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“GIROLIMONI" Quando il mostro lo costruisce la stampa Analisi criminologica e critica del meccanismo mediatico-giudiziario nell'Italia fascista (Dr.ssa BERARDINETTI MARIANA)

C'è una parola nel dialetto romano che ancora oggi sopravvive come insulto, come marchio, come accusa sommaria: Girolimoni. La usano per indicare chi molesta le bambine. Eppure chi porta quel cognome — Gino Girolimoni, fotografo romano, uomo benestante e pacifico — non ha mai toccato nessuna bambina in vita sua. Gino Girolimoni fu condannato dalla cronaca, dalle indagini sbagliate e dalla stampa di regime fascista. Fu poi prosciolto dalla giustizia e dalla storia, ma non fu mai davvero riabilitato. Il vero colpevole dei delitti non è mai stato trovato.


Non racconto questo caso per riaprire un errore giudiziario del passato. Lo racconto per smontare un meccanismo che — con strumenti diversi — funziona ancora oggi.


Fra il 1924 e il 1928 Roma è sconvolta da una serie di rapimenti, stupri e omicidi. La stampa si butta a capofitto sulla vicenda, senza risparmiare ai lettori i particolari più morbosi delle sevizie subite dalle vittime, tutte bambine tra i due e i nove anni. L'opinione pubblica inorridisce e invoca al più presto l'arresto del colpevole. Sono gli anni del consolidamento del regime fascista. Mussolini in persona interviene a fare pressione sulla polizia, chiedendo che quegli orribili delitti vengano puniti una volta per tutte. Il messaggio è politico prima che investigativo: il regime ha bisogno di dimostrare efficienza, controllo, ordine. Un mostro irrisolto è una crepa nell'immagine del potere. Dal punto di vista criminologico, questo è già un segnale di allarme gravissimo: quando l'urgenza politica entra nell'indagine, la verità smette di essere l'obiettivo principale.


La polizia fascista, nel tentativo di trovare a tutti i costi un responsabile e di chiudere in fretta il caso, arrestò Gino Girolimoni il 9 maggio 1927, incolpandolo di tutti i sette delitti commessi nella capitale. Si tratta di un caso unico al mondo: passato alla storia col nome di un innocente, Girolimoni fu incastrato con ben diciassette prove false. Un uomo benestante, coinvolto nella Roma degli anni Venti in una storia molto più grande di lui. Dall'oggi al domani si trovò arrestato e accusato di sette stupri e omicidi a danno di bambine. Ogni prova contro di lui era inventata di sana pianta per placare l'isteria che ormai si era impossessata della città e della gente.


Dal punto di vista del profilo criminologico, Girolimoni non corrispondeva affatto all'autore dei delitti. Il suo identikit non coincideva con quello del misterioso individuo che aveva avvicinato le bambine per strada. La sua fisionomia era diversa da quella riferita dai testimoni. Eppure questo non bastò a fermarne l'arresto. Un criminologo dell'epoca — ancora inebriato dalle teorie lombrosiane — descrisse Girolimoni come colpevole perché il suo volto e la sua struttura corporea avevano "i segni caratteristici del criminale." Nessuna prova reale. Solo pregiudizio vestito da scienza.


Da quel momento parte la macchina denigratoria. I giornali creano un vero e proprio mostro: “il papà non l'ha mai riconosciuto", “è cresciuto in un orfanotrofio", "è celibe", "in casa ha fotografie delle sue amanti nude". La sua immagine e la sua presunta depravazione diventano di dominio pubblico, lasciate in pasto alla gogna popolare. Ogni dettaglio biografico viene reinterpretato come prova di devianza. Il celibato diventa sospetto. La solitudine diventa pericolosità. Si costruisce una narrativa prima ancora di avere i fatti — un meccanismo che i criminologi chiamano confirmation bias istituzionalizzato: si decide il colpevole, poi si trovano le prove. Al regime fa comodo questa situazione: tutta la popolazione focalizza l'attenzione su questa vicenda, distogliendosi da episodi come l'assassinio di Matteotti, avvenuto proprio in quegli anni.


L'8 marzo 1928, dopo undici mesi di carcere, la Corte d'Appello proscioglie Girolimoni per non aver commesso il fatto. A questo punto il governo cambia strategia: dopo la gogna, punta sull'oblio. Sui giornali non si parla più del caso e la notizia della rimessa in libertà non viene nemmeno citata, se non in casi eccezionali tra le ultime pagine. Questo è il secondo crimine, forse più grave del primo. Sbattere un innocente in prima pagina ha una conseguenza enorme — ma almeno è visibile. Il silenzio che segue l'assoluzione è invisibile, subdolo, definitivo. La sentenza di colpevolezza pronunciata dall'opinione pubblica non viene mai revocata perché nessuno si preoccupa di comunicare il contrario.


Gino Girolimoni non ha più vissuto. Non si è mai sposato. Ha trascorso il resto della sua esistenza nell'ombra, come un uomo senza identità. Una vita da capro espiatorio. Muore poverissimo nel 1961. Lui è l'ottava vittima di questa storia. Prima di lui, sette bambine innocenti. Dopo di lui, un uomo intero.


Sarebbe comodo liquidare il caso Girolimoni come una barbarie del passato fascista. Ma il meccanismo che lo ha prodotto — panico collettivo, pressione politica, stampa compiacente, prova costruita a posteriori, silenzio sull'assoluzione — non è morto con il regime. Cambia formato, non sostanza. Oggi si chiama “trial by social media”. Il nome dell'accusato diventa hashtag prima ancora che venga emessa una sentenza. I profili social vengono setacciati alla ricerca di prove di "cattivo carattere." L'assoluzione, quando arriva, ottiene un decimo delle condivisioni dell'accusa.


Come scrisse il criminologo Ruggero Perugini a proposito di questo caso, bisognava tracciare il profilo reale dell'autore — ma invece si preferì costruire un mostro presentabile all'opinione pubblica. Profilare significa cercare la verità, non confermare la paura. Significa resistere alla pressione del momento. Significa, soprattutto, ricordare che esiste il principio di non colpevolezza.

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