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Un accordo che non c’è. Pechino 15 Maggio. L’accordo che non c’è! (dott. Angelo De Pascale)

Sul sedile posteriore dell'Air Force One, di ritorno da Pechino, Trump ha descritto la vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari come "un ottimo chip negoziale". Non era uno sfogo. Era una dichiarazione di politica estera.

Il summit del 14-15 maggio 2026 è tecnicamente la prima visita di stato di un presidente americano in Cina dal 2017. I comunicati parlavano di "relazione costruttiva USA-Cina di stabilità strategica", di spirito positivo, di progressi storici. Non è stato prodotto un comunicato congiunto formale. Nessun accordo operativo su Taiwan, sulle tariffe, sull'Intelligenza Artificiale, su Hormuz. Il framework esiste come formula narrativa. Le quattro crisi esistono ancora.

Quando leggi i risultati di un vertice senza comunicato congiunto, stai leggendo quello che entrambe le parti non sono riuscite a scrivere insieme. Questo è il punto di partenza.

La geometria del potere che non trovi nel comunicato

Trump è arrivato a Pechino con tre fragilità simultanee che chiunque avesse accesso ai giornali poteva vedere. La guerra iraniana che non si riesce a chiudere. Lo stop della Corte Suprema su alcune basi legali dei dazi. L'evidenza crescente che le tariffe non hanno prodotto la resa commerciale attesa. Xi stava in casa sua, con l'agenda controllata, senza la pressione di un conflitto attivo o di un'economia che crolla.

Pechino si è presentata al vertice come chi ha già dimostrato di reggere la pressione. La risposta cinese al "Liberation Day" dell'aprile 2025, con i dazi a cascata di Trump, è stata immediata e senza cedimenti. La diversificazione commerciale verso altri mercati ha funzionato abbastanza da togliere potere coercitivo allo strumento tariffario. Questo non significa che la Cina sia uscita dalla crisi commerciale senza costi: le importazioni di greggio sono calate del 20% su base annua ad aprile 2026, il livello più basso da luglio 2022. La


narrativa della piena resilienza che alcune voci di Pechino hanno coltivato è, a tratti, uno strumento politico. Ma la posizione negoziale era asimmetrica, e tutti e due i leader lo sapevano.

La tregua tariffaria confermata a Pechino non ha un comunicato congiunto formale. Non è un dettaglio procedurale. È la misura di quello che i due sistemi riescono a scrivere insieme, e la risposta è: poco.

Taiwan e la fine dell'ambiguità produttiva

Per decenni, la formula americana su Taiwan ha funzionato grazie alla sua ambiguità. Washington non riconosceva l'indipendenza dell'isola, ma non la negava. Vendeva armi senza dare garanzie esplicite di intervento militare. Questa ambiguità era costosa per Pechino, che non sapeva dove si fermava il supporto americano, e in qualche misura utile a Taipei, che viveva sotto una protezione mai del tutto definita.

Quello che Trump ha detto a bordo dell'Air Force One rompe quella struttura. Descrivere la vendita di armi come "un ottimo chip negoziale" non è ambiguità tattica: è condizionalità esplicita unilaterale. Significa che la sicurezza di Taiwan entra nella trattativa con Pechino come voce di scambio, non come vincolo fisso. Xi aveva avvertito durante il summit che "se la questione di Taiwan è mal gestita, i due paesi rischiano scontri e persino conflitti". Trump ha risposto che non sapeva se avrebbe autorizzato il pacchetto di armi da 14 miliardi, che includeva missili e intercettori per la difesa aerea, e che "l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una guerra a 9.500 miglia di distanza".

Il Congresso ha reagito con pressione bipartisan, chiedendo di procedere con la vendita. Ma la domanda che il dossier lascia aperta è concreta: ha strumenti effettivi per forzare la Casa Bianca su questo specifico dossier, o la pressione resta sul piano dichiarativo? Nella storia costituzionale americana ci sono precedenti nei due sensi. Per ora, la risposta è che nessuno lo sa ancora con certezza.

Hormuz come vincolo condiviso che nessuno vuole riconoscere

Dal 28 febbraio 2026, quando i bombardamenti coordinati americano-israeliani su Teheran hanno innescato la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte delle Guardie della Rivoluzione Islamica, il mercato petrolifero globale vive in uno stato che l'Agenzia Internazionale dell'Energia ha definito "la più grande interruzione di fornitura nella storia del mercato petrolifero globale". Al 18 maggio 2026, il Brent quota circa 110 dollari al barile. Il picco era stato quasi 120. Le perdite cumulate superano il miliardo di barili. Oltre 14 milioni di barili al giorno sono ancora fermi.

La narrativa cinese sulla resilienza energetica è vera nella sostanza e parzialmente distorta nella presentazione. Le riserve strategiche coprono circa 109 giorni di importazioni, il carbone domestico copre il 51% del mix energetico, il pivot verso greggio russo e americano ha attutito l'impatto immediato. Nel primo trimestre 2026, il 90% delle esportazioni di greggio russo è andato a Cina e India. Tutto questo è reale.

Il punto irrisolto è che la Cina dipende da Hormuz per il 45-50% delle importazioni di greggio. Quando il presidente di PetroChina cita una dipendenza del 10% dallo Stretto, descrive la quota di una singola società, non quella del sistema-paese. La crisi ha creato un incentivo condiviso con Washington che non era mai stato così visibile: entrambe le parti


vogliono che Hormuz riapra stabilmente. L'IEA avverte che il mercato potrebbe restare in deficit fino a fine anno anche se i combattimenti cessassero il mese prossimo.

La crisi di Hormuz ha costruito un'interdipendenza energetica che i dazi non riuscivano a costruire. È questo il vero terreno su cui si misura la disponibilità cinese a "mediare" su Iran.

Il modello della Guerra Fredda che Pechino vuole impiantare

C'è una lettura del posizionamento cinese che il mainstream tende a ignorare, probabilmente perché è scomoda per tutti. Xi non vuole risolvere la crisi iraniana. Vuole essere l'attore attraverso cui si parla quando la crisi diventa ingestibile.

Il modello è quello delle linee di deconfliction della Guerra Fredda: il telefono rosso tra Mosca e Washington non serviva a risolvere le crisi, serviva a evitare che diventassero incidenti non voluti. Pechino sta costruendo la stessa infrastruttura diplomatica per il XXI secolo. Non la "hot line", ma la capacità di essere il canale indispensabile: su Iran, su Taiwan, su IA. La presenza a Pechino di Elon Musk, Jensen Huang e Tim Cook, i principali attori privati americani della competizione tecnologica, non era un dettaglio di colore. Era il segnale che il settore privato americano ha già prezzato il rischio di disaccoppiamento tecnologico parziale come qualcosa di reale, e cerca con Pechino un modus vivendi che Washington non riesce ancora a definire formalmente.

La contraddizione tra Rubio, che aveva dichiarato a NBC News che Trump non aveva chiesto a Xi di aiutare a terminare la guerra, e Trump, che pochi giorni dopo ha detto su Fox News che Xi aveva offerto il suo aiuto durante i colloqui, non è un incidente comunicativo. È il sintomo di una tensione interna all'amministrazione sulla narrativa da costruire intorno a questo summit. Narrativa che, nelle prime 72 ore post-Pechino, era già sotto pressione.

Il codice open source e la competizione che non si vince sui benchmark

DeepSeek ha rilasciato V4 a fine aprile 2026. Il documento tecnico ammette un ritardo di tre-sei mesi rispetto a GPT-5.4 e Gemini 3.1 Pro. Su quel punto, il vantaggio americano è reale. Ma il vantaggio che conta non è tecnico.

La strategia cinese di distribuzione attraverso modelli gratuiti e modificabili non punta a vincere il benchmark: punta a costruire dipendenze infrastrutturali e normative. Chi adotta modelli cinesi open source per applicazioni commerciali o governative non compra solo un software: entra in un rapporto con un ecosistema regolatorio che risponde a Pechino. Il numero di paesi del Sud globale che stanno costruendo la propria infrastruttura di IA su modelli cinesi gratuiti è già misurabile.

Prima del summit, funzionari americani avevano dichiarato disponibilità a esplorare canali di deconfliction sull'IA, e la Cina aveva proposto un trattato globale sull'uso militare. A Pechino non è stato prodotto nulla di operativo. Il motivo è concreto: verificare il rispetto di qualsiasi accordo sull'uso militare dei modelli di IA è, allo stato attuale, tecnicamente impossibile per entrambe le parti.

Un framework che vale quanto regge sotto pressione

Il "framework di stabilità strategica costruttiva" esiste come dichiarazione. Il suo valore si misurerà nei prossimi sessanta-cento giorni, non nelle dichiarazioni di Pechino. Il test concreto è se i due sistemi reggono senza scivolare verso l'incidente quando arriva la


pressione esterna: un'escalation su Taiwan, una nuova crisi nello Stretto, un incidente tecnologico attribuibile a uno dei due governi.

Il vertice del 2025 a Busan aveva prodotto un accordo sulle terre rare, nessun avanzamento strutturale. Pechino era arrivata a quel round in posizione difensiva. A Pechino 2026 la posizione era invertita. Il prossimo round partirà da questa asimmetria consolidata.

Torna al dettaglio dell'apertura: Trump che descrive la vendita di armi a Taiwan come chip negoziale su un aereo che rientra a Washington. Non è un'esternazione infelice. È la bussola. Se quella frase diventa politica, la domanda non è cosa succede al framework di stabilità strategica. È se Taipei può ancora calcolare il proprio margine di sicurezza.


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