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La responsabilità del professionista come figura pubblica e autorevole: profili deontologici, comunicativi e giuridici nei fenomeni di cyberbullismo stalking e diffamazione (drssa MARIA GAIA PENSIERI)


Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una comunicazione sempre più rapida e pervasiva, la figura del professionista che opera nello spazio pubblico assume un ruolo centrale nella formazione dell’opinione collettiva. Tale posizione, tuttavia, non costituisce soltanto un elemento di visibilità, ma comporta una responsabilità rafforzata, soprattutto quando l’attività professionale riguarda ambiti sensibili come la criminologia, la tutela delle vittime e l’analisi dei fenomeni devianti.


In questo quadro, l’eventuale adozione di condotte riconducibili, anche solo sul piano sostanziale, a pratiche di cyberbullismo, stalking o diffamazione da parte di soggetti autorevoli genera una evidente frattura tra funzione dichiarata e comportamento effettivo, con rilevanti implicazioni giuridiche ed etico-deontologiche.


Il cyberbullismo si configura come una forma di aggressione reiterata realizzata attraverso strumenti digitali, caratterizzata da ampia diffusività e capacità di incidere profondamente sulla sfera psicologica della vittima.


Quando tali condotte provengono da una figura pubblica: l’offesa acquisisce maggiore credibilità, la platea dei destinatari si amplia significativamente, si legittima un modello comunicativo basato sull’aggressione.


Ne deriva che la responsabilità del professionista non si esaurisce nella mera liceità formale delle proprie affermazioni, ma si estende alla valutazione dell’impatto sociale e relazionale delle stesse.


Il reato di atti persecutori, disciplinato dall’art. 612-bis c.p., richiede la reiterazione di comportamenti idonei a provocare nella vittima un perdurante stato di ansia o paura o a modificare le proprie abitudini di vita.


Nel contesto digitale e mediatico, tali condotte possono manifestarsi attraverso: interventi pubblici ripetuti e mirati nei confronti di un determinato soggetto, esposizione sistematica della persona a giudizi negativi, monitoraggio e commento costante delle attività altrui.

In tali ipotesi, il confine tra diritto di critica e condotta persecutoria risulta particolarmente delicato e deve essere valutato alla luce dei criteri di continenza, pertinenza e verità.

La diffamazione, ai sensi dell’art. 595 c.p., si realizza mediante la comunicazione a più persone di espressioni lesive della reputazione altrui.


Nell’ecosistema digitale: la comunicazione è potenzialmente illimitata, i contenuti sono facilmente replicabili, il danno reputazionale può assumere carattere permanente.

Quando l’autore è un professionista percepito come esperto, l’affidamento del pubblico amplifica l’effetto lesivo, rendendo particolarmente stringente il dovere di verifica delle informazioni e di moderazione espressiva.


Il fondamento deontologico: coerenza, continenza e responsabilità.

Accanto ai profili penalistici, assume rilievo centrale la dimensione deontologica, quale insieme di principi che regolano l’esercizio responsabile della professione.

Tra i principali doveri si individuano: coerenza tra funzione professionale e condotta personale;

rispetto della dignità e dell’integrità della persona; uso responsabile e proporzionato della comunicazione; osservanza del principio del neminem laedere.

Per il professionista che opera nello spazio pubblico, tali principi assumono un valore rafforzato, in quanto egli contribuisce attivamente alla costruzione di modelli culturali e comportamentali.

 

 

L’autorevolezza professionale, se utilizzata in modo distorto, può trasformarsi in uno strumento di pressione o di delegittimazione personale.

In particolare, si configura un abuso della posizione quando il professionista:

sfrutta la propria reputazione per avvalorare attacchi individuali, orienta l’opinione pubblica in senso pregiudizievole nei confronti di un soggetto, elude il confronto critico facendo leva sulla propria posizione dominante.

Tali condotte, pur non sempre immediatamente rilevanti sul piano penale, risultano incompatibili con i principi di correttezza, imparzialità e responsabilità che devono guidare l’azione professionale.


La violazione dei doveri deontologici comporta effetti che travalicano la sfera individuale, incidendo sulla credibilità dell’intera categoria professionale.

Tra le principali conseguenze: perdita di affidabilità e autorevolezza, delegittimazione del ruolo pubblico, possibile esclusione da contesti istituzionali e accademici,

compromissione della fiducia collettiva nei confronti degli esperti.

La responsabilità del professionista quale figura pubblica autorevole non può essere limitata al rispetto formale delle norme giuridiche, ma deve necessariamente includere una dimensione etica e deontologica sostanziale.

In ambiti delicati come quelli del cyberbullismo, dello stalking e della diffamazione, il comportamento del professionista assume un valore esemplare: egli non è soltanto interprete dei fenomeni, ma anche modello di riferimento.


La credibilità, infatti, non deriva esclusivamente dalla competenza dichiarata, ma dalla capacità di incarnare, nella pratica quotidiana, i principi che si affermano sul piano teorico.

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