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137 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Zuckerberg testimone nel processo su minori e dipendenza da social: «Se il Cda mi licenzia, ne creo un altro»

    « Se crei qualcosa di utile, le persone poi vorranno usarlo in modo naturale ». Ha esordito così Mark Zuckerberg nella sua testimonianza al tribunale di Los Angeles. Nonostante le varie udienze che hanno visto il suo intervento al Congresso americano, è la prima volta, per il ceo di Meta, davanti ai giudici.   «Se il consiglio di amministrazione vuole licenziarmi potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi», ha risposto il ceo di Meta agli avvocati che gli hanno chiesto se avesse mentito durante la sua apparizione in un podcast dicendo di non temere un licenziamento perché vanta poteri di voto nell'azienda. Zuckerberg poi si è scusato del fatto che il filtro di Instagram per individuare e quindi bloccare l'accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato e, invitato a commentare le lamentale provenienti anche dall'interno dell'azienda, secondo cui non si sta facendo abbastanza per evitare che i minori di 13 anni utilizzino la piattaforma, il 41enne a capo di Meta ha affermato che sono stati apportati miglioramenti, ma «avrei voluto che ci fossimo riusciti prima».  Il processo in corso prevede la discussione di 22 cause legali, che faranno da “casi scuola”. Sono 1.600 le persone al momento coinvolte come querelanti . Si accusano le società che gestiscono i principali social media di aver creato meccanismi appositi sulle piattaforme per creare dipendenza e — di conseguenza — problemi di salute mentale nei più giovani.  fonte: Zuckerberg testimone nel processo su minori e dipendenza da social: «Se il Cda mi licenzia, ne creo un altro» Leggi anche: La Tirannia Digitale: Dipendenza da Smartphone tra Neuroscienze e Criminologia dr Mercuri Luca

  • Arrestato il Joker di Milano: il 24enne truccato come il cattivo di Batman rapinava le vittime colpendole a sprangate

    Volto dipinto come il Joker , una spranga di ferro in mano e un coltello nascosto addosso. Così un 24enne italiano, incensurato, si è aggirato ieri sera, martedì 17 febbraio, nel parco di via Tabacchi a Milano , dove ha cercato di rapinare due ragazzi. L’intervento della volante del commissariato Ticinese, intorno alle 22.30, ha portato al suo arresto. La ricostruzione Secondo quanto riferito dalla polizia, la prima vittima, un ventenne italiano seduto su una panchina, sarebbe stata avvicinata dal giovane truccato che gli ha chiesto insistentemente denaro. Al rifiuto, avrebbe estratto una spranga di ferro, minacciandolo e riuscendo a impossessarsi del telefono cellulare. Poco dopo, avrebbe preso di mira un secondo ragazzo, 19 anni, intimidendolo con un deodorante spray e un accendino — utilizzati per simulare una fiammata — e colpendolo poi a una mano con la spranga. Il giovane è stato medicato sul posto dal personale del 118. Fermato dagli agenti nell’area verde, il 24enne è stato perquisito: oltre allo spray e all’accendino, aveva con sé un coltello con lama di 8 centimetri. Sprovvisto di documenti, ha fornito le proprie generalità ed è stato fotosegnalato. Per lui è scattato l’arresto per rapina aggravata e tentata rapina aggravata, oltre all’indagine a piede libero per porto di oggetti atti a offendere. È stato portato nelle camere di sicurezza in attesa del rito direttissimo. fonte: Il pusher marocchino ucciso a Rogoredo, la procura dà la caccia ai poliziotti | Watch Leggi anche: dr. Carlo Di Sansebastiano

  • Crans-Montana, addetto alla sicurezza Constellation: "Porte dovevano restare chiuse"

    L'indicazione data al personale del Constellation nella notte di Capodanno era di tenere le due porte di sicurezza chiuse e di consentire l'accesso e l'uscita solo dalla porta principale. È quanto sta emergendo dall'interrogatorio, in corso presso la polizia di Sion, di Predrag Jankovic, il buttafuori in servizio la notte di Capodanno al Constellation, il discobar di Crans-Montana in cui sono morte 41 persone e 115 sono rimaste ferite. "Ho sentito parlare Jessica con i suoi collaboratori", ha raccontato, "dicevano che le porte dovevano rimanere chiuse". fonte: Crans Montana, addetto alla sicurezza Constellation: 'Porte dovevano restare chiuse' | Sky TG24 Vedi anche il video di INSIDE su: della dr.ssa Lopez Barbara

  • Assalto al portavalori sulla Brindisi–Lecce: un’analisi criminologica e di sicurezza urbana (di Carlo Di Sansebastiano)

    Lo scorso 9 febbraio un commando armato ha messo in scena un sofisticato assalto a un furgone portavalori lungo la strada statale 613 che collega Lecce a Brindisi, all’altezza di Tuturano, in Puglia. L’episodio, caratterizzato dall’uso di esplosivi, armi automatiche e una strategia di imboscata degna di un film d’azione, ha scosso l’opinione pubblica italiana e riacceso il dibattito sulla sicurezza urbana, l’organizzazione del crimine e l’efficacia dei dispositivi di sicurezza in un contesto in cui tali forme di aggressione sembrano in crescita. L’assalto non è stato solo un fatto di cronaca eclatante, ma rappresenta anche un caso emblematico per comprendere i limiti e le sfide attuali delle strategie di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e violenta, nonché i rapporti tra fenomeni criminali e spazi urbani/infrastrutturali. La strada statale 613 rappresenta un’arteria strategica per l’area Sud-Est della Puglia, collegando due importanti centri urbani come Lecce e Brindisi. Il traffico di merci, servizi e persone lungo questo asse è continuo, rendendo la superstrada un obiettivo logistico critico per la circolazione di capitali, beni e di riflesso, anche per le operazioni di criminalità organizzata. La zona di Tuturano, dove l’assalto è avvenuto, è alle porte dell’area metropolitana di Brindisi, in un contesto con una lunga storia di infiltrazioni criminali e traffici illeciti che spaziano dalla microcriminalità di strada alle organizzazioni più strutturate. Negli ultimi anni, episodi di rapine violente, furti su auto in transito e tensioni sociali hanno segnato il territorio, rendendo questo evento gravemente significativo dal punto di vista della sicurezza urbana. Alle prime ore della mattina del 9 febbraio 2026, un gruppo di almeno otto individui mascherati e con armi da fuoco moderne ha teso un’imboscata al furgone portavalori appartenente a una società di vigilanza privata (Gruppo Battistolli/BTV) in transito sulla statale. Per costringere il veicolo blindato a fermarsi, i criminali hanno posizionato veicoli rubati di traverso alla carreggiata, creando una barriera stradale. Alcuni mezzi sono stati incendiati per creare un “muro di fuoco”, bloccando sia il traffico civile che le possibili vie di fuga. Alcuni membri dell’organizzazione utilizzavano veicoli con lampeggianti per simulare auto delle forze dell’ordine, tentando di confondere gli autisti e isolare la zona. Una volta bloccato il portavalori, gli assalitori avrebbero utilizzato esplosivi ad alto potenziale per far saltare le porte posteriori del veicolo blindato e accedere al compartimento con il denaro. Nel corso dell’azione è scoppiato un conflitto a fuoco con i Carabinieri intervenuti, che ha portato a un confronto armato e a spari rivolti anche alle forze dell’ordine. Nonostante la violenza della dinamica, fortunatamente non sono stati registrati feriti gravi tra le guardie giurate, i carabinieri e i civili presenti nei dintorni. Sebbene l’attacco sia apparso ben coordinato e condotto con armi e tattiche militari, le fonti investigative italiane e i media nazionali affermano che non è stato possibile sottrarre il denaro custodito nel portavalori, in parte grazie ai sistemi di sicurezza attivi del veicolo (come dispositivi di schiuma antifurto o allarmi interni) e all’arrivo tempestivo delle forze dell’ordine. Tuttavia, secondo alcune ricostruzioni, la cassaforte interna conteneva circa 5,9 milioni di euro in contanti. Le indagini hanno successivamente portato all’arresto di due sospetti, entrambi originari della provincia di Foggia, mentre altri membri del commando sono tuttora ricercati dalle forze dell’ordine italiane. L’assalto si inserisce in una tipologia di crimine particolarmente sofisticata e violenta, collocandosi tra quei casi di rapine altamente organizzate che non implicano soltanto un semplice reato di rapina aggravata ma l’uso di tattiche operative complesse, armi da guerra, esplosivi e simulazioni pericolose (es. falsi lampeggianti). Analizzare una simile operazione in chiave criminologica significa comprendere non solo come è stato compiuto il reato, ma perché una criminalità organizzata sempre più strutturata utilizzi questi assetti in un contesto urbano e sub-urbano. Diversi elementi dell’assalto indicano che il gruppo criminale operante non fosse una semplice equipe improvvisata, l’uso di esplosivi calibrati e armi automatiche di grosso calibro suggerisce competenze tecniche superiori alle rapine comuni. La presenza di soggetti con esperienza militare o paramilitare è plausibile, visto il livello di coordinazione e la gestione del rischio su una arteria trafficata. L’impiego di veicoli con lampeggianti per simulare passaggi “istituzionali” indica pianificazione e preparazione logistico-operativa in loco. Questi elementi sono tipici di gruppi che si muovono con divisione dei ruoli e competenze specifiche, accomunabili a cellule criminali che integrano figure con competenze tattiche, logistiche e tecniche. Ciò li rende più difficili da identificare, infiltrare o contrastare con metodi investigativi tradizionali. Il blocco della strada, l’incendio di veicoli e il fuoco su forze dell’ordine richiamano dinamiche proprie di una guerra urbana a bassa intensità piuttosto che di una tipica rapina coordinata. Queste tattiche mirano a creare disordine e caos, riducendo la possibilità di una risposta rapida e controllata da parte delle autorità. Impongono un campo di battaglia dove il controllo della scena diventa difficile senza un massiccio intervento di forze specializzate. Aumentano l’impatto mediatico e psicologico, sia verso la popolazione sia verso le istituzioni. Da una prospettiva criminologica, tali tattiche denotano una strategia di dominazione della scena, usata non solo per commettere il reato in sé ma anche per inviare un messaggio di potenziale intimidazione e forza. Questo è particolarmente rilevante in aree urbane o semi-urbane dove tali episodi possono generare paura generalizzata, amplificando l’effetto del singolo evento. Negli ultimi anni, in Italia si è osservata una crescita delle rapine a portavalori su grandi arterie stradali, spesso accomunate da uso di armi da guerra, attacchi coordinati, simulazioni di forze dell’ordine e fuga da strade secondarie e possibile collegamento con organizzazioni criminali strutturate su base territoriale (es. clan mafiosi o gruppi paramilitari interregionali) Questa evoluzione riflette un mutamento in atto nella criminalità organizzata, che oltre a traffici di stupefacenti e infiltrazioni economiche, punta a rapine ad alto rischio ma potenzialmente molto redditizie. Tali gruppi mostrano capacità di pianificazione di lungo periodo, conoscenze tecniche e un livello di preparazione che supera di gran lunga la rapina “tradizionale”. L’assalto al portavalori non riguarda soltanto la cronaca giudiziaria, ma ha impatti significativi sulla sicurezza urbana, sulla percezione sociale della sicurezza, e sulle strategie di policy contro la criminalità violenta. La sicurezza percepita è una componente fondamentale della sicurezza urbana. Anche se non ci sono state vittime civili, lo scenario di sparatorie, esplosioni e blocchi stradali può avere conseguenze durature sulla vita quotidiana dei cittadini. Le indagini hanno portato all’arresto di due sospetti in poco tempo, indicando un buon livello di coordinamento investigativo tra Carabinieri, DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) e reparti speciali come i “Cacciatori di Puglia”. Tuttavia, un episodio di questa natura evidenzia anche le vulnerabilità operative nell’intelligence preventiva, difficoltà nel controllare aree infrastrutturali aperte e molto trafficate e nella necessità di risorse specialistiche per contrastare gruppi armati pronti all’uso di tattiche militari. Il settore della vigilanza privata e del trasporto di valori richiede regolazioni stringenti. Un episodio come questo richiama l’urgenza di strategie integrate che non si limitino alla repressione immediata, ma includano una analisi territoriale dei fenomeni criminali per individuare aree di rischio, una cooperazione interistituzionale tra forze dell’ordine, magistratura, enti locali e agenzie di sicurezza privata, politiche di inclusione sociale e prevenzione primaria per ridurre l’adesione di individui a gruppi criminali strutturati e un uso controllato delle tecnologie di sorveglianza urbana, nel rispetto della legalità e dei diritti civili. Una valutazione rigorosa di un fenomeno criminale come gli assalti ai portavalori richiede non solo una ricostruzione degli eventi specifici, ma anche una lettura quantitativa delle tendenze nel tempo. In Italia, le rapine ai furgoni blindati che trasportano valori mobiliari — spesso ingenti somme di denaro — costituiscono un sotto-insieme della criminalità predatoria che, pur rappresentando una piccola quota dei reati complessivi, ha impatti economici diffusi, effetti simbolici importanti e implicazioni operative rilevanti per le forze dell’ordine. Secondo i dati raccolti dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI) nei suoi rapporti sulla criminalità predatoria, tra il 2013 e il 2022 in Italia si registrano in media circa 38 assalti ai portavalori, un numero che include non solo gli attacchi ai blindati in transito, ma anche rapine durante le fasi di carico/scarico e nelle vicinanze di caveau o centri logistici. Le oscillazioni annuali mostrano che il 2016 e il 2020 sono tra gli anni peggiori, con 45 e 44 episodi rispettivamente, nonostante il periodo di lockdown durante la pandemia. Dopo una diminuzione tra il 2019 e il 2021, il fenomeno è tornato a salire gradualmente nel 2022 e oltre, con indicatori di ripresa nel 2024–2025. Ciò indica una dinamica non lineare, ma complessa: una riduzione correlata a fattori strutturali (come la diminuita circolazione di denaro contante dopo la pandemia) seguita da una ripresa, probabilmente legata a nuove tecniche di criminalità organizzata e a fenomeni emergenti di aggressività operativa. I dati territoriali rivelano uno schema significativo della distribuzione degli assalti a portavalori in Italia. Classe 1974, laureato in Scienze della Difesa e della Sicurezza con 110 e lode presso l'Università “Unitelematica Leonardo da Vinci”, con tesi avente titolo “Legittima difesa e legittima difesa domiciliare”. Durante il percorso professionale e di studi ho avuto la possibilità di approfondire differenti materie in ambito criminologico e delle scienze forensi partecipando a numerose attività di formazione, seminari e convegni. Da oltre 25 anni lavoro nel campo della sicurezza aziendale e personale svolgendo tutt’ora servizi di protezione a personaggi pubblici di spicco. Iscritto all'Associazione Italiana delle Professioni in qualità di Criminologo e Criminalista con n. identificativo 7876434838, Associazione Professionale progettata in linea con le normative europee ed internazionali ISO 9001, che ne garantisce qualità ed alti standard in organizzazione e amministrazione delle attività formative. Criminologo qualificato ai sensi della Legge N. 4/2013, presente nel Registro Nazionale dei Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza "AICIS" al n. 460. Dal 2024 svolgo, come libero professionista, attività di docenza per enti pubblici/privati e associazioni. Nel 2025 mi viene conferita la nomina di Referente Criminologo Nazionale dall'Associazione SQUAD SMPD ove svolgo attività di consulenza, formazione e pubblicistica nel campo della criminologia della sicurezza urbana. DIVENTA REFERENTE SQUAD

  • Cristea Arben, morto dissanguato dopo un tentato furto: «È rimasto infilzato in una recinzione elettrica. Era irregolare e aveva diversi precedenti»

    Cristea Arben , 46 anni di origini albanesi, è morto dissanguato mentre cercava di scavalcare la recinzione di una villa sulle colline di Gorello di Policiano, ad Arezzo . Secondo i primi accertamenti dei carabinieri, la vittima – irregolare in Italia e con precedenti per reati contro il patrimonio – sarebbe rimasta infilzata in un paletto di sostegno della recinzione , parzialmente elettrificata per proteggere le coltivazioni, riportando una ferita mortale alla coscia. L'autopsia L’autopsia chiarirà con precisione dinamica e cause del decesso. Al momento, è escluso ogni collegamento con i colpi di pistola esplosi in aria dall’avvocato 75enne proprietario della villa, che avrebbe agito per difesa e per proteggere la sorella, vittima dieci anni fa di una rapina. Una perizia balistica definirà quando gli spari sono stati esplosi rispetto alla fuga dei ladri. Le indagini puntano a una banda proveniente dal Lazio , già segnalata per tentativi di furto nella zona. I carabinieri stanno ricostruendo i movimenti del gruppo, partito dal Lazio e arrivato ad Arezzo percorrendo autostrade e strade secondarie con l’obiettivo di colpire più obiettivi prima del rientro. Non risultano al momento indagati. L’inchiesta, coordinata dal pm Angela Masiello, prosegue con rilievi e approfondimenti sul territorio. fonte: Cristea Arben, morto dissanguato dopo un tentato furto: «È rimasto infilzato in una recinzione elettrica. Era irregolare e aveva diversi precedenti» PARTECIPA ALL'EVENTO:

  • Guidava lo scooter nell’inseguimento di Ramy, il vizzolese Fares arrestato per tentato furto (La Recidiva)

    Un’altra notte, un’altra moto spinta a mano, un altro tentativo di fuga. E un nome che torna, ancora una volta, nelle cronache giudiziarie: Fares B. è il 23enne di Vizzolo Predabissi già noto per essere stato alla guida dello scooter coinvolto nell’inseguimento costato la vita a Ramy Elgaml. Sabato sera, poco prima delle 23, Fares è stato sorpreso dalla polizia insieme a un complice mentre stava tentando il furto di una moto da 15 mila euro parcheggiata in via Monferrato a Milano. Il risultato? Arresto in flagranza di reato. Un testimone li ha osservati, e li ha seguiti in auto, chiamando il 112, mentre i due stavano spingendo a mano la “due ruote”. La Volante li ha intercettati poco dopo, in via Pirandello, zona CityLife. PARTECIPA AL CONVEGNO GRATUITO SULLA: RECIDIVA CRIMINALE

  • Il processo sul rogo a Crans-Montana, drammatico confronto tra i Moretti e le famiglie delle vittime (VIDEO)

    VIDEO DEL CONFRONTO: Il processo sul rogo a Crans-Montana, drammatico confronto tra i Moretti e le famiglie delle vittime

  • Commando armato assalta centro commerciale

    Alla gioielleria Gioielli di Valenza all'interno del centro commerciale Grand'Affi (Verona) Rapina a mano armata con una commessa presa in ostaggio nella serata di mercoledì 11 febbraio alla gioielleria Gioielli di Valenza all'interno del centro commerciale Grand'Affi (Verona). In azione un commando composto da almeno quattro banditi, ora in fuga e ricercati. L'assalto Torna il terrore per le rapine nelle gioiellerie dei centri commerciali a Nordest e in particolare nel Veronese. Nella serata dell'11 febbraio un commando con uomini a volto coperto e armati di mitra ha fatto irruzione nella gioielleria del centro commerciale, minacciando i presenti e prendendo in ostaggio una dipendente. Sarebbero anche state sparate alcune raffiche in aria. Tra i clienti è stato il panico. Una rapina fulminea: i banditi hanno spaccato vetrine ed espositori, razziato la merce e sono fuggiti. L'ultimo avvistamento li ha indicati in direzione della superstrada Affi-Peschiera del Garda. fonte: Commando armato di mitra assalta la gioielleria del centro commerciale di Affi: la fuga col bottino SECURITY MANAGER

  • Riflessione sulle ultime tendenze da parte della microcriminalità nel mondo retail. (di Mambrini Riccardo)

    La legge è un sistema complesso e articolato, e, purtroppo, recentemente, si assiste alla tendenza da parte di alcuni criminali, a sfruttare la loro conoscenza delle normative per eludere la giustizia od ottenere vantaggi illeciti, soprattutto nel mondo retail, il quale deve necessariamente fronteggiare e adottare contromisure adeguate contro la microcriminalità sempre più dilagante. Questo fenomeno può assumere varie forme e richiede un’analisi approfondita per comprendere le dinamiche coinvolte. Basti pensare che nel 2025, i dati ricavati da Checkpoint Systems Italia e NielsenIQ, evidenziano un fenomeno preoccupante ed in costante crescita, le differenze inventariali dovute al taccheggio, pesano agli esercenti, in media per l’1,2% dei ricavi annui, equivalenti a 4,12 miliardi di euro di perdite, un costo che, tradotto su scala nazionale, significa circa 107 euro per cittadino. A partire dal 2021 questo fenomeno è stato in costante crescita, sino al +14% dei taccheggi nel 2024 rispetto al 2023, non sono ancora disponibili i dati relativi al 2025. Nel mondo retail aumentano furti esterni e interni. Oltre la metà delle perdite (53%) è causata da furti commessi da clienti nei punti vendita, un fenomeno percepito in aumento dall’84% delle aziende intervistate. Seguono i furti interni (21%), gli errori dei fornitori (15%) e le anomalie amministrative (11%), con i settori food, beauty e tessile tra i più colpiti. Il food retail resta l’ambito più colpito, con il 45% delle perdite complessive, a ruota seguono i settori Health & Beauty (19%) e abbigliamento/tessile (14%), mentre elettronica, DIY e pet care registrano valori compresi tra il 4% e il 7%. La stagione invernale si conferma la più critica, con il 28% dei furti concentrati tra novembre e febbraio, complice l’aumento del traffico nei punti vendita e la maggiore facilità di occultare la merce. A tutti questi dati, andrebbero aggiunti tutti quei taccheggi non denunciati, dei quali, purtroppo, non abbiamo contezza, ciò avviene perchè, gli esercenti, spesso scoraggiati dalle lungaggini burocratiche, dal poco valore della merce sottratta, dalla mancanza di fiducia nel sistema giudiziario, dal timore di subire ritorsioni, tacciono il crimine subito ed evitano di sporgere denuncia. Come se non bastasse, il criminale, oltre ad essere incoraggiato dall'omertà degli esercenti, dall'inefficacia del nostro sistema giudiziario, dai lunghi tempi di attesa della giustizia che lo lasciano libero di agire ulteriormente , ha negli ultimi anni un nuovo alleato, le casse self-service (79% dei retailer), questo nuovo sistema ha aumentato il rischio di taccheggio che, in queste postazioni, risulta più elevato rispetto alle casse assistite, spingendo il 32% delle aziende a destinare risorse dedicate al controllo di quest’area. L’83% dei retailer ha già potenziato la sicurezza con telecamere, addetti dedicati e sistemi antitaccheggio, mentre il 33% ha introdotto soluzioni RFID per monitorare la merce in tempo reale. Tra profili, merce e contromisure: il nuovo volto del taccheggio Il Barometro 2025 (con dati riferiti all'anno 2024), traccia un identikit preciso del fenomeno, oltre la metà dei furti (53%) è commessa da singoli individui non professionisti, mentre il 47% coinvolge gruppi organizzati. I responsabili appartengono per lo più alla fascia d’età tra i 18 e i 50 anni (68%) e nel 54% dei casi sono recidivi, da aggiungere anche che, nel 54% dei taccheggi denunciati l'autore è di sesso femminile. Il valore medio dei furti si colloca tra 40 e 80 euro (scoraggiando la denuncia da parte della vittima), ma la crescita interessa ogni categoria merceologica, dai beni alimentari ai prodotti per la persona. In parallelo, l’84% delle catene segnala un aumento delle aggressioni verso il personale, spingendo il 68% a investire in formazione specifica. Il fenomeno è trasversale: nel Food & Beverage dominano tonno, formaggi, vini e caffè; nel Health & Beauty creme, deodoranti, lamette e make-up; seguono pet food, abbigliamento quotidiano, profumatori e accessori elettronici. Il denominatore comune resta la ricerca di articoli di uso frequente, facili da nascondere e di valore percepito elevato. Un dato preoccupante ci arriva riguardo la criminalità organizzata, è infatti in aumento il taccheggio organizzato (Organized Retail Crime - ORC), con bande che utilizzano tecniche e strumenti sempre più aggiornati per eludere l'eventuale sorveglianza. Preoccupante è anche il fatto che, in Italia, si stima che quasi il 75% dei furti nei negozi rimangano impuniti; ciò purtroppo avviene per i motivi elencati in precedenza, una giustizia troppo macchinosa e lenta nell'attuare le pene, libertà certa in attesa di giudizio per coloro che commettono piccoli crimini, omertà degli esercenti, ignoranza da parte degli operatori di vigilanza e loro scarsa formazione, difficile applicabilità dell'articolo 383 del codice penale (facoltà di arresto da parte dei privati), fanno si che la microcriminalità resti nella maggior parte dei casi, impunita, dando vita ad un circolo vizioso difficile da arrestare. I criminali sono aggiornati ed informati: sanno come e quando possono agire. Il criminale sfrutta le informazioni a proprio vantaggio, studia gli ambienti, i commessi, le contromisure, gli operatori, gli impianti di sorveglianza e conosce spesso la legge cercando di individuare le falle o le ambiguità nelle sistema, queste possono includere: - Normative non chiare o interpretabili, quando una legge è mal formulata o presenta ambiguità, i criminali possono interpretarla a loro favore per giustificare comportamenti illeciti, come nel taccheggio o nell'abuso di normative commerciali. -Sfruttamento dell'errore di diritto, sostenere l'ignoranza o l'interpretazione errata della legge per escludere la colpevolezza in casi specifici. -Abuso di diritti procedurali, utilizzo strumentale dei termini di prescrizione, delle notifiche o dei diritti di difesa per allungare i processi fino alla loro estinzione. - Interpretazione estensiva di dolo e colpa, sfruttando la sottile linea tra dolo eventuale e colpa cosciente per ridurre la responsabilità penale, sostenendo che l'evento non fosse voluto ma solo trascurato. - Scappatoie legali, alcuni individui sfruttano scappatoie legali per evitare responsabilità penali. Ad esempio, possono utilizzare tecniche di furto sfruttando le diverse attenuanti ed evitando così l'incarcerazione. - Manipolazione del sistema giudiziario, la conoscenza del sistema legale consente ai criminali di manipolare il processo giudiziario con ritardi e ostruzionismo, gli avvocati possono utilizzare strategie legali per ritardare i processi, creando confusione e stress per le vittime e le autorità, questo può portare a una risoluzione meno favorevole per le parti lese. - Uso di tecniche di difesa, alcuni criminali si avvalgono di tecniche di difesa come l’insanità mentale, la coercizione, il razzismo o una situazione sociale precaria, anche quando queste non sono realmente applicabili, per ottenere attenuanti durante il processo. Conclusioni La conoscenza della legge, sebbene sia fondamentale per garantire la giustizia e la legalità, può essere sfruttata da criminali per ottenere vantaggi illeciti. Affrontare questa problematica richiede un costante aggiornamento dei protocolli e delle normative, serve una formazione costante per le forze dell'ordine e gli operatori della sicurezza in modo da non trascurare nulla durante una situazione emergenziale; è necessaria anche una maggiore consapevolezza ed informazione da parte dei cittadini e degli esercenti. Solo un approccio integrato può contribuire a prevenire l'abuso del sistema legale e garantire che la giustizia prevalga. articolo del dott. Mambrini Riccardo Investigatore Privato "Ricevo in gioventù una formazione nel campo del soccorso sul territorio e nel campo dell'hospitality, la quale mi ha permesso di vivere, lavorare all'estero e conoscere lingue e culture diverse. Dal 2021 mi avvicino al mondo della security frequentando un corso professionale e ottenendo la qualifica di Security Manager presso l'accademia Louis Formazione, questo traguardo mi ha dato l'opportunità di lavorare in una azienda specializzata nel settore delle investigazioni private e della sicurezza. Nello stesso anno divento collaboratore investigativo e socio Federpol, ho l'opportunità di frequentare e superare con profitto, diversi corsi di specializzazione, come operatore A.S.C. e operatore Antincendio alto rischio. Spinto sempre da una fortissima ambizione di miglioramento, mi qualifico, nel 2023, come istruttore BLSD, PBLSD e FIRST AID erogando corsi sia ai collaboratori aziendali che a persone esterne. La mia passione per il mondo delle investigazioni mi ha spinto a frequentare un corso di Laurea triennale L-14 (Scienze dei servizi giuridici) presso l'università telematica Guglielmo Marconi di Roma, conclusosi con successo nel Novembre 2024, conseguendo il titolo di Dottore in Scienze dei Servizi Giuridici, ciò mi ha dato una ulteriore slancio motivazionale, portandomi ad iscrivermi, nel gennaio 2025, ad un master universitario in criminologia presso l'Unitelma Sapienza di Roma, attualmente in fase di frequentazione; nel luglio del 2025 fondo la mia agenzia investigativa, ottenendo, il mese successivo, la licenza ministeriale presso la prefettura di La Spezia. Sicuramente il cammino non è terminato, anzi, ogni nuova opportunità e/o sfida è per me motivo di spinta al miglioramento, sono sempre stato caratterizzato da una fortissima ambizione, la quale mi spinge a dare sempre il massimo sia in campo lavorativo che in ambito personale, sono fermamente convinto che la fame di sapere sia un atto di amore dovuto verso se stessi e verso le persone che ci circondano, ogni approfondimento, ogni collaborazione può sempre essere una nuova opportunità per contribuire al miglioramento della propria vita professionale e non." DIVENTA SOCIO SQUAD Sei una Guardia Giurata? Sei un addetto ai servizi di controllo? Associati ora alla SQUAD e ricevi: formazione gratuita inserimento albo professionale servizi e benefici DIVENTA REFERENTE SECURITY MANAGER

  • La microcriminalità connessa allo spaccio di sostanze stupefacenti: profili criminologici, sociali e giuridici (di Sansebastiano Carlo)

    La microcriminalità rappresenta una delle manifestazioni più visibili e pervasive della devianza urbana contemporanea. In particolare, lo spaccio di sostanze stupefacenti a livello locale costituisce una delle principali forme di microcriminalità, incidendo profondamente sulla sicurezza percepita, sul tessuto sociale e sull’assetto economico delle comunità urbane e periurbane. A differenza delle organizzazioni criminali strutturate, lo spaccio “di strada” si caratterizza per la sua frammentarietà, per la presenza di soggetti marginalizzati e per una forte interazione con il contesto sociale immediato. L’analisi della microcriminalità legata allo spaccio non può limitarsi a una dimensione repressiva o meramente giuridica. Essa richiede un approccio multidisciplinare che tenga conto dei fattori criminogenetici, delle dinamiche socio-economiche, delle politiche pubbliche nonché delle trasformazioni culturali e urbane che incidono sulla diffusione delle sostanze stupefacenti. Il presente articolo intende offrire un’analisi approfondita del fenomeno, esaminandone le cause, le modalità operative, le conseguenze sociali e le risposte istituzionali, con particolare attenzione al contesto italiano ed europeo. Il termine microcriminalità si riferisce a quell’insieme di reati di minore entità che, pur non raggiungendo elevati livelli di organizzazione o pericolosità sistemica, incidono in modo significativo sulla qualità della vita dei cittadini. Tali reati includono furti, borseggi, rapine di lieve entità, vandalismo, prostituzione di strada e, in modo rilevante, lo spaccio al dettaglio di sostanze stupefacenti. Dal punto di vista criminologico, la microcriminalità si distingue per alcune caratteristiche ricorrenti: elevata visibilità nello spazio pubblico, ripetitività delle condotte, coinvolgimento di soggetti socialmente vulnerabili, forte impatto sulla percezione di insicurezza, più che sui dati oggettivi di criminalità. Lo spaccio di droga rappresenta una componente centrale della microcriminalità urbana perché si colloca all’intersezione tra illegalità economica, marginalità sociale e controllo del territorio. Esso è spesso il primo anello di una filiera criminale più ampia, che può includere gruppi organizzati di livello superiore. Storicamente, il fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti ha subito profonde trasformazioni. Negli anni Settanta e Ottanta, in molti Paesi europei, lo spaccio era prevalentemente legato a circuiti giovanili, controculturali o a contesti di tossicodipendenza diffusa. Con il progressivo consolidamento delle organizzazioni criminali transnazionali, la distribuzione delle droghe ha assunto forme sempre più strutturate. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, si è assistito a una crescente frammentazione dello spaccio al dettaglio. Le grandi organizzazioni hanno esternalizzato la fase finale della distribuzione, affidandola a soggetti marginali, spesso privi di legami stabili con l’organizzazione stessa. Questo processo ha contribuito alla diffusione dello spaccio come forma tipica di microcriminalità, caratterizzata da, bassi guadagni individuali, alto turnover dei soggetti coinvolti, esposizione diretta al rischio repressivo. Nel contesto italiano, tale evoluzione è stata influenzata da fattori quali l’immigrazione, la crisi occupazionale, la diffusione di nuove sostanze e il mutamento delle politiche penali. Lo spaccio di sostanze stupefacenti nell’ambito della microcriminalità può assumere diverse forme, in base al contesto territoriale, alla sostanza trattata e al profilo dei soggetti coinvolti. Lo spaccio di strada é la forma più visibile e tradizionale, praticata in spazi pubblici quali piazze, parchi, stazioni ferroviarie e aree periferiche. Lo spacciatore opera a diretto contatto con l’utenza, spesso in condizioni di precarietà e sotto il costante rischio di intervento delle forze dell’ordine. Negli ultimi anni si è diffusa la pratica dello spaccio all’interno di abitazioni private, utilizzate come basi operative. Questa modalità riduce la visibilità del fenomeno ma non ne elimina l’impatto sociale, soprattutto nei contesti condominiali. A seguire lo spaccio itinerante, caratterizzato da una continua mobilità del soggetto tramite l’utilizzo di mezzi di trasporto pubblici o privati che consente di eludere temporaneamente i controlli. Infine, lo spaccio digitale attraverso l’uso di piattaforme di messaggistica istantanea e social network, nuove modalità di contatto tra spacciatore e consumatore, pur mantenendo una dimensione “micro” nelle quantità trattate. Uno degli aspetti più rilevanti dello spaccio di sostanze stupefacenti riguarda il profilo sociologico degli spacciatori. Contrariamente alla rappresentazione mediatica stereotipata, tali soggetti non costituiscono un gruppo omogeneo. Molti spacciatori provengono da contesti di esclusione sociale, caratterizzati da disoccupazione o lavoro informale, bassi livelli di istruzione, assenza di reti familiari di supporto e/o condizioni abitative precarie. In diversi contesti urbani, una quota significativa dello spaccio di strada è esercitata da cittadini stranieri, spesso irregolari. Ciò non implica un nesso causale tra immigrazione e criminalità, ma evidenzia come la vulnerabilità giuridica ed economica possa favorire l’ingresso in circuiti illegali. Una parte degli spacciatori è costituita da consumatori abituali che finanziano il proprio consumo attraverso la vendita di piccole quantità di sostanza. Questo fenomeno pone complesse questioni in termini di trattamento penale e sanitario. La tipologia di sostanza incide sulle modalità operative, sui profili di rischio e sulle conseguenze sociali. Ad esempio, lo spaccio di eroina è spesso associato a contesti di degrado urbano e a gravi problematiche sanitarie, mentre la cannabis presenta una maggiore diffusione trasversale. Lo spaccio di sostanze stupefacenti produce effetti che vanno oltre il singolo reato. La presenza costante di attività di spaccio può trasformare intere aree urbane in “zone franche”, caratterizzate da un controllo informale esercitato da soggetti criminali. La microcriminalità legata allo spaccio è spesso amplificata dalla rappresentazione mediatica, che tende a enfatizzare singoli episodi di cronaca nera e ciò contribuisce a rafforzare stereotipi, alimentare sentimenti di paura, influenzare le politiche pubbliche in senso repressivo. La discrepanza tra dati reali e percezione sociale costituisce una delle principali sfide nella gestione del fenomeno. In Italia, la disciplina dello spaccio di sostanze stupefacenti è contenuta principalmente nel Testo Unico sugli Stupefacenti (D.P.R. 309/1990). La normativa distingue tra uso personale, spaccio di lieve entità e traffico organizzato. La microcriminalità rientra prevalentemente nelle fattispecie di spaccio di lieve entità ma l’applicazione concreta della norma è spesso oggetto di dibattito giurisprudenziale. Inoltre, numerosi studi evidenziano i limiti di un approccio esclusivamente repressivo che rischia di non incidere sulla domanda di droga ma anzi di favorire la sostituzione rapida degli spacciatori arrestati e aggravare la marginalità sociale. Un contrasto efficace richiede politiche integrate che includano interventi sociali, programmi di inclusione lavorativa e riqualificazione urbana. L’esperienza di alcuni contesti europei dimostra che la prevenzione sociale può ridurre in modo significativo la diffusione dello spaccio di strada. La gestione dello spaccio è strettamente connessa al concetto di sicurezza urbana, intesa non solo come assenza di reati, ma come condizione di benessere collettivo. In tale prospettiva, la partecipazione della comunità locale riveste un ruolo fondamentale. L’evoluzione tecnologica, i mutamenti socio-economici e la globalizzazione dei mercati illegali influenzeranno in modo significativo la microcriminalità legata allo spaccio. È prevedibile una crescente digitalizzazione delle modalità di vendita e una maggiore fluidità dei ruoli criminali. La microcriminalità connessa allo spaccio di sostanze stupefacenti rappresenta un fenomeno complesso, che non può essere affrontato con strumenti semplicistici o unilaterali. Un approccio integrato, capace di coniugare repressione mirata, prevenzione sociale e politiche di inclusione, appare l’unica via percorribile per ridurre in modo duraturo l’impatto dello spaccio microcriminale sulle comunità. Classe 1974, laureato in Scienze della Difesa e della Sicurezza con 110 e lode presso l'Università “Unitelematica Leonardo da Vinci”, con tesi avente titolo “Legittima difesa e legittima difesa domiciliare”. Durante il percorso professionale e di studi ho avuto la possibilità di approfondire differenti materie in ambito criminologico e delle scienze forensi partecipando a numerose attività di formazione, seminari e convegni. Da oltre 25 anni lavoro nel campo della sicurezza aziendale e personale svolgendo tutt’ora servizi di protezione a personaggi pubblici di spicco. Iscritto all'Associazione Italiana delle Professioni in qualità di Criminologo e Criminalista con n. identificativo 7876434838, Associazione Professionale progettata in linea con le normative europee ed internazionali ISO 9001, che ne garantisce qualità ed alti standard in organizzazione e amministrazione delle attività formative. Criminologo qualificato ai sensi della Legge N. 4/2013, presente nel Registro Nazionale dei Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza "AICIS" al n. 460. Dal 2024 svolgo, come libero professionista, attività di docenza per enti pubblici/privati e associazioni. Nel 2025 mi viene conferita la nomina di Referente Criminologo Nazionale dall'Associazione SQUAD SMPD ove svolgo attività di consulenza, formazione e pubblicistica nel campo della criminologia della sicurezza urbana. DIVENTA REFERENTE SQUAD CRIMES

  • BARRIERE D’ACCIARIO E SOGNI D’ORO: Perche la sicurezza estrema sta bloccando la promessa di sviluppo in medioriente (di Angelo De Pascale)

    Barriere d’acciaio e sogni d’oro Cosa succede se la sicurezza diventa una gabbia? Lo stallo tra l’acciaio dell’Iron Wall e i sognid’oro del Piano Trump: l’analisi su come il controllo tecnologico blocchi lo sviluppo. Sulla strada polverosa che da Gerico sale verso Gerusalemme, oggi il paesaggio è dominato da due visioni opposte. Da una parte ci sono le ruspe: giganti di ferro che scavano trincee e installano piloni d’acciaio carichi di telecamere termiche. È l’operazione “Iron Wall” (Muro di Ferro), il tentativo di sigillare ogni centimetro per ottenere una sicurezza totale. Dall'altra, i cartelloni pubblicitari sbiaditi mostrano immagini di lussuosi centri tecnologici e zone industriali ad alta velocità: è il 'Piano Trump', la promessa di una pace costruita sugli affari e sugli investimenti miliardari. In mezzo a queste due immagini, la realtà è ferma. Non si muove un mattone dei nuovi centri commerciali e non si smonta un centimetro di filo spinato. Perché il controllo fisico sta soffocando i grandi affari? Per capire questo stallo bisogna guardare ai fatti. L’operazione Iron Wall si basa sull’idea di isolare fisicamente e digitalmente ogni potenziale minaccia (sicurezza preventiva). Contemporaneamente, la diplomazia di Washington spinge per la “Pace per la Prosperità”: l’idea che il benessere economico cancelli la voglia di combattere. Eppure, il meccanismo si è inceppato perché la sicurezza ha bisogno di chiusura, mentre l’economia ha bisogno di apertura. Il laboratorio Gaza: dove tutto ha avuto inizio Nulla di questo scenario è nuovo. Prima di arrivare tra le colline della Cisgiordania, l’Iron Wall è stato, ed è tuttora, un esperimento a cielo aperto a Gaza. La città è il laboratorio dove la tecnologia del muro è stata perfezionata: sensori sotterranei, droni costanti e barriere marine. Gaza è il prototipo di cosa succede quando la sicurezza diventa l’unico parametro di governo. Dimostra che puoi promettere tutto l’oro del mondo, ma se la logistica è sigillata, l’oro resta sulla carta e il cemento diventa l’unica realtà quotidiana. Un’economia moderna ha bisogno di movimento. Ha bisogno di strade, camion e cavi che collegano uffici. Iron Wall, invece, ragiona per compartimenti stagni. Ogni nuovo checkpoint digitale, dove gli algoritmi analizzano i volti dei passanti, agisce come un freno a mano tirato. Un investitore internazionale difficilmente mette capitali in una fabbrica se sa che i suoi operai o le sue merci resteranno bloccati ore davanti a un sensore ogni mattina. C’è poi un problema di fiducia. La “Pace Economica” presuppone che gli attori siano pronti a scambiare l’ideologia con il benessere. Ma la storia ci insegna che quando la paura è alta, la sicurezza vince sempre sul portafoglio. Washington guarda i grafici della crescita, i militari sul campo guardano le mappe dei tunnel. Sono due lingue diverse che nessuno, oggi, sa tradurre. Il peso della tecnologia: protezione o gabbia digitale? Oggi la guerra si combatte anche con i dati (guerra ibrida). L’Iron Wall non è solo cemento; è una rete invisibile di software. Questa tecnologia ha un “uso duale”: serve a proteggere, ma può anche controllare ogni aspetto della vita civile. Quando la sorveglianza diventa troppo invasiva, smette di essere uno strumento di sicurezza e diventa un ostacolo allo sviluppo. Chi aprirebbe una start-up dove ogni comunicazione può essere intercettata in nome della prevenzione? Le analisi dei centri studi europei sottolineano che lo stallo è tra sistemi. Da un lato la “smart border” (la frontiera intelligente), dall’altro la resistenza di chi vede in questa tecnologia un modo per rendere permanente un’occupazione. Questa sfiducia blocca i finanziamenti necessari, rendendo il Piano Trump una scatola vuota, priva del suo carburante: i capitali esteri. Cosa vede l’Europa in questo caos? L’Europa osserva con una frustrazione crescente. Per noi il Medioriente è il “cortile di casa”: se la regione brucia, le conseguenze arrivano sotto forma di crisi energetiche e flussi migratori. Il difetto del piano americano è la sua natura “dall’alto verso il basso”: è un progetto scritto a Washington per un luogo che risponde a logiche millenarie. Paesi come l’Italia e la Francia puntano sulla “diplomazia delle infrastrutture”. L’idea è creare legami energetici (tubi per il gas, cavi elettrici sottomarini) che rendano la cooperazione una necessità oggettiva. Ma anche questa via è sbarrata dallo stallo. Finché non c’è accordo su chi controlla il terreno, nessuno poserà un cavo sul fondo del mare. Il rischio è che l’Europa resti un semplice spettatore pagante, indebolendo la tenuta stessa delle alleanze atlantiche. Una chiave di lettura per il futuro Lo stallo ci insegna che non si può comprare la pace senza risolvere la convivenza fisica. L’economia è un motore potente, ma non parte se il terreno è fatto di trincee. La sicurezza, d’altra parte, diventa una prigione se non lascia spazio agli scambi. Per capire cosa succederà, non ascoltate i tweet dei leader: guardate le ruspe. Finché si costruiranno più muri che strade, la logica della chiusura starà vincendo su quella dell’opportunità. La vera svolta arriverà solo quando qualcuno avrà il coraggio di trasformare una “mura di ferro” in un ponte, o quando un piano economico smetterà di essere un’immagine su un cartellone e diventerà un cantiere condiviso. Analista Geopolitico @DePascaleAngelo: Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale: - Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino); - Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica: - Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici. Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia–UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici. DIVENTA REFERENTE SQUAD GEOPOLITICO

  • Assalto a un portavalori e sparatoria con i carabinieri sulla Lecce-Brindisi, terrore sulla superstrada. Tre banditi arrestati

    Di nuovo scene da far west sulle strade pugliesi. Momenti di terrore poco fa sulla superstrada 623 Lecce–Brindisi, all’altezza di Tuturano, dove un commando armato ha assaltato un  portavalori , dando vita – durante la fuga – a un conflitto a fuoco con i carabinieri. Secondo le prime ricostruzioni, i banditi avrebbero posizionato un camion sulla carreggiata e lo avrebbero incendiato, costringendo così il mezzo blindato a fermarsi. In azione un gruppo composto da almeno otto uomini, arrivati sul posto a bordo di tre auto dotate di lampeggianti blu simili a quelli in uso alle forze dell’ordine. La fuga Durante la fuga si è poi verificata una sparatoria con i carabinieri all’altezza dello svincolo per Cellino San Marco, in direzione Lecce. Un proiettile ha attraversato orizzontalmente una gazzella dei carabinieri della stazione di Cellino San Marco, forando il finestrino lato guida e attraversando l’abitacolo fino al sedile del passeggero. I militari sono rimasti illesi per pura casualità, questione di pochissimi centimetri. Un carabiniere in borghese si è lanciato all’inseguimento del commando, ma la sua auto è stata speronata e scaraventata fuori strada. Non è ancora chiaro se l’assalto sia andato a segno: è possibile che sul portavalori si sia attivato il sistema di difesa con la schiuma. Tre componenti della banda sono stati fermati e arrestati poco fa nella zona tra Campi Salentina, Guagnano e San Donaci, nel nord Salento: sono stati bloccati a bordo di una Alfa Romeo Stelvio. La superstrada è bloccata e traffico deviato con pesanti ripercussioni sulla circolazione e lunghe code di veicoli.  DIVENTA SOCIO SQUAD Sei una Guardia Giurata? Sei un addetto ai servizi di controllo? Associati ora alla SQUAD e ricevi: formazione gratuita inserimento albo professionale servizi e benefici

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