“Siamo preparati a sminare Hormuz”. Parla l’ammiraglio Berutti al timone della Marina Militare: “Presenti, addestrati e connessi”
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Le interviste di QN sulla Difesa italiana, l’Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto traccia le prossime rotte: “Operazione a guerra finita con due cacciamine, supporto logistico e nave di scorta”

Roma, 30 aprile 2026 – Non basta essere efficienti. Bisogna essere rilevanti. Essere rilevanti significa essere presenti, essere pronti, essere addestrati, essere connessi. La connessione rappresenta un fattore determinante in un mondo sempre più interdipendente”. È con questa impostazione, che è insieme realtà, obiettivo e programma, che l’Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, fissa la sfida costante e dinamica alla quale è chiamata la ’forza armata di mare’ di un Paese che, con 8mila chilometri di coste, è una piattaforma naturale al centro del Mediterraneo.
Ammiraglio, partiamo dall’emergenza Hormuz. L’Italia andrà, probabilmente, a sminare lo Stretto. Quando e con quali compiti operativi?
“In questa fase, come detto dal ministro Guido Crosetto, è innanzitutto necessario che cessino le ostilità e si consolidi una tregua tra le parti. Una volta raggiunte le necessarie condizioni di sicurezza e solo dopo l’autorizzazione del Parlamento, sulla base delle decisioni prese e degli obiettivi assegnati sarà pianificata nel dettaglio la missione. Ci stiamo comunque preparando in modo che, quando chiamati, se chiamati, saremo pronti. L’impegno che le nazioni che parteciperanno saranno chiamate ad affrontare è innanzitutto quello dello sminamento, necessario per rendere libero e sicuro il transito attraverso Hormuz, uno dei colli di bottiglia più delicati per il trasporto mercantile globale e deve tornare a essere libero per la navigazione”.
Quali i rischi possibili?
“I rischi che a oggi possiamo immaginare sono dovuti, come accennato, alla presenza di mine: non sappiamo dove sono state messe e non sappiamo neanche quante ne sono state messe. Le altre minacce ipotizzabili sono minacce asimmetriche che possono derivare da droni, missili, barchini esplosivi. Da qui l’esigenza di intervenire in una fase post-conflittuale, quando queste minacce dovrebbero essere residuali o non presenti. E, del resto, anche le operazioni di sminamento sono di per sé rischiose e pertanto tutte le condizioni di contesto devono permettere al cacciamine di lavorare dedicandosi a quel tipo di intervento”.
Con quale assetto potremo andare?
“Al momento stiamo effettuando una pianificazione prudenziale su un’ipotesi di impiego di due cacciamine, insieme ad una unità di supporto logistico e a una nave di scorta per garantirne la sicurezza. Saranno cacciamine appartenenti alla classe Gaeta, assetti che sono stati continuamente aggiornati allo stato dell’arte e sono ancora tecnologicamente avanzati: utilizzano sistemi a pilotaggio remoto e mezzi autonomi per la ricerca e il disinnesco degli ordigni. I nostri equipaggi sono addestrati e hanno una lunga esperienza in questa attività. Lo facciamo da sempre e abbiamo una capacità di sminamento elevata: siamo una nazione di riferimento in questo campo perché negli anni abbiamo bonificato migliaia di ordigni esplosivi, residuati bellici, trovati o in mare o sulle nostre spiagge”.
Dall’emergenza alla centralità del mare per l’Italia. Quanto garantire la sua sicurezza è interesse nazionale strategico?
“Per un Paese come l’Italia la libertà di navigazione è fondamentale. Il dominio marittimo è una direttrice vitale. Garantirne la sicurezza equivale ad assicurare continuità economica, stabilità energetica e resilienza digitale, soprattutto in un contesto che vede le rotte del Medio Oriente sempre più instabili”.
Il Mediterraneo resta sempre un hub sistemico per noi?
“Il mare è il sistema circolatorio dell’economia mondiale: vi transita circa il 90 per cento del commercio globale. I nostri interessi strategici, con la globalizzazione, si sono ampliati enormemente, tanto che si è parlato prima di ’Mediterraneo allargato’ e recentemente di ’Mediterraneo globale’, per indicare che il commercio ha raggiunto livelli di interconnessione tali che anche eventi modesti e, a maggior ragione, crisi rilevanti in aree lontane creano problematiche in Europa e in Italia. L’abbiamo visto con Hormuz, con il Mar Rosso, con la pirateria nel Golfo di Guinea. Si comprende bene come parlare di interesse nazionale in un’area ristretta non ha più significato: tutte le aree del mondo sono interconnesse e gli effetti delle crisi si riverberano rapidamente dappertutto”.
In conto vanno messi anche minacce non convenzionali e il controllo dei fondali marini.
“Alle dinamiche convenzionali oggi si sommano minacce emergenti, più lesive e pervasive, attacchi cibernetici, attività nello spettro elettromagnetico, azioni ibride e l’impiego di flotte non convenzionali per aggirare regimi sanzionatori. Particolarmente delicato è il capitolo delle infrastrutture sottomarine. I fondali non sono più uno spazio remoto, ma un’infrastruttura strategica critica. Ospitano reti energetiche e digitali, custodiscono risorse e rappresentano un nuovo terreno di competizione tecnologica e geopolitica. Le tensioni internazionali ne hanno evidenziato la vulnerabilità, rendendo imprescindibile la loro protezione da sabotaggi, interferenze e azioni ostili”.
La sorveglianza dei fondali è una delle nuove frontiere della sicurezza?
“Nei decenni passati la profondità era un sinonimo di sicurezza: se io mettevo qualcosa sotto i 100 metri 40 anni fa era sicuro di per sé, non dovevo proteggerlo in alcun modo perché la tecnologia all’epoca non ci permetteva di raggiungere quelle profondità. Adesso i 3.000 metri vengono toccati da tutti, a bassi prezzi e senza grossi sforzi: il Mediterraneo, per esempio, è un mare poco profondo, con l’85% dei fondali inferiore ai 3.000 metri. Le infrastrutture critiche nei nostri fondali, dunque, sono da proteggere perché possono essere danneggiate facilmente da qualsiasi attore statuale e no”.
“Abbiamo un’attività di controllo che si chiama ’Fondali sicuri’ che ci permette di fare verifiche periodiche dei nostri oleodotti e cavidotti in modo tale da monitorare che cosa c’è e che cosa potrebbe accadere. La difficoltà è costituita dai tempi di intervento: più di 100 giorni in media per la riparazione di un cavo sottomarino e stare 100 giorni senza la possibilità di utilizzare Internet sarebbe devastante. La posta in gioco è altissima e i rischi ogni giorno aumentano”.
Di fronte ai molteplici scenari di rischio descritti, quali sono le capacità chiave della Marina?
“Mi preme porre l’attenzione sugli aggregati che definiscono le capacità più qualificanti, quelle che ci permettono di restare competitivi e tra le marine di riferimento a livello internazionale. Primo: la capacità portaerei con velivoli di quinta generazione. Oggi siamo l’unica Marina dell’Unione Europea a possederla. Secondo: la capacità di proiezione sempre più flessibile, non solo anfibia ma polivalente. Nave Trieste ne è un esempio concreto. Terzo: la componente di superficie: caccia, fregate, pattugliatori, rifornitori ed elicotteri. Un insieme che garantisce difesa, vigilanza e presenza continua in mare. Quarto: la dimensione subacquea, sottomarini e incursori, in cui siamo un’eccellenza internazionale. In questo settore è particolarmente rilevante la capacità cacciamine basata su otto unità con annessi velivoli autonomi. Su tutto, un elemento fondamentale: la resilienza cibernetica”.
Quali sono, invece, le linee di sviluppo tecnologico e operativo sulle quali state agendo?
“Una Marina moderna deve essere digitalmente integrata, interoperabile con gli alleati e pienamente inserita nel Sistema Paese. In coerenza con la strategia militare nazionale sono state definite le linee di indirizzo per il biennio 2026 2027, con tre obiettivi principali: preparare lo strumento marittimo ad affrontare scenari complessi e tecnologicamente avanzati, generare effetti concreti nelle aree di interesse strategico, rafforzare la cooperazione con alleati e partner”.
Come puntate a realizzare gli obiettivi indicati?
“Attraverso quattro pilastri. Mezzi, personale, organizzazione e processi”.
Quando parliamo di mezzi, parliamo innanzitutto di tecnologia: IA, droni e piattaforme avanzate. A che punto siamo?
“Le tecnologie sono diversificate: si va da soluzioni avanzate strategiche fino a opzioni più semplici, economiche, subito disponibili e in grado di rispondere a un ampio spettro di esigenze, comprese quelle legate alle attività ibride. L’obiettivo è generare una massa critica combinando assetti tradizionali, piattaforme duali, sistemi unmanned e servizi offerti anche da operatori commerciali. Ma, rispetto al passato, c’è un cambiamento radicale di cui tenere conto”.
Quale?
“Noi abbiamo imparato dalle recenti crisi che la minaccia che troverai domani non è la stessa di oggi. C’è una velocità di cambiamento della minaccia impressionante. Dobbiamo riuscire a mantenere la stessa velocità per la difesa, il che è sempre più difficile”.
Come far fronte al binomio minaccia-innovazione?
“Abbiamo avviato un lavoro congiunto con l’industria per ridurre i tempi di progettazione, produzione e messa in servizio. Per accelerare il processo è stato sviluppato un efficace sistema di sperimentazione operativa che consente di testare rapidamente le soluzioni più mature e impiegarle direttamente sul campo. La Marina ha introdotto il concetto di Multi Capability Carrier applicandolo alle unità di prima linea. Ciò significa progettare le navi non solo per la loro funzione principale ma anche con spazi modulari riconfigurabili, capaci di ospitare diversi carichi operativi, moduli abitativi, centri di comando, mezzi d’assalto e sistemi unmanned”.
Arriviamo ai droni: la corsa al loro sviluppo è senza fine.
“La rapidità di evoluzione del sistema unmanned è enorme: in Ucraina vengono addirittura adeguati sul campo, con tecnici che vedono l’evoluzione e adeguano sia la minaccia sia la difesa. Il rischio, dunque, è quello di avere processi di sviluppo lunghi che rendono il sistema acquistato già vecchio, quando lo dobbiamo usare. Quello che stiamo facendo adesso è vedere che cosa c’è sul mercato e valutare se lo possiamo integrare nei nostri sistemi. Questo ci consente di abbattere tutti i tempi di progettazione e avere un sistema aggiornato, da sostituire senza grosse spese oppure da adeguare rapidamente”.
Su questo sfondo, dunque, il rapporto con l’industria e la ricerca è sempre più decisivo?
“L’evoluzione rapida della tecnologia ci ha spinto a rafforzare la collaborazione con industria e ricerca. In questo contesto nasce il Naval Innovation Compass, uno strumento che permette di sviluppare soluzioni innovative continue e di integrarle progressivamente nei programmi operativi. Un esempio è il Polo nazionale della Dimensione subacquea, un modello tutto italiano che riunisce difesa, industria, università e ricerca”.
All’inizio e alla fine della filiera ci sono le persone: che significa essere marinai?
“È un lavoro delicato. Noi stiamo investendo tantissimo sul personale, sia in termini di formazione sia sotto forma di welfare perché la vita del marinaio è una vita di sacrifici, di lontananza dalla famiglia, di periodi di attività intensi. Questo sacrificio deve essere compensato da soluzioni di supporto, non solo per il personale ma anche per la famiglia, in modo tale che quando il marinaio è a bordo della nave possa essere tranquillo perché, se ha qualche problema, è nelle condizioni di affrontarlo e risolverlo al meglio”.




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