Un’Analista d’Intelligence pare essere un giocatore di scacchi e l’Intelligenza Artificiale pare essere la “Regina degli scacchi”... (dr.ssa Bellomi Daniela)
- squadsmpd

- 29 mar
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L’Intelligence è una di quelle rare discipline, nelle sue due versioni, con la grande dote e la grande capacità di saper imparare e apprendere da altre discipline. Ed è proprio per questo – anche per questo – che migliora, sempre. Ed è in grado di alzare il proprio livello, in qualsiasi ambito.
Abbiamo tutti perso il conto degli anni in cui – tra ipotesi, confronti e serie TV – cercando di accennare ai concetti di Intelligence, in particolare di Analista di Intelligence, gli scacchi siano entrati – di prepotenza – nello scenario. Ancora oggi – opinioni pubbliche convinte di aver compreso la sottigliezza del concetto – fanno queste citazioni. Ma la verità è più profonda perché l’Intelligence, quella vera, è un reticolato articolato e complesso, molto più e molto diverso da una scacchiera. Quest’ultima soprattutto è un buon diversivo, parecchio idoneo allo scopo finale.
Nella cultura occidentale, gli scacchi sono considerati – ancora oggi - uno dei più interessanti giochi di strategia. Nonostante l’Intelligenza Artificiale applicata agli scacchi sia stata in grado di battere il Campione del Mondo fin dal 1997, gli scacchi sono ancora il gioco di strategia che più mette alla prova l’intelligenza e la comprensione umana. Questo è il dichiarato ufficiale. Questa è la percezione comune. Quindi “questa” – ad un certo punto e per un certo numero di persone – è diventata “realtà” e “verità”.
Gli scacchi, anche se sono solo un gioco ad “informazione completa”, ovvero un gioco nel quale i giocatori hanno a loro disposizione tutte le informazioni nello stesso momento e per qualunque posizione, sono talmente complessi e difficili che non possono essere risolti con il puro calcolo.
La grande genialità non è negli scacchi ma nell’essere riusciti ad attirare “lo sguardo” di tutti – quasi di tutti – verso gli scacchi ottenendo un unico risultato ed un unico proclama: “I giocatori di scacchi affrontano incertezze, dilemmi tattici, complessità strategiche, tensione, pressione psicologica e grandi problemi epistemologici. Essi hanno continuamente a che fare con questi difficili problemi e cercano di risolverli sulla scacchiera usando le loro conoscenze, basandosi sulle capacità note dell’avversario e cercando di prevederne le intenzioni. Tutto ciò di cui dispongono sono informazioni, che devono essere tradotte in conoscenza pratica, essendo coscienti del fatto che anche il loro avversario farà del suo meglio per vincere. In definitiva, i giocatori di scacchi analizzano la posizione, le minacce e le debolezze dell’avversario per prendere decisioni razionali”. Ed il gioco è fatto.
E fatto il gioco, vanno scritte le regole del gioco: gli Analisti d’ Intelligence si trovano di fronte problemi simili ad una partita di scacchi nell’ottenere risultati analoghi e li affrontano con modalità simili. Sia i Grandi Maestri che i normali giocatori di scacchi analizzano le posizioni dal punto di vista sia strategico sia tattico, e così gli Analisti d’ Intelligence possono imparare da loro. Dopo mezzo secolo da quando il primo computer in grado di giocare a scacchi è apparso sulla scena e dopo secoli di studio degli scacchi, Noi Umani stiamo ancora studiando come giocare meglio dietro una scacchiera. Lanciando un sasso nello stagno lascio “Noi Umani” ma non aggiungo “Noi, Analisti d’Intelligence”. Gli scacchi sono – tuttora - il gioco competitivo che gode della più alta considerazione nella nostra cultura. E ora pare essere finalmente arrivato il momento di avvicinarlo, assieme alla sua complessità, alla comunità degli Analisti d’ Intelligence che da esso potranno certamente imparare. E se, giustamente, gli Analisti d’Intelligence, sono giocatori di scacchi che ancora devono imparare “a giocare bene”, non potevamo che arrivare ad avere una Regina degli scacchi: l’Intelligenza Artificiale !
Rigiocare mentalmente le vecchie partite, imparando dai propri errori e dalle mosse dell’avversario. Analizzare ogni singola mossa, considerare le alternative, essere disposti a sacrificare qualche pezzo per portare avanti una strategia. In questo gioco tutto si svolge all’interno di schemi e regole ben definiti e finiti, dove la capacità di calcolo è fondamentale.
Per questa loro particolare natura, gli scacchi hanno, da sempre, affascinato chi si occupa di informatica. Già negli anni ‘50 i programmatori avevano capito che sulla scacchiera le macchine avrebbero potuto fare meglio degli esseri umani. All’inizio i risultati erano stati deludenti, con i primi software battuti anche da giocatori mediocri. Con il tempo la situazione era destinata a cambiare. La svolta arrivò negli anni ‘90. Sono passate alla storia le partite tra Garri Kasparov, uno dei più grandi scacchisti di sempre, e Deep Blue, software messo a punto da IBM. Nel 1996 il programma riuscì a mettere in difficoltà il giocatore russo nella prima partita, ma nelle successive il campione riuscì a rimontare e ad avere la meglio. L’anno successivo, però, accadde qualcosa di inaspettato anche per lo stesso Kasparov: Deep Blue giocò davvero bene e il campione fu costretto ad arrendersi. Kasparov rimase talmente sorpreso che sul momento gridò addirittura all’imbroglio, per poi ritrattare in un secondo momento. Da quel giorno gli algoritmi hanno centrato un successo dopo l’altro, fino a quando gli scacchisti hanno smesso di sfidarli in occasioni ufficiali. Le ultime partite risalgono ai primi anni 2000. “Le macchine che battono l’uomo a scacchi ormai dagli anni ‘90 usano una logica che possiamo definire tradizionale”. A gran voce si ode che, se per decenni, gli umani erano rimasti imbattuti, il motivo era semplice: ancora non esistevano tecnologie in grado di svolgere una mole così grande e complessa di calcoli matematici. Oggi un algoritmo che gioca al livello di un gran maestro gira senza problemi dentro qualsiasi smartphone. Visto che è impossibile vincere contro gli algoritmi nel gioco degli scacchi, meglio farseli amici. Questi sistemi sono uno strumento imprescindibile per gli allenamenti dei professionisti, che trascorrono diverse ore al giorno davanti allo schermo tra partite e analisi, e anche dei semplici appassionati, come testimoniano i download delle app dedicate. Quando a sfidarsi sono due cervelloni elettronici, il pareggio è il risultato di gran lunga più frequente e serve una lunga serie di partite prima di decretare il vincitore. Sviluppato da tre ingegneri (tra cui un italiano), il software è in grado di battere i più grandi maestri anche in partite “svantaggiate”, ad esempio con un pezzo in meno.
Ma la Regina è sempre la Regina !
Ma c’è un avversario al cui cospetto anche il fortissimo Stockfish è costretto a piegarsi. È l’intelligenza artificiale, che ha da poco fatto irruzione anche negli scacchi. “Gli algoritmi dotati di intelligenza artificiale imparano da soli a giocare dopo aver visto tanti esempi di partite del passato e averne giocate altre a loro volta, anche contro se stessi”. Il tutto avviene in tempi molto rapidi. In questo modo, riescono a mettere da parte un’esperienza che un essere umano non riuscirebbe mai ad accumulare nella propria vita. E diventano anche intuitivi.
“Così cambia il modo di giocare. L’esperienza li guida a non vagliare tutte le possibili mosse ma selezionare solo quelle più probabili. Poi subentra anche l’intelligenza tradizionale, quella che siamo soliti associare ai computer, che provvede a calcolare la più vantaggiosa da un punto di vista matematico”.
L’intelligenza artificiale ha permesso di mettere a punto software in grado di battere gli umani anche in giochi più complessi rispetto agli scacchi, dove gli umani riuscivano ancora ad avere la meglio sulle macchine.
Fortunatamente per gli Analisti d’Intelligence è stato inventato anche un altro gioco interessante, mi pare porti il nome di “Risiko”...Se mai si dovesse imparare a giocare “troppo bene” a scacchi, si potrà passare a quello…E i veri Analisti d’Intelligence continuare a lavorare tranquillamente.
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