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La Humint e l’IA: uno scenario decisamente “kafkiano”. (dr.ssa Daniela Bellomi)


La Humint e l’IA: uno scenario decisamente “kafkiano”.

Oggi l’ Human Intelligence deve riflettere anche sulla nuova Intelligenza Artificiale, la generativa. E lo deve fare considerando ed analizzando che non è più “solo” (se mai la è stata) una rivoluzione tecnologica: ha tutte le caratteristiche per essere considerata una sfida culturale e filosofica. L’IA ci ha portato in dono un nuovo terreno conflittuale: la possibilità, o l’impossibilità, della sua autonomia cosciente. La nostra società sta – peraltro - vivendo un momento simile ad un passato noto, quello in cui la filosofia si interrogava su principi e concetti alla ricerca di un artefice del tutto. Ma ora non ci possiamo concentrare che su un risultato oggettivo: Lei c’è. E sembra anche muoversi e pensare come noi: la tanto desiderata e temuta Intelligenza Artificiale. Si è diffusa con una rapidità che non abbiamo saputo cogliere, creando un doppio movimento: entusiasmo e desiderio di progresso accompagnati da paure recondite di diverse sfaccettature: la perdita del controllo, l’erosione dei diritti, la ridefinizione del concetto stesso di umano.

Oggi ci si interroga non più solo su tecniche e tecnicismi ma -  anche e soprattutto – su questioni etiche e filosofiche. Lei, che in pochi anni è uscita dai laboratori di ricerca avvolta nella sua suggestiva premessa futuristica, oggi è una presenza tangibile e concreta nella nostra vita quotidiana: scrive testi, elabora immagini, formula diagnosi, orienta decisioni politiche ed economiche. Avevamo messo in conto il limite e il confine della sua delega a scegliere per noi ? Ci eravamo posti qualche domanda tra il libero arbitrio e l’automazione della conoscenza ? Pensavamo che ci avrebbe liberato dal lavoro ripetitivo senza alcuna rinuncia o perplessità in cambio ? L’amara verità è che il nostro stesso pensiero, il nostro stesso cervello non riesce a collocarla esattamente in un punto. E nemmeno riesce a vederla con chiarezza, tra chiaro scuri che sfumano dalla tecnologia al soggetto pensante. La sua natura ci sta confondendo perché ci “appare” ibrida: una tecnologia ma che “produce tramite l’imitazione” il pensiero. Uno strumento che però non esegue ma produce qualcosa che “prima” non esisteva. Determinata ed autonoma. E quando osservo questo nuovo panorama sociale, questa umanità intrisa di così tanta confusione non posso non pensare che la devo definire “kafkiana”: senso di spaesamento, ambiguità ed angoscia per un’entità che non si riesce a cogliere completamente ma che ci porta a pensare, con incertezza, che però forse arriverà a dettare leggi “in casa nostra” e, se può essere più sgradevole il timore, che forse non avremo le capacità di rendercene conto (che già lo stia facendo ?). E lo scenario sul quale si staglia potrei definirlo ugualmente kafkiano: un palcoscenico paradossale e labirintico, intriso di assurdità  con domande in sospeso che non sanno prevedere risposte ma trasmettono angoscia. La verità è che siamo di fronte a qualcosa che ci trasmette un senso di impotenza totale perché la sappiamo vedere solo come una forma di potere irrazionale e di difficile comprensione. E in tutto questo ci dimentichiamo che l’abbiamo creata Noi, Esseri Umani ! Ma resta che la percezione collettiva riflette lo stato d’animo di ogni singolo individuo, di ogni singolo cittadino. Ed anche di alcuni professionisti che cittadino ed individuo già sono ! E, con tutti e tre i “vestiti” che indossano provano la stessa sensazione: quella di essere stati incastrati, intrappolati in qualcosa che è incomprensibile ed inarrestabile. Il meccanismo – quello spesso descritto da Kafka – non viene compreso e di fronte ad esso – nella nostra realtà – non ci possiamo opporre. Oggi osserviamo – Noi Analisti della Humint – persone disorientate dalla percezione – e speriamo non dalla certezza – di “poteri superiori imperscrutabili” , come ne “Il Castello” o ne “Il Processo” di Kafka. I personaggi di Kafka non trovano quasi mai pace, ma piuttosto vivono in uno stato di costante alienazione, ricerca frustrata ma anche – paradossalmente – colpa inesplicabile. Una tensione eterna domina. Non siamo di fronte al Gregor Samsa delle “Metamorfosi” che vede nella morte l’unica conclusione per trovare la desiderata pace ma già con il personaggio K ne “Il Processo” o ne “Il Castello” potremmo trovare affinità. Sicuramente dei personaggi che si sentono estranei, e vivono sulla pelle esclusione e solitudine, come cani dinanzi alla porta di casa, che vivono un’ incapacità cronica di stabilirsi ovvero di trovare una stabilità con il proprio Se e non solo. Manca anche il trovare un terreno solido su cui provare a vedere in prospettiva la propria esistenza. Ed in quest’ultima immagine che possiamo trovare analogie con lo sguardo di molti – oggi – di fronte a questa sconosciuta, temuta ma desiderata Intelligenza. Con la differenza che in Kafka abbiamo percepito tanto o poco ma non un senso artificiale di nulla, né nei personaggi né nelle situazioni e che – spesso – leggendolo abbiamo dubitato, invece, della nostra, di Intelligenza. La Humint analizza l’inquietudine del paradosso. L’effetto è quello tipico di Kafka: vivere in un mondo che ci presenta ordini, regole e decisioni che sembrano venire da un’autorità superiore, ma di cui non conosciamo i fondamenti. L’IA rischia di diventare il nuovo “Castello” o il nuovo “Processo”: un potere impersonale e opaco, che condiziona l’esistenza senza assumersi responsabilità. E la Humint rappresenta anche “quel ponte” che ci porterà alla comprensione piena della realtà, anche di quegli aspetti che pur esistendo sono più sottili e veri ma difficili da riconoscere. Ad esempio prestare attenzione alle capacità della mente associativa, ovvero quella che procede per analogie e che è sostanzialmente promossa dal web, se non addirittura ne costituisce la base sostanziale. Conoscere il meccanismo dell’ipertesto che favorisce le connessioni reticolari e le associazioni tematiche che cambiano il modus operandi della mente e del ragionamento associando a una tematica un’altra tematica e poi rimandando ad un fatto un altro fatto. E’ la Humint che riesce a cogliere e gestire che la sequenza alla quale ci dobbiamo abituare è sia orizzontale che verticale, potremmo dire “tridimensionale”.  Ed è la Humint che deve mantenere ed alimentare, oltre che difendere, la posizione dell’essere umano che, in qualità di soggetto pensante, dispone di lucidità mentale, di profondità di pensiero e di quiete emozionale, senza contare i collegamenti tridimensionali, analogici, associativi che fluiscono nella maniera migliore e produttiva. E’ responsabilità della Humint far comprendere come i nuovi media ci possano insegnare qualcosa se andiamo ad analizzare il loro funzionamento e, nel farlo, siamo Noi a donargli qualità e profondità. La mente umana – terreno franco della Humint – è fatta di logica ma anche di intuizioni e di associazioni e ci porta sempre sulla strada ricercata. Tutte le strade che la nostra mente può percorrere sono connesse e ci regalano certezze, chiare e profonde degli eventi e delle cose. La Humint è la la chiave di lettura per comprendere che se una cosa assomiglia ad un’altra pur nella diversità apparente allora le due cose hanno una base simile e questa similitudine si ripete per tutti i fatti della vita e nei quali siamo tutti “avvitati”. E ci permette di comprendere che da questo “eterno ritorno” si esce solo attraverso il concetto della comprensione, profonda ed essenziale del “vero” - e non apparente - senso delle cose. Le domande e le analisi della Humint -  e non solo – si focalizzano sulla vera natura dell’IA, andando a debellare quei dubbi che millantano alla possibilità che diventi un soggetto cosciente, capace di decisioni autonome e di godere di un proprio spazio etico. Una nuova forma di libertà che supera i limiti biologici e psicologici dell’uomo aprendo una nuova strada, quella di un pensiero diverso dal nostro, più ampio e più rapido: ed è a queste certezze miste a dubbi e paure che la Humint offre risposte e garanzie. Porsi domande e analizzare le possibilità è corretto ed umano. Ma dimenticare che stiamo anche parlando della soglia della coscienza da parte di un apparato tecnico, costruito su algoritmi e dati e privo di intenzionalità autentica è parecchio azzardato e sintomatico della psiche dell’Uomo quando è vittima di se stessa e delle sue paure. E’ vero, minaccia autonomia. Ma  è con il pensiero che questa autonomia deve essere guardata correttamente, ovvero come il solo riflesso dei vincoli programmati dall’uomo. Non si deve commettere l’errore di considerarla -  se non addirittura stimarla - come un soggetto libero. Se si arriverà a questo la preoccupazione non sarà più rivolta all’ IA ma alla mente umana che si è smarrita in un mare di illusione, dopo anni che ha delegato la sua stessa rappresentazione al virtuale. La Humint non cede al fascino di questa IA onnipotente ma nemmeno la vuole ridurre o sminuire ad un mero ingranaggio privo di conseguenze etiche. La Humint è consapevole che l’IA ci obbliga, per svariati motivi, a pensare. Ed erroneamente usiamo, invece, il termine di “ripensare”. Ma noi, Essere Umani, quando – in teoria – avremmo dovuto smettere di pensare ai nostri confini e alla nostra libertà ? Pare che l’IA ci abbia messo su un banco di prova per capire fin dove la nostra ragione – o la ragione complessivamente come concetto universale – si possa spingere e dove, invece, si debba fermare. Ma il pensiero che la Humint ci ricorda è “perché abbiamo e stiamo accettando di sederci a questo banco di prova ?”. E se entriamo nel campo della bellezza e dell’estetica ci troviamo a guardare in faccia la IA generativa. Quella parte dell’IA che si sta sviluppando anche nel campo dell’arte. E di nuove domande. E di nuovo dubbi. Gli algoritmi possono davvero comprendere la bellezza ?. Ad oggi i modelli generativi realizzano composizioni artistiche con merito sufficiente per avere un valore di mercato ed essere considerate belle. Questo ha aperto il dibattito: quello che fanno i sistemi di intelligenza artificiale è arte oppure no? Possono questi sistemi conoscere la bellezza oppure no? Che rapporto c’è tra intelligenza artificiale e bellezza? La filosofia ha cercato di rispondere alla domanda: “cos’è la bellezza?”. Molti hanno riflettuto su ciò che è bello; e ci sono diversi punti di vista al riguardo. La bellezza è stata definita un sentimento soggettivo che cerca di essere universalizza-bile. Quante volte, quando consideriamo un oggetto, sia esso un’opera d’arte, un fiore o un paesaggio, lo giudichiamo esteticamente e lo definiamo bello ? Ciò che percepiamo come bello genera in noi un libero gioco tra immaginazione e comprensione che ci fa provare piacere nel contemplarlo. A differenza del gusto, che può essere del tutto soggettivo, la bellezza pretende di essere universale. La bellezza e la sensazione di piacere disinteressato. Poiché la bellezza nasce da un sentimento in noi, non può dipendere dal nostro interesse per l’esistenza dell’oggetto. I giudizi estetici dipendono dal rapporto tra l’esistenza dell’oggetto e l’inclinazione prodotta nel nostro stato d’animo, ma non implicano un interesse per l’oggetto. Che i giudizi siano disinteressati significa che non c’è alcuna condizione personale che influenzi i nostri criteri. La soddisfazione che provo di fronte al bello deve avere un completo disinteresse per la sua esistenza. La bellezza nell’arte deve soddisfare gli stessi requisiti della bellezza nella natura. L’artista non dovrebbe cercare di compiacere il pubblico o conformarsi a nessuna regola. Questo è colui che dà le regole all’arte, colui che riesce ad esprimersi allo stesso modo della natura. Al contrario, l’arte meccanica si concentra sulla tecnica e sulla ripetizione, sulla ricerca di regole e schemi. E dopo questa disamina che già tante volte abbiamo letto, ancora abbiamo dubbi ? Nemmeno gli specialisti della Humint possono sapere quale sarà il futuro dell’IA. Ora possiamo solo esprimerci su quello che è in grado di applicare o apprendere regole. E’ chiaro agli analisti della Humint che se l’IA può riconoscere sentimenti o imitare determinate emozioni non possiede stati mentali che possono essere classificati come sentimenti. Il punto di vista di una macchina può essere descritto con delle leggi e questo la rende puramente oggettiva e non soggettiva. L’essere umano può sperimentare un sentimento soggettivo con la sensazione di un piacere disinteressato. Certamente l’IA non potrebbe avere un’esperienza estetica o un giudizio di gusto né può provare la sensazione della bellezza. Certo, l’IA potrebbe avere una certa conoscenza della bellezza se ci fosse un modello algoritmico che sia in grado di comprendere la bellezza, quindi in senso empirico potrebbe avere una certa conoscenza della bellezza. Ma quanta bellezza possiamo ancora cercare e trovare nella semplice ed assolutamente complessa natura Umana ? Forse, credo con una certa convinzione, dovremmo fermarci e ripartire da questo sano e solido pensiero.

 

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