Assalto al portavalori sulla Brindisi–Lecce: un’analisi criminologica e di sicurezza urbana (di Carlo Di Sansebastiano)
- dr. Di Sansebastiano Carlo

- 17 feb
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 18 feb

Lo scorso 9 febbraio un commando armato ha messo in scena un sofisticato assalto a un furgone portavalori lungo la strada statale 613 che collega Lecce a Brindisi, all’altezza di Tuturano, in Puglia. L’episodio, caratterizzato dall’uso di esplosivi, armi automatiche e una strategia di imboscata degna di un film d’azione, ha scosso l’opinione pubblica italiana e riacceso il dibattito sulla sicurezza urbana, l’organizzazione del crimine e l’efficacia dei dispositivi di sicurezza in un contesto in cui tali forme di aggressione sembrano in crescita. L’assalto non è stato solo un fatto di cronaca eclatante, ma rappresenta anche un caso emblematico per comprendere i limiti e le sfide attuali delle strategie di prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e violenta, nonché i rapporti tra fenomeni criminali e spazi urbani/infrastrutturali.
La strada statale 613 rappresenta un’arteria strategica per l’area Sud-Est della Puglia, collegando due importanti centri urbani come Lecce e Brindisi. Il traffico di merci, servizi e persone lungo questo asse è continuo, rendendo la superstrada un obiettivo logistico critico per la circolazione di capitali, beni e di riflesso, anche per le operazioni di criminalità organizzata. La zona di Tuturano, dove l’assalto è avvenuto, è alle porte dell’area metropolitana di Brindisi, in un contesto con una lunga storia di infiltrazioni criminali e traffici illeciti che spaziano dalla microcriminalità di strada alle organizzazioni più strutturate. Negli ultimi anni, episodi di rapine violente, furti su auto in transito e tensioni sociali hanno segnato il territorio, rendendo questo evento gravemente significativo dal punto di vista della sicurezza urbana. Alle prime ore della mattina del 9 febbraio 2026, un gruppo di almeno otto individui mascherati e con armi da fuoco moderne ha teso un’imboscata al furgone portavalori appartenente a una società di vigilanza privata (Gruppo Battistolli/BTV) in transito sulla statale.
Per costringere il veicolo blindato a fermarsi, i criminali hanno posizionato veicoli rubati di traverso alla carreggiata, creando una barriera stradale. Alcuni mezzi sono stati incendiati per creare un “muro di fuoco”, bloccando sia il traffico civile che le possibili vie di fuga. Alcuni membri dell’organizzazione utilizzavano veicoli con lampeggianti per simulare auto delle forze dell’ordine, tentando di confondere gli autisti e isolare la zona. Una volta bloccato il portavalori, gli assalitori avrebbero utilizzato esplosivi ad alto potenziale per far saltare le porte posteriori del veicolo blindato e accedere al compartimento con il denaro. Nel corso dell’azione è scoppiato un conflitto a fuoco con i Carabinieri intervenuti, che ha portato a un confronto armato e a spari rivolti anche alle forze dell’ordine. Nonostante la violenza della dinamica, fortunatamente non sono stati registrati feriti gravi tra le guardie giurate, i carabinieri e i civili presenti nei dintorni. Sebbene l’attacco sia apparso ben coordinato e condotto con armi e tattiche militari, le fonti investigative italiane e i media nazionali affermano che non è stato possibile sottrarre il denaro custodito nel portavalori, in parte grazie ai sistemi di sicurezza attivi del veicolo (come dispositivi di schiuma antifurto o allarmi interni) e all’arrivo tempestivo delle forze dell’ordine. Tuttavia, secondo alcune ricostruzioni, la cassaforte interna conteneva circa 5,9 milioni di euro in contanti. Le indagini hanno successivamente portato all’arresto di due sospetti, entrambi originari della provincia di Foggia, mentre altri membri del commando sono tuttora ricercati dalle forze dell’ordine italiane. L’assalto si inserisce in una tipologia di crimine particolarmente sofisticata e violenta, collocandosi tra quei casi di rapine altamente organizzate che non implicano soltanto un semplice reato di rapina aggravata ma l’uso di tattiche operative complesse, armi da guerra, esplosivi e simulazioni pericolose (es. falsi lampeggianti). Analizzare una simile operazione in chiave criminologica significa comprendere non solo come è stato compiuto il reato, ma perché una criminalità organizzata sempre più strutturata utilizzi questi assetti in un contesto urbano e sub-urbano.
Diversi elementi dell’assalto indicano che il gruppo criminale operante non fosse una semplice equipe improvvisata, l’uso di esplosivi calibrati e armi automatiche di grosso calibro suggerisce competenze tecniche superiori alle rapine comuni. La presenza di soggetti con esperienza militare o paramilitare è plausibile, visto il livello di coordinazione e la gestione del rischio su una arteria trafficata. L’impiego di veicoli con lampeggianti per simulare passaggi “istituzionali” indica pianificazione e preparazione logistico-operativa in loco. Questi elementi sono tipici di gruppi che si muovono con divisione dei ruoli e competenze specifiche, accomunabili a cellule criminali che integrano figure con competenze tattiche, logistiche e tecniche.

Ciò li rende più difficili da identificare, infiltrare o contrastare con metodi investigativi tradizionali. Il blocco della strada, l’incendio di veicoli e il fuoco su forze dell’ordine richiamano dinamiche proprie di una guerra urbana a bassa intensità piuttosto che di una tipica rapina coordinata. Queste tattiche mirano a creare disordine e caos, riducendo la possibilità di una risposta rapida e controllata da parte delle autorità. Impongono un campo di battaglia dove il controllo della scena diventa difficile senza un massiccio intervento di forze specializzate. Aumentano l’impatto mediatico e psicologico, sia verso la popolazione sia verso le istituzioni. Da una prospettiva criminologica, tali tattiche denotano una strategia di dominazione della scena, usata non solo per commettere il reato in sé ma anche per inviare un messaggio di potenziale intimidazione e forza. Questo è particolarmente rilevante in aree urbane o semi-urbane dove tali episodi possono generare paura generalizzata, amplificando l’effetto del singolo evento. Negli ultimi anni, in Italia si è osservata una crescita delle rapine a portavalori su grandi arterie stradali, spesso accomunate da uso di armi da guerra, attacchi coordinati, simulazioni di forze dell’ordine e fuga da strade secondarie e possibile collegamento con organizzazioni criminali strutturate su base territoriale (es. clan mafiosi o gruppi paramilitari interregionali) Questa evoluzione riflette un mutamento in atto nella criminalità organizzata, che oltre a traffici di stupefacenti e infiltrazioni economiche, punta a rapine ad alto rischio ma potenzialmente molto redditizie. Tali gruppi mostrano capacità di pianificazione di lungo periodo, conoscenze tecniche e un livello di preparazione che supera di gran lunga la rapina “tradizionale”. L’assalto al portavalori non riguarda soltanto la cronaca giudiziaria, ma ha impatti significativi sulla sicurezza urbana, sulla percezione sociale della sicurezza, e sulle strategie di policy contro la criminalità violenta. La sicurezza percepita è una componente fondamentale della sicurezza urbana. Anche se non ci sono state vittime civili, lo scenario di sparatorie, esplosioni e blocchi stradali può avere conseguenze durature sulla vita quotidiana dei cittadini. Le indagini hanno portato all’arresto di due sospetti in poco tempo, indicando un buon livello di coordinamento investigativo tra Carabinieri, DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) e reparti speciali come i “Cacciatori di Puglia”. Tuttavia, un episodio di questa natura evidenzia anche le vulnerabilità operative nell’intelligence preventiva, difficoltà nel controllare aree infrastrutturali aperte e molto trafficate e nella necessità di risorse specialistiche per contrastare gruppi armati pronti all’uso di tattiche militari. Il settore della vigilanza privata e del trasporto di valori richiede regolazioni stringenti. Un episodio come questo richiama l’urgenza di strategie integrate che non si limitino alla repressione immediata, ma includano una analisi territoriale dei fenomeni criminali per individuare aree di rischio, una cooperazione interistituzionale tra forze dell’ordine, magistratura, enti locali e agenzie di sicurezza privata, politiche di inclusione sociale e prevenzione primaria per ridurre l’adesione di individui a gruppi criminali strutturati e un uso controllato delle tecnologie di sorveglianza urbana, nel rispetto della legalità e dei diritti civili. Una valutazione rigorosa di un fenomeno criminale come gli assalti ai portavalori richiede non solo una ricostruzione degli eventi specifici, ma anche una lettura quantitativa delle tendenze nel tempo. In Italia, le rapine ai furgoni blindati che trasportano valori mobiliari — spesso ingenti somme di denaro — costituiscono un sotto-insieme della criminalità predatoria che, pur rappresentando una piccola quota dei reati complessivi, ha impatti economici diffusi, effetti simbolici importanti e implicazioni operative rilevanti per le forze dell’ordine. Secondo i dati raccolti dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI) nei suoi rapporti sulla criminalità predatoria, tra il 2013 e il 2022 in Italia si registrano in media circa 38 assalti ai portavalori, un numero che include non solo gli attacchi ai blindati in transito, ma anche rapine durante le fasi di carico/scarico e nelle vicinanze di caveau o centri logistici. Le oscillazioni annuali mostrano che il 2016 e il 2020 sono tra gli anni peggiori, con 45 e 44 episodi rispettivamente, nonostante il periodo di lockdown durante la pandemia. Dopo una diminuzione tra il 2019 e il 2021, il fenomeno è tornato a salire gradualmente nel 2022 e oltre, con indicatori di ripresa nel 2024–2025. Ciò indica una dinamica non lineare, ma complessa: una riduzione correlata a fattori strutturali (come la diminuita circolazione di denaro contante dopo la pandemia) seguita da una ripresa, probabilmente legata a nuove tecniche di criminalità organizzata e a fenomeni emergenti di aggressività operativa. I dati territoriali rivelano uno schema significativo della distribuzione degli assalti a portavalori in Italia.

Classe 1974, laureato in Scienze della Difesa e della Sicurezza con 110 e lode presso l'Università “Unitelematica Leonardo da Vinci”, con tesi avente titolo “Legittima difesa e legittima difesa domiciliare”. Durante il percorso professionale e di studi ho avuto la possibilità di approfondire differenti materie in ambito criminologico e delle scienze forensi partecipando a numerose attività di formazione, seminari e convegni. Da oltre 25 anni lavoro nel campo della sicurezza aziendale e personale svolgendo tutt’ora servizi di protezione a personaggi pubblici di spicco. Iscritto all'Associazione Italiana delle Professioni in qualità di Criminologo e Criminalista con n. identificativo 7876434838, Associazione Professionale progettata in linea con le normative europee ed internazionali ISO 9001, che ne garantisce qualità ed alti standard in organizzazione e amministrazione delle attività formative. Criminologo qualificato ai sensi della Legge N. 4/2013, presente nel Registro Nazionale dei Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza "AICIS" al n. 460. Dal 2024 svolgo, come libero professionista, attività di docenza per enti pubblici/privati e associazioni. Nel 2025 mi viene conferita la nomina di Referente Criminologo Nazionale dall'Associazione SQUAD SMPD ove svolgo attività di consulenza, formazione e pubblicistica nel campo della criminologia della sicurezza urbana.





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