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La microcriminalità connessa allo spaccio di sostanze stupefacenti: profili criminologici, sociali e giuridici (di Sansebastiano Carlo)


La microcriminalità rappresenta una delle manifestazioni più visibili e pervasive della devianza urbana contemporanea. In particolare, lo spaccio di sostanze stupefacenti a livello locale costituisce una delle principali forme di microcriminalità, incidendo profondamente sulla sicurezza percepita, sul tessuto sociale e sull’assetto economico delle comunità urbane e periurbane.

A differenza delle organizzazioni criminali strutturate, lo spaccio “di strada” si

caratterizza per la sua frammentarietà, per la presenza di soggetti marginalizzati e per una forte interazione con il contesto sociale immediato.

L’analisi della microcriminalità legata allo spaccio non può limitarsi a una dimensione repressiva o meramente giuridica. Essa richiede un approccio multidisciplinare che tenga conto dei fattori criminogenetici, delle dinamiche socio-economiche, delle politiche pubbliche nonché delle trasformazioni culturali e urbane che incidono sulla diffusione delle sostanze stupefacenti. Il presente articolo intende offrire un’analisi approfondita del fenomeno,

esaminandone le cause, le modalità operative, le conseguenze sociali e le risposte istituzionali, con particolare attenzione al contesto italiano ed europeo.


Il termine microcriminalità si riferisce a quell’insieme di reati di minore entità che, pur non raggiungendo elevati livelli di organizzazione o pericolosità sistemica, incidono in modo significativo sulla qualità della vita dei cittadini.

Tali reati includono furti, borseggi, rapine di lieve entità, vandalismo, prostituzione di strada e, in modo rilevante, lo spaccio al dettaglio di sostanze stupefacenti.

Dal punto di vista criminologico, la microcriminalità si distingue per alcune caratteristiche ricorrenti: elevata visibilità nello spazio pubblico, ripetitività delle condotte, coinvolgimento di soggetti socialmente vulnerabili, forte impatto sulla percezione di insicurezza, più che sui dati oggettivi di criminalità.

Lo spaccio di droga rappresenta una componente centrale della microcriminalità urbana perché si colloca all’intersezione tra illegalità economica, marginalità sociale e controllo del territorio. Esso è spesso il primo anello di una filiera criminale più ampia, che può includere gruppi organizzati di livello superiore.


Storicamente, il fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti ha subito profonde trasformazioni. Negli anni Settanta e Ottanta, in molti Paesi europei, lo spaccio era prevalentemente legato a circuiti giovanili, controculturali o a contesti di tossicodipendenza diffusa. Con il progressivo consolidamento delle organizzazioni criminali transnazionali, la distribuzione delle droghe ha assunto forme sempre più strutturate. Tuttavia, a partire dagli

anni Novanta, si è assistito a una crescente frammentazione dello spaccio al dettaglio. Le grandi organizzazioni hanno esternalizzato la fase finale della distribuzione, affidandola a soggetti marginali, spesso privi di legami stabili con l’organizzazione stessa. Questo processo ha contribuito alla diffusione dello spaccio come forma tipica di microcriminalità, caratterizzata da, bassi guadagni individuali, alto turnover dei soggetti coinvolti, esposizione diretta al rischio repressivo. Nel contesto italiano, tale evoluzione è stata influenzata

da fattori quali l’immigrazione, la crisi occupazionale, la diffusione di nuove sostanze e il mutamento delle politiche penali.


Lo spaccio di sostanze stupefacenti nell’ambito della microcriminalità può assumere diverse forme, in base al contesto territoriale, alla sostanza trattata e al profilo dei soggetti coinvolti.

Lo spaccio di strada é la forma più visibile e tradizionale, praticata in spazi pubblici quali piazze, parchi, stazioni ferroviarie e aree periferiche. Lo spacciatore opera a diretto contatto con l’utenza, spesso in condizioni di precarietà e sotto il costante rischio di intervento delle forze dell’ordine. Negli ultimi anni si è diffusa la pratica dello spaccio all’interno di abitazioni

private, utilizzate come basi operative. Questa modalità riduce la visibilità del fenomeno ma non ne elimina l’impatto sociale, soprattutto nei contesti condominiali. A seguire lo spaccio itinerante, caratterizzato da una continua mobilità del soggetto tramite l’utilizzo di mezzi di trasporto pubblici o privati che consente di eludere temporaneamente i controlli. Infine, lo spaccio digitale attraverso l’uso di piattaforme di messaggistica istantanea e social

network, nuove modalità di contatto tra spacciatore e consumatore, pur mantenendo una dimensione “micro” nelle quantità trattate.


Uno degli aspetti più rilevanti dello spaccio di sostanze stupefacenti riguarda il profilo sociologico degli spacciatori. Contrariamente alla rappresentazione mediatica stereotipata, tali soggetti non costituiscono un gruppo omogeneo.


Molti spacciatori provengono da contesti di esclusione sociale, caratterizzati da disoccupazione o lavoro informale, bassi livelli di istruzione, assenza di reti familiari di supporto e/o condizioni abitative precarie.


In diversi contesti urbani, una quota significativa dello spaccio di strada è esercitata da cittadini stranieri, spesso irregolari. Ciò non implica un nesso causale tra immigrazione e criminalità, ma evidenzia come la vulnerabilità giuridica ed economica possa favorire l’ingresso in circuiti illegali.

Una parte degli spacciatori è costituita da consumatori abituali che finanziano il proprio consumo attraverso la vendita di piccole quantità di sostanza. Questo fenomeno pone complesse questioni in termini di trattamento penale e sanitario.

La tipologia di sostanza incide sulle modalità operative, sui profili di rischio e sulle conseguenze sociali. Ad esempio, lo spaccio di eroina è spesso associato a contesti di degrado urbano e a gravi problematiche sanitarie, mentre la cannabis presenta una maggiore diffusione trasversale. Lo spaccio di sostanze stupefacenti produce effetti che vanno oltre il singolo reato.

La presenza costante di attività di spaccio può trasformare intere aree urbane in “zone franche”, caratterizzate da un controllo informale esercitato da soggetti criminali.

La microcriminalità legata allo spaccio è spesso amplificata dalla rappresentazione mediatica, che tende a enfatizzare singoli episodi di cronaca nera e ciò contribuisce a rafforzare stereotipi, alimentare sentimenti di paura, influenzare le politiche pubbliche in senso repressivo.

La discrepanza tra dati reali e percezione sociale costituisce una delle principali sfide nella gestione del fenomeno.

In Italia, la disciplina dello spaccio di sostanze stupefacenti è contenuta principalmente nel Testo Unico sugli Stupefacenti (D.P.R. 309/1990). La normativa distingue tra uso personale, spaccio di lieve entità e traffico organizzato.

La microcriminalità rientra prevalentemente nelle fattispecie di spaccio di lieve entità ma l’applicazione concreta della norma è spesso oggetto di dibattito giurisprudenziale. Inoltre, numerosi studi evidenziano i limiti di un approccio esclusivamente repressivo che rischia di non incidere sulla domanda di droga ma anzi di favorire la sostituzione rapida degli

spacciatori arrestati e aggravare la marginalità sociale.

Un contrasto efficace richiede politiche integrate che includano interventi sociali, programmi di inclusione lavorativa e riqualificazione urbana.


L’esperienza di alcuni contesti europei dimostra che la prevenzione sociale può ridurre in modo significativo la diffusione dello spaccio di strada.

La gestione dello spaccio è strettamente connessa al concetto di sicurezza urbana, intesa non solo come assenza di reati, ma come condizione di benessere collettivo. In tale prospettiva, la partecipazione della comunità locale riveste un ruolo fondamentale.


L’evoluzione tecnologica, i mutamenti socio-economici e la globalizzazione dei mercati illegali influenzeranno in modo significativo la microcriminalità legata allo spaccio.

È prevedibile una crescente digitalizzazione delle modalità di vendita e una maggiore fluidità dei ruoli criminali.

La microcriminalità connessa allo spaccio di sostanze stupefacenti rappresenta un fenomeno complesso, che non può essere affrontato con strumenti semplicistici o unilaterali. Un approccio integrato, capace di coniugare repressione mirata, prevenzione sociale e politiche di inclusione, appare l’unica via percorribile per ridurre in modo duraturo l’impatto dello spaccio microcriminale sulle comunità.

Classe 1974, laureato in Scienze della Difesa e della Sicurezza con 110 e lode presso l'Università “Unitelematica Leonardo da Vinci”, con tesi avente titolo “Legittima difesa e legittima difesa domiciliare”. Durante il percorso professionale e di studi ho avuto la possibilità di approfondire differenti materie in ambito criminologico e delle scienze forensi partecipando a numerose attività di formazione, seminari e convegni. Da oltre 25 anni lavoro nel campo della sicurezza aziendale e personale svolgendo tutt’ora servizi di protezione a personaggi pubblici di spicco. Iscritto all'Associazione Italiana delle Professioni in qualità di Criminologo e Criminalista con n. identificativo 7876434838, Associazione Professionale progettata in linea con le normative europee ed internazionali ISO 9001, che ne garantisce qualità ed alti standard in organizzazione e amministrazione delle attività formative. Criminologo qualificato ai sensi della Legge N. 4/2013, presente nel Registro Nazionale dei Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza "AICIS" al n. 460. Dal 2024 svolgo, come libero professionista, attività di docenza per enti pubblici/privati e associazioni. Nel 2025 mi viene conferita la nomina di Referente Criminologo Nazionale dall'Associazione SQUAD SMPD ove svolgo attività di consulenza, formazione e pubblicistica nel campo della criminologia della sicurezza urbana.


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