protezione.


È arrivato il momento di rimettere il minore al centro!


Se andiamo a comprendere il fenomeno del figlicidio, non possiamo non prendere in considerazione la Sindrome di Medea ed il suo significato simbolico.


La sindrome di Medea prende il nome dal celebre personaggio della mitologia greca, che uccide i suoi figli come atto di vendetta nei confronti del marito.


Medea è figlia di Eeta, re della Colchide, e di Ecate, dea della magia e degli incantesimi, da cui ha ereditato poteri soprannaturali. Si serve delle sue arti magiche per aiutare Giasone, che è giunto nella sua terra per conquistare il mitico vello d’oro e rivendicare così il trono di Iolco che gli è stato sottratto da Pelia, fratellastro del padre. Per amore di Giasone, Medea tradisce la sua patria e fugge con lui in Grecia, arrivando a consumare orribili crimini contro la sua stessa famiglia. Riesce però nell’intento di iniziare una nuova vita con lui e dalla loro unione nascono due figli.


Dieci anni dopo, tuttavia, Medea è abbandonata da Giasone, che accetta in sposa Glauce, figlia del re di Corinto Creonte, per poterne ereditare il regno. Consumata dalla gelosia, Medea punisce Giasone con una vendetta estrema: uccide prima Glauce e poi i figli avuti da lui, privandolo così di ogni possibilità di continuare la propria stirpe.


Le statistiche del Figlicidio


I dati relativi ai figlicidi (definiti infaticidi se si verificano entro il primo anno di età dell’infante) indicano che questo fenomeno interessa all’incirca 5 bambini su 100 mila nati.


In Italia, negli ultimi 20 anni, si sono verificati 535 casi di figlicidio, con 340 minori uccisi dal 2000 al 2013. Il 2014 è stato l’anno più tragico con 39 casi, seguito dal 2018 con 33. Dal 2020 al 2023 sono stati registrati 31 casi.


Quando le madri si macchiano di figlicidio:


Analizzando le percentuali, le madri rappresentano il 59% dei genitori che commettono un figlicidio, mentre i padri rappresentano il 41%, con un 2% che include i patrigni.


Nella maggior parte dei casi l’episodio violento accade durante il primo anno di vita del bambino, ma con una differenza: le vittime per mano materna sono statisticamente più giovani delle vittime uccise dai padri. Inoltre nel 60% dei casi il figlicidio viene seguito dal suicidio del genitore. La percentuale arriva all’86% dei casi quando a essere ucciso è più di un figlio.


Le modalità con cui le madri tolgono la vita ai propri figli possono variare. Si segnalano prevalentemente condotte di annegamento, avvelenamento, soffocamento, strangolamento ma anche utilizzo di armi da taglio.


Da un punto di vista psicologico le caratteristiche del modus-operandi sono diverse: nella maggior parte dei casi le madri riescono a rimanere lucide e in una occasione su quattro cercano poi di occultare il cadavere della vittima. Nello specifico si segnala un 50% di casi, tra le mamme infanticide, di un vero e proprio disturbo clinico, come psicosi o depressione. Nel 76% dei casi le madri sono considerate non in grado di intendere e volere e questo per un vizio di salute mentale.


Le caratteristiche emerse nelle madri che si macchiano di figlicidio sono:


- deprivazione sociale ed ambientale


- spesso giovani, single, in situazione di criticità di coppia o in separazione conflittuale


- nate in una famiglia poco accudente, abbandonica o poco responsiva ed empatica.


Le motivazioni che possono essere alla base di un figlicidio sono diverse.


Se si escludono le patologie mentali e si dà ascolto alle parole di chi ha commesso questo delitto, si riesce a individuare almeno quattro “cause”, o moventi:


1) maternità non desiderata: “Volevo sbarazzarmi di un bambino non desiderato” e affermazioni simili vengono espresse nel 24% dei casi;


2) attacco psicotico acuto: una causa rintracciabile nel 21% dei casi, dichiarata con espressioni tipo: “Il demonio ha posseduto mio figlio” oppure " Una voce di diceva di ucciderlo";


3) per vendetta: nel 12% dei casi si verifica la sindrome di Medea, che – come abbiamo visto – porta la madre a uccidere il proprio figlio per colpire il partner per il meccanismo di spostamento della rabbia ( dal partner al bambino);


4) pietà o protezione del proprio figlio dagli orrori del mondo. Questa motivazione viene data nel 25% dei casi e delinea un quadro di omicidio compassionevole.


Sindrome di Medea e alienazione genitoriale


Secondo la definizione fornita dalla lettura di Jacobs, la sindrome di Medea ha una stretta connessione con l’alienazione genitoriale. L’alienazione genitoriale è un disturbo che si verifica principalmente in contesti di controversia per la custodia dei figli, in cui un genitore (alienatore) denigra l’altro genitore (genitore alienato) e sfrutta il bambino come strumento per farlo.


Una patologia che emerge quindi come un’estrema conseguenza di una crisi di coppia, in cui uno dei genitori utilizza il bambino come mezzo di vendetta. Questo scenario può portare a conseguenze tragiche, come il figlicidio, quando la madre arriva al punto di uccidere il proprio figlio come parte del suo atto vendicativo.


Figlicidio: fattori predisponenti


Alla base del figlicidio ci sono fattori che creano i presupposti di una instabilità psichica ed emotiva. Si possono distinguere diversi ordini di fattori: sociali, psicologici e persino fisici.


Tra i fattori sociali possono essere ricordati:


- Uno scarso supporto sociale ricevuto dalle madri, durante la gravidanza. Una donna che sta per diventare madre non dovrebbe essere mai lasciata da sola. Ha bisogno di accudimento e gesti amorevoli, anche quando ha difficoltà nel confidarsi e nel condividere ansie e paure di una fase della propria vita che teme di non sapere gestire


- la povertà: l’instabilità economica e deprivazione economica sono elementi che si ritrovano nella depressione post- partum e nel figlicidio


- la giovane età e la scarsa esperienza di vita.


I fattori psicologici prevedono:


- depressione o, più in generale, disturbi psichiatrici nei primi sei mesi di gravidanza (sia per le madri che per i padri) o patologie Psichiatriche pre-esistenti;


- stress di natura finanziaria o riconducibili a problemi di salute;


- una gravidanza non pienamente voluta né desiderata.


La nascita di un bambino è un fatto che altera definitivamente la vita dei genitori, gli equilibri individuali, di coppia e del sistema familiare nel suo complesso. Può verificarsi pertanto la difficoltà a metabolizzazione questo cambiamento del ciclo vitale.


Ogni madre, inoltre, dopo il parto attraversa una serie di piccoli lutti, non sempre facili da sostenere.

Il momento della nascita comporta un distacco completo dal bambino portato in grembo per nove mesi, a cui si aggiunge l’adattamento al bambino reale, che sostituisce l’immagine che la madre aveva idealizzato durante la gravidanza. La nascita di un figlio può inoltre stravolgere la visione della maternità che la donna aveva prima di partorire e la propria percezione di sé, nonché riattivare nella donna dinamiche irrisolte con la figura materna.


L' importanza di riconoscere precocemente i sintomi e fare prevenzione:


La precocità nell’intercettare ogni fattore di rischio è il passaggio chiave. Isolamento, questioni economiche, rapporto conflittuale tra i genitori, famiglia di origine anaffettiva: tutti questi elementi possono concorrere alla creazione dei presupposti per cui uno dei due genitori si ritrovi a uccidere il proprio figlio.


Tra i sintomi a cui fare più attenzione troviamo:


- aggressività nei confronti del proprio figlio, sia a livello fisico che psicologico;


- stato confusionale: la madre è incapace di comprendere appieno le sue azioni e le conseguenze che ne derivano;


- tendenze suicide: in alcuni casi estremi, la madre potrebbe manifestare tendenze suicide, risultato di una profonda disperazione


- impulsività;


- senso di solitudine: la madre potrebbe sentirsi emotivamente isolata e abbandonata, aumentando la sua connessione esclusiva con il figlio;


- rabbia e frustrazione.


E' quindi fondamentale in queste situazioni, rivolgersi a un professionista della salute mentale per prevenire questi rischi omicidari e salvaguardare la relazione madre/bambino e il benessere famiglia fin dove possibile.


Talvolta si rende quindi necessario ed urgente adottare tempestivamente provvedimenti di tutela e protezione nei confronti del minore, che possano prevedere un allontanamento temporaneo o permanente dalla relazione con la figura materna e dalla situazione critica. È necessario atresi' un monitoraggio serrato e continuativo da parte dei servizi preposti ( sociali, di salute mentale , di ordine giudiziario), che può prevedere anche Accertamenti Sanitari Obbligatori per la madre o Trattamento Sanitario Obbligatorio nei casi specifici. Può anche essere utile un Ricovero di Sollievo Temporaneo della madre, un periodo di degenza ospedaliera o in Struttura Residenziale Specifica affinché la donna possa recuperare il suo benessere mentale e con esso le sue capacità genitoriali, la' dove ancora possibile.


La centralità del minore va' riportata con urgenza alle attenzioni delle istituzioni e dei servizi preposti, affinché nessun bambino resti inascoltato nelle sue paure ma anche nessun padre resti relegato ai margini degli appelli disperati e disperanti. Anche nessuna donna deve essere lasciata sola. Non scordiamolo mai!



Dott.ssa Daniela Pancani ( in memoria dei piccoli Giovanni ed Elia ma anche di tutti i bambini uccisi dalle loro madri, affinché si cerchi di prevenire con tutti gli strumenti tale fenomeno)

 
 
 

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