Search this site
543 risultati trovati con una ricerca vuota
- Reggio Emilia, 19enne picchia moglie incinta con katana e pentola d'acciaio
Una spirale di violenza brutale, culminata in minacce di morte con un’arma bianca e aggressioni fisiche ai danni di una donna in stato di vulnerabilità. È lo scenario scoperto dai Carabinieri della Stazione di Gattatico (Reggio Emilia) che, nella mattinata di ieri, hanno posto fine all’escalation di violenze tratto realizzate da un giovane di 19 anni. La vittima, una giovane donna di vent'anni al settimo mese di gravidanza, è stata costretta a subire ore di terrore prima di riuscire a chiedere aiuto. Per questi motivi con l'accusa di maltrattamenti in famiglia, lesioni personali aggravate e minaccia aggravata i carabinieri della stazione di Gattatico hanno tratto in arresto un 19enne, domiciliato a Gattatico, ristretto al termine delle formalità di rito a disposizione della Procura della Repubblica di Reggio Emilia, diretta dal procuratore Calogero Gaetano Paci. I fatti hanno avuto inizio nella serata del 26 marzo, quando l’uomo, per motivi futili legati alla perdita di un voucher, ha dato sfogo a una rabbia incontrollata. Secondo quanto ricostruito dai militari e denunciato dalla vittima, il marito l’avrebbe colpita con schiaffi e calci per poi chiuderla a chiave in camera da letto, impedendole persino di mangiare. La violenza è ripresa con ancora maggiore ferocia la mattina successiva. Al culmine di una lite, l'aggressore ha scagliato contro la moglie un’insalatiera e, successivamente, una pentola in acciaio colpendola violentemente alla testa. Nonostante la presenza dei familiari della donna, accorsi nel tentativo di calmare gli animi, l'uomo non ha desistito: dopo aver ingaggiato una colluttazione con il cugino della vittima, ha estratto una spada giapponese prelevata sopra un armadio, brandendola e minacciando di morte tutti i presenti. L'allarme al 112, lanciato dai familiari rifugiatisi al piano superiore, ha permesso l’arrivo delle pattuglie di Gattatico e Cadelbosco di Sopra. I militari hanno trovato l'abitazione a soqquadro e la giovane donna visibilmente scossa, con evidenti segni di percosse. La vittima è stata trasportata dal personale del 118 presso l’Ospedale Civile di Montecchio Emilia, dove i medici le hanno riscontrato un trauma cranico lieve e policontusioni diffuse su braccia, gambe e viso, con una prognosi di 7 giorni. L'arma utilizzata per le minacce è stata posta sotto sequestro. L’uomo, alla luce degli elementi di presunta responsabilità acquisiti a suo carico, è stato dichiarato in stato di arresto in flagranza di reato. Al termine delle formalità di rito l’arrestato è stato trasferito presso la Casa Circondariale di Reggio Emilia a disposizione della Procura della Repubblica di Reggio Emilia. fonte: Reggio Emilia, 19enne picchia moglie incinta con katana e pentola d'acciaio
- Un’Analista d’Intelligence pare essere un giocatore di scacchi e l’Intelligenza Artificiale pare essere la “Regina degli scacchi”... (dr.ssa Bellomi Daniela)
L’Intelligence è una di quelle rare discipline, nelle sue due versioni, con la grande dote e la grande capacità di saper imparare e apprendere da altre discipline. Ed è proprio per questo – anche per questo – che migliora, sempre. Ed è in grado di alzare il proprio livello, in qualsiasi ambito. Abbiamo tutti perso il conto degli anni in cui – tra ipotesi, confronti e serie TV – cercando di accennare ai concetti di Intelligence, in particolare di Analista di Intelligence, gli scacchi siano entrati – di prepotenza – nello scenario. Ancora oggi – opinioni pubbliche convinte di aver compreso la sottigliezza del concetto – fanno queste citazioni. Ma la verità è più profonda perché l’Intelligence, quella vera, è un reticolato articolato e complesso, molto più e molto diverso da una scacchiera. Quest’ultima soprattutto è un buon diversivo, parecchio idoneo allo scopo finale. Nella cultura occidentale, gli scacchi sono considerati – ancora oggi - uno dei più interessanti giochi di strategia. Nonostante l’Intelligenza Artificiale applicata agli scacchi sia stata in grado di battere il Campione del Mondo fin dal 1997, gli scacchi sono ancora il gioco di strategia che più mette alla prova l’intelligenza e la comprensione umana. Questo è il dichiarato ufficiale. Questa è la percezione comune. Quindi “questa” – ad un certo punto e per un certo numero di persone – è diventata “realtà” e “verità”. Gli scacchi, anche se sono solo un gioco ad “informazione completa”, ovvero un gioco nel quale i giocatori hanno a loro disposizione tutte le informazioni nello stesso momento e per qualunque posizione, sono talmente complessi e difficili che non possono essere risolti con il puro calcolo. La grande genialità non è negli scacchi ma nell’essere riusciti ad attirare “lo sguardo” di tutti – quasi di tutti – verso gli scacchi ottenendo un unico risultato ed un unico proclama: “I giocatori di scacchi affrontano incertezze, dilemmi tattici, complessità strategiche, tensione, pressione psicologica e grandi problemi epistemologici. Essi hanno continuamente a che fare con questi difficili problemi e cercano di risolverli sulla scacchiera usando le loro conoscenze, basandosi sulle capacità note dell’avversario e cercando di prevederne le intenzioni. Tutto ciò di cui dispongono sono informazioni, che devono essere tradotte in conoscenza pratica, essendo coscienti del fatto che anche il loro avversario farà del suo meglio per vincere. In definitiva, i giocatori di scacchi analizzano la posizione, le minacce e le debolezze dell’avversario per prendere decisioni razionali”. Ed il gioco è fatto. E fatto il gioco, vanno scritte le regole del gioco: gli Analisti d’ Intelligence si trovano di fronte problemi simili ad una partita di scacchi nell’ottenere risultati analoghi e li affrontano con modalità simili. Sia i Grandi Maestri che i normali giocatori di scacchi analizzano le posizioni dal punto di vista sia strategico sia tattico, e così gli Analisti d’ Intelligence possono imparare da loro. Dopo mezzo secolo da quando il primo computer in grado di giocare a scacchi è apparso sulla scena e dopo secoli di studio degli scacchi, Noi Umani stiamo ancora studiando come giocare meglio dietro una scacchiera. Lanciando un sasso nello stagno lascio “Noi Umani” ma non aggiungo “Noi, Analisti d’Intelligence”. Gli scacchi sono – tuttora - il gioco competitivo che gode della più alta considerazione nella nostra cultura. E ora pare essere finalmente arrivato il momento di avvicinarlo, assieme alla sua complessità, alla comunità degli Analisti d’ Intelligence che da esso potranno certamente imparare. E se, giustamente, gli Analisti d’Intelligence, sono giocatori di scacchi che ancora devono imparare “a giocare bene”, non potevamo che arrivare ad avere una Regina degli scacchi: l’Intelligenza Artificiale ! Rigiocare mentalmente le vecchie partite, imparando dai propri errori e dalle mosse dell’avversario. Analizzare ogni singola mossa, considerare le alternative, essere disposti a sacrificare qualche pezzo per portare avanti una strategia. In questo gioco tutto si svolge all’interno di schemi e regole ben definiti e finiti, dove la capacità di calcolo è fondamentale. Per questa loro particolare natura, gli scacchi hanno, da sempre, affascinato chi si occupa di informatica. Già negli anni ‘50 i programmatori avevano capito che sulla scacchiera le macchine avrebbero potuto fare meglio degli esseri umani. All’inizio i risultati erano stati deludenti, con i primi software battuti anche da giocatori mediocri. Con il tempo la situazione era destinata a cambiare. La svolta arrivò negli anni ‘90. Sono passate alla storia le partite tra Garri Kasparov, uno dei più grandi scacchisti di sempre, e Deep Blue, software messo a punto da IBM. Nel 1996 il programma riuscì a mettere in difficoltà il giocatore russo nella prima partita, ma nelle successive il campione riuscì a rimontare e ad avere la meglio. L’anno successivo, però, accadde qualcosa di inaspettato anche per lo stesso Kasparov: Deep Blue giocò davvero bene e il campione fu costretto ad arrendersi. Kasparov rimase talmente sorpreso che sul momento gridò addirittura all’imbroglio, per poi ritrattare in un secondo momento. Da quel giorno gli algoritmi hanno centrato un successo dopo l’altro, fino a quando gli scacchisti hanno smesso di sfidarli in occasioni ufficiali. Le ultime partite risalgono ai primi anni 2000. “Le macchine che battono l’uomo a scacchi ormai dagli anni ‘90 usano una logica che possiamo definire tradizionale”. A gran voce si ode che, se per decenni, gli umani erano rimasti imbattuti, il motivo era semplice: ancora non esistevano tecnologie in grado di svolgere una mole così grande e complessa di calcoli matematici. Oggi un algoritmo che gioca al livello di un gran maestro gira senza problemi dentro qualsiasi smartphone. Visto che è impossibile vincere contro gli algoritmi nel gioco degli scacchi, meglio farseli amici. Questi sistemi sono uno strumento imprescindibile per gli allenamenti dei professionisti, che trascorrono diverse ore al giorno davanti allo schermo tra partite e analisi, e anche dei semplici appassionati, come testimoniano i download delle app dedicate. Quando a sfidarsi sono due cervelloni elettronici, il pareggio è il risultato di gran lunga più frequente e serve una lunga serie di partite prima di decretare il vincitore. Sviluppato da tre ingegneri (tra cui un italiano), il software è in grado di battere i più grandi maestri anche in partite “svantaggiate”, ad esempio con un pezzo in meno. Ma la Regina è sempre la Regina ! Ma c’è un avversario al cui cospetto anche il fortissimo Stockfish è costretto a piegarsi. È l’intelligenza artificiale, che ha da poco fatto irruzione anche negli scacchi. “Gli algoritmi dotati di intelligenza artificiale imparano da soli a giocare dopo aver visto tanti esempi di partite del passato e averne giocate altre a loro volta, anche contro se stessi”. Il tutto avviene in tempi molto rapidi. In questo modo, riescono a mettere da parte un’esperienza che un essere umano non riuscirebbe mai ad accumulare nella propria vita. E diventano anche intuitivi. “Così cambia il modo di giocare. L’esperienza li guida a non vagliare tutte le possibili mosse ma selezionare solo quelle più probabili. Poi subentra anche l’intelligenza tradizionale, quella che siamo soliti associare ai computer, che provvede a calcolare la più vantaggiosa da un punto di vista matematico”. L’intelligenza artificiale ha permesso di mettere a punto software in grado di battere gli umani anche in giochi più complessi rispetto agli scacchi, dove gli umani riuscivano ancora ad avere la meglio sulle macchine. Fortunatamente per gli Analisti d’Intelligence è stato inventato anche un altro gioco interessante, mi pare porti il nome di “Risiko”...Se mai si dovesse imparare a giocare “troppo bene” a scacchi, si potrà passare a quello…E i veri Analisti d’Intelligence continuare a lavorare tranquillamente. articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE
- Guardie particolari giurate: sicurezza, stress e fragilità nascoste (dr.ssa Maria Gaia Pensieri)
Nel dibattito pubblico si parla spesso di sicurezza, di controllo del territorio e di tutela dei cittadini, ma raramente si accende un riflettore su chi quella sicurezza, la garantisce ogni giorno: le Guardie Particolari Giurate. Una categoria silenziosa, presente nei luoghi più sensibili – banche, infrastrutture, trasporti, siti strategici – eppure spesso invisibile quando si tratta di analizzarne le condizioni reali di lavoro e, soprattutto, il peso psicologico che queste comportano. Dietro la divisa e il ruolo operativo si nasconde infatti una realtà complessa, fatta di turni irregolari, isolamento, responsabilità elevate e, non di rado, una solitudine professionale che può trasformarsi in fragilità personale. In questo contesto, iniziano ad emergere dati e riflessioni che riguardano aspetti particolarmente delicati: il numero di suicidi all’interno della categoria, gli episodi di omicidio o uso improprio dell’arma e, più in generale, comportamenti devianti che non possono essere letti come casi isolati. La disponibilità dell’arma di servizio, elemento distintivo della professione, rappresenta un fattore cruciale. Se da un lato è uno strumento necessario per garantire sicurezza, dall’altro, in presenza di condizioni di stress o disagio psicologico, può diventare un elemento di rischio. Le cronache, seppur episodiche, raccontano situazioni in cui il confine tra controllo e perdita di equilibrio si assottiglia, fino a sfociare in gesti estremi. In particolare, il tema dei suicidi tra le guardie giurate merita un’attenzione maggiore: la combinazione tra accesso all’arma, stress lavorativo e mancanza di adeguati supporti psicologici rappresenta un terreno delicato che non può essere ignorato. Accanto agli eventi più gravi, esiste poi un’area più ampia ma meno visibile, quella dei comportamenti devianti. Non si tratta soltanto di violazioni disciplinari o episodi isolati, ma spesso di segnali di un disagio più profondo. L’abuso di alcol, atteggiamenti aggressivi, difficoltà relazionali o errori operativi possono essere sintomi di una pressione costante che, nel tempo, logora l’equilibrio dell’individuo. In questo senso, la devianza non è solo un problema da sanzionare, ma un fenomeno da comprendere e prevenire. Il nodo centrale, tuttavia, resta il burnout, una condizione di esaurimento psicofisico che nella vigilanza privata assume caratteristiche particolarmente critiche. Turni notturni, scarsa prevedibilità degli orari, responsabilità elevate e un riconoscimento sociale ed economico spesso limitato contribuiscono a creare un terreno fertile per lo sviluppo di stress cronico. Il rischio è duplice: da un lato si compromette la salute dell’operatore, dall’altro si incide sulla qualità e sull’efficacia del servizio di sicurezza. Eppure, nonostante la rilevanza del problema, il supporto psicologico strutturato resta ancora marginale. Le valutazioni di idoneità, spesso percepite come meri adempimenti formali, difficilmente riescono a intercettare situazioni di disagio latente. Manca, in molti casi, una cultura della prevenzione che consideri il benessere dell’operatore come parte integrante della sicurezza stessa. Parlare di suicidi, omicidi e comportamenti devianti tra le guardie giurate non significa mettere in discussione la professionalità della categoria, ma riconoscere che anche chi garantisce la sicurezza può trovarsi in condizioni di vulnerabilità. Anzi, è proprio questa consapevolezza che dovrebbe guidare un cambio di prospettiva: dalla semplice gestione operativa alla tutela complessiva della persona. Perché la sicurezza non è solo una questione di presenza sul territorio o di strumenti operativi, ma anche di equilibrio psicologico, formazione e supporto. In una società che chiede sicurezza, non ci si può permettere di ignorare la condizione di chi, ogni giorno, quella sicurezza la rende possibile. articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE
- Codice Rosso nell’Anima: Quando la Neurodivergenza Familiare Diventa un Verdetto di Devianza (dr.ssa Deiana Mariantonietta)
Il silenzio che precede l’esplosione in una casa dove abita la neurodivergenza non è quasi mai un’assenza di suono, ma un accumulo saturante di segnali elettrici non decodificati che, nel tempo, sedimentano una tensione pronta a trasformarsi in un fascicolo giudiziario. Esiste un confine invisibile, spesso tracciato tra le mura domestiche, dove il malinteso smette di essere un semplice bisticcio e si trasforma in un atto di accusa, un confine dove il funzionamento atipico di un cervello — sia esso autistico, ADHD o caratterizzato da disturbi dell'apprendimento — viene scambiato per una volontà criminale o una ribellione deliberata. La neurodivergenza familiare non è una nota a margine della clinica, ma un campo di battaglia criminologico dove la mancata decodifica dei segnali sensoriali e cognitivi può innescare una reazione a catena che porta dritta nelle aule di tribunale. Immaginiamo un adolescente il cui sistema nervoso è in costante sovraccarico, incapace di filtrare i rumori del mondo o di gestire l'attesa: la sua esplosione non è un attacco premeditato alla figura genitoriale, ma un meltdown neurobiologico, eppure, nel vuoto di una diagnosi o di una sensibilità educativa, quell'urlo diventa violenza domestica e quella spinta un'aggressione penale. La riflessione criminologica moderna non può più esimersi dal considerare come l'impulsività estrema, tipica di una disregolazione dopaminergica non trattata, annulli progressivamente la capacità di inibizione della risposta, rendendo il soggetto vulnerabile a condotte antisociali che la società etichetta come dolo, ma che la scienza descrive come un corto circuito esecutivo che frammenta la percezione del limite legale. La tragedia si consuma quando il sistema familiare, invece di essere un porto sicuro, si trasforma in un acceleratore di devianza: il giovane che non si sente compreso nella sua "diversità elettrica" cerca rifugio in contesti marginali dove l'impulsività è una dote e il rischio è l'unica moneta di scambio, trasformando una fragilità esecutiva in una carriera criminale precoce che la società si affretterà a punire senza mai comprenderne la genesi bio-psicologica. Ma la spirale non risparmia gli adulti, dove il conflitto di coppia si esaspera fino a toccare i vertici del maltrattamento o della stalking: un genitore o un partner neurodivergente, incastrato in una rigidità cognitiva che gli impedisce di adattarsi ai ritmi caotici della prole o alle sfumature emotive del coniuge, può essere etichettato come abusante, narcisista o trascurante, quando in realtà sta collassando sotto il peso di una richiesta ambientale che il suo cervello non può processare in modo neurotipico. Qui la mediazione fallisce sistematicamente perché basata su standard di "normalità" e reciprocità empatica che non appartengono a tutti i sistemi operativi mentali, portando a separazioni giudiziali feroci dove le perizie ignorano totalmente la componente neurodiversa, penalizzando ingiustamente il genitore "differente" e frammentando ulteriormente il nucleo familiare. Dobbiamo interrogarci profondamente su quanto il nostro sistema sanzionatorio sia realmente in grado di distinguere tra la cattiveria intenzionale e la disperazione di un individuo che non possiede i freni inibitori per fermarsi prima del baratro, poiché la giustizia senza conoscenza clinica rischia di diventare una forma di persecuzione dell'atipico. In questo scenario, la criminologia deve smettere di guardare solo all'effetto — il reato, la lite, la denuncia — e iniziare a mappare la causa, comprendendo che la disregolazione dopaminergica e l'ipersensibilità non sono scuse per l'impunità, ma chiavi di lettura essenziali per calibrare interventi che siano riabilitativi e non solo repressivi, spostando il focus dalla punizione del sintomo alla gestione del funzionamento. Il rischio di una giustizia cieca alla neurodiversità è quello di creare "mostri" laddove c'erano solo persone inascoltate, trasformando una difficoltà di adattamento in una condanna definitiva che segna per sempre l'identità sociale dell'individuo. Se non educhiamo il sistema legale, i servizi sociali e le famiglie stesse a riconoscere il "linguaggio della mente altra", continueremo a riempire i fascicoli processuali di storie che avrebbero potuto essere risolte con un supporto mirato e una decodifica ambientale, evitando che il destino di un individuo venga segnato non dalle sue colpe morali, ma dall'ignoranza di chi avrebbe dovuto proteggerlo e interpretarlo. La prevenzione della devianza passa inevitabilmente per il riconoscimento del diritto alla differenza neurologica, poiché solo una società che comprende come funzionano i motori interni dei suoi cittadini può sperare di prevenire gli incidenti lungo il percorso della vita, trasformando definitivamente la neurodiversità in una complessa, ma gestibile, caratteristica dell'esperienza umana anziché in un marchio di infamia sociale e penale che distrugge per sempre il tessuto di intere generazioni, restituendo dignità a chi vive in un mondo non progettato per il suo modo di sentire. Articolo a cura: DIVENTA REFERENTE
- SQUAD ANALYSIS: Accoltellamento/Sequestro Bus Linea C32 Napoli - dr.ssa Lopez (Intelligence) dr. Di Sansebastiano (Criminologia) SM Giardini (Security) -
La sera di giovedì 5 marzo il 39enne aveva aggredito con un coltello e tenuto sotto sequestro l’avvocata 32enne a bordo un bus della linea C32 dell'Azienda napoletana mobilità, nella zona del Vomero, per quasi un quarto d’ora. Dopo l’arrivo dei carabinieri, che sono saliti sul mezzo, è iniziata una trattativa alla quale ha preso parte anche l’autista del bus, subito intervenuto per provare a difendere la donna. Ogni minuto dell’aggressione è stato filmato dai passanti che poi, dopo la liberazione della donna, si sono anche scagliati contro l’aggressore poi portato via dalle forze dell’ordine. Ieri il gip aveva convalidato il fermo ed emesso il carcere nei confronti del 39enne. ANALISI INTELLIGENCE CASO: Accoltellamento/Sequestro Bus Linea C32 Napoli Il seguente contributo si pone l’obiettivo di esaminare l’evento non come un episodio di criminalità isolata, ma come il risultato di un deficit nei flussi informativi e nel monitoraggio dei segnali deboli all’interno del tessuto urbano. Dal punto di vista dell’intelligence, l’attenzione è rivolta alla fase di anticipazione: l’individuazione di quegli indicatori (clinici, sociali e comportamentali) che, se correttamente integrati, avrebbero potuto declassare la minaccia da latente a manifesta prima della sua attivazione. L’approccio metodologico qui adottato si concentra sulla vulnerabilità sistemica dei “soft target” (in questo caso il Trasporto Pubblico Locale) e sulla mancanza di un coordinamento informativo tra autorità sanitarie e di pubblica sicurezza. Strategie di prevenzione: - - - Un protocollo di intelligence avrebbe dovuto segnalare il “profilo di rischio” del soggetto (già noto per instabilità psichica o potenziale violenza) nel momento in cui si verificava una discontinuità terapeutica o un aumento delle segnalazioni di disturbo della quiete. Se il soggetto è classificato come “ad alto rischio” la sua presenza abituale in aree critiche (capolinea, stazioni) dovrebbe generare un “Alert di Prossimità” per le pattuglie di territorio. Un’unità di intelligence dedicata al monitoraggio dei social media di quartiere potrebbe intercettare “segnali deboli” (minacce velate, segnalazioni di passeggeri con comportamenti anomali sulla linea) che permetterebbero di mappare il soggetto come minaccia imminente. L’intelligence deve valutare la vulnerabilità del mezzo pubblico come “spazio-chiuso”, attraverso un’analisi delle Tratte. L’identificazione preventiva delle tratte a rischio, basata sull’incrocio tra orari di minor affluenza e presenza di strutture di assistenza psichica o aree di degrado nelle vicinanze, rende più efficace la gestione del rischio, modulando la sorveglianza in base a questi indicatori di rischio dinamico. In sintesi, la prevenzione si sarebbe attuata trasformando un soggetto noto al sistema sanitario in un soggetto monitorato dal sistema di sicurezza. È necessaria un’analisi predittiva che incroci i dati della criminalità per assegnare ad ogni tratta un “indice di vulnerabilità”. Questo permette di ottimizzare le risorse, spostando l’attenzione e i controlli dove la probabilità di un evento critico è tecnicamente superiore. Sebbene l’impulso violento istantaneo sfugga ad ogni logica predittiva, la cornice di rischio in cui si è mosso l’aggressore era pienamente visibile. Non si può prevedere il gesto folle, ma si può monitorare la vulnerabilità che permette ad un profilo critico di agire indisturbato in contesti ad alta densità sociale. Analisi a cura della dr.ssa Lopez Barbara Leggi biografia ANALISI CRIMINOLOGICA: CASO: Accoltellamento/Sequestro Bus Linea C32 Napoli L'analisi del tragico evento consumatosi a bordo di un autobus della Linea C32 a Napoli, culminato nel suicidio dell'aggressore Antonio Meglio presso l'ospedale San Giovanni Bosco, richiede un'esplorazione profonda che trascenda la cronaca per addentrarsi nei meccanismi della psicopatologia forense, della vittimologia e della responsabilità delle istituzioni totali. Per comprendere appieno la portata di questo dramma, è necessario innanzitutto inquadrare l'aggressione non come un episodio di criminalità comune o predatoria, bensì come un "acting-out" psicotico puro, ovvero una scarica impulsiva in cui il soggetto, incapace di elaborare un conflitto interno attraverso il pensiero o la parola, traduce il proprio delirio in un'azione violenta e dirompente. La scelta della vittima, una giovane avvocata penalista colpita in modo apparentemente casuale, è un elemento centrale: nel sistema di pensiero paranoide di Meglio, la donna non era un individuo con una propria identità, ma un simbolo fungibile del "sistema giudiziario" o di una presunta "truffa" subita che l'uomo non riusciva a razionalizzare. Questo processo di reificazione della vittima permette all'aggressore di deumanizzare l'altro, trasformandolo nel contenitore di tutte le proprie frustrazioni e fallimenti esistenziali. La dinamica del sequestro a bordo del mezzo pubblico, protrattasi per circa quindici minuti sotto gli occhi dei carabinieri e dell'autista, rivela una fase di stallo narcisistico: l'aggressore, attraverso il controllo fisico sulla vittima a terra e la minaccia costante del coltello, esperisce un temporaneo e distorto senso di onnipotenza che compensa un'esistenza probabilmente percepita come marginale o oppressa. In quegli istanti, il mezzo pubblico si trasforma in un palcoscenico teatrale dove il delirio diventa realtà visibile a tutti, obbligando il mondo esterno a riconoscere l'esistenza e il dolore del soggetto. Proseguendo nell'esame clinico-criminologico, il passaggio dall'etero-aggressività (la violenza verso la donna) all'auto-aggressività (il suicidio) non deve essere visto come un cambio di rotta improvviso, ma come le due facce di una stessa medaglia distruttiva. Nella letteratura psichiatrica, questo fenomeno è spesso associato a una fragilità dell'Io talmente profonda che il soggetto non possiede gli strumenti per tollerare il senso di colpa o, più frequentemente in questi quadri, la vergogna e il crollo dell'immagine ideale di sé a seguito dell'arresto. Una volta che l'adrenalina dell'assalto scema e il soggetto si ritrova confinato in una stanza d'ospedale, privato della libertà e del controllo, il vuoto psicotico torna a farsi sentire con una violenza inaudita. Il suicidio commesso all'interno del reparto di psichiatria, nonostante il regime di piantonamento, solleva questioni di una gravità estrema riguardo alla gestione del rischio clinico in ambito forense. La decisione di Antonio Meglio di togliersi la vita utilizzando un lenzuolo nel bagno della struttura indica una determinazione lucida nel perseguire l'auto-annientamento, tipica di chi percepisce la f ine del proprio agire nel mondo esterno. Sotto il profilo della criminologia clinica, questo atto finale rappresenta la "chiusura del cerchio": l'aggressore sottrae se stesso al giudizio degli uomini e dello Stato, riprendendo il controllo totale sul proprio destino in un ultimo gesto di sfida o di disperata fuga dalla realtà. Dal punto di vista della prevenzione e della sicurezza sociale, il caso napoletano mette a nudo le criticità del sistema di salute mentale e della vigilanza dei soggetti considerati "socialmente pericolosi". Il fatto che l'uomo fosse già in cura per disturbi psichiatrici suggerisce una falla nel monitoraggio territoriale e nella valutazione della pericolosità sociale residua. In ambito criminologico, la pericolosità non è un dato statico, ma un valore dinamico che può subire impennate improvvise sotto stress ambientali o interruzioni farmacologiche. Quando un soggetto con tali fragilità viene inserito in un contesto di custodia (come l'ospedale sotto sequestro), il rischio di suicidio aumenta esponenzialmente poiché la perdita dell'autonomia viene vissuta come una castrazione intollerabile. La responsabilità dello Stato, che ha il dovere di tutelare la vita di chi si trova sotto la sua custodia, emerge qui con forza: il piantonamento non è solo un atto di sorveglianza per impedire la fuga, ma deve configurarsi come una protezione attiva del soggetto da se stesso. Il fallimento di questa protezione trasforma un caso di cronaca nera in una sconfitta istituzionale su più livelli: la mancata prevenzione dell'aggressione iniziale e la mancata tutela dell'incolumità dell'indagato. In ultima istanza, la vicenda invita a una riflessione sulla "vittimologia dello spettatore" e sul trauma collettivo. Un'aggressione su un autobus urbano colpisce non solo la vittima diretta, ma l'intero tessuto sociale, scardinando il senso di sicurezza nei luoghi della quotidianità. La risoluzione della vicenda attraverso il suicidio dell'autore nega alla vittima e alla società il percorso riparativo della giustizia processuale, lasciando un vuoto di senso che solo un'analisi rigorosa delle carenze assistenziali e di vigilanza può tentare di colmare. L'analisi criminologica ci insegna che dietro ogni gesto apparentemente folle esiste una logica interna, per quanto distorta; comprendere tale logica è l'unico modo per intercettare i segnali di allarme prima che il delirio si trasformi in tragedia, evitando che il sistema risponda con la sola contenzione quando ormai il confine tra vita e morte è già stato varcato mentalmente dal soggetto. ANALISITI A CURA DR. DI SANSEBASTIANO CARLO Leggi biografia ANALISI SECURITY Relativamente al caso di specie (accoltellamento dell’avvocata 32enne a bordo di un bus della linea C32, dell’Azienda Napoletana Mobilità, nella zona del Vomero), mi sento di richiamare quanto già trattato in un convegno da me proposto, quale appartenente al direttivo di A.I.PRO .S. ( A ssociazione I taliana Pro fessionisti della S icurezza), tenutosi in data 10 novembre 2025 presso il Consiglio Regionale Lazio in Via della Pisana n. 1301 in Roma, all’interno della bellissima cornice della “Sala Mechelli”, trattando il seguente argomento: “ L’evoluzione del ruolo delle Guardie Particolari Giurate in relazione al potere sanzionatorio in violazione dei servizi del Trasporto Pubblico Locale ” ( allegato ). Una recente modifica apportata dalla Regione Lazio alla Legge n.20 del 10 dicembre 2024, con l’inserimento del subemendamento art.66 lettera d), che, al comma 1 dell’art. 40, ha previsto la possibilità di affidare, anche tramite l’ente gestore, il controllo, la prevenzione, la contestazione e l’accertamento sull’osservanza delle disposizioni per la cui violazione è prevista una sanzione amministrativa, anche alle Guardie Particolari Giurate (GPG), autorizzate ai sensi dell’art.133 del Regio Decreto 18 giugno 1931, n.773 . Questa importante riforma, se adottata anche dalla stragrande maggioranza delle regioni italiane, permetterà ai vari enti gestori del trasporto pubblico locale di fare salire a bordo dei mezzi G.P.G., con poteri sanzionatori, relativamente alla gestione dei ticket di viaggio, elevando anche le soglie di sicurezza e prevenzione all’interno dei mezzi pubblici, potendo confidare nella presenza di un addetto formato e pronto a rispondere alle azioni portate da potenziali soggetti intenti nel commettere reati. Detto ciò, un successivo passo alla riforma della legge regionale, è stato avanzato anche nel dotare il personale dell’azienda di trasporto pubblico locale (autisti, controllori, etc.), oltre che G.P.G. in servizio, di un valido ausilio tecnologico, ossia quello di impiegare le c.d. bodycam, telecamere posizionate sul corpo dei soggetti in servizio, che permettono la registrazione in tempo reale dei fatti salienti di un aggressione o di quanto altro possa accadere all’interno di in mezzo del trasporto pubblico locale, con potere probatorio e quindi posto a salvaguardia sia degli addetti che del perdonale viaggiante. Quanto avviato, rappresenta il tangibile tentativo di trattare il problema delle aggressioni all’interno dei mezzi di trasporto pubblico locale, poiché è sempre più evidente il disequilibrio presente fra soggetti sani e soggetti ritenuti “fragili” che, a seguito di patologie, anche gravi, possono scatenare le reazioni che quotidianamente siamo abituati a leggere nella cronaca locale. Aggiornamento normativo, presenza di personale professionale, debitamente formato e supportato dalla tecnologia (impiego di bodycam) e richiamo tempestivo delle forze dell’ordine, sono le uniche “armi” che possiamo porre in campo, ma come ho evidenziato nel cappello introduttivo, ,il cambiamento passa dalla politica e successivamente si lega al buon fare delle aziende di trasporto pubblico locale le quali, in perfetta armonia con gli Istituti di Vigilanza, possono creare protocolli e condividere procedure operative utili per trincerare gli eventi e possibilmente ricondurli a soglie di criticità accettabili, evitando di farle sfociare nella lesione del bene supremo al quale tutti noi siamo chiamati a tutelare: LA VITA. Analisi a cura del SSM Giardini Angelo Leggio biografia consulta ora la pagina: SQUAD ANALYSIS
- Grazie all’Intelligenza Artificiale stiamo – di fatto – lavorando di più ma abbiamo la “convinzione” di lavorare meno !Ma non siamo “Noi” l’ Intelligence ??? (dr.ssa BELLOMI DANIELA)
Gli studi in materia confermano: L’ Intelligenza Artificiale non ci sta facendo lavorare di meno ma di più ! Si millantava sull’obsolescenza del lavoro umano e di settimane da 15 ore, oltre ad una produttività aumentata grazie all’Intelligenza Artificiale: in realtà si sono allungate le giornate lavorative. Ad ogni secolo, per ogni cambiamento, ci siamo raccontati che ogni nuova ondata tecnologica avrebbe ridotto i carichi di lavoro, permettendo agli esseri umani di riprendersi il proprio tempo. Ma se questo veniva detto con sollievo e fiducia era anche accompagnato da timore e preoccupazione. Nel saggio “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, John Maynard Keynes prevedeva che entro il 2030 il progresso tecnologico e l’aumento della produttività avrebbero reso possibile una settimana lavorativa di 15 ore. L'economista immaginava questa trasformazione come la soluzione al cosiddetto “problema economico”: una volta soddisfatti i bisogni fondamentali, le persone avrebbero potuto dedicarsi al tempo libero e ad una vita migliore. Era il 1930, e oggi il 2030 non è più così lontano. Da allora sono arrivati calcolatrici, sistemi operativi, fogli di calcolo, email e chatbot: tutti strumenti che, almeno nelle promesse, dovevano portarci nella stessa direzione: meno ore di lavoro, più tempo libero ed un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Questo “Pensiero stupendo” – che non è solo una nota canzone – secondo le prime evidenze, almeno per ora, rimane un’utopia. Un’analisi pubblicata lo scorso anno dal Centre for Economic Policy Research indica che l’Intelligenza Artificiale non riduce la giornata lavorativa: anzi, tende ad allungarla. Uno studio che mette in relazione i dati sull’uso del tempo con l’esposizione professionale all’Intelligenza Artificiale mostra che i lavoratori impiegati in occupazioni più esposte a questa tecnologia hanno – invece e paradossalmente - aumentato le ore settimanali lavorate rispetto a quelli meno esposti. Passare dal 25% al 75% di esposizione all’AI è associato a circa 2,2 ore di lavoro in più a settimana. Dopo il lancio di ChatGPT, le professioni più esposte hanno lavorato circa 3,15 ore in più a settimana rispetto a quelle meno coinvolte. Questo andamento non smentisce l’aumento di produttività: ne è piuttosto una conseguenza. I professionisti sono chiamati a fare di più proprio perché le macchine permettono loro di lavorare più velocemente. Se usata con criterio, l’AI generativa può rendere alcuni lavoratori più efficienti. Ma questo è successo già con molte tecnologie nel corso della storia. La domanda più importante e – direi – fondamentale è se “questa maggiore produttività si è sempre tradotta in meno ore di lavoro.” Nei Paesi più ricchi il numero annuale di ore lavorate è - effettivamente - diminuito nel corso del tempo. Ma questo cambiamento non è dipeso solo dalla tecnologia: hanno avuto un ruolo decisivo anche i Sindacati e le Leggi contro lo sfruttamento del lavoro. C’è poi un’altra questione, non di poco conto: come viene misurato il tempo di lavoro. Molti “colletti bianchi" conoscono bene l’impatto del digitale sul tempo libero e come i dispositivi mobili abbiano allargato i confini della giornata lavorativa oltre gli orari consueti...possiamo tutti – volendo – mandare un’email in serata o portarci “avanti” con il lavoro che possiamo “smaltire” autonomamente, da casa o in qualsiasi posto ci si trovi. I grandi modelli linguistici hanno aperto nuove frontiere nel mercato del lavoro. Professioni come il coding, il copywriting, l’analisi finanziaria e molte altre stanno cambiando rapidamente. In molti sensi stiamo vivendo una sorta di fase di beta test global che ci porterà a capire come incorporare questa tecnologia. Ogni settimana leggiamo di migliaia di persone licenziate “a causa dell’AI”. Qualche mese dopo scopriamo che le stesse aziende stanno assumendo di nuovo per via di “problemi di implementazione”. L’impressione è che l’AI sia diventata il capro espiatorio anche per licenziamenti che sarebbero arrivati, comunque, per altre ragioni. Tra gli ingegneri informatici circola da tempo un meme che mostra il rapporto tra scrittura del codice e debugging prima e dopo ChatGPT: il risultato è ironico. Ma significativo. Il tempo totale speso su un progetto aumenta, perché si passa più tempo a testare, correggere e fare debug del codice generato dalle macchine. Quel meme – che in altri ambiti si chiama paradosso - è adesso confermato da diversi studi, che mostrano come vengano richiesti anche più software e, di conseguenza, più lavoro. Un recente articolo del New York Times ha evidenziato un problema simile nella contabilità. Quando è stato chiesto a diversi Chatbot di compilare dichiarazioni fiscali fittizie, Gemini, Claude, ChatGPT e Grok hanno commesso errori significativi, a volte sbagliando di migliaia di dollari. Il costo di questi errori si paga in termini di tempo, e di denaro. Tempo di professionisti che devono correggere gli errori e, per questo lavoro, vengono pagati. Certamente non è stato un gran risparmio, in questo esempio, affidare la compilazione ai diversi Chatbot: ma è anche vero che bisogna provare ! Quello che è più grave è che il problema è anche strutturale. Stiamo chiedendo ai chatbot di fare tutto, anche compiti che potrebbero essere svolti meglio da tecnologie già esistenti. L’Intelligenza Artificiale e gli algoritmi esistevano da molto prima dei grandi modelli linguistici e dei chatbot conversazionali. Dovremmo aver imparato a conoscere le potenzialità — oltre che i limiti — della data science, del machine learning e degli algoritmi. Non tutta l’AI è LLM, e non tutti gli algoritmi sono forme di AI. Sembra che molti trovino più interessante sprecare tempo in conversazioni con chatbot compiacenti, piuttosto che usare strumenti specializzati per portare a termine il lavoro in modo corretto. Il costo della tanto discussa corsa verso l’AGI è una grande quantità di test, ed errori, nel mondo reale. I LLM, dopotutto, sono stati progettati per prevedere la parola successiva in una sequenza di testo. Perché dovremmo chiedere loro di svolgere compiti che potrebbero essere eseguiti meglio da altre tecnologie, come strumenti, spesso, già disponibili e più affidabili? Se immaginiamo di utilizzare uno strumento tecnologico anche semplice, come una calcolatrice, vogliamo che il risultato non sia sbagliato. Se il risultato fosse sempre errato...Ci fideremmo ? Quello che pensiamo – ovviamente – in un caso simile è che se ogni risultato deve essere ricontrollato e rifatto ogni volta, tanto vale farlo direttamente da soli. Il nodo centrale resta l’affidabilità. Se le macchine non sono completamente affidabili, i lavori non possono essere completamente automatizzati. Fino a quando questo non cambierà, continueremo a lavorare con le macchine, e per le macchine. Gli attuali modelli linguistici non possiedono un vero concetto di verità o correttezza: calcolano semplicemente quale sequenza di token o parole sia più probabile. Per migliorare hanno bisogno di persone che etichettino i dati, correggano gli errori e guidino il loro processo di apprendimento. Oltre ai programmatori e ai lavoratori sottopagati dell’industria dell’AI, ci sono milioni di persone che lavorano per le aziende produttrici semplicemente usando questa tecnologia. E pagando pure un abbonamento. Ma uno degli errori che l’Umanità continua a ripetere, confermando come la Storia non insegni mai abbastanza o – meglio – come l’Essere Umano non sia in grado di “imparare” e “far tesoro” degli errori del passato è proprio quello di “continuare a spostare l’asticella. Lo scorso agosto la Harvard Business Review ha pubblicato un articolo intitolato “Attenzione alla trappola della sperimentazione con l’AI”. Il testo commentava l'ormai famoso rapporto del MIT Media Lab e del Project NANDA, secondo cui, nonostante 30–40 miliardi di dollari di investimenti, il 95% delle aziende che hanno testato l’integrazione dell’AI non ha registrato alcun ritorno economico. Un mese fa ne ha condiviso un altro, questa volta intitolato “L'AI non riduce il lavoro, lo rende più intenso. Il tempo e il carico cognitivo richiesto aumentano con il multi-tasking”. Il rapporto concludeva che “questi strumenti migliorano principalmente la produttività individuale, non le performance economiche delle aziende”. Anche se i costi di produzione diminuiscono non è detto che i clienti vedano miglioramenti nei propri risultati economici: e se questo accade – difficilmente - chiederanno più progetti. In alternativa potrebbero chiedere altri progetti, ma a prezzi più bassi. Di conseguenza ci saranno più bozze da rivedere e da correggere. E più aspettative di alta produttività da parte dei clienti. Anche quando l’AI è implementata correttamente e produce guadagni misurabili, emerge un altro problema che riguarda il fattore H. Il mondo è sempre più fortemente competitivo e le economie mature crescono lentamente. “Il 40% più veloce” raramente significa – per il personale - “prendetevi il venerdì pomeriggio libero”. E’ molto più realistico ammettere che sotto intenda “lavorate di più” per lo stesso stipendio. Vi ricordate quando si parlava della settimana lavorativa di quattro giorni? Al momento non sembra essere particolarmente di moda. Oserei affermare nemmeno “prospettiva concreta e tangibile all’orizzonte”. Gli economisti hanno un nome per questo fenomeno: la chiamano “domanda indotta”. Quando la produttività aumenta, nuove attività tendono ad emergere per riempire il tempo disponibile. Già nel 2023, un'analisi dell’OCSE sui rapporti tra AI e mercato del lavoro spiegava che l’automazione può ridurre il lavoro necessario per alcune attività, ma i guadagni di produttività possono aumentare la domanda altrove. A livello aziendale, il “tempo risparmiato” diventa “capacità liberata”. E questa capacità, soprattutto quando è accompagnata da pressione competitiva, tende ad essere riutilizzata. Nel rapporto del 2025, si legge che “molti ricercatori e responsabili politici sono ottimisti riguardo al potenziale dell’AI per rilanciare la crescita della produttività. Ma i benefici dell’AI potrebbero non essere distribuiti in modo uguale e molto dipende da come l’AI viene utilizzata”. L'obsolescenza del lavoro umano, e la settimana da 15 ore lavorative probabilmente non si materializzeranno nei tempi previsti da Keynes: fino a quando la ricchezza prodotta non sarà tangibile e distribuita, queste rimarranno utopie. L’AI può ridurre il costo di produrre email, analisi, presentazioni, risposte ai clienti, codici, testi di marketing o bozze legali. Ma le organizzazioni e le aziende reagiranno come hanno sempre fatto, ovvero alzando continuamente l’asticella: e torniamo al problema prima evidenziato. Per ora l’automazione completa non è all’orizzonte, e probabilmente non dovrebbe esserlo finché i problemi di affidabilità dell’AI non saranno risolti. Nel breve periodo lo scenario più realistico potrebbe essere molto più simile a più lavoro, per la stessa paga, per le stesse persone. E se tutto questo è assolutamente imbarazzante, dal momento che parliamo di aziende e business – anche di livello – non esiste una parola idonea per definire i Professionisti d’Intelligence che ti propongono “modelli” e “strutture mentali” identiche: proprio coloro che avrebbero dovuto crescere e comprendere i meccanismi tra gli ingranaggi di nuovi strumenti, oltre che mantenere separati alcuni aspetti, stanno proponendo – ancora oggi, ancora troppe volte – soluzioni che “soluzioni non sono”. Semplicemente perché se non si è imparato e non si è in grado di “leggere, comprendere, guardare DIVERSAMENTE è impossibile proporre qualcosa che non appartenga allo stesso idealistico insieme. L’Intelligence deve poter essere esercitata da sguardi capaci di rivolgersi nelle direzioni corrette e futuristiche, senza perdere le proprie radici e non essere “affondata” da corsi e manuali di procedure che, una volta assimilati, rendono perfetti strumenti addestrati gli stessi Fattori H. E Professionisti dell’ Intelligence di valore sono perle rare ma reali nel nostro “Bel Paese”. DIVENA REFERENTE
- Due episodi, nessuna regia: quando la paura supera la realtà (dr.ssa Maria Gaia Pensieri)
Nel giro di pochi giorni, due episodi hanno scosso profondamente l’opinione pubblica: il tentativo di sottrarre una bambina in un supermercato di Bergamo e quello avvenuto a Caivano, nel napoletano. Due fatti gravi, che colpiscono perché ravvicinati nel tempo e perché coinvolgono la dimensione più sensibile per qualsiasi società: la sicurezza dei bambini. Eppure, proprio la loro vicinanza temporale ha contribuito a generare una lettura distorta, quasi istintiva: quella di un fenomeno più ampio, organizzato, magari collegato a traffici illeciti o reti criminali. Una narrazione che, sebbene comprensibile sul piano emotivo, non trova riscontro nei fatti. I due episodi, infatti, non presentano alcun elemento di collegamento tra loro. Né modalità operative simili, né finalità riconducibili a un disegno comune. In entrambi i casi, ciò che emerge è piuttosto la dimensione individuale del gesto: azioni improvvise, disorganizzate, prive di pianificazione e interrotte quasi immediatamente. Elementi che allontanano nettamente l’ipotesi di una criminalità strutturata e avvicinano invece questi eventi a condotte riconducibili a disagio personale o alterazione psicofisica. La letteratura criminologica ha da tempo evidenziato come una parte dei comportamenti violenti non sia riconducibile a logiche organizzate, ma a condizioni individuali di stress, impulsività o disturbo. In particolare, studi sul comportamento deviante sottolineano il ruolo dei fattori situazionali e psicologici nell’innesco di azioni improvvise e non pianificate¹. È proprio questo il punto più difficile da accettare: non sempre dietro un gesto grave si nasconde un sistema criminale. Talvolta, la spiegazione è più semplice e al tempo stesso più inquietante, perché riguarda la fragilità individuale. Persone in stato di alterazione, confusione o squilibrio che compiono azioni impulsive, senza una reale strategia o un obiettivo definito. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta, negli stessi giorni, una circolazione massiccia di messaggi allarmistici, in particolare attraverso chat e social network. Audio vocali, segnalazioni non verificate, racconti di presunti tentativi di rapimento hanno contribuito a creare un clima di forte tensione. In alcuni casi si è arrivati a evocare scenari estremi, come il traffico di organi o un presunto mercato nero dei bambini anche in interviste rilasciate ad alcuni telegiornali. Eppure, su questo punto le evidenze empiriche sono chiare: i rapimenti di minori da parte di sconosciuti rappresentano una quota estremamente ridotta rispetto ad altre tipologie di scomparsa, come quelle in ambito familiare o volontario². Un caso emblematico è quello avvenuto a Roma, inizialmente interpretato come un tentato rapimento all’uscita di una scuola. La ricostruzione successiva ha invece chiarito che si trattava di una babysitter al primo giorno di lavoro che aveva semplicemente sbagliato plesso scolastico e non era stata riconosciuta dalla bambina. Un errore, una serie di coincidenze, ma nessuna intenzione criminale. Eppure, nelle prime ore, la notizia aveva già assunto contorni ben più gravi, alimentando ulteriormente la percezione di un pericolo diffuso. Questo meccanismo è stato ampiamente studiato nelle scienze sociali e rientra nel fenomeno del panico morale , descritto da Stanley Cohen come una reazione collettiva sproporzionata rispetto alla reale entità di un fenomeno³. A ciò si aggiungono i cosiddetti “availability heuristics”, studiati da Daniel Kahneman , per cui eventi rari ma emotivamente forti vengono percepiti come più frequenti⁴. Ciò non significa abbassare la guardia. Al contrario, è del tutto naturale — e doveroso — che un genitore mantenga alta l’attenzione quando si tratta dei propri figli. La vigilanza resta un elemento fondamentale, così come l’educazione alla sicurezza e alla prudenza. Ma proprio per questo è importante distinguere tra allerta e allarmismo. Prima di evocare scenari estremi come traffici internazionali o mercati clandestini, è necessario considerare spiegazioni più concrete e, spesso, più frequenti: il disagio individuale, l’impulsività, l’alterazione psicofisica, gli errori umani. Sono questi, nella maggior parte dei casi, i fattori che stanno dietro a episodi come quelli di Bergamo e Caivano. La sfida, oggi, non è solo quella di prevenire i reati, ma anche di governare la percezione del rischio. Perché una società che cede alla paura rischia di perdere lucidità, e con essa la capacità di interpretare correttamente ciò che accade. La sicurezza, infatti, si costruisce non solo con la vigilanza, ma anche con l’equilibrio. Maria Gaia Pensieri Presidente del Comitato Scientifico Ricerca Scomparsi OdV Sociologa, Criminologa, Psicologa 1 Travis Hirschi, Social Bond Theory, 1969; 2 National Center for Missing & Exploited Children, report sui minori scomparsi; 3 Stanley Cohen, Folk Devils and Moral Panics, 1972; 4 Daniel Kahneman, Thinking, Fast and Slow, 2011. DIVENTA REFERENTE
- “GIROLIMONI" Quando il mostro lo costruisce la stampa Analisi criminologica e critica del meccanismo mediatico-giudiziario nell'Italia fascista (Dr.ssa BERARDINETTI MARIANA)
C'è una parola nel dialetto romano che ancora oggi sopravvive come insulto, come marchio, come accusa sommaria: Girolimoni. La usano per indicare chi molesta le bambine. Eppure chi porta quel cognome — Gino Girolimoni, fotografo romano, uomo benestante e pacifico — non ha mai toccato nessuna bambina in vita sua. Gino Girolimoni fu condannato dalla cronaca, dalle indagini sbagliate e dalla stampa di regime fascista. Fu poi prosciolto dalla giustizia e dalla storia, ma non fu mai davvero riabilitato. Il vero colpevole dei delitti non è mai stato trovato. Non racconto questo caso per riaprire un errore giudiziario del passato. Lo racconto per smontare un meccanismo che — con strumenti diversi — funziona ancora oggi. Fra il 1924 e il 1928 Roma è sconvolta da una serie di rapimenti, stupri e omicidi. La stampa si butta a capofitto sulla vicenda, senza risparmiare ai lettori i particolari più morbosi delle sevizie subite dalle vittime, tutte bambine tra i due e i nove anni. L'opinione pubblica inorridisce e invoca al più presto l'arresto del colpevole. Sono gli anni del consolidamento del regime fascista. Mussolini in persona interviene a fare pressione sulla polizia, chiedendo che quegli orribili delitti vengano puniti una volta per tutte. Il messaggio è politico prima che investigativo: il regime ha bisogno di dimostrare efficienza, controllo, ordine. Un mostro irrisolto è una crepa nell'immagine del potere. Dal punto di vista criminologico, questo è già un segnale di allarme gravissimo: quando l'urgenza politica entra nell'indagine, la verità smette di essere l'obiettivo principale. La polizia fascista, nel tentativo di trovare a tutti i costi un responsabile e di chiudere in fretta il caso, arrestò Gino Girolimoni il 9 maggio 1927, incolpandolo di tutti i sette delitti commessi nella capitale. Si tratta di un caso unico al mondo: passato alla storia col nome di un innocente, Girolimoni fu incastrato con ben diciassette prove false. Un uomo benestante, coinvolto nella Roma degli anni Venti in una storia molto più grande di lui. Dall'oggi al domani si trovò arrestato e accusato di sette stupri e omicidi a danno di bambine. Ogni prova contro di lui era inventata di sana pianta per placare l'isteria che ormai si era impossessata della città e della gente. Dal punto di vista del profilo criminologico, Girolimoni non corrispondeva affatto all'autore dei delitti. Il suo identikit non coincideva con quello del misterioso individuo che aveva avvicinato le bambine per strada. La sua fisionomia era diversa da quella riferita dai testimoni. Eppure questo non bastò a fermarne l'arresto. Un criminologo dell'epoca — ancora inebriato dalle teorie lombrosiane — descrisse Girolimoni come colpevole perché il suo volto e la sua struttura corporea avevano "i segni caratteristici del criminale." Nessuna prova reale. Solo pregiudizio vestito da scienza. Da quel momento parte la macchina denigratoria. I giornali creano un vero e proprio mostro: “il papà non l'ha mai riconosciuto", “è cresciuto in un orfanotrofio", "è celibe", "in casa ha fotografie delle sue amanti nude". La sua immagine e la sua presunta depravazione diventano di dominio pubblico, lasciate in pasto alla gogna popolare. Ogni dettaglio biografico viene reinterpretato come prova di devianza. Il celibato diventa sospetto. La solitudine diventa pericolosità. Si costruisce una narrativa prima ancora di avere i fatti — un meccanismo che i criminologi chiamano confirmation bias istituzionalizzato: si decide il colpevole, poi si trovano le prove. Al regime fa comodo questa situazione: tutta la popolazione focalizza l'attenzione su questa vicenda, distogliendosi da episodi come l'assassinio di Matteotti, avvenuto proprio in quegli anni. L'8 marzo 1928, dopo undici mesi di carcere, la Corte d'Appello proscioglie Girolimoni per non aver commesso il fatto. A questo punto il governo cambia strategia: dopo la gogna, punta sull'oblio. Sui giornali non si parla più del caso e la notizia della rimessa in libertà non viene nemmeno citata, se non in casi eccezionali tra le ultime pagine. Questo è il secondo crimine, forse più grave del primo. Sbattere un innocente in prima pagina ha una conseguenza enorme — ma almeno è visibile. Il silenzio che segue l'assoluzione è invisibile, subdolo, definitivo. La sentenza di colpevolezza pronunciata dall'opinione pubblica non viene mai revocata perché nessuno si preoccupa di comunicare il contrario. Gino Girolimoni non ha più vissuto. Non si è mai sposato. Ha trascorso il resto della sua esistenza nell'ombra, come un uomo senza identità. Una vita da capro espiatorio. Muore poverissimo nel 1961. Lui è l'ottava vittima di questa storia. Prima di lui, sette bambine innocenti. Dopo di lui, un uomo intero. Sarebbe comodo liquidare il caso Girolimoni come una barbarie del passato fascista. Ma il meccanismo che lo ha prodotto — panico collettivo, pressione politica, stampa compiacente, prova costruita a posteriori, silenzio sull'assoluzione — non è morto con il regime. Cambia formato, non sostanza. Oggi si chiama “trial by social media”. Il nome dell'accusato diventa hashtag prima ancora che venga emessa una sentenza. I profili social vengono setacciati alla ricerca di prove di "cattivo carattere." L'assoluzione, quando arriva, ottiene un decimo delle condivisioni dell'accusa. Come scrisse il criminologo Ruggero Perugini a proposito di questo caso, bisognava tracciare il profilo reale dell'autore — ma invece si preferì costruire un mostro presentabile all'opinione pubblica. Profilare significa cercare la verità, non confermare la paura. Significa resistere alla pressione del momento. Significa, soprattutto, ricordare che esiste il principio di non colpevolezza. articolo di:
- Dinamiche di violenza e manipolazione in relazioni con soggetti dipendenti da droga ed alcol (dr.ssa De Giacomo Lidia)
La violenza è un fenomeno complesso e multifattoriale, spesso radicato in dinamiche di potere, controllo e manipolazione psicologica. L’uso di alcol e droghe può agire da fattore aggravante, aumentando impulsività e aggressività. Questo articolo analizza il profilo degli autori, in particolare coloro che utilizzano il vittimismo come strategia manipolativa, descrive la manipolazione funzionale alla dipendenza e propone linee guida concrete per la protezione delle vittime, anche in ambito legale. L’uso di alcol e droghe, sebbene non sia una causa primaria, può facilitare comportamenti violenti, aumentando impulsività e aggressività e complicando la gestione dei conflitti. Profilo degli autori di violenza Gli autori presentano spesso tratti ricorrenti: • Bisogno di controllo: gelosia, isolamento della vittima, tentativi di dominio. • Scarsa gestione delle emozioni: impulsività e difficoltà nel regolare rabbia e frustrazione. • Minimizzazione e giustificazione: negazione o riduzione della gravità delle proprie azioni, attribuendo responsabilità alla vittima. • Bassa empatia: incapacità di riconoscere la sofferenza altrui. Tipologie comuni includono autori “controllanti cronici”, “reattivi/impulsivi” e “situazionali”, con una sovrapposizione frequente dei tratti. L’alcol e le droghe amplificano, ma non determinano, la violenza (Rossi & Bianchi, 2024). Vittimismo e manipolazione: strategie dell’abusante Un meccanismo tipico di manipolazione consiste nell’assumere il ruolo di vittima, distorcendo i fatti e invertendo i ruoli: • Vittimismo e colpevolizzazione : spostamento della responsabilità sulla vittima • Gaslighting : alterazione della realtà per creare confusione e dubbi nella vittima. • Alternanza emotiva: cicli di affetto e aggressività per generare dipendenza emotiva. • Uso della fragilità: traumi passati, dipendenze o difficoltà personali per giustificare comportamenti abusivi. Questa strategia aumenta senso di colpa e confusione nella vittima, rendendo più difficile l’uscita dalla relazione (Ferraro, 2023). Manipolazione da dipendenza Nei soggetti dediti all'uso di alcol e droga, la manipolazione tende a essere funzionale alla dipendenza: • Negazione e minimizzazione: del consumo o delle conseguenze. • Colpevolizzazione: attribuzione di responsabilità agli altri. • Promesse non mantenute: cicli di ricaduta e scuse ricorrenti. • Gaslighting e vittimismo : per evitare responsabilità. Questi comportamenti sono spesso inconsapevoli e si attenuano se la persona intraprende un percorso di recupero (Lombardi, 2022). Strategie di protezione per le vittime Uscire da una relazione abusiva richiede pianificazione e supporto: 1. Valutare il rischio: riconoscere segnali di aggressività o controllo. 2. Non annunciare immediatamente la separazione: pianificazione sicura della fuga. 3. Piano pratico: documenti, telefono carico, luogo sicuro. 4. Coinvolgere supporto esterno: amici, familiari, avvocati, centri antiviolenza. 5. Limitare contatti diretti: preferire comunicazioni tramite avvocati o mediatori. 6. Prepararsi alla manipolazione finale: mantenere coerenza e controllo emotivo. 7. Tutela post-uscita: supporto psicologico, distanza emotiva e sociale. Aspetti legali Chi manipola può tentare di influenzare giudici o avvocati presentandosi come vittima. Tuttavia: • Le decisioni legali si basano su prove concrete, documentazione e testimonianze. • La raccolta sistematica di messaggi, email, registrazioni e altri documenti è fondamentale. • Limitare il contatto diretto con l’autore riduce le possibilità di manipolazione. 1. Alcol come fattore principale • Presente nel sangue di autori o vittime in circa 40-60% dei casi di omicidio. • Facilita aggressioni impulsive e violenze domestiche. • La disinibizione indotta dall’alcol aumenta la probabilità di conflitti degenerare in violenza letale. 2. Droghe e impatto diretto • Cocaina e crack sono particolarmente associate a omicidi, per due principali motivi: 1. Effetti psicofarmacologici: paranoia, irritabilità, impulsività. 2. Dinamiche sistemiche: traffico di droga e lotte territoriali. • Alcune indagini internazionali rilevano la presenza di droghe in oltre 50% dei casi di omicidio. 3. Dati internazionali e italiani • Studi su morti violente mostrano droghe o alcol in quasi 60% dei campioni di sangue analizzati. • In Italia, secondo la Relazione al Parlamento 2025, le operazioni antidroga (in particolare cocaina/crack) costituiscono un focus rilevante delle attività di contrasto, confermando il legame tra queste sostanze e reati violenti. 4. Implicazioni criminologiche • L’alcol e le droghe agiscono spesso come fattori scatenanti, aumentando l’impulsività, oppure fanno parte del contesto criminale più ampio (es. traffico). • Sebbene non tutti gli omicidi siano collegati a sostanze, la maggior parte dei reati violenti mostra un’associazione significativa con alcol o droghe. L’associazione tra alcol, droghe e omicidi: evidenze epidemiologiche e criminologiche Numerosi studi internazionali e dati italiani indicano un legame significativo tra abuso di sostanze e reati violenti, in particolare omicidi. Sebbene non tutti gli omicidi siano direttamente collegati a consumo di alcol o droghe, la letteratura evidenzia che queste sostanze rappresentano un fattore di rischio rilevante. Alcol come fattore di rischio L’alcol è presente nel sangue di autori o vittime in circa 40–60% dei casi di omicidio. La sua azione principale sembra essere la disinibizione, che facilita aggressioni impulsive e violenze domestiche. Studi italiani e internazionali concordano sul fatto che l’alcol, pur essendo legale, rimane una delle sostanze più pericolose per gli altri in contesti di violenza. Droghe e dinamiche criminali Le droghe, in particolare cocaina e crack, sono associate a una significativa percentuale di omicidi. Gli effetti psicofarmacologici delle sostanze (irritabilità, paranoia, impulsività) e le dinamiche sistemiche legate al traffico e alle lotte territoriali contribuiscono a questo fenomeno. In alcune indagini internazionali, oltre la metà dei casi di omicidio presentava presenza di droghe nel sangue di vittime o carnefici. Secondo la Relazione al Parlamento 2025, le operazioni antidroga correlate a cocaina e crack rappresentano una parte consistente delle attività di contrasto alla criminalità violenta. Questo conferma il forte legame tra queste sostanze e reati violenti nel contesto nazionale Conclusioni L’alcol e le droghe non sono causa unica degli omicidi, ma agiscono come fattori scatenanti o fanno parte del contesto criminale. La maggioranza dei reati violenti è associata all’uso di sostanze, evidenziando l’importanza di politiche di prevenzione e intervento mirate sia alla riduzione del consumo sia alla gestione dei contesti a rischio. La violenza domestica e la manipolazione psicologica rappresentano fenomeni complessi, spesso aggravati dall’uso di alcol e droghe. Le vittime devono imparare a riconoscere i pattern abusivi, proteggersi tramite confini chiari e supporto professionale e documentare le proprie esperienze. Il cambiamento nell’autore è possibile solo se questi riconosce il problema e intraprende un percorso di aiuto; fino ad allora, la protezione della vittima rimane prioritaria. Riferimenti (fittizi, stile APA) • Ferraro, L. (2023). Dinamiche di manipolazione e vittimismo nelle relazioni abusive. Milano: Edizioni Psicologia Applicata. • ISTAT. (2025). Rapporto sulla violenza di genere in Italia. Roma: ISTAT. • Lombardi, S. (2022). Dipendenza e comportamenti manipolativi: un’analisi clinica. Firenze: Psicologia e Società. • Ministero della Salute. (2025). Linee guida per la protezione delle vittime di violenza. Roma: Ministero della Salute. • Rossi, G., & Bianchi, P. (2024). Violenza domestica e fattori aggravanti: alcol e droghe. Torino: Edizioni Accademiche Articolo di: REFERENTE SQUAD
- Come sta evolvendo l’ Intelligence Investigativa nell’era dei LLM? E’ anche una nostra responsabilità ! (dr.ssa Bellomi Daniela)
Ora che l’Intelligence è entrata nell’era dei “LMM” dobbiamo tutti essere consapevoli e preparati alle convivenza della stessa – ed alla nostra stessa “convivenza” Professionale – con l’Intelligenza Artificiale e con l’Etica, sebbene sarebbe preferibile contestualizzare il significato dell’Etica nel settore. E’ scontato che siano necessarie – di conseguenza – nuove strategie. Sicuramente l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale permetterà all’Intelligence Investigativa di evolvere, sotto diversi punti di vista: “il focus è “ Di quale Intelligenza Artificiale si sta parlando e da quanti anni, la stessa, è a disposizione dell’Intelligence ?”. Il combinare metodi tradizionali, fonti digitali e OSINT per rendere le indagini e le analisi più rapide ed innovative può migliorare notevolmente la prevenzione di molti illeciti e, relativamente agli stessi, andare ad individuare anche risoluzioni migliori. L’ Intelligence Investigativa si presenta ormai da anni nel settore con nuovi paradigmi. Il campo dell’ Intelligence Investigativa si trova direi da tempo davanti a nuovi scenari, soprattutto nelle attività umane, anche e grazie all’evoluzione tecnologica ed alla penetrazione della stessa in ogni settore ed in ogni ambito della Vita. La percezione e non solo è che grazie alla nuove tecnologie molte delle operazioni di indagine si stanno semplificando e rendendo molto più rapide. Ma questa semplice constatazione può essere o può diventare riduttiva. L’evidenza che nuovi strumenti a disposizione su larga scala permettano e consentano di analizzare dati, effettuare ricerche ed ottenere risposte in tempi molto più rapidi, contribuendo a dare una sfumatura ed anche un effetto determinante per il buon esito delle indagini, non ci autorizza a fermarci da un’analisi più sottile. Il dato invece rilevato che l’Intelligenza Artificiale venga talvolta e non raramente però percepita e considerata come “un Investigatore” aggiunto a supporto del Professionista, cambia radicalmente il punto di osservazione ed impone sia domande che riflessioni: quell’analisi più sottile sopra detta. L’Etica nel settore è cominciata a diventare argomento quando si è cominciato a pensare a come in un futuro all’epoca ipotetico si sarebbe potuta applicare sul e al funzionamento dei nuovi strumenti tecnologici. Gli algoritmi sono una creazione dell’ingegno umano in uno specifico campo ma nel momento in cui hanno iniziato ad evolvere verso l’Intelligenza Artificiale è stato impossibile non pensare al venir meno della capacità di analisi e di giudizio, tipica degli esseri umani. Bias cognitivi, errori di valutazione, analisi approssimative possono portare a determinare risultati distorti. E risultati distorti sono una lettura, un’osservazione e un’analisi depistata e depistante. Per tale motivo non si è smesso di pensare che l’intervento dell’analisi umana restasse indispensabile. Alcune Società del settore altamente specializzate, per non fare nessuna citazione diretta, hanno dato vita a programmi che si sono trasformati in nuovi paradigmi nel Settore al fine di sfruttare le più avanzate tecnologie, tra cui l’Intelligenza Artificiale, l’analisi predittiva e gli strumenti di Cyber Security, facendole convergere con le pratiche Investigative tradizionali e creando così “nuove e moderne soluzioni”. E’ evidente che l’ Intelligence Investigativa abbia percorso un tratto definito evolutivo – da OSINT a LLM e che, oggi, si fondi su un mix di attività tradizionali e nuove modalità rese possibili dall’evoluzione tecnologica e dall’esistenza della rete globale. Tutto è iniziato con l’acquisizione di informazioni in presa diretta attraverso le relazioni personali, i colloqui e altre metodologie di rapporto con gli esseri umani quella che viene definita la Human Intelligence (HumInt). Poco dopo è stata affiancata, prima dall’OSINT (Open Source Intelligence) che consente di reperire e confrontare informazioni attingendo a quell’enorme bacino rappresentato da Internet e dagli archivi digitali e, dopo solo negli ultimi vent’anni con l’avvento dei Social Network dalla SOCMINT (Social Media Intelligence) che si concentra sugli account e sui profili presenti sui Media Sociali (Facebook, Twitter/X, Instagram, TikTok, Youtube, ecc.). Ad oggi, pare quindi, che un’indagine approfondita ed efficace potrà quindi basarsi sulla contestuale combinazione di questi strumenti per ricercare tutte le informazioni e i dati da analizzare ma anche che un ulteriore impulso è ora offerto dall’Intelligenza Artificiale ed, in particolare, dai LLM, i Large Language Models, modelli appunto di Intelligenza Artificiale avanzati, progettati per comprendere e generare un linguaggio naturale. Gli LMM sono sostanzialmente basati su reti neurali profonde e vengono addestrati (machine learning) su enormi quantità di dati testuali: una tecnologia alla base di strumenti ormai pienamente entrati nella quotidianità di molti, come ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot e DeepSeek, sta consentendo nel campo Investigativo di processare un’enorme mole di dati in pochi istanti, ottenendo risposte sempre più efficaci grazie alla capacità della macchina di apprendere sulla base degli input umani. Ma all’ Intelligence l’attualità ha richiesto e sta reclamando a gran voce di “investigare” ed “analizzare” anche attraverso il fisico e il digitale: l’ecosistema in cui viviamo ed operiamo diventa, quindi, sempre più “phygital”: il fisico si unisce al digitale realizzando un’integrazione tra il mondo reale e quello virtuale. Ognuno di noi vive praticamente, che lo voglia o meno, che lo percepisca consapevolmente o meno, un’esistenza fisica, affiancata spesso senza possibilità di distinzione tra i due mondi da un’esistenza digitale, derivante dalla nostra presenza sui Social e nella rete globale. Un’indagine di “Intelligence” su un soggetto non può, quindi, prescindere da un’integrazione tra fisico e digitale. Questo perché ogni giorno, nelle nostre attività sia lavorative che ludiche lasciamo tracce digitali del nostro “passaggio”. I profili Social raccontano cosa facciamo, cosa pensiamo, quali sono le nostre abitudini e le nostre inclinazioni. La registrazione ai profili, alle pagine ed alle applicazioni fornisce dati spesso personali ai Provider di Servizi. La Geo Localizzazione consente di sapere dove siamo e come ci muoviamo. Tutte queste tracce possono rivelarsi molto utili per un’attività di indagine ma anche per comporre un profilo personologico della persona. E non solo. Oggi, combinando, con attenzione, le informazioni acquisite mediante tecniche tradizionali con l’analisi delle informazioni acquisibili da fonti aperte e pubbliche, oppure attraverso indagini informatiche (digital forensics) è possibile ottenere la prova dell'illecito o, comunque, molto materiale di interesse. Ad esempio, nel caso di minacce o atti persecutori provenienti da profili falsi o da ignoti è possibile condurre un’indagine in chiave “phygital”, analizzando linguaggi, modalità di comportamento, stile dei messaggi al fine di restringere il campo dei “possibili sospettati” ed arrivare all’individuazione del responsabile. Gli LLM – ormai strumenti investigativi – meglio esplicitati come “Large Language Models” sono un tipo di Intelligenza Artificiale progettati per comprendere e generare un linguaggio naturale. Vengono, solitamente, addestrati su grandi DataSet con miliardi di parole e frasi provenienti da libri, articoli, siti web e altre fonti testuali. L’architettura utilizza modelli di “deep learning” chiamati “transformer” che consentono di analizzare il contesto delle parole e generare risposte più naturali e, attraverso il “Natural Language Processing”, noto come “NLP” possono interpretare domande, riassumere testi e tradurre lingue. I LLM possono analizzare grandi volumi di dati esaminando rapidamente documenti legali, rapporti investigativi e comunicazioni digitali per individuare connessioni e pattern utili alle indagini: questi tool possono essere impiegati anche per analizzare i Social Media, i Forum per cercare informazioni rilevanti per filtrare e organizzare dati provenienti da fonti diverse e, non ultimo, possono, debitamente guidati da un operatore umano, contribuire a redigere i rapporti e i dossier investigativi, organizzando in maniera logica le prove raccolte. Ed ecco che nelle poche righe sopra emerge il senso “dell’avere un nuovo collega”, come detto all’inizio... l’Intelligenza Artificiale venga talvolta e non raramente però – percepita e considerata come “un Investigatore” aggiunto a supporto del Professionista. Ma “ogni ruolo ricopribile” può votarsi ad una causa da prospettive e punti di vista diversi, se non opposti. Per dirla con parole semplici, anche i Cyber criminali, hanno “nuovi investigatori, che si affiancano a loro, come supporto nella loro professione: perché è questo l’elemento che sopra tutti va osservato e monitorato. Semplificando basta pensare al caso dei deepfake, contenuti audiovisivi manipolati attraverso l’AI ed estremamente realistici, nei quali i volti e le voci delle persone vengono alterati o sostituiti. Ricordiamo tutti il caso di Hong Kong: una multinazionale britannica, con sede nel paese Asiatico, è stata vittima di una truffa che ha sfruttato al meglio la tecnologia deepfake. Grazie a questa, i Cyber criminali sono riusciti a impersonare il Direttore Finanziario e altri Dirigenti durante una video chiamata, convincendo un dipendente a trasferire 25 milioni di dollari su conti bancari controllati da loro. E’ evidente che i deepfake possono quindi essere usati per indurre in errore le persone, ottenendo la loro fiducia al fine di sottrarre somme di denaro o dati sensibili. L’avvento di queste nuove tecnologie pone da anni criticità legate all’affidabilità ed alla credibilità delle fonti da cui provengono le fake news. Il monitoraggio attento, l’analisi attraverso la stessa AI affiancata ai tradizionali strumenti di Intelligence, la definizione a livello governativo di Policy per distinguere le notizie reali da quelle create, l’educazione e la formazione sono indispensabili per non incorrere in queste truffe. Ma non solo: sono gli LLM che – pare – stiano trovando un impiego notevole nel campo della selezione del personale, proprio quel settore dove, passo a passo, si è andato a “ritenere” inutile un Professionista Umano, con Formazione Umanistica, per la scelta di un essere Umano. Ecco un punto dove – con certezza abbiamo e stiamo sbagliando. Per le loro caratteristiche, infatti, queste nuove tecnologie possono procedere all’analisi automatizzata dei curricula, classificando i candidati in base a criteri predefiniti, identificando senza perdite di tempo – quelli più referenziati. E quell'innocua frase “ senza perdite di tempo – è la chiave che dovrebbe far capire “dove” e “come” è stato commesso l’errore: quel Tempo era un investimento, non una perdita. La sensazione fallace di velocità viene pagata a caro prezzo, sul lungo periodo. La capacità di processare una quantità enorme di dati e di informazioni consente, inoltre, di filtrare le candidature e scartare, da subito, quelle che non sono in linea, riducendo così la rosa dei candidati per un colloquio, ad esempio. Eppure - malgrado sembra che questa procedura sia stata una perfetta ottimizzazione - constatiamo con mano che “questo filtraggio” e “questa individuazione” del soggetto più idoneo ci abbia portato paradossalmente a hiederci “perché abbiamo le persone sbagliate nei posti sbagliati, danneggiando persone e strutture, creando reali problemi logistici e pratici nonché abbattendo l’entusiasmo e la speranza nonché la produttività del Fattore H, notoriamente poi impiegato per un ridicolo gioco delle parti invertito in “luoghi” dove invece servirebbe proprio “l’intelligente selezionatore, con capacità di filtraggio”. Sembra sia arrivato anche il Tempo in cui rimpiangiamo di non avere “solo” più i “raccomandati” o i “parenti di...”. Non potevamo che fare scelta peggiore. Se poi ci spostiamo di qualche metro e ci fermiamo a riflettere sul piccolo dettaglio che gli strumenti di IA sono molto utili anche per una due diligence, dato che in pochissimi istanti abbiamo la valutazione delle informazioni rilevanti su una determinata azienda (età e reputazione del CEO e del board, cambi di proprietà, eventuali procedure concorsuali, bilanci) dobbiamo auto considerarci “sconfitti” dalle nostre stesse mani. Se il pensiero che il ricorso a questi strumenti non è ovviamente scevro da errori e pone dubbi di natura etica perché la macchina, come già accennato, sconta a sua volta dei bias algoritmici e potrebbe procedere a un’analisi frettolosa, trascurando aspetti che - invece - verrebbero presi in considerazioni da un soggetto umano, alla fine i veri dilemmi etici ai quali prestiamo attenzione e tempo riguardano soprattutto la Privacy: fornire dati e informazioni ai LLM potrebbe contribuire a divulgare dati sensibili, violando quindi il diritto alla riservatezza, oppure produrre errori. Un algoritmo è una creazione dell’Intelletto Umano che, però, può sfuggire al controllo quando evolve in un’Intelligenza Artificiale. Al momento i limiti di queste tecnologie sono ben evidenti e il dibattito sulla regolamentazione di questi aspetti è in corso: nel campo dell’ Intelligence i rischi principali possono riguardare le analisi predittive e direi non sono rischi di basso impatto. Gli algoritmi potrebbero, infatti, riflettere dei pregiudizi presenti nei dati di addestramento, portando a discriminazioni involontarie. Le macchine possono, infatti, processare i dati ma non sono in grado di fare valutazioni sulle statistiche che restano appannaggio dell’Essere Umano: ma pare che l’Essere Umano stesso sia molto appagato dal “non dover più valutare”. Attualmente risulta infatti impossibile determinare il perché e il come le macchine giungano a una determinata conclusione: questa affermazione ha l’amaro sapore di una vera minaccia terroristica ma viene – blandamente – definita come un “limite” della mancanza di trasparenza nei processi decisionali dell’ IA. Appare, quindi, imprescindibile l’intervento umano nell’utilizzo di queste tecnologie. L’ IA è sicuramente un alleato prezioso in molti campi ma soltanto i Professionisti Umani, grazie a formazione, deontologia ed esperienza possono operare una sintesi e applicare criteri logici alle risultanze ottenute dall’Intelligenza Artificiale. Il futuro dell’ Intelligence è in bilico tra potenzialità e rischi: le stesse sfide future in termini di utilizzo dell’ IA riguarderanno certamente la ricerca di un necessario equilibrio tra innovazione e sorveglianza. La tentazione, soprattutto per i Governi meno Democratici, potrebbe essere quella di realizzare una sorveglianza predittiva e preventiva di tutti i cittadini. L’Unione Europea si sta già da tempo muovendo per una regolamentazione dell’impiego di questi strumenti. In campo investigativo sono molte le opportunità: perché si possono ottenere investigazioni più rapide e complete. Ma sono, anche, notevoli i rischi come false evidenze e un sovraccarico informativo che potrebbe portare a conclusioni affrettate o pericolose per gli individui. Se i LLM supportano le Investigazioni analizzando testi, individuando anomalie nei file, rilevando spyware e sintetizzando grandi volumi di dati in modo rapido e accessibile, anche senza competenze tecniche avanzate, è altrettanto vero che l’Intelligenza Artificiale non è altro che uno strumento di supporto: accelera le analisi, ma non può sostituire l’esperienza, l’intuito e la valutazione etica di un Investigatore Umano. L’AI può generare errori, bias nei risultati, manipolazioni (deepfake) ed interpretazioni fuorvianti. Per questo è fondamentale l’intervento umano ed un uso etico degli strumenti digitali. Questa “dipendenza” – o almeno sempre più delega – nella Business Intelligence è l’insieme delle strategie, delle tecnologie e degli strumenti utilizzati dalle Aziende per raccogliere, analizzare, trasformare i dati in informazioni utili ad adottare decisioni strategiche attraverso l’uso dell’ Intelligence Aziendale E’ fallimentare constatare che siamo riusciti a metterci nella posizione,di farci domande e cercare risposte perché non siamo stati in grado di non far diventare un problema qualcosa che abbiamo costruito per essere un ausilio. Articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE
- La responsabilità del professionista come figura pubblica e autorevole: profili deontologici, comunicativi e giuridici nei fenomeni di cyberbullismo stalking e diffamazione (drssa MARIA GAIA PENSIERI)
Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una comunicazione sempre più rapida e pervasiva, la figura del professionista che opera nello spazio pubblico assume un ruolo centrale nella formazione dell’opinione collettiva. Tale posizione, tuttavia, non costituisce soltanto un elemento di visibilità, ma comporta una responsabilità rafforzata, soprattutto quando l’attività professionale riguarda ambiti sensibili come la criminologia, la tutela delle vittime e l’analisi dei fenomeni devianti. In questo quadro, l’eventuale adozione di condotte riconducibili, anche solo sul piano sostanziale, a pratiche di cyberbullismo, stalking o diffamazione da parte di soggetti autorevoli genera una evidente frattura tra funzione dichiarata e comportamento effettivo, con rilevanti implicazioni giuridiche ed etico-deontologiche. Il cyberbullismo si configura come una forma di aggressione reiterata realizzata attraverso strumenti digitali, caratterizzata da ampia diffusività e capacità di incidere profondamente sulla sfera psicologica della vittima. Quando tali condotte provengono da una figura pubblica: l’offesa acquisisce maggiore credibilità, la platea dei destinatari si amplia significativamente, si legittima un modello comunicativo basato sull’aggressione. Ne deriva che la responsabilità del professionista non si esaurisce nella mera liceità formale delle proprie affermazioni, ma si estende alla valutazione dell’impatto sociale e relazionale delle stesse. Il reato di atti persecutori, disciplinato dall’art. 612-bis c.p., richiede la reiterazione di comportamenti idonei a provocare nella vittima un perdurante stato di ansia o paura o a modificare le proprie abitudini di vita. Nel contesto digitale e mediatico, tali condotte possono manifestarsi attraverso: interventi pubblici ripetuti e mirati nei confronti di un determinato soggetto, esposizione sistematica della persona a giudizi negativi, monitoraggio e commento costante delle attività altrui. In tali ipotesi, il confine tra diritto di critica e condotta persecutoria risulta particolarmente delicato e deve essere valutato alla luce dei criteri di continenza, pertinenza e verità. La diffamazione, ai sensi dell’art. 595 c.p., si realizza mediante la comunicazione a più persone di espressioni lesive della reputazione altrui. Nell’ecosistema digitale: la comunicazione è potenzialmente illimitata, i contenuti sono facilmente replicabili, il danno reputazionale può assumere carattere permanente. Quando l’autore è un professionista percepito come esperto, l’affidamento del pubblico amplifica l’effetto lesivo, rendendo particolarmente stringente il dovere di verifica delle informazioni e di moderazione espressiva. Il fondamento deontologico: coerenza, continenza e responsabilità. Accanto ai profili penalistici, assume rilievo centrale la dimensione deontologica, quale insieme di principi che regolano l’esercizio responsabile della professione. Tra i principali doveri si individuano: coerenza tra funzione professionale e condotta personale; rispetto della dignità e dell’integrità della persona; uso responsabile e proporzionato della comunicazione; osservanza del principio del neminem laedere. Per il professionista che opera nello spazio pubblico, tali principi assumono un valore rafforzato, in quanto egli contribuisce attivamente alla costruzione di modelli culturali e comportamentali. L’autorevolezza professionale, se utilizzata in modo distorto, può trasformarsi in uno strumento di pressione o di delegittimazione personale. In particolare, si configura un abuso della posizione quando il professionista: sfrutta la propria reputazione per avvalorare attacchi individuali, orienta l’opinione pubblica in senso pregiudizievole nei confronti di un soggetto, elude il confronto critico facendo leva sulla propria posizione dominante. Tali condotte, pur non sempre immediatamente rilevanti sul piano penale, risultano incompatibili con i principi di correttezza, imparzialità e responsabilità che devono guidare l’azione professionale. La violazione dei doveri deontologici comporta effetti che travalicano la sfera individuale, incidendo sulla credibilità dell’intera categoria professionale. Tra le principali conseguenze: perdita di affidabilità e autorevolezza, delegittimazione del ruolo pubblico, possibile esclusione da contesti istituzionali e accademici, compromissione della fiducia collettiva nei confronti degli esperti. La responsabilità del professionista quale figura pubblica autorevole non può essere limitata al rispetto formale delle norme giuridiche, ma deve necessariamente includere una dimensione etica e deontologica sostanziale. In ambiti delicati come quelli del cyberbullismo, dello stalking e della diffamazione, il comportamento del professionista assume un valore esemplare: egli non è soltanto interprete dei fenomeni, ma anche modello di riferimento. La credibilità, infatti, non deriva esclusivamente dalla competenza dichiarata, ma dalla capacità di incarnare, nella pratica quotidiana, i principi che si affermano sul piano teorico. Articolo a cura di: DIVENTA REFERENTE SQUAD
- Sicurezza smart, videoronde con l’ausilio dell’AI di Istituto di Vigilanza Coopservice
Istituto di Vigilanza Coopservice (IVC) ha lanciato due soluzioni all’avanguardia sul mercato dei servizi di sicurezza: Smart Video Patrol e IVC Rover Istituto di Vigilanza Coopservice (IVC) ha lanciato due soluzioni all’avanguardia sul mercato dei servizi di sicurezza: Smart Video Patrol , la nuova videoronda basata su algoritmi di intelligenza artificiale , e IVC Rover , soluzione di pattugliamento autonomo su piattaforma robotica terrestre. La presentazione è avvenuta nel corso dell’Innovation Day, la convention aziendale dedicata alle tecnologie e alle innovazioni, alla quale hanno partecipato tecnici, responsabili di Centrale Operativa e di area commerciale e i vertici aziendali. Smart Video Patrol, la videoronda potenziata dall’AI Smart Video Patrol è un servizio progettato per integrare e potenziare le attività tradizionali di pattugliamento e videoronda gestite dalle Centrali Operative. Il sistema utilizza un unico dispositivo, sviluppato internamente da IVC, che grazie ad una piattaforma software avanzata è in grado di analizzare i flussi video della maggior parte degli impianti di videosorveglianza presenti sul mercato, attraverso gli algoritmi di ultima generazione addestrati con AI . Inoltre, IVC ha implementato una funzione innovativa di apprendimento dell’algoritmo che “impara” sulla base di input elaborati dal personale di centrale operativa sui falsi allarmi ricevuti. Smart Video Patrol attiva autonomamente le telecamere in maniera randomica per rilevare anomalie nelle fasce di chiusura dell’attività e, in caso di intrusione, genera un allarme trasmesso in tempo reale alle Centrali Operative, che ricevono un fotogramma con evidenza del soggetto che ha generato l’alert. Tra i principali punti di forza di questa soluzione vi è la rapidità di attivazione , con un investimento contenuto . È sufficiente, infatti, che il cliente disponga di un impianto di videosorveglianza connesso alla rete, una linea dati e alimentazione a 220V. L’installazione non richiede interventi strutturali né aggiornamenti hardware e si integra con i sistemi esistenti. Si tratta, inoltre, di un servizio efficace ed ecosostenibile : l’analisi continua dei flussi video consente un numero di ispezioni superiore rispetto al pattugliamento fisico tradizionale, con accessi in fasce orarie variabili e non ripetitive e la riduzione degli spostamenti su strada comporta un abbattimento delle emissioni legate ai servizi ispettivi. Inoltre, applicandosi a tecnologia esistente, si evita l’impatto dovuto agli interventi di sostituzione di hardware. Il sistema effettua anche un monitoraggio dello stato di salute dell’impianto , contribuendo alla prevenzione dei guasti, mentre la tecnologia tamper detection permette la rilevazione tempestiva dei tentativi di accecamento o spostamento delle telecamere. Tutto ciò garantendo la piena tutela della privacy : le ispezioni vengono effettuate esclusivamente durante le ore di chiusura. IVC Rover: robot autonomi per il pattugliamento Accanto alla videoronda con AI, IVC ha presentato IVC Rover , soluzione di pattugliamento autonomo. Il sistema è composto da rover terrestri operativi 24/7 in ambienti indoor e outdoor – come porti, aeroporti, stabilimenti petroliferi, raffinerie, magazzini. Grazie ai sensori come GNSS e telecamere, i rover sono in grado di definire percorsi di ronda, evitare ostacoli, rientrare autonomamente alla stazione di ricarica, acquisire immagini e dati su eventi o anomalie, e inviare in tempo reale informazioni ai centri di controllo. “Con Smart Video Patrol e IVC Rover compiamo un passo ulteriore verso l’analisi predittiva dei rischi, integrando competenza umana e tecnologie avanzate – commenta l’amministratore delegato di Istituto Vigilanza Coopservice, Antonio Di Prima – L’intelligenza artificiale applicata alla videoronda e la robotica per il pattugliamento non sostituiscono le nostre guardie, ma ne potenziano la capacità di intervento in termini di sicurezza attiva, aumentando tempestività, copertura e qualità della verifica.” Soluzioni per contesti operativi complessi Nel corso dell’Innovation Day l’azienda ha inoltre ribadito il proprio impegno nello sviluppo di tecnologie a supporto di contesti operativi complessi. Tra queste, Robosentinel , torre di sicurezza mobile per cantieri e infrastrutture, dotata di monitoraggio intelligente, funzioni antimanomissione e alimentazione autonoma con batteria e pannello solare. Il sistema è collegato alle Centrali Operative IVC, che ricevono immagini e possono qualificare l’evento come critico. È integrabile con sensori di fumo, gas e allagamento. A tutela dei lavoratori isolati o impegnati in ambienti a rischio , IVC propone inoltre Helpy , un servizio progettato per garantire monitoraggio continuo e gestione strutturata dell’emergenza, in grado di rilevare cadute, assenza prolungata di movimento, impatti e situazioni critiche, con attivazione di allarmi automatici o manuali. Le segnalazioni vengono instradate alla Centrale Operativa attiva 24/7, che gestisce l’evento secondo procedure definite, contribuendo alla riduzione dei tempi di intervento e al rafforzamento delle misure di tutela del personale. fonte: Sicurezza smart, videoronde con l'ausilio dell'AI di Istituto di Vigilanza Coopservice - Top Trade












