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543 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Da marzo una task force di 400 militari italiani è schierata in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein

    Concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell'area Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell'area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell'Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force Air -Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell'area. E' quanto si legge sul sito web della Difesa, e anticipato dal sito di Repubblica, che annuncia di fatto l'esistenza della Task Force Arabia. Il contingente nazionale, viene spiegato, è costituito da circa 400 militari dell'Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force Air-Arabia è comandata dal Colonnello Michele Schiavi e comprende: "la Task Group Argo, equipaggiato con velivolo E-550A CAEW, sistema multi-sensore per l'allarme precoce, la sorveglianza aerea e le funzioni di comando, controllo e comunicazione. L'assetto consente di rilevare, identificare e tracciare potenziali minacce aeree. La Task Group Typhoon, composto da quattro velivoli Eurofighter F-2000A, impiegati per concorrere alla difesa dello spazio aereo assegnato. La Task Group Medal, equipaggiato con velivolo da trasporto C-130J/KC-130J. La Task Group Kuwait, che assicura capacità di sorveglianza aerea attraverso un radar per la difesa aerea AN/TPS-77 e fornisce supporto tecnico specialistico a favore dei velivoli della Kuwait Air Force. Ed infine la Task Group C-UAS, dotato di sistema anti-drone ACUS-E, impiegato per il contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio di piccole dimensioni". Ma non ci sarebbe solo la task force Air, secondo quanto scrive Rid, la rivista specializzata di settore, citando un articolo di di Fausto Biloslavo su Il Giornale, nella penisola arabica "è schierato anche un contingente terrestre dell'Esercito Italiano (circa 300 militari, di cui la metà in Arabia Saudita), la Task Force Land - Arabia, la cui esistenza è possibile confermare tramite il sito della Difesa. Come riportato da Biloslavo, la Task Force Land schiererebbe pure una batteria SAMP-T per la difesa anti-aerea e anti-missile, 1 radar KRONOS (non è specificato il modello) in Arabia Saudita e uno in Bahrein, e una batteria di artiglieria contraerea SKYNEX negli Emirati Arabi Uniti". Da marzo una task force di 400 militari italiani è schierata in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein - Notizie - Ansa.it

  • Entrano in vigore le regole UE sui modelli di IA: cosa cambia

    Da oggi, domenica 2 agosto, entrano in vigore le norme dell'UE sui modelli di intelligenza artificiale, consolidando il ruolo della Commissione europea come principale autorità di regolamentazione di questa tecnologia dirompente a livello mondiale. Euronews analizza in profondità che cosa comportano queste regole per l'Europa e non solo. L'AI Act è la prima legge organica che disciplina l'intelligenza artificiale. Approvata nel 2024, alcune delle sue disposizioni più significative, in particolare quelle sui grandi modelli linguistici, diventeranno applicabili da agosto. Poiché la legge introduce regole inedite, la loro applicazione pone una serie di sfide specifiche, anche perché nuove generazioni di tecnologie di IA emergono ogni pochi mesi. L'esperienza di Bruxelles è destinata a risuonare ben oltre i confini europei. Di che cosa parlano le nuove regole? In origine l'AI Act doveva disciplinare soltanto le applicazioni basate sull'IA. Ma quando il lancio pubblico di ChatGPT ha travolto il mondo nel 2022, i responsabili politici dell'UE hanno deciso di includere anche la tecnologia sottostante: i grandi modelli linguistici. Il pacchetto di norme definisce requisiti per tutti i modelli che non hanno una finalità specifica ma possono essere adattati a diversi casi d'uso. Le imprese dovranno garantire trasparenza su come il modello è stato costruito, dichiarare l'eventuale uso di contenuti protetti da copyright per l'addestramento e fornire informazioni sufficienti agli utenti a valle per comprenderne le capacità. Ulteriori obblighi riguardano le aziende che sviluppano i modelli più potenti, i cosiddetti modelli "di frontiera", cioè quelli che spingono al limite le capacità della tecnologia. A queste imprese di IA viene imposto di individuare e mitigare i rischi per la società nel suo complesso. Lo scorso anno la Commissione ha approvato un codice di condotta volontario, redatto da esperti di primo piano a livello mondiale, tra cui Yoshua Bengio, che dettaglia come gli sviluppatori dovrebbero conformarsi alle nuove regole. La maggior parte dei principali laboratori occidentali di IA, con la notevole eccezione di Meta, ha sottoscritto il codice. "Abbiamo collaborato strettamente con la Commissione europea e con il più ampio ecosistema per l'attuazione dell'AI Act, compresi i suoi codici di condotta, e continueremo a lavorare insieme per aiutare l'Europa a cogliere i benefici dell'era dell'intelligenza", ha dichiarato a Euronews Tom Duff Gordon, vicepresidente di OpenAI e responsabile delle politiche per l'area EMEA. Quali sfide si profilano all'orizzonte? La Commissione ha istituito l'Ufficio europeo per l'IA, incaricato di guidare l'applicazione delle norme dell'AI Act sui modelli di intelligenza artificiale. Il compito è enorme: deve misurarsi con una delle tecnologie più complesse del nostro tempo e con alcune delle aziende più ricche al mondo. Le risorse dell'UE sono notoriamente limitate, e i profili qualificati in ambito IA sono molto richiesti, con le autorità pubbliche in competizione con il settore privato. Per questo la Commissione punta a coinvolgere competenze esterne, in particolare un gruppo di scienziati e un insieme di società altamente specializzate nella sicurezza dell'IA. Nonostante ciò, l'intelligenza artificiale in generale, e i modelli di frontiera in particolare, restano un bersaglio in continuo movimento. I funzionari dovranno tenere il passo con sviluppi tecnologici rapidissimi, senza avere una grande esperienza pregressa né un consenso scientifico su come prevenire danni su larga scala. Allo stesso tempo, qualsiasi intervento deciso da Bruxelles in questo ambito attirerà inevitabilmente l'attenzione, se non l'ira, di Washington, con l'amministrazione Trump particolarmente aggressiva nel contestare le norme digitali dell'UE quando colpiscono le aziende statunitensi. "Il rischio è che l'attuale amministrazione statunitense consideri tutto questo come un attacco agli interessi commerciali degli Stati Uniti, come ha già fatto quando la Commissione ha cercato di applicare le sue norme sui mercati digitali a dicembre 2025 e, più recentemente, questo mese, quando ha tentato di multare Google in base al Digital Markets Act dell'UE", ha dichiarato a Euronews l'eurodeputato Michael McNamara (Irlanda/Renew). Cosa significa per gli europei? L'obiettivo centrale dell'AI Act è rendere la tecnologia più sicura per i cittadini europei, garantendo che non leda la loro sicurezza né i loro diritti fondamentali. Le norme si applicano anche alle aziende straniere che commercializzano le proprie tecnologie di IA nell'UE. Il settore ha criticato più volte la legge, sostenendo che rallenterà l'innovazione imponendo oneri inutili alle aziende tecnologiche, costrette a destinare risorse meno all'assunzione di ingegneri e più all'assunzione di avvocati per gestire la burocrazia. In pratica, per consumatori e imprese europee ciò potrebbe tradursi nel fatto che alcuni dei modelli di IA più avanzati arriveranno sul mercato dell'UE qualche settimana dopo rispetto ad altri Paesi, mentre le aziende si assicurano di aver completato tutte le procedure di conformità. D'altro canto, almeno in teoria, i cittadini europei potranno contare sul fatto che, se un modello di IA è disponibile nell'Unione, è sicuro da usare. Considerando quanto l'IA sta diventando parte integrante di prodotti e servizi quotidiani, questo ritardo potrebbe valere il prezzo da pagare. L'eurodeputato Axel Voss (Germania/PPE) ha chiesto alla Commissione di applicare l'AI Act in stretta coerenza con le altre politiche digitali, dato che le tecnologie di IA sono sempre più integrate nei prodotti connessi e nei servizi online. "Tenendo conto della carenza di risorse dell'Ufficio per l'IA, spero vivamente che non sprechino energie su questioni di nicchia ma che si allineino in modo deciso alle priorità dei colleghi che si occupano della regolamentazione delle piattaforme", ha dichiarato Voss a Euronews. L'UE sta fissando lo standard di riferimento? Ora che la Commissione è diventata il regolatore più influente al mondo in materia di IA, finirà inevitabilmente per fissare lo standard di riferimento su come le autorità pubbliche affrontano questa tecnologia, soprattutto perché altre giurisdizioni hanno adottato un approccio più attendista. Per questo le priorità di applicazione che l'Ufficio per l'IA sceglierà avranno con ogni probabilità un impatto ben oltre i confini europei, senza contare il cosiddetto "effetto Bruxelles", vale a dire la capacità dell'UE di fissare standard di conformità per le aziende globali. Esistono due principali correnti di pensiero sui rischi che la regolamentazione dell'IA dovrebbe affrontare. La tradizione dell'etica dell'IA si concentra sulle violazioni dei diritti fondamentali, come discriminazione e tutela della privacy, e sulla necessità di garantire un controllo umano. L'approccio dell'effective altruism, al contrario, mette l'accento sui cosiddetti rischi esistenziali: la possibilità che l'IA provochi danni catastrofici facilitando la costruzione di armi nucleari o biologiche, rendendo possibili attacchi informatici su vasta scala o sfuggendo del tutto al controllo umano. Episodi recenti, come il modello basato su Mythos di Anthropic sottoposto a restrizioni all'esportazione negli Stati Uniti per timori sulle sue capacità informatiche, e un agente di IA di OpenAI che durante i test è riuscito a violare i sistemi di un'azienda di intelligenza artificiale, potrebbero spingere la Commissione a concentrare le sue scarse risorse esclusivamente sugli scenari di rischio esistenziale. "La Commissione deve resistere alla tentazione di dedicare le sue risorse di enforcement esclusivamente ai rischi sistemici di offensiva informatica e di perdita di controllo", ha dichiarato a Euronews Laura Lazaro Cabrera, direttrice del Center for Democracy & Technology. "L'applicazione delle norme non dovrebbe essere guidata dai titoli dei giornali, ma affrontare l'intero spettro dei rischi e chiedersi se i diritti fondamentali e i rischi sociali siano stati adeguatamente presi in considerazione", ha aggiunto. Entrano in vigore le regole UE sui modelli di IA: cosa cambia

  • Ragazza si sente male nella stazione Eav, salvata dalle guardie giurate

    Gli agenti Vincenzo Polverino e Luigi Farina della Cosmopol, durante il regolare servizio di vigilanza, hanno notato una ragazza priva di sensi adagiata su una panchina al binario 4. Avvicinatisi tempestivamente, le hanno prestato il primo soccorso. Nonostante la giovane avesse ripreso conoscenza, si presentava in un forte stato confusionale, con lo sguardo assente e fisso nel vuoto. Il personale di vigilanza ha quindi allertato immediatamente la Security dell’Eav per richiedere l’intervento del 118. Durante i 50 minuti di attesa dell’ambulanza, la situazione è drasticamente peggiorata: la ragazza è stata colpita da gravi crisi di panico e da forti convulsioni, simili a una crisi epilettica. Con estrema attenzione, prontezza e sensibilità, le Ggp hanno vigilato costantemente per evitare che la giovane potesse procurarsi lesioni o compiere atti autolesionistici, o addirittura avvicinarsi troppo ai binari adiacenti. All’arrivo degli operatori sanitari, l’intervento si è rivelato ancora più critico a causa della totale non collaborazione del soggetto che, in preda all’agitazione, ha manifestato reazioni violente e involontarie. Gli agenti della Cosmopol hanno coadiuvato attivamente il personale del 118 nelle operazioni di contenimento e messa in sicurezza, riuscendo a condurla a bordo dell’ambulanza in attesa dell’automedica. A seguito delle prime cure sul posto, la ragazza è stata trasportata in ospedale. Nelle concitate fasi dell’intervento, per proteggere l’incolumità della giovane e arginarne i movimenti incontrollati, entrambi i vigilanti sono stati colpiti riportando alcune contusioni. Nonostante le difficoltà fisiche e l’alto livello di stress del contesto, gli agenti hanno portato a termine il proprio compito garantendo la totale incolumità della ragazza. Questo episodio evidenzia con chiarezza come le guardie giurate rappresentino il vero e proprio “front-line” della sicurezza all’interno delle stazioni ferroviarie. Trovandosi costantemente in prima linea, sono quasi sempre i primi a intercettare e gestire le emergenze critiche sul territorio, in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine o del personale sanitario. La loro presenza costante costituisce una tutela fondamentale e una sicurezza ulteriore non solo per l’utenza, ma anche per tutti i lavoratori dell’Eav che operano quotidianamente negli impianti. “Come organizzazione sindacale e come lavoratori dei trasporti, rivolgiamo a questi operatori il nostro ringraziamento più autentico – fanno sapere dall’Orsa -. Un plauso che va alla loro indiscussa preparazione tecnica e professionale, ma che intende valorizzare soprattutto la straordinaria umanità e lo spirito di servizio dimostrati sul campo, meriterebbero un encomio pubblico dalla loro azienda”. Ragazza si sente male stazione Eav, salvata da guardie giurate

  • Prende a pugni i poliziotti all'ufficio immigrazione, urlando di voler tornare a casa. Anzichè portarlo al proprio paese gli agenti lo portano in carcere

    Nella serata di ieri, l’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Rimini ha tratto in arresto un giovane di nazionalità gambiana, resosi responsabile del reato di resistenza e lesioni a Pubblico Ufficiale. Nello specifico, intorno alle ore 23.30, mentre gli operatori di una volante posteggiavano l’autovettura di servizio davanti la Questura per dirigersi all’interno degli Uffici, venivano avvicinati da un soggetto di colore che si aggirava nelle pertinenze dell’Ufficio Immigrazione. Quest’ultimo iniziava ad urlare senza senso dicendo di voler tornare al proprio paese e che gli serviva un alloggio; gli agenti comunicavano con l’uomo invitandolo a tornare l’indomani mattina quando l’Ufficio Immigrazione era aperto e lo invitavano ad allontanarsi in quanto per motivi di sicurezza non era possibile rimanere davanti la Questura. A questo punto il soggetto si avvicinava con fare molto minaccioso e con un impeto furioso colpiva con svariati pugni al volto il poliziotto fino a che riuscivano ad applicargli i dispositivi di sicurezza e trasportato all’interno delle celle di sicurezza della Questura dove veniva tratto in arresto per il reato di lesioni personali a un ufficiale o agente di polizia giudiziaria in attesa del rito direttissimo previsto nella giornata odierna. Si ricorda che nei confronti delle persone indiziate e imputate vige la “presunzione di innocenza”. Prende a pugni i poliziotti all'ufficio immigrazione, urlando di voler tornare a casa. Anzichè portarlo al proprio paese gli agenti lo portano in carcere

  • Intervista al Dott. Pompeo Micheli Luogotenente Carica Speciale Carabinieri (Ris.) autore del libro "La banda dei piedi scalzi" (dott. Dario Procida)

    "LA BANDA DEI PIEDI SCALZI" autore del libro Dott. POMPEO MICHELI Luogotenente Carica Speciale Carabinieri (Ris.) Roma, estate 1998. Tre capolavori di Van Gogh e Cézanne scompaiono dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna. In poche ore quello che sembra un semplice furto si trasforma in una crisi nazionale che scuote il mondo dell'arte e l'opinione pubblica internazionale. La banda dei piedi scalzi racconta dall'interno la vera indagine che portò al recupero delle opere, ricostruendo il lavoro del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Pedinamenti, intercettazioni, intuizioni investigative e una complessa strategia operativa emergono in una narrazione rigorosa e coinvolgente. Non è un romanzo. È una storia vera. Un saggio investigativo che intreccia criminologia, storia dell'arte e diritto, mostrando come la tutela del patrimonio culturale rappresenti una responsabilità civile e istituzionale. Un racconto del Luogotenente Pompeo Micheli che conduce il lettore nei momenti decisivi dell'operazione, rivelando perché difendere un'opera d'arte significa difendere la memoria e l'identità di un Paese. Con prefazione di Luca Nannipieri. Difendere un'opera d'arte significa difendere la memoria di un popolo. Quando l'arte viene rubata, non scompare solo un quadro: viene ferita la memoria di un popolo. Il presidente dott. Dario Procida ha così intervistato l'autore del libro il dott. Pompeo Micheli: dott. Dario Procida: Luogotenente C.S. Pompeo Micheli, per oltre trent’anni lei ha prestato servizio presso il Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale, contribuendo ad alcune delle più importanti indagini sul traffico illecito di opere d’arte. Come è nato il suo interesse per questo particolare settore investigativo e quale percorso l’ha condotta a dedicare gran parte della sua carriera alla tutela del patrimonio culturale italiano? dott. Pompeo Micheli: Quando entrai a far parte del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale non immaginavo che quella destinazione avrebbe segnato l’intera mia vita professionale. Fu proprio lì che scoprii come dietro ogni opera d’arte si nascondesse una storia da ricostruire e un patrimonio da difendere. Con il tempo compresi che un dipinto, un reperto archeologico o un manoscritto antico non rappresentano soltanto beni di straordinario valore artistico o economico, ma testimonianze della nostra identità, della nostra memoria e della nostra storia. Entrare nel Comando TPC ha significato confrontarsi con una realtà investigativa altamente specialistica, nella quale le tradizionali tecniche di polizia giudiziaria si intrecciano con competenze storiche, artistiche e internazionali. Ogni indagine rappresentava una sfida diversa: dal recupero di dipinti rubati al contrasto degli scavi clandestini, dal traffico illecito di reperti archeologici alle sofisticate reti criminali che operano nel mercato internazionale dell’arte. Nel corso di oltre trent’anni di servizio ho avuto il privilegio di partecipare ad alcune tra le più importanti operazioni di tutela del patrimonio culturale, sia in Italia sia all’estero. Negli ultimi anni della mia attività investigativa mi sono dedicato in particolare al contrasto del traffico internazionale di beni culturali, occupandomi del recupero di reperti archeologici illecitamente esportati dall’America Latina e dalle aree del Medio Oriente interessate dai conflitti armati. Parallelamente, ho seguito complesse indagini sul traffico internazionale di opere d’arte contemporanea contraffatte, un fenomeno criminale in continua evoluzione che richiede competenze investigative altamente specialistiche e una costante cooperazione tra autorità giudiziarie, forze di polizia e istituzioni culturali di diversi Paesi. Queste attività hanno consentito il recupero e la restituzione di numerosi beni culturali ai rispettivi Stati di appartenenza, contribuendo concretamente alla tutela del patrimonio artistico mondiale. Questa esperienza mi ha insegnato che la tutela del patrimonio culturale non consiste semplicemente nel recuperare opere d’arte rubate. Significa difendere la memoria dei popoli, contrastare organizzazioni criminali che operano su scala internazionale e restituire alle future generazioni beni che appartengono alla storia dell’umanità. È proprio questa consapevolezza mi ha spinto a intraprendere un nuovo percorso come autore. Ho sentito il dovere di raccontare dall’interno alcune delle indagini più significative alle quali ho avuto l’onore di partecipare, affinché il patrimonio di esperienze maturato in tanti anni di servizio non rimanesse confinato nei fascicoli investigativi, ma potesse trasformarsi in memoria condivisa, conoscenza e cultura della legalità. dott. Dario Procida: Il 26 giugno 2026 è stato pubblicato il suo volume “La banda dei piedi scalzi. La rapina del secolo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma”. Cosa l’ha spinta a raccontare, dopo tanti anni, questa straordinaria vicenda investigativa? dott. Pompeo Micheli: Per molti anni mi sono chiesto se fosse giusto raccontare questa storia. L’attività investigativa impone riservatezza, equilibrio e rispetto per le persone coinvolte, e ritenevo che alcune vicende dovessero rimanere patrimonio esclusivo di chi le aveva vissute. Con il passare del tempo, però, ho maturato una convinzione diversa: il silenzio rischiava di far perdere la memoria di una delle più importanti indagini nella storia del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. La banda dei piedi scalzi. La rapina del secolo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nasce proprio da questa consapevolezza. Non volevo scrivere un libro celebrativo, né tantomeno un’autobiografia. Il mio obiettivo era ricostruire con rigore documentale una vicenda che ha segnato profondamente la tutela del patrimonio culturale italiano, raccontando non soltanto ciò che accadde il 19 maggio 1998, ma anche il lavoro silenzioso, complesso e spesso poco conosciuto degli investigatori che operarono per riportare a casa i due Van Gogh e il Cézanne sottratti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel corso della mia carriera ho avuto il privilegio di partecipare a numerose indagini di rilievo nazionale e internazionale, ma questa vicenda ha rappresentato qualcosa di speciale. Non solo per il valore straordinario delle opere recuperate, ma perché ha dimostrato come professionalità, pazienza investigativa, cooperazione tra istituzioni e senso del dovere possano prevalere anche nei casi più complessi. Scrivere questo libro ha significato anche rendere omaggio a tutte le donne e agli uomini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che, spesso lontano dai riflettori, hanno dedicato la propria vita alla difesa dell’arte e della cultura. Dietro ogni opera recuperata ci sono mesi di lavoro, sacrifici personali, intuizioni investigative e un profondo senso di responsabilità verso il patrimonio che appartiene a tutti noi. A un certo punto ho compreso che avevo anche un dovere morale: lasciare memoria di questa vicenda affinché non andasse perduta con il trascorrere del tempo. Le grandi indagini non appartengono soltanto a chi le conduce, ma costituiscono un patrimonio di esperienze, conoscenze e valori che merita di essere tramandato. Se possono contribuire a far comprendere alle future generazioni il valore della tutela del patrimonio culturale, il senso del servizio allo Stato e l’importanza della cultura della legalità, allora raccontarle diventa non soltanto un’opportunità, ma una responsabilità. Per questo La banda dei piedi scalzi. La rapina del secolo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma rappresenta il primo tassello di un progetto editoriale più ampio. Con la collana Memoria • Arte • Legalità desidero preservare e tramandare la memoria delle grandi indagini che hanno contribuito alla tutela del patrimonio culturale italiano. Credo che queste storie non debbano rimanere confinate negli archivi giudiziari o nei ricordi di chi le ha vissute, ma possano diventare strumenti di conoscenza, formazione e cultura della legalità per studiosi, appassionati e, soprattutto, per le future generazioni. dott. Dario Procida: Il saggio descrive dettagliatamente il dietro le quinte del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Dal punto di vista tecnico-investigativo, come è stato possibile conciliare il costante monitoraggio dei sospettati con l’esigenza primaria di salvaguardare l’integrità dei tre capolavori di Van Gogh e Cézanne? dott. Pompeo Micheli: Questa è stata, probabilmente, la sfida investigativa più delicata dell’intera operazione. Quando si indaga sul furto di opere d’arte di eccezionale valore, il successo dell’indagine non si misura esclusivamente con l’arresto dei responsabili, ma soprattutto con il recupero delle opere nelle migliori condizioni possibili. Ogni decisione investigativa deve quindi essere calibrata tenendo conto di un principio fondamentale: la salvaguardia del bene culturale viene prima di ogni altra esigenza operativa. Nel caso della rapina alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il costante monitoraggio dei sospettati ci consentì di acquisire progressivamente un quadro sempre più preciso dei loro movimenti, delle relazioni e delle dinamiche interne al gruppo criminale. Tuttavia, conoscere gli spostamenti degli indagati non significava poter intervenire immediatamente. In determinate circostanze è necessario attendere, osservare e raccogliere ulteriori elementi, perché un intervento anticipato avrebbe potuto indurre i responsabili a occultare, spostare o addirittura danneggiare irrimediabilmente le opere. L’attività investigativa richiese quindi un equilibrio continuo tra iniziativa e prudenza. Ogni scelta veniva condivisa e valutata con l’Autorità Giudiziaria, analizzando costantemente il rapporto tra il possibile vantaggio investigativo e il rischio concreto per l’incolumità delle opere. In questo tipo di indagini non esistono automatismi: occorre adattare le strategie all’evoluzione della situazione, mantenendo sempre la massima attenzione alla tutela del patrimonio culturale. Fondamentale fu anche il lavoro di squadra. Il coordinamento tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, la Procura della Repubblica, la Polizia di Stato e tutte le componenti coinvolte nell’indagine permise di condividere tempestivamente informazioni, valutazioni operative e decisioni strategiche. È proprio questa sinergia tra istituzioni che ha consentito di raggiungere l’obiettivo più importante: recuperare i due dipinti di Vincent van Gogh e quello di Paul Cézanne perfettamente integri e restituirli alla collettività. Questa esperienza mi ha confermato che le indagini sui beni culturali richiedono un approccio profondamente diverso rispetto ad altri settori della criminalità. L’opera d’arte non è un semplice corpo di reato: è un bene irripetibile. Se viene danneggiata o distrutta, nessuna operazione di polizia, per quanto brillante, potrà mai restituire ciò che è andato perduto. È questa consapevolezza che guida ogni scelta investigativa del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e rappresenta, ancora oggi, uno dei principi fondamentali della sua attività. dott. Dario Procida: Nonostante il recupero delle opere e gli arresti degli autori materiali, nel libro emerge l’ipotesi di un possibile committente internazionale. Dal punto di vista criminologico, quali sono le caratteristiche del traffico illecito di opere d’arte e in cosa differisce rispetto alla criminalità predatoria tradizionale? dott. Pompeo Micheli: Il traffico illecito di opere d’arte presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto alla criminalità predatoria tradizionale. Nella maggior parte dei casi il furto rappresenta soltanto la fase iniziale di una filiera criminale molto più articolata, che coinvolge intermediari, ricettatori, falsi documenti di provenienza, canali di esportazione clandestina e, talvolta, organizzazioni transnazionali capaci di operare contemporaneamente in più Paesi. Le opere d’arte, soprattutto quelle di eccezionale valore, sono beni difficilmente collocabili sul mercato legale. Proprio per questo, dietro alcuni furti di particolare rilevanza può emergere l’ipotesi di interessi criminali più complessi rispetto alla semplice ricerca di un profitto immediato. È uno scenario investigativo che richiede grande prudenza: ogni caso presenta caratteristiche proprie e non sempre è possibile ricostruire integralmente tutti i livelli dell’organizzazione. Nel caso della rapina alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il recupero dei dipinti e l’individuazione degli autori materiali rappresentarono un risultato investigativo di straordinaria importanza. Tuttavia, alcuni elementi emersi nel corso delle indagini lasciavano aperti interrogativi che il libro analizza con rigore documentale, senza trasformare ipotesi investigative in certezze. È proprio questo uno degli aspetti più affascinanti, ma anche più complessi, delle indagini sul traffico illecito di beni culturali: non sempre è possibile ricostruire l’intera filiera criminale. Dal punto di vista criminologico, questo fenomeno si distingue anche per l’elevato livello di specializzazione richiesto. Chi opera nel traffico internazionale di beni culturali deve conoscere il mercato dell’arte, i sistemi di autenticazione, le normative nazionali e internazionali, le procedure doganali e le dinamiche del collezionismo illecito. Per questo motivo il contrasto a tali fenomeni richiede investigatori altamente qualificati, una stretta cooperazione internazionale e strumenti normativi sempre più efficaci. La mia esperienza mi ha insegnato che la tutela del patrimonio culturale non può più essere considerata un settore investigativo di nicchia. Oggi il traffico illecito di beni culturali rappresenta una forma di criminalità organizzata transnazionale che, in alcuni contesti, si intreccia con altri traffici illeciti e alimenta circuiti economici clandestini di rilevanza internazionale. Contrastarlo significa non soltanto recuperare opere d’arte, ma anche difendere la memoria, l’identità culturale dei popoli e un patrimonio che appartiene all’intera umanità. dott. Dario Procida: Nei giorni successivi alla rapina la vicenda assunse immediatamente una dimensione nazionale e internazionale. Quanto fu importante la collaborazione tra Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato e Autorità Giudiziaria per il buon esito dell’indagine? dott. Pompeo Micheli: Fu un elemento determinante. Indagini di questa complessità non possono essere affrontate da una sola struttura investigativa, ma richiedono una piena condivisione di informazioni, competenze ed esperienze tra tutte le istituzioni coinvolte. La tutela del patrimonio culturale è un obiettivo che supera i confini delle singole amministrazioni e impone una visione comune. Sin dalle prime ore successive alla rapina si comprese che ci trovavamo di fronte a un episodio destinato ad avere una forte risonanza nazionale e internazionale. La sottrazione di due dipinti di Vincent van Gogh e di un’opera di Paul Cézanne dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma rappresentava un danno enorme per il patrimonio culturale italiano e richiedeva una risposta investigativa rapida, coordinata e altamente qualificata. Il costante coordinamento con la Procura della Repubblica consentì di orientare ogni attività investigativa all’interno di una strategia condivisa, mentre la collaborazione tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e la Polizia di Stato permise di mettere a sistema informazioni, attività operative e capacità investigative complementari. Quando tutte le componenti dello Stato lavorano con reciproca fiducia, nel rispetto delle rispettive competenze e con un obiettivo comune, le possibilità di successo aumentano in modo significativo. Naturalmente, un ruolo fondamentale fu svolto anche dalla cooperazione internazionale. In indagini di questo tipo è essenziale mantenere costanti contatti con le forze di polizia straniere, con Interpol e con gli organismi specializzati nella tutela del patrimonio culturale, perché il rischio che opere di tale importanza possano oltrepassare rapidamente i confini nazionali è sempre concreto. Quella vicenda rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione istituzionale. Il recupero delle opere fu il risultato di un lavoro corale, nel quale investigatori, magistrati, operatori di polizia e specialisti del settore agirono con professionalità, senso dello Stato e piena consapevolezza del valore del patrimonio culturale che erano chiamati a proteggere. Credo che questa sia una delle lezioni più importanti che quella indagine ci ha lasciato: la tutela del patrimonio culturale non è mai il successo di un singolo investigatore o di un singolo reparto, ma il risultato di un impegno collettivo, fondato sulla collaborazione, sulla fiducia reciproca e sulla condivisione delle competenze. È proprio questa capacità di fare squadra che consente allo Stato di affrontare con efficacia le sfide più complesse e di restituire alla collettività beni che appartengono alla sua storia e alla sua identità. dott. Dario Procida: Nel libro emerge come la forte pressione investigativa e mediatica abbia inciso sulle decisioni dei rapinatori, fino al recupero delle opere. Quali sono, in questi casi, i principi operativi fondamentali per coniugare le esigenze investigative con la priorità assoluta di preservare l’integrità delle opere d’arte? dott. Pompeo Micheli: Ogni indagine è diversa e non esistono regole valide per ogni circostanza. Tuttavia, quando sono coinvolti beni culturali di eccezionale valore, esiste un principio che deve guidare ogni decisione investigativa: l’obiettivo primario è riportare le opere alla collettività nelle migliori condizioni possibili. L’arresto dei responsabili è certamente importante, ma non può mai essere perseguito mettendo a rischio l’integrità di un patrimonio che, se perduto o danneggiato, sarebbe irrimediabilmente sottratto alla storia. Per questo motivo è necessario trovare un equilibrio costante tra tempestività e prudenza. L’investigatore deve saper attendere quando è opportuno attendere e intervenire quando le condizioni consentono di farlo con il massimo margine di sicurezza. È una valutazione complessa, che richiede esperienza, capacità di analisi e una continua condivisione delle informazioni con l’Autorità Giudiziaria. Anche la pressione mediatica rappresenta un fattore da gestire con estrema attenzione. Nei casi che suscitano grande interesse pubblico è naturale che l’opinione pubblica chieda risultati immediati. Tuttavia, un’indagine non può essere condizionata dai tempi della comunicazione. Ogni scelta deve essere guidata esclusivamente dall’interesse investigativo e dalla necessità di proteggere le opere. Talvolta anche il modo in cui una notizia viene diffusa può influire sul comportamento dei responsabili, inducendoli a modificare le proprie strategie. Per questo è fondamentale che la comunicazione istituzionale sia sempre misurata, coordinata e coerente con gli obiettivi dell’indagine. Nel caso raccontato nel libro, la pressione investigativa, unita alla costante percezione da parte dei rapinatori di essere progressivamente circondati dall’azione delle Forze di polizia e dell’Autorità Giudiziaria, contribuì a creare un contesto nel quale mantenere il possesso delle opere diventava sempre più difficile e rischioso. Senza entrare nei dettagli operativi, posso dire che anche questo elemento ebbe un peso nell’evoluzione della vicenda e nel positivo esito dell’indagine. Questa esperienza mi ha confermato che la tutela del patrimonio culturale richiede qualità che vanno oltre le competenze tecniche: pazienza, equilibrio, capacità di valutare ogni possibile conseguenza e, soprattutto, la consapevolezza che un’opera d’arte è un bene irripetibile. Ogni decisione investigativa deve essere assunta avendo sempre presente questo principio, perché il vero successo non consiste soltanto nel concludere un’indagine, ma nel restituire integro alla collettività un frammento della sua storia. dott. Dario Procida: Riprendendo uno dei temi centrali del suo libro, in che modo la tutela del patrimonio culturale può essere considerata oggi non soltanto un’attività investigativa, ma un presidio della sicurezza nazionale, dell’identità culturale e della memoria collettiva? dott. Pompeo Micheli: Per molto tempo la tutela del patrimonio culturale è stata percepita come un settore specialistico, riservato agli storici dell’arte, agli archeologi o agli addetti ai lavori. Oggi sappiamo che non è così. Difendere il patrimonio culturale significa proteggere uno degli elementi fondanti dell’identità di una Nazione. Ogni opera d’arte, ogni reperto archeologico, ogni monumento racconta chi siamo, da dove veniamo e quale eredità intendiamo trasmettere alle generazioni future. Quando un bene culturale viene rubato, distrutto, esportato illecitamente o immesso nel mercato clandestino, non subisce un danno soltanto il proprietario o l’istituzione che lo custodisce. A essere colpita è l’intera collettività, perché viene sottratta una parte della memoria storica e culturale del Paese. Per questo considero la tutela del patrimonio culturale una componente essenziale della sicurezza nazionale, al pari della difesa di altri interessi strategici dello Stato. Negli ultimi decenni abbiamo inoltre assistito a una crescente internazionalizzazione dei traffici illeciti di beni culturali. Le organizzazioni criminali operano ormai su scala globale, sfruttando le nuove tecnologie, la rapidità degli spostamenti e la complessità dei mercati internazionali. In alcuni contesti, soprattutto nelle aree interessate da conflitti armati, il traffico illecito di beni culturali può contribuire ad alimentare economie criminali e a finanziare altre attività illecite. Contrastare questi fenomeni significa quindi difendere non solo il patrimonio storico e artistico, ma anche la legalità, la cooperazione internazionale e la sicurezza collettiva. Esiste però un altro aspetto che considero altrettanto importante: la memoria. La tutela del patrimonio culturale non si esaurisce nel recupero di un’opera d’arte. Significa anche conservare la memoria delle indagini, delle persone che vi hanno dedicato la propria professionalità e dei valori che hanno ispirato il loro operato. Se queste esperienze non vengono raccontate e trasmesse, rischiano di andare perdute insieme al patrimonio immateriale che rappresentano. È proprio da questa convinzione che nasce la collana Memoria • Arte • Legalità. Ho voluto trasformare l’esperienza investigativa in uno strumento di divulgazione e di formazione, affinché le grandi indagini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale non rimangano soltanto pagine di cronaca giudiziaria, ma diventino esempi concreti di servizio allo Stato, di cooperazione istituzionale e di tutela del bene comune. Credo che oggi la vera sfida sia sviluppare una sempre maggiore consapevolezza culturale. Le Forze di polizia possono recuperare un’opera rubata, i magistrati possono perseguire i responsabili, i restauratori possono restituirle la sua integrità materiale. Ma la tutela del patrimonio culturale sarà davvero efficace solo quando ogni cittadino sentirà quelle opere come parte della propria identità. In quel momento la difesa dell’arte non sarà più soltanto un compito delle istituzioni, ma diventerà una responsabilità condivisa da tutta la società. dott. Dario Procida: Alla luce dell’esperienza maturata nel caso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, quali ritiene siano oggi le principali criticità nella sicurezza dei musei e quanto incide ancora il cosiddetto “fattore umano” nella prevenzione dei grandi furti d’arte? dott. Pompeo Micheli: L’esperienza maturata nel corso di numerose indagini mi ha insegnato che oggi la sicurezza dei musei ha raggiunto livelli tecnologici molto elevati. Sistemi di videosorveglianza ad alta definizione, controllo degli accessi, sensori, dispositivi antintrusione e procedure sempre più sofisticate rappresentano strumenti fondamentali per la protezione del patrimonio culturale. Tuttavia, la tecnologia, da sola, non è sufficiente. La quasi totalità dei grandi furti d’arte dimostra che, prima ancora di superare una barriera fisica o elettronica, chi pianifica un’azione criminale cerca di individuare una vulnerabilità organizzativa o comportamentale. È qui che entra in gioco quello che definiamo il fattore umano. Molte delle più importanti vicende investigative hanno evidenziato come disattenzioni, procedure non rigorosamente rispettate, eccessiva prevedibilità delle abitudini operative o, nei casi più gravi, la presenza di informazioni riservate divulgate impropriamente possano compromettere anche i sistemi di sicurezza più avanzati. Per questo motivo la formazione continua del personale, la consapevolezza dei rischi e l’aggiornamento costante delle procedure rappresentano elementi essenziali della prevenzione. Un altro aspetto che considero fondamentale è la cultura della sicurezza. Proteggere un museo non significa soltanto installare nuove tecnologie, ma sviluppare un’organizzazione capace di prevenire il rischio, di individuare tempestivamente eventuali anomalie e di reagire con rapidità e coordinamento in situazioni di emergenza. La sicurezza deve diventare parte integrante della gestione quotidiana di ogni istituzione culturale. Negli ultimi anni, inoltre, le minacce si sono evolute. Accanto ai furti tradizionali, dobbiamo confrontarci con fenomeni sempre più complessi, come il traffico internazionale di beni culturali, la contraffazione di opere d’arte, i reati informatici che possono colpire archivi e sistemi di catalogazione digitale e l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte delle organizzazioni criminali. Questo impone un continuo aggiornamento delle strategie di prevenzione e una sempre più stretta collaborazione tra musei, Forze di polizia, Autorità Giudiziaria e organismi internazionali. Il caso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha lasciato un insegnamento ancora attuale: nessun sistema di sicurezza può essere considerato infallibile se non è accompagnato da una costante attenzione al fattore umano. Le tecnologie evolvono rapidamente, ma sono sempre le persone a fare la differenza, sia nella prevenzione sia nella capacità di affrontare una situazione critica. Vorrei però aggiungere un’ultima riflessione. Oggi parlare di sicurezza dei musei significa anche investire nella cultura della tutela. Un patrimonio conosciuto, valorizzato e sentito come bene comune è un patrimonio più difficile da colpire e più facile da difendere. La prevenzione non nasce soltanto da una telecamera o da un sistema d’allarme, ma dalla consapevolezza collettiva che ogni opera d’arte rappresenta una parte della nostra identità. È questa consapevolezza il primo e più efficace presidio di sicurezza. dott. Dario Procida: La banda dei piedi scalzi. La rapina del secolo alla galleria nazionale d’arte moderna di Roma, inaugura la collana editoriale “Memoria • Arte • Legalità”. Come nasce questo progetto editoriale, quali obiettivi si propone di raggiungere e a chi ha voluto dedicare questo primo volume? dott. Pompeo Micheli: La collana Memoria • Arte • Legalità nasce da una convinzione maturata nel corso di tutta la mia esperienza investigativa: le grandi indagini non possono esaurirsi con la conclusione di un procedimento giudiziario o con il recupero di un’opera d’arte. Dietro ogni operazione vi sono persone, competenze, sacrifici, intuizioni e valori che meritano di essere conosciuti e tramandati. Nel corso degli anni ho avuto il privilegio di partecipare a vicende investigative di straordinaria importanza per la tutela del patrimonio culturale italiano. Molte di queste, però, sono rimaste confinate negli atti processuali, nei fascicoli d’indagine o nella memoria di chi le ha vissute. Ho ritenuto che fosse giunto il momento di trasformare quel patrimonio di esperienze in uno strumento di conoscenza accessibile a tutti, affinché non andasse disperso con il trascorrere del tempo. L’obiettivo della collana è proprio questo: raccontare, con rigore storico e documentale, alcune delle più significative indagini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, facendo conoscere non solo i fatti, ma anche il lavoro investigativo, la cooperazione tra istituzioni, le difficoltà affrontate e il profondo senso di responsabilità che accompagna chi è chiamato a difendere il patrimonio culturale del nostro Paese. Vorrei che questi volumi potessero essere letti non soltanto dagli studiosi o dagli addetti ai lavori, ma anche dai giovani, dagli studenti e da tutti coloro che desiderano comprendere come la tutela dell’arte rappresenti una forma concreta di servizio allo Stato. Se riusciranno a trasmettere anche solo una parte del valore della memoria, della cultura e della legalità, avranno raggiunto il loro scopo. Questo primo volume ha anche un profondo significato personale. Ho voluto dedicarlo innanzitutto ai miei genitori, che con il loro esempio mi hanno insegnato il valore dell’onestà, del sacrificio e del senso del dovere. Ma è dedicato anche a quattro colleghi che non sono più con noi e con i quali ho condiviso momenti importanti della mia vita professionale. Tra loro desidero ricordare il Generale Roberto Conforti, figura di straordinaria competenza e umanità, che ha lasciato un segno indelebile nel Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Sandro Sciotti, tragicamente ucciso durante un intervento in una rapina in banca pochi anni dopo i fatti raccontati nel libro, il Maresciallo Maggiore Simone Salvatore ed il Brigadiere Capo Gianni Fusco. Attraverso questa dedica ho voluto rendere omaggio a tutte quelle donne e quegli uomini che hanno servito lo Stato con dedizione, professionalità e coraggio, spesso lontano dai riflettori. In fondo, Memoria • Arte • Legalità non è soltanto il titolo di una collana editoriale. È una dichiarazione d’intenti. Credo che la memoria abbia valore solo se viene condivisa, che l’arte rappresenti una delle espressioni più alte della nostra identità culturale e che la legalità sia il principio che consente di custodire entrambe. È questo il messaggio che desidero affidare a ogni volume della collana e, soprattutto, alle future generazioni. dott. Dario Procida: Quale messaggio desidera lasciare ai giovani, agli studenti e a tutti coloro che si avvicinano al mondo dell’arte, della cultura e della legalità attraverso questo libro? dott. Pompeo Micheli: Vorrei dire loro, prima di tutto, di non considerare l’arte come qualcosa di distante o riservato agli specialisti. Il patrimonio culturale appartiene a ciascuno di noi. Ogni dipinto, ogni monumento, ogni reperto archeologico racconta una parte della nostra storia e contribuisce a costruire la nostra identità come cittadini e come comunità. Mi piacerebbe che questo libro facesse comprendere come dietro ogni opera recuperata non vi sia soltanto un’indagine di polizia, ma un impegno collettivo fatto di competenze, sacrificio, studio, collaborazione e senso dello Stato. La tutela del patrimonio culturale non è una missione che riguarda esclusivamente le Forze di polizia, gli storici dell’arte o gli archeologi: è una responsabilità condivisa che coinvolge tutti noi. Ai giovani vorrei trasmettere soprattutto il valore della curiosità. Ogni grande indagine nasce dalla capacità di osservare, di porsi domande, di non fermarsi alle apparenze e di cercare sempre la verità con rigore, onestà intellettuale e rispetto delle regole. Sono principi che valgono nell’attività investigativa, ma anche nello studio, nella ricerca e nella vita di ogni giorno. Vorrei inoltre che comprendessero che la legalità non è un concetto astratto, ma un comportamento quotidiano. Significa rispettare il lavoro degli altri, difendere ciò che appartiene alla collettività e sentirsi responsabili del patrimonio materiale e immateriale che abbiamo ricevuto in eredità. Ogni cittadino può contribuire, con i propri gesti, a preservare questa ricchezza per chi verrà dopo di noi. Se, leggendo queste pagine, anche un solo ragazzo decidesse di visitare un museo con occhi diversi, di approfondire la storia di un’opera d’arte, di intraprendere un percorso di studi nel campo della cultura o di scegliere di servire lo Stato con competenza e senso del dovere, allora il mio obiettivo sarebbe pienamente raggiunto. In fondo, il messaggio che desidero lasciare è semplice: la memoria va custodita, la cultura va condivisa e la legalità va vissuta ogni giorno. Sono tre valori inseparabili. Solo conoscendo il nostro passato possiamo comprendere il presente e costruire un futuro migliore. È questo il significato più autentico della collana Memoria • Arte • Legalità e il motivo per cui ho sentito il dovere di raccontare queste storie. dott. Dario Procida: “La banda dei piedi scalzi” rappresenta il primo volume della collana. Può anticiparci qualcosa sui prossimi progetti editoriali e sulle future indagini che intende raccontare? dott. Pompeo Micheli: Posso dire che La banda dei piedi scalzi rappresenta soltanto il primo capitolo di un progetto editoriale che desidero sviluppare nel tempo. Nel corso della mia attività investigativa ho avuto il privilegio di partecipare a numerose operazioni che hanno segnato la storia della tutela del patrimonio culturale italiano e internazionale. Ritengo che molte di queste meritino di essere raccontate con lo stesso rigore documentale e con la stessa attenzione ai fatti che hanno caratterizzato questo primo volume. Il prossimo libro sarà dedicato all'Operazione Gemini, l'indagine che ha portato al recupero delle diciassette opere d'arte trafugate dal Museo di Castelvecchio di Verona nel novembre 2015. È una vicenda che ho vissuto in prima persona e che mi ha portato a operare anche in Moldavia, Paesi Bassi e Ucraina, nell'ambito della cooperazione internazionale tra le autorità dei rispettivi Paesi. Si tratta di un'indagine complessa, ricca di aspetti investigativi, diplomatici e umani, che offrirà al lettore uno sguardo ancora più ampio sul lavoro svolto dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. L'ambizione della collana, tuttavia, va oltre il racconto delle singole indagini. Vorrei costruire, volume dopo volume, una memoria storica del lavoro svolto dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e da tutte le istituzioni che, in Italia e all'estero, operano ogni giorno per difendere il patrimonio culturale. Credo che conservare la memoria di queste esperienze significhi valorizzare non soltanto i risultati raggiunti, ma anche il metodo, la professionalità e il senso dello Stato che li hanno resi possibili. Mi auguro che questa collana possa diventare, nel tempo, un punto di riferimento non solo per gli appassionati di storia dell'arte e di investigazione, ma anche per studenti, ricercatori, operatori del settore e per tutti coloro che desiderano comprendere quanto sia complessa e affascinante la tutela del patrimonio culturale. Se queste pagine riusciranno a trasmettere conoscenza, a suscitare curiosità e a rafforzare il senso di responsabilità verso i beni che raccontano la nostra storia, allora avranno pienamente raggiunto il loro scopo. Perché, in fondo, ogni opera recuperata racconta una storia. Ma ogni indagine racconta anche il lavoro, la dedizione e il senso del dovere delle donne e degli uomini che hanno scelto di proteggerla. È proprio questa memoria che desidero custodire e trasmettere attraverso la collana Memoria • Arte • Legalità. Il mio auspicio è che, un domani, questi volumi possano essere consultati non soltanto come libri di narrativa investigativa o di divulgazione, ma anche come testimonianze storiche utili a comprendere l'evoluzione della tutela del patrimonio culturale in Italia e il contributo che le istituzioni hanno saputo offrire alla sua difesa. Ringraziamo il dott. Pompeo Micheli · Luogotenente C.S. Carabinieri Investigazioni sui crimini contro il patrimonio culturale Autore “Memoria - Arte - Legalità “ Acquista ora il libro cliccando sulla copertina! Dove acquistare il volume La banda dei piedi scalzi. La rapina del secolo alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di RomaAutore: Pompeo Micheli 📖 Disponibile su Amazon:https://amzn.eu/d/02gmtPtn 📚 Ordinabile inoltre presso tutte le principali librerie italiane. Per informazioni:Pompeo Micheli📧 artememorialegalita@gmail.com

  • La sicurezza delle guardie giurate: un appello per le pattuglie doppie

    È essenziale che questa professione riceva il supporto adeguato per affrontare le sfide crescenti e proteggere coloro che ogni giorno dedicano la loro vita alla sicurezza pubblica. Gentile Redazione, Le Guardie Giurate (GPG) in Italia esprimono una crescente preoccupazione per la loro sicurezza e incolumità, specialmente durante i servizi di ronda stradale diurni e notturni. Questo allarme è alimentato dai numerosi episodi di criminalità e violenza che stanno caratterizzando il nostro territorio nazionale. In passato, fino al 2008, il mercato della Vigilanza Privata era regolamentato in modo che ogni Questore emanasse un regolamento unico per tutti gli istituti operanti nella propria provincia. Questo regolamento includeva misure di sicurezza come servizi di ronda in coppia e dotazioni minime sulle autopattuglie, come collegamenti radio e lampade luminose. Tuttavia, con la liberalizzazione del mercato e l'abilitazione degli istituti a operare su più aree provinciali, queste norme sono cambiate. Le imprese di Vigilanza Privata, nella ricerca di ridurre i costi, raramente propongono pattugliamenti con doppia Guardia. Di conseguenza, le Guardie Giurate si trovano spesso a lavorare da sole, esposte a rischi maggiori e con scarse possibilità di segnalare adeguatamente la loro posizione, specialmente durante gli interventi su radio allarmi. L'Ispettorato Nazionale del Lavoro (come ribadito nella Nota INL 1511 del 2026) stabilisce che l'uso del GPS non è uno strumento di lavoro obbligatorio in via generale; quindi, serve un accordo sindacale o l'autorizzazione dell'ispettorato per attivarlo sui veicoli di normale vigilanza. Le Guardie Giurate richiedono con forza l'implementazione di pattuglie doppie per i seguenti motivi: • Aumento della sicurezza personale: Con due guardie per pattuglia, diventa più facile affrontare situazioni di emergenza e difendersi in caso di aggressione. • Garanzie migliori per la sicurezza pubblica: Una pattuglia doppia può intervenire più efficacemente in caso di incidenti o crimini, migliorando la protezione della comunità. • Supporto psicologico e morale: Lavorare in coppia ridurrebbe l'isolamento e lo stress che le guardie giurate spesso affrontano durante il servizio solitario. Le Guardie Giurate fanno appello alle autorità competenti per considerare seriamente la loro richiesta di pattuglie doppie. L'obiettivo è migliorare la sicurezza degli operatori e garantire una sorveglianza più efficace e sicura per il benessere dell'intera comunità. È essenziale che questa professione riceva il supporto adeguato per affrontare le sfide crescenti e proteggere coloro che ogni giorno dedicano la loro vita alla sicurezza pubblica. La rivendicazione è chiara: ripristinare “la cosiddetta doppia” nei servizi di pattugliamento per garantire una maggiore sicurezza non solo alle guardie ma anche a tutti i cittadini. Infine, esprimiamo forte solidarietà alle famiglie delle vittime che hanno perso la vita nello svolgimento del loro lavoro e di tutti coloro che sono stati in qualche modo coinvolti. Distinti saluti Angelo Sifrido Mancin [Esponente della categoria] -- La sicurezza delle guardie giurate: un appello per le pattuglie doppie https://www.trevisotoday.it/attualita/la-sicurezza-delle-guardie-giurate-un-appello-per-le-pattuglie-doppie-14909838.html © TrevisoToday

  • Hacker cancella l'intero catasto della Romania: paralizzato il mercato immobiliare rumeno

    Ha cancellato tutto non appena capito che il governo di Bucarest non sarebbe stato al suo ricatto. Un hacker ha bloccato un intero settore nevralgico dell'economia rumena, quando ha visto che i suoi interlocutori non avevano intenzione di pagargli neanche un soldo. Gli sono bastati pochi click per mandare in fumo una quantità enorme di dati pubblici, eliminando migliaia di documenti amministrativi, le credenziali di tutti i dipendenti e tutti i documenti del catasto. Tutto fermo Come un pugile cui sono sufficienti un paio di ganci per mettere ko l'avversario, il cyber-criminale non ha avuto vita troppo difficile per mettere al tappeto le poche difese approntate. Con il minimo sforzo l'hacker ha piazzato un grosso segnale di stop a tutto il mercato immobiliare di un Paese dell'Unione europea: compravendite immobiliari sospese, mutui bloccati e migliaia di notai impossibilitati ad accedere agli atti di proprietà. Un solo uomo ha mandato in tilt il sistema e, ovviamente, come da prassi in questi casi se ne è vantato su internet. Le dichiarazioni (supposte) del criminale "Oltre ai dati dei cittadini rumeni, provenienti da vari database raccolti attraverso le reti dell’agenzia delle entrate rumena, nel pacchetto c’è anche una copia dei server contenente il codice sorgente di tutti i loro sistemi, come Eterra o RENNS, nonché una versione del mio piccolo programma ransomware", ha fatto sapere trionfante su alcuni forum nel dark web l'incubo di tutti i notai della Romania. Nessuno sa se e quando tutto possa tornare alla normalità. In un'intervista concessa a Euronews Romania tramite l’app di messaggistica Signal, un uomo che sostiene di essere l’autore dell’attacco ha giurato di avere ancora tutti i dati sottratti ma che non li venderà "al primo che capita". Una rassicurazione con annessa richiesta di scuse che tuttavia va presa con le pinze, visto che non è sicuro che si tratti effettivamente del criminale. Non un novellino Ciò che è certo è che l'hacker che ha mandato in crisi un mercato da 170.000 compravendite immobiliari all’anno si faccia chiamare sul web ByteToBreach. Si tratta ovviamente di un soggetto altamente qualificato, già capace in passato di compromettere le piattaforme di interfaccia coi cittadini del governo svedese (nello specifico il portale e-government) e di mettere in crisi anche i sistemi di Slovacchia, Ucraina, Polonia e Lituania tra le altre. L’azienda di cybersicurezza KELA lo ha definito "un cybercriminale tecnicamente esperto che vende dati globali sensibili di compagnie aeree, banche e governi" e gli ha dato anche un nome: ByteToBreach sarebbe infatti l'alias di un hacker che opererebbe da Orano, in Algeria. Come una lama nel burro Per un soggetto con un tale curriculum entrare nel sistema rumeno è stato facile come far penetrare una lama nel burro. Il quotidiano finanziario rumeno Ziarul Financiar, ha definito l'incidente "il risultato di un modello in cui la difesa informatica è trattata come un'appendice". Il giornale parla di una spesa per la difesa informatica pari allo 0,2% del budget del catasto. In sostanza si sarebbe arrivati ad appena 305.000 euro di investimenti nel corso degli ultimi venti anni. La già citata agenzia KELA ha da parte sua ricordato come alla base ci fossero dei sistemi operativi ormai obsoleti (addirittura Windows XP), con diversi comandi personalizzati come "disable windows firewall" e "migrare – add administer" che di fatto hanno semplificato il lavoro al criminale. Persino il direttore dell’agenzia rumena per la cybersicurezza, Dan Cîmpean, ha ammesso che l’attacco non è stato così complicato e che ha sfruttato "vulnerabilità già comunicate al catasto". Cîmpean ritiene che ByteToBreach sia un initial access broker, vale a dire un intermediario specializzato nel compromettere sistemi scarsamente protetti per poi venderne l’accesso ad altri criminali informatici. Si escluderebbe invece per ora il coinvolgimento di un gruppo sostenuto da uno Stato. Un attacco nel momento sbagliato Quello che è certo è che l'attacco ha colpito il mondo immobiliare rumeno in un momento non banale della sua storia: queste sono infatti le ultime settimane in cui è ancora possibile acquistare una casa a quelle latitudini con l’IVA al 9%. A partire dal primo agosto l’imposta sulle nuove costruzioni salirà al 21%, ragion per cui gli uffici dei notai in questi giorni erano abbastanza congestionati. La sensazione è quella che l'iniziativa dell'hacker abbia avuto insomma un po' l'effetto di un incidente in autostrada il 15 di agosto: un brutto contrattempo che, nel migliore dei casi, lascerà imbottigliati a lungo in un limbo un sacco di acquirenti e compratori di case tra Bucarest e dintorni. Hacker cancella l'intero catasto della Romania

  • Trovata morta in casa a Verona, fermato il figlio: "L’ha uccisa a coltellate, lei era malata"

    È stata uccisa a coltellate dal figlio una donna ultra ottantenne trovata morta questa mattina nella sua abitazione a Verona, nel quartiere di borgo Venezia. L'uomo, 52 anni e convivente della madre, è ora negli uffici della questura della città veneta. Sul posto la squadra Mobile. Gli agenti hanno trovato il 52enne all'interno dell'appartamento mentre era al telefono con la sala operativa. Nella casa, ora sotto sequestro, stanno operando i tecnici della polizia scientifica per i rilievi. Pare che la vittima avesse una malattia degenerativa. Alcuni testimoni, come riporta il quotidiano L'Arena, avrebbero sentito delle urla provenire dall'appartamento e im seguito sono arrivate le volanti che hanno prelevato l'uomo. In aggiornamento. Trovata morta in casa a Verona, fermato il figlio: "L’ha uccisa a coltellate, lei era malata"

  • Gli abitanti di Ceuta: 'Le strade inondate di migranti, noi abbandonati'

    (ANSA) - MADRID, 30 LUG - "Ci sentiamo abbandonati, senza protezione. Migliaia di migranti sono in strada e vagano senza sapere dove andare". E' la voce dei residenti di Ceuta a raccontare la dimensione che la crisi sta raggiungendo in queste ore. I tesimoni descrivono l'inquietudine per il dramma umano e la situazione di insicurezza che si va creando. "Siamo preoccupati per noi, ma anche per loro, molti arrivano feriti per le traversate a nuoto", raccontano. Le autorità iberiche non danno stime ufficiali dei migranti entrati nell'enclave che sarebbero migliaia: "La valanga umana raggiunge già i 5 chilometri alla frontiera", secondo la corrispondente di Tve. (ANSA).

  • Prima disturba i turisti, poi sputa e colpisce gli agenti della polizia locale: arrestato

    Olbia Notte violenta in piazza Matteotti. Un cittadino marocchino di 38 anni, già noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato dalla polizia locale dopo una colluttazione con quattro agenti, intervenuti per fermarlo perché, in forte stato di alterazione, stava disturbando le persone che si trovavano in piazza. Gli operatori sono stati colpiti dall’uomo che, andato in escandescenze, si è avventato contro di loro, ferendoli, e contro l’auto di servizio, spaccando il vetro del finestrino e danneggiando lo sportello. Alla fine gli agenti della polizia locale sono riusciti a bloccarlo e ad arrestarlo. Sul posto è intervenuta anche la polizia di Stato. Il 38enne è stato condotto nella camera di sicurezza del commissariato di Olbia, a disposizione dell’autorità giudiziaria. I quattro agenti della polizia locale, rimasti feriti, sono dovuti ricorrere al pronto soccorso per gli accertamenti. I medici hanno assegnato loro diversi giorni di cure. L’aggressione è avvenuta giovedì notte, intorno alle mezzanotte. Le due pattuglie della polizia locale erano impegnate in un servizio di controllo degli esercizi pubblici, nel centro storico. Subito sono intervenuti per bloccare il 38enne, che, agitato, urlava e disturbava turisti e residenti che passeggiavano nella zona o erano seduti ai tavolini dei bar. Gli agenti si sono avvicinati per bloccarlo, e subito l’uomo ha reagito avventandosi contro di loro, sputandogli addosso, spintonandoli e scagliandosi contro gli operatori e le auto di servizio. Alla fine, sono riusciti a bloccarlo e ad ammanettarlo, anche con l’aiuto degli agenti del commissariato che nel frattempo erano intervenuti in piazza. Il 38enne è accusato di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. (t.s.) Olbia, aggressione in piazza: disturba i turisti, poi sputa e prende a colpi gli agenti della polizia locale: arrestato - La Nuova Sardegna

  • Concluso il corso Mountain Warfare della "Julia"

    L’ addestramento per consolidare le capacità operative in ambiente montano. Si è concluso il corso Mountain Warfare estivo organizzato dalla Brigata alpina "Julia" presso la base "Calvi" di Tai di Cadore e altre aree delle Dolomiti. All’attività hanno preso parte i militari della Brigata alpina "Julia" appartenenti al 5°, 7° e 8° Reggimento Alpini, al 3° Reggimento Artiglieria Terrestre da Montagna, al Reggimento "Piemonte Cavalleria" (2°) e al Reggimento Logistico "Julia" che hanno superato le prove di ammissione e completato i corsi alpinistici di base e avanzato propedeutici alla partecipazione. Sotto la guida degli istruttori del 7° Reggimento Alpini e di altri reparti della Brigata, i frequentatori hanno applicato le tecniche alpinistiche in un contesto operativo, impiegandole nella condotta di pattuglie da ricognizione in montagna. L'addestramento ha inoltre consolidato le capacità di superare ostacoli naturali e acquatici, impiegare le armi in quota e operare in un contesto tattico. Il corso si è concluso con le sessioni di tiro nel poligono di Cao Malnisio (PN). Il Mountain Warfare è il percorso formativo delle Truppe Alpine dedicato alla specializzazione del personale per operare e combattere in ambiente montano. La qualifica di "Alpiere" è attribuita al personale che completa con successo i moduli estivo e invernale del corso. Concluso il corso Mountain Warfare della "Julia"

  • Comune, vigilanza privata in campo. Bilancio, stanziati 100mila euro: "Controlli di notte in luoghi critici"

    L’obiettivo: agire in una fascia oraria che la Polizia Locale non copre. I professionisti non potranno sanzionare né arrestare, ma fungeranno da deterrente e saranno in contatto con altre forze dell’ordine. Numeri, organici, tecnologia e ora anche le guardie giurate per i controlli durante la notte. Il bilancio del Comune di Forlì in tema di sicurezza parte dai dati operativi e si proietta verso una novità imminente, approvata proprio martedì nell’ultima variazione contabile. L’assestamento di bilancio ha infatti destinato 100mila euro all’avvio sperimentale di un servizio di vigilanza privata notturna, pensato per pattugliare le aree più sensibili del territorio nella fascia oraria in cui termina il turno della Polizia Locale. A fare il punto sulle strategie dell’amministrazione è l’assessore Luca Bartolini, che rivendica il potenziamento del Corpo municipale attraverso l’inserimento di 14 nuovi agenti e due ufficiali. "L’attività operativa è stata potenziata con il raddoppio delle pattuglie appiedate nel centro storico durante il turno diurno e l’attivazione della terza pattuglia nel servizio serale e notturno", spiega. Nel quadro degli interventi figurano anche i controlli all’alba contro i subaffitti irregolari e il degrado abitativo, "che dal 1° gennaio hanno portato a 85 sanzioni per complessivi 85mila euro, estese in solido ai proprietari degli immobili". Verifiche stringenti hanno interessato pure gli esercizi commerciali del centro, "in particolare i negozi etnici, sfociando in diversi provvedimenti di chiusura temporanea o limitazione degli orari". Bartolini risponde poi alle polemiche sulla gestione del personale: il sindacato Sulpl ha detto che gran parte degli agenti hanno firmato una lettera contro il comandante Claudio Festari, in merito alla gestione dei turni e delle emergenze. L’assessore ricorda che il corpo conta oggi 121 operatori contro i 140 previsti dagli standard regionali, con una quota del 30% soggetta a limitazioni di servizio. "Nel 2019, con la giunta Drei, la Polizia Locale contava 120 operatori, uno in meno rispetto a oggi, ma con la responsabilità dell’intera Unione dei 15 Comuni". Dunque un compito più gravoso. E sostiene che altre città vicine, a partire da Cesena, "registrino scoperture percentualmente maggiori". Poi c’è la tecnologia: 767 telecamere di videosorveglianza, il 94% delle quali dotate di intelligenza artificiale. "Sono circa il doppio rispetto a realtà come Ravenna e Rimini". Per quanto riguarda l’introduzione della vigilanza privata, questa deve essere ancora definita nel dettaglio, ma "l’obiettivo è far girare un’auto, non solo in centro, nei luoghi più sensibili". I professionisti impiegati non potranno multare o arrestare, ma "fungerebbero da deterrente andando ad illuminare con il faro eventuali situazioni di aggregazioni sospette e, in caso di necessità, allertando le forze dell’ordine, con le quali avrebbero un canale diretto". Sul fronte politico, la scelta di introdurre le auto degli istituti di vigilanza privata trova il compatto sostegno delle forze di maggioranza. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e La Civica hanno espresso piena condivisione per una misura che definiscono "concreta e responsabile", utile a integrare l’azione delle forze dell’ordine e della polizia municipale senza sostituirsi a esse, fornendo presidio e prevenzione nelle ore buie. I gruppi del centrodestra ringraziano gli assessori Vittorio Cicognani e Luca Bartolini per le coperture economiche e per aver organizzato questa misura. E sottolineano "la bontà di un tassello che va a rafforzare la tutela del patrimonio pubblico, la sicurezza nei quartieri periferici e il contrasto al degrado urbano". Comune, vigilanza privata in campo. Bilancio, stanziati 100mila euro: "Controlli di notte in luoghi critici"

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