Il Silenzio Interrotto: Analisi Pedagogico-Sociale del Suicidio in Carcere (di Mariana Berardetti)
- squadsmpd

- 15 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Analisi del suicidio in carcere con un approccio prettamente pedagogico-sociale, focalizzato sui meccanismi e sulla prevenzione costruttiva.

1. Il Suicidio come Fallimento Educativo e Sociale
Il suicidio in ambiente detentivo non è soltanto un tragico evento individuale, ma un sintomo acuto che interroga la missione rieducativa e di risocializzazione della pena, come stabilito dai principi costituzionali. Da una prospettiva pedagogico-sociale, il gesto estremo rappresenta la massima espressione della disgregazione esistenziale e della solitudine che l’istituzione carceraria, se non adeguatamente orientata, può ingenerare. La detenzione, pur necessaria, opera una decontestualizzazione radicale dell’individuo, esponendolo a rischi psicosociali specifici:
Perdita di Ruolo e Identità: Il detenuto viene spogliato dei suoi ruoli sociali (padre, lavoratore, cittadino), favorendo una regressione psichica e una crescente dipendenza dall’Istituzione. L’identità si appiattisce sul ruolo di “detenuto”.
Anomia Carceraria: La vita in cella è spesso dominata da inattività, noia e mancanza di scopo. Questo “tempo morto” non solo svuota di senso l’esistenza, ma frustra ogni tentativo di costruire una progettualità futura. Il compito della pedagogia in questo contesto è trasformare il tempo della reclusione in un “tempo educativo” e significativo, orientato alla responsabilità e all’autonomia. Quando l’istituzione fallisce in questa conversione, il rischio di annullamento di sé si intensifica.
2. La Crisi del “Fine Pena”: L’Angoscia del Ritorno
Il rischio suicidario è notoriamente elevato all’ingresso (per lo shock della carcerazione), ma in modo controintuitivo, si riacutizza nella fase che precede l’imminente scarcerazione (il fine pena). Durante gli anni di reclusione, la scarcerazione diventa la speranza che ha permesso la sopravvivenza psichica. Tuttavia, man mano che si avvicina, questa speranza si carica di un duplice peso, trasformandosi in una profonda angoscia del “rientro”. La libertà imminente proietta il detenuto in un vuoto relazionale e normativo, rivelando una triplice crisi:
Il Fardello delle Aspettative Esterne
Il detenuto prossimo alla liberazione si confronta con l’enorme pressione delle aspettative di chi lo attende fuori. La famiglia, gli amici e la società sperano che il percorso detentivo abbia “restituito una persona nuova”, affrancata e capace di impeccabile condotta futura. Il detenuto si ritrova a dover incarnare l’individuo rieducato e perfetto, temendo di non essere all’altezza di questa idealizzazione e di deludere nuovamente chi ha creduto in lui.
La Paura di Non Trovare Affetto (Disgregazione Affettiva)
La libertà significa doversi confrontare con la “frattura affettiva” causata dalla lontananza. Il timore di non trovare accoglienza, di essere respinto, o di subire il peso di relazioni familiari logorate alimenta un profondo senso di solitudine e inadeguatezza sociale. La Paura di Non Trovare Regole (Anomia Sociale) Paradossalmente, il carcere offre una struttura e regole rigide ma certe. La scarcerazione significa un salto nel mondo complesso, dove l’autonomia è obbligatoria e le regole sociali vanno negoziate. Il detenuto, reso passivo e dipendente, teme di non riuscire a riconquistare un ruolo produttivo e normativo nella società, preferendo l’annullamento al rischio del fallimento. In questo senso, il fine pena si trasforma da promessa a prova insuperabile, evidenziando una mancata preparazione graduale e realistica al reinserimento.
3. Modus Operandi e Prevenzione: Ristabilire la Progettualità Il modo in cui il suicidio avviene (prevalentemente per impiccagione con mezzi di fortuna) riflette spesso la disperata necessità di utilizzare gli unici strumenti disponibili per compiere un atto che è anche l’ultima forma di comunicazione di un dolore intollerabile. La prevenzione in chiave pedagogico-sociale deve superare la mera sorveglianza e concentrarsi sul ristabilire il valore della persona e del suo progetto di vita.
Interventi Pedagogici Mirati: Accompagnamento Progettuale e Misure Alternative: La prevenzione più efficace è un percorso di graduale preparazione alla libertà. È fondamentale l’uso intensivo delle misure alternative al carcere negli ultimi anni di pena, in modo da testare l’autonomia e il rientro nel tessuto sociale in modo monitorato e non traumatico. Mediazione delle Aspettative: Attraverso il lavoro congiunto di educatori e servizi sociali, è necessario un intervento di mediazione tra detenuto e famiglia per allineare le aspettative. È cruciale formare la rete di supporto esterna a offrire un’accoglienza realistica e non giudicante. Ruolo di Educatori e Volontariato: Queste figure sono essenziali per intercettare i bisogni latenti e stimolare la progettualità realistica. Promuovere attività formative, lavorative e culturali riduce l’inattività, dando scopo e dignità al tempo della detenzione.
Formazione del Personale: È cruciale formare tutto il personale penitenziario (Polizia Penitenziaria e operatori) a una sensibilità educativa. Devono essere in grado di riconoscere i segnali di disagio precoce e di fungere da fattore protettivo basato sull’ascolto e la relazione, e non solo sulla custodia. Il suicidio in carcere impone una riflessione profonda: solo garantendo un percorso di pena che umanizzi la persona e la prepari attivamente alla libertà, dotandola degli strumenti per affrontare il peso delle aspettative e l’ansia del domani, è possibile adempiere al mandato costituzionale della rieducazione.
Articolo a cura della Dott.ssa Mariana Berardinetti Magistrato Onorario di Sorveglianza Criminologa- Criminal Profiler Pedagogista Forense













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