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BARRIERE D’ACCIARIO E SOGNI D’ORO: Perche la sicurezza estrema sta bloccando la promessa di sviluppo in medioriente (di Angelo De Pascale)

Barriere d’acciaio e sogni d’oro


Cosa succede se la sicurezza diventa una gabbia? Lo stallo tra l’acciaio dell’Iron Wall e i sognid’oro del Piano Trump: l’analisi su come il controllo tecnologico blocchi lo sviluppo.

Sulla strada polverosa che da Gerico sale verso Gerusalemme, oggi il paesaggio è dominato da due visioni opposte. Da una parte ci sono le ruspe: giganti di ferro che scavano trincee e installano piloni d’acciaio carichi di telecamere termiche. È l’operazione “Iron Wall” (Muro di Ferro), il tentativo di sigillare ogni centimetro per ottenere una sicurezza totale.

Dall'altra, i cartelloni pubblicitari sbiaditi mostrano immagini di lussuosi centri tecnologici e zone industriali ad alta velocità: è il 'Piano Trump', la promessa di una pace costruita sugli affari e sugli investimenti miliardari. In mezzo a queste due immagini, la realtà è ferma. Non si muove un mattone dei nuovi centri commerciali e non si smonta un centimetro di filo spinato.

Perché il controllo fisico sta soffocando i grandi affari?

Per capire questo stallo bisogna guardare ai fatti. L’operazione Iron Wall si basa sull’idea di isolare fisicamente e digitalmente ogni potenziale minaccia (sicurezza preventiva). Contemporaneamente, la diplomazia di Washington spinge per la “Pace per la Prosperità”: l’idea che il benessere economico cancelli la voglia di combattere. Eppure, il meccanismo si è inceppato perché la sicurezza ha bisogno di chiusura, mentre l’economia ha bisogno di apertura.

Il laboratorio Gaza: dove tutto ha avuto inizio

Nulla di questo scenario è nuovo. Prima di arrivare tra le colline della Cisgiordania, l’Iron Wall è stato, ed è tuttora, un esperimento a cielo aperto a Gaza. La città è il laboratorio dove la tecnologia del muro è stata perfezionata: sensori sotterranei, droni costanti e barriere marine. Gaza è il prototipo di cosa succede quando la sicurezza diventa l’unico parametro di governo. Dimostra che puoi promettere tutto l’oro del mondo, ma se la logistica è sigillata, l’oro resta sulla carta e il cemento diventa l’unica realtà quotidiana.

Un’economia moderna ha bisogno di movimento. Ha bisogno di strade, camion e cavi che

collegano uffici. Iron Wall, invece, ragiona per compartimenti stagni. Ogni nuovo checkpoint

digitale, dove gli algoritmi analizzano i volti dei passanti, agisce come un freno a mano tirato. Un investitore internazionale difficilmente mette capitali in una fabbrica se sa che i suoi operai o le sue merci resteranno bloccati ore davanti a un sensore ogni mattina.

C’è poi un problema di fiducia. La “Pace Economica” presuppone che gli attori siano pronti a

scambiare l’ideologia con il benessere. Ma la storia ci insegna che quando la paura è alta, la

sicurezza vince sempre sul portafoglio. Washington guarda i grafici della crescita, i militari sul campo guardano le mappe dei tunnel. Sono due lingue diverse che nessuno, oggi, sa tradurre.

Il peso della tecnologia: protezione o gabbia digitale?

Oggi la guerra si combatte anche con i dati (guerra ibrida). L’Iron Wall non è solo cemento; è una rete invisibile di software. Questa tecnologia ha un “uso duale”: serve a proteggere, ma può anche controllare ogni aspetto della vita civile. Quando la sorveglianza diventa troppo invasiva, smette di essere uno strumento di sicurezza e diventa un ostacolo allo sviluppo. Chi aprirebbe una start-up dove ogni comunicazione può essere intercettata in nome della prevenzione?

Le analisi dei centri studi europei sottolineano che lo stallo è tra sistemi. Da un lato la “smart

border” (la frontiera intelligente), dall’altro la resistenza di chi vede in questa tecnologia un modo per rendere permanente un’occupazione. Questa sfiducia blocca i finanziamenti necessari, rendendo il Piano Trump una scatola vuota, priva del suo carburante: i capitali esteri.

Cosa vede l’Europa in questo caos?

L’Europa osserva con una frustrazione crescente. Per noi il Medioriente è il “cortile di casa”: se la regione brucia, le conseguenze arrivano sotto forma di crisi energetiche e flussi migratori. Il difetto del piano americano è la sua natura “dall’alto verso il basso”: è un progetto scritto a Washington per un luogo che risponde a logiche millenarie.

Paesi come l’Italia e la Francia puntano sulla “diplomazia delle infrastrutture”. L’idea è creare

legami energetici (tubi per il gas, cavi elettrici sottomarini) che rendano la cooperazione una

necessità oggettiva. Ma anche questa via è sbarrata dallo stallo. Finché non c’è accordo su chi controlla il terreno, nessuno poserà un cavo sul fondo del mare. Il rischio è che l’Europa resti un semplice spettatore pagante, indebolendo la tenuta stessa delle alleanze atlantiche.


Una chiave di lettura per il futuro

Lo stallo ci insegna che non si può comprare la pace senza risolvere la convivenza fisica.

L’economia è un motore potente, ma non parte se il terreno è fatto di trincee. La sicurezza, d’altra parte, diventa una prigione se non lascia spazio agli scambi.

Per capire cosa succederà, non ascoltate i tweet dei leader: guardate le ruspe. Finché si

costruiranno più muri che strade, la logica della chiusura starà vincendo su quella dell’opportunità.

La vera svolta arriverà solo quando qualcuno avrà il coraggio di trasformare una “mura di ferro” in un ponte, o quando un piano economico smetterà di essere un’immagine su un cartellone e diventerà un cantiere condiviso.


Analista Geopolitico @DePascaleAngelo:
Sono analista geopolitico con esperienza pluriennale maturata nell’intelligence istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Unità Operativa Informativa e, successivamente, in
amministrazioni centrali e territoriali. Lavoro su fonti aperte (OSINT) e fonti umane (HUMINT), leggo i segnali deboli e li trasformo in scenari e mappe di rischio utili a chi deve decidere, con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e alle aree MENA, Nord Africa e Balcani. Supporto pubbliche amministrazioni, think tank, imprese dei settori energia/logistica e redazioni nella
predisposizione di dossier Paese, country e risk assessment per catene di fornitura critiche, note di sintesi e briefing operativi. Ho seguito procedimenti complessi legati a programmi di finanziamento (come POR e PNRR), attività di compliance e rendicontazione, con un’attenzione costante alle minacce ibride e ai fenomeni di disinformazione. La mia formazione accademica comprende tre lauree universitarie in area giuridica e politico-sociale:
- Lettere (Università di Perugia); Scienze Politiche (Università di Camerino);
- Giurisprudenza (Università Sapienza, Roma), alle quali si affiancano percorsi di alta formazione specialistica:
- Diploma di analista geopolitico presso l’ISPI
– Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e
l’Advanced Certificate “Analista di Politica Internazionale” presso l’IAI - Istituto Affari
Internazionali. Questo percorso mi permette di integrare lettura strategica dei contesti internazionali, competenze giuridiche e conoscenza dei processi decisionali pubblici.
Pubblico con regolarità su LinkedIn e Substack: Mediterraneo allargato (con attenzione alla Libia), rapporti Russia–UE, Indo-Pacifico, Balcani, sicurezza europea, minacce ibride e disinformazione, catene del valore e nodi energetici.

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