“Vite spezzate: la battaglia contro la violenza di genere”. (della Criminologa dott.ssa Nosari Greta)
- squadsmpd

- 19 nov 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Ogni giorno, nel silenzio delle nostre città, nelle strade, nelle case, una donna subisce violenza. E troppo spesso questa violenza resta invisibile, nascosta dietro porte chiuse, parole non dette, sguardi evitati.

Oggi siamo qui per affrontare questa realtà, che non è privata, non è casuale, non è inevitabile. La violenza contro le donne è un fenomeno sociale e culturale, radicato negli stereotipi, nelle disuguaglianze e nella paura. È un segno dei tempi, ma anche delle scelte che facciamo come comunità. Dietro ogni statistica c’è una vita reale: una donna che ha subito soprusi, un corpo e una mente segnati dalla paura, figli che assistono impotenti, relazioni spezzate, futuri negati. La violenza non conosce classe sociale, età o provenienza. È trasversale e silenziosa, ma le sue conseguenze si ripercuotono su tutti noi. Celebrare questa giornata non significa solo ricordare le vittime. Significa assumersi una responsabilità concreta: prevenire, proteggere, educare, cambiare. Significa riconoscere che la violenza non nasce dal nulla, ma si alimenta di disuguaglianze, di pregiudizi, di culture che la tollerano o la minimizzano. Oggi voglio accompagnarvi attraverso i dati, per capire l’entità del problema; mostrarvi le evoluzioni legislative, per conoscere gli strumenti che abbiamo costruito; e infine riflettere insieme su cosa possiamo fare, giorno dopo giorno, per costruire una società in cui ogni donna possa vivere libera, sicura e rispettata. Prima di entrare nel dettaglio dei numeri, è importante chiarire alcuni concetti chiave, perché comprendere le definizioni ci permette di capire meglio la portata e la complessità del fenomeno. Per comprendere la portata del fenomeno della violenza contro le donne, è fondamentale partire da una definizione chiara e riconosciuta a livello internazionale. Secondo la Convenzione di Istanbul (Consiglio d’Europa, ratificata in Italia con legge 27 giugno 2013, n. 77), la violenza contro le donne comprende tutti gli atti basati sul genere che provocano o possono provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali, psicologiche o economiche, incluse minacce, coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita privata sia in quella pubblica (Convenzione di Istanbul, art. 3, Senato). All’interno di questa definizione rientrano molteplici forme di violenza: fisica, sessuale, psicologica, economica, lo stalking e la violenza domestica, cioè quella che si verifica all’interno
del nucleo familiare o nelle relazioni intime, anche quando l’autore non convive con la vittima (Convenzione di Istanbul, art. 3, Camera). La Convenzione definisce inoltre il concetto di genere come “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” (Avvocato Andreani). Queste definizioni evidenziano che la violenza contro le donne non è solo un problema individuale o fisico, ma spesso un fenomeno strutturale e sistemico, radicato in rapporti di potere e disuguaglianze sociali. Sul piano nazionale, l’Italia fa riferimento alla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nota come “Codice Rosso”, che ha introdotto misure urgenti di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, recependo e valorizzando le definizioni della Convenzione di Istanbul (Ministero della Giustizia – Codice Rosso). Inoltre, la normativa penale italiana, come l’articolo 609-bis del Codice Penale, definisce la violenza sessuale come “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali” (Codice Penale – Art. 609-bis). Comprendere queste definizioni è essenziale per leggere correttamente i dati statistici: la violenza sulle donne non è un episodio isolato, ma un continuum di atti che possono manifestarsi in molte forme, dal controllo psicologico e le molestie fino all’aggressione fisica e sessuale, e, nel caso più estremo, al femminicidio. Un omicidio “normale” è l’uccisione di una persona senza un legame diretto con il genere o con la dinamica di potere; il femminicidio, invece, rappresenta l’esito più tragico della violenza di genere, spesso perpetrato da partner o ex partner, e segna la manifestazione estrema di discriminazione e controllo (Istat – Violenza sulle donne). Questa distinzione è cruciale perché permette di interpretare correttamente le statistiche: le informazioni sulla violenza sulle donne mostrano la diffusione e la varietà degli abusi, mentre quelle sugli omicidi di genere evidenziano il rischio più estremo e le dinamiche che portano a situazioni di pericolo letale. Violenza sulle donne: i dati in Italia I dati più recenti raccolti dall’Istat mostrano quanto la violenza contro le donne sia purtroppo diffusa e stratificata nelle diverse forme. Nel nostro Paese, quasi una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (circa il 31,5%, pari a 6 milioni e 788 mila donne). Di queste, il 20,2% ha subito violenza fisica, mentre il 21% ha subito violenza sessuale. Tra le forme più gravi, come lo stupro e il tentato stupro, si registra un’incidenza complessiva del 5,4% (circa 1 milione e 157 mila donne), con 652 mila casi di stupro e 746 mila di tentato stupro. Quando si analizzano i dati rispetto all’autore della violenza, emerge una differenza significativa tra partner, ex partner e altre persone. La violenza da parte di partner o ex partner riguarda il 13,6% delle donne, con 855 mila vittime che denunciano maltrattamenti da partner attuali e 2 milioni 44 mila da ex partner. Per molte donne, proprio la violenza subita è stata la motivazione principale per interrompere la relazione: circa il 41,7% ha lasciato il partner per questo motivo, e un ulteriore 26,8% l’ha considerata un elemento importante della decisione. Le violenze non sono solo legate alle relazioni intime: circa il 24,7% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner. In questa categoria rientrano sia gli estranei (13,2%) sia persone conosciute (13%), tra cui conoscenti, amici, parenti o colleghi di lavoro. Le modalità di aggressione variano: le minacce colpiscono il 12,3% delle donne, lo spintonamento o lo strattonamento l’11,5%, mentre forme più gravi come schiaffi, calci, pugni e morsi interessano il 7,3%. Anche l’uso di oggetti per arrecare danno colpisce circa il 6,1% delle donne. Le forme più gravi, come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento o la minaccia con armi, sono meno frequenti ma indicano la pericolosità e la violenza estrema di alcuni contesti. Le violenze sessuali seguono dinamiche simili: le molestie fisiche — come essere toccate, baciate o abbracciate contro la propria volontà — colpiscono il 15,6% delle donne; rapporti sessuali indesiderati considerati violenza il 4,7%, stupri il 3% e tentati stupri il 3,5%. Le forme più gravi di violenza sessuale sono commesse prevalentemente da partner, parenti o amici: il 62,7% degli stupri è perpetrato dal partner, il 3,6% da parenti e il 9,4% da amici. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali, con il 76,8% dei casi tra tutte le violenze commesse da estranei. L’analisi mostra anche differenze tra donne italiane e straniere. Le straniere subiscono una violenza fisica più frequente (25,7% contro il 19,6%) e una maggiore incidenza di stupri e tentati stupri (7,7% contro il 5,1%). La violenza da partner o ex partner è più comune tra le straniere (20,4% contro 12,9%), mentre le italiane subiscono più spesso violenze da uomini non partner (25,3% contro 18,2%). Questi dati evidenziano come fattori culturali, sociali e di integrazione possano influenzare la vulnerabilità alla violenza e le dinamiche di rischio. Questi numeri raccontano una realtà complessa: la violenza sulle donne è diffusa e multiforme, spesso esercitata da persone conosciute o in contesti familiari, ma mai casuale. Comprendere chi, come e in quali circostanze la esercita è fondamentale per sviluppare politiche di prevenzione, tutela e intervento mirate. Solo conoscendo la varietà delle forme di violenza e le dinamiche che le alimentano possiamo capire come evitare che il continuum della violenza raggiunga l’esito estremo dell’omicidio di genere. La violenza contro le donne è una piaga sociale complessa, che si manifesta in molte forme: violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. La Convenzione di Istanbul del 2011 definisce la violenza di genere come ogni atto basato sul genere che causa morte, danno o sofferenza fisica, sessuale o psicologica, comprese le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che privata. In Italia, il Codice Penale contempla già reati specifici come maltrattamenti in famiglia (art. 572), violenza sessuale (art. 609-bis), stalking (art. 612-bis), che permettono di perseguire diversi aspetti della violenza, ma solo recentemente il legislatore ha iniziato a riconoscere il femminicidio come categoria autonoma. Secondo i dati ISTAT più recenti, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nella vita violenza fisica o sessuale. In particolare, il 20,2% ha subito violenza fisica e il 21% violenza sessuale; il 5,4% ha vissuto le forme più gravi della violenza sessuale, come stupro o tentato stupro. La violenza da parte di partner o ex partner colpisce il 13,6% delle donne, e nella maggior parte dei casi la relazione termina proprio a causa della violenza; il 24,7% ha subito violenza da uomini non partner, spesso da conoscenti o estranei. La violenza più grave, come gli stupri, è compiuta prevalentemente da partner, amici o parenti. Tra il 2019 e il 2023, gli omicidi in Italia sono oscillati tra 303 e 334 all’anno, con circa un terzo delle vittime donne. La maggior parte degli omicidi femminili avviene in contesti familiari o affettivi: nel 2023, 63 donne sono state uccise da partner o ex partner, quasi tutte da uomini. Stimando secondo il movente, circa l’82% degli omicidi femminili può essere classificato come femminicidio. I dati preliminari 2024-2025 indicano stabilità nel numero di vittime femminili, con un forte impegno istituzionale sul fronte della prevenzione, ma confermano che molte donne sono ancora a rischio nelle relazioni intime. La pandemia ha mostrato la dimensione sommersa della violenza, definita dagli studiosi come “shadow pandemic”, con gravi ripercussioni su minori, donne straniere o disabili. Questi dati sono confermati dai report ISTAT e dai dati congiunti del Dipartimento per le Pari Opportunità, che integrano statistiche dei centri antiviolenza, le chiamate al 1522 e le indagini delle forze dell’ordine. Alcune tragedie dimostrano la fragilità delle misure preventive: Giulia Cecchettin, studentessa di ingegneria, fu brutalmente uccisa dall’ex fidanzato nel 2023, un caso che suscitò un’ondata di indignazione nazionale e mise in luce il tema del possesso affettivo e della violenza non percepita fino a che non è troppo tardi. In modo simile, Pamela Genini, 29enne modella e imprenditrice, è stata uccisa a Milano nel 2025 dal suo compagno: l’omicidio è avvenuto sul balcone dell’appartamento, in un crescendo di violenza sotto gli occhi dei vicini che avevano già segnalato tensioni precedenti. Il caso di Pamela ha riacceso la mobilitazione civile, con una fiaccolata nel quartiere Gorla, a testimonianza che il “possesso” affettivo uccide e che la comunità fa sentire la sua voce per dire: “basta”. Altri casi recenti, in cui il braccialetto elettronico non ha impedito l’omicidio, dimostrano le difficoltà operative nel proteggere le vittime, evidenziando che la tecnologia da sola non è sufficiente senza intervento tempestivo e coordinato delle istituzioni. Il legislatore italiano ha adottato negli ultimi anni misure significative. Con il Codice Rosso (Legge 69/2019) sono stati introdotti tempi accelerati per le indagini e l’audizione della vittima da parte del pubblico ministero, tutela immediata, divieto di avvicinamento e aggravanti per maltrattamenti, violenza sessuale e stalking. Successivamente, dal 2020 in poi, sono stati rafforzati i centri antiviolenza e le hot-line come il 1522, ed è stata prevista una formazione obbligatoria per magistrati e forze dell’ordine sui temi della violenza di genere. Nel marzo 2025 è stato approvato il DDL 1433, che introduce nel Codice Penale l’articolo 577-bis “Femminicidio”, prevedendo l’ergastolo quando l’uccisione di una donna avviene per motivi di discriminazione di genere, controllo o dominio, oppure in relazione al rifiuto affettivo. Il disegno di legge include procedure rafforzate di tutela per la vittima: obbligo di ascolto da parte del PM, informazione sulla possibilità di patteggiamento, formazione specifica dei magistrati e aggravanti per altri reati (stalking, maltrattamenti, violenza) se motivati da logiche di possesso. Questi strumenti segnano un percorso legislativo che va dalla tutela rapida e preventiva (Codice Rosso) alla punizione specifica per femminicidio, riconoscendo la gravità sociale del crimine e le dinamiche di genere. Il femminicidio non è un semplice omicidio: è l’espressione estrema di un fenomeno sociale radicato, frutto di disuguaglianza, possesso e controllo. I dati mostrano che la maggior parte delle donne uccise conosce l’aggressore e spesso ha già subito violenza. I casi emblematici e le criticità operative, come il mancato funzionamento delle misure preventive o la risposta insufficiente delle istituzioni, ricordano che leggi e tecnologia da sole non bastano senza una cultura di protezione, vigilanza sociale e interventi immediati. Serve quindi un approccio integrato: prevenzione culturale nelle scuole per insegnare il rispetto, il consenso e l’autonomia; sostegno psicologico ed economico alle vittime per rompere la dipendenza dagli aggressori; protezione reale e immediata nei casi di rischio concreto; formazione continua per magistrati e forze dell’ordine; e una raccolta dati rigorosa su femminicidi e violenze di genere. Solo così l’Italia potrà trasformare leggi avanzate in protezioni concrete, riducendo le vittime e costruendo una società in cui la violenza di genere non sia più la norma, ma un’emergenza su cui intervenire con forza, consapevolezza e umanità.
Articolo a cura della Referente













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