Due episodi, nessuna regia: quando la paura supera la realtà (dr.ssa Maria Gaia Pensieri)
- dr.ssa Maria Gaia Pensieri

- 7 ore fa
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Nel giro di pochi giorni, due episodi hanno scosso profondamente l’opinione pubblica: il tentativo di sottrarre una bambina in un supermercato di Bergamo e quello avvenuto a Caivano, nel napoletano. Due fatti gravi, che colpiscono perché ravvicinati nel tempo e perché coinvolgono la dimensione più sensibile per qualsiasi società: la sicurezza dei bambini.
Eppure, proprio la loro vicinanza temporale ha contribuito a generare una lettura distorta, quasi istintiva: quella di un fenomeno più ampio, organizzato, magari collegato a traffici illeciti o reti criminali. Una narrazione che, sebbene comprensibile sul piano emotivo, non trova riscontro nei fatti.
I due episodi, infatti, non presentano alcun elemento di collegamento tra loro. Né modalità operative simili, né finalità riconducibili a un disegno comune. In entrambi i casi, ciò che emerge è piuttosto la dimensione individuale del gesto: azioni improvvise, disorganizzate, prive di pianificazione e interrotte quasi immediatamente. Elementi che allontanano nettamente l’ipotesi di una criminalità strutturata e avvicinano invece questi eventi a condotte riconducibili a disagio personale o alterazione psicofisica.
La letteratura criminologica ha da tempo evidenziato come una parte dei comportamenti violenti non sia riconducibile a logiche organizzate, ma a condizioni individuali di stress, impulsività o disturbo. In particolare, studi sul comportamento deviante sottolineano il ruolo dei fattori situazionali e psicologici nell’innesco di azioni improvvise e non pianificate¹.
È proprio questo il punto più difficile da accettare: non sempre dietro un gesto grave si nasconde un sistema criminale. Talvolta, la spiegazione è più semplice e al tempo stesso più inquietante, perché riguarda la fragilità individuale. Persone in stato di alterazione, confusione o squilibrio che compiono azioni impulsive, senza una reale strategia o un obiettivo definito.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta, negli stessi giorni, una circolazione massiccia di messaggi allarmistici, in particolare attraverso chat e social network. Audio vocali, segnalazioni non verificate, racconti di presunti tentativi di rapimento hanno contribuito a creare un clima di forte tensione. In alcuni casi si è arrivati a evocare scenari estremi, come il traffico di organi o un presunto mercato nero dei bambini anche in interviste rilasciate ad alcuni telegiornali.
Eppure, su questo punto le evidenze empiriche sono chiare: i rapimenti di minori da parte di sconosciuti rappresentano una quota estremamente ridotta rispetto ad altre tipologie di scomparsa, come quelle in ambito familiare o volontario².
Un caso emblematico è quello avvenuto a Roma, inizialmente interpretato come un tentato rapimento all’uscita di una scuola. La ricostruzione successiva ha invece chiarito che si trattava di una babysitter al primo giorno di lavoro che aveva semplicemente sbagliato plesso scolastico e non era stata riconosciuta dalla bambina. Un errore, una serie di coincidenze, ma nessuna intenzione criminale.
Eppure, nelle prime ore, la notizia aveva già assunto contorni ben più gravi, alimentando ulteriormente la percezione di un pericolo diffuso.
Questo meccanismo è stato ampiamente studiato nelle scienze sociali e rientra nel fenomeno del panico morale, descritto da Stanley Cohen come una reazione collettiva sproporzionata rispetto alla reale entità di un fenomeno³. A ciò si aggiungono i cosiddetti “availability heuristics”, studiati da Daniel Kahneman, per cui eventi rari ma emotivamente forti vengono percepiti come più frequenti⁴.
Ciò non significa abbassare la guardia. Al contrario, è del tutto naturale — e doveroso — che un genitore mantenga alta l’attenzione quando si tratta dei propri figli. La vigilanza resta un elemento fondamentale, così come l’educazione alla sicurezza e alla prudenza.
Ma proprio per questo è importante distinguere tra allerta e allarmismo.
Prima di evocare scenari estremi come traffici internazionali o mercati clandestini, è necessario considerare spiegazioni più concrete e, spesso, più frequenti: il disagio individuale, l’impulsività, l’alterazione psicofisica, gli errori umani. Sono questi, nella maggior parte dei casi, i fattori che stanno dietro a episodi come quelli di Bergamo e Caivano.
La sfida, oggi, non è solo quella di prevenire i reati, ma anche di governare la percezione del rischio. Perché una società che cede alla paura rischia di perdere lucidità, e con essa la capacità di interpretare correttamente ciò che accade.
La sicurezza, infatti, si costruisce non solo con la vigilanza, ma anche con l’equilibrio.
Maria Gaia Pensieri
Presidente del Comitato Scientifico Ricerca Scomparsi OdV
Sociologa, Criminologa, Psicologa
1 Travis Hirschi, Social Bond Theory, 1969;
2 National Center for Missing & Exploited Children, report sui minori scomparsi;
3 Stanley Cohen, Folk Devils and Moral Panics, 1972;
4 Daniel Kahneman, Thinking, Fast and Slow, 2011.






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