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549 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Cacciamine italiani, quanti marinai e come sono equipaggiate le navi

    Gli equipaggi delle unità, comprese quella di scorta e quella di supporto logistico, sarebbero composti da oltre 400 nostri militari. E già nei giorni scorsi si sono già tenute nel Mediterraneo delle attività di addestramento Due cacciamine, il “Rimini” e il “Crotone”, scortati dal “Montecuccoli”, l’unità multiruolo da combattimento con sistemi di difesa aerea, e affiancati dall’ “Atlante”, la nave della classe Vulcano che da un sostegno a livello logistico. È questa la flotta italiana che in una ventina di giorni da La Spezia raggiungerà Gibuti, dove farà tappa nell’attesa di fare rotta verso le acque dello Stretto di Hormuz, una volta maturata una tregua tra Usa e Iran e ottenuto il via libera del parlamento. Secondo i calcoli, gli equipaggi sarebbero composti da oltre 400 nostri militari. E già nei giorni scorsi si sono già tenute nel Mediterraneo delle attività di addestramento. «Laddove scoppiasse la pace - ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto intervenuto con il responsabile della Farnesina Antonio Tajani mercoledì 13 maggio in audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa riunite - servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le unità delle nazioni alleate per raggiungere il Golfo. In via precauzionale stiamo predisponendo che due unità cacciamine si posizionino relativamente più vicine allo Stretto: inizialmente nel Mediterraneo orientale, successivamente nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e all’interno del quadro autorizzato missione Internazionale dell’Italia». CONTINUA SU: Cacciamine italiani, quanti marinai e come sono equipaggiate le navi - Il Sole 24 ORE

  • L'Anatomia dell'Ombra: Prospettive Criminologiche sui Culti Settari (dr. Luca Mercuri)

    Il fenomeno dei culti distruttivi e delle sette religiose rappresenta una delle sfide più complesse per la criminologia moderna. Non si tratta solo di una questione di libertà di culto, ma di un terreno dove la manipolazione psicologica si intreccia con reati che spaziano dalla frode all'abuso, fino a derive omicidiarie o suicide collettive. 1. Definizione e Dinamiche di Potere In ambito criminologico, una "setta distruttiva" non viene definita dal contenuto delle sue credenze, ma dal comportamento e dalla struttura organizzativa. Il modello prevalente è quello piramidale: Leader Carismatico: Un individuo (spesso con tratti narcisistici o psicopatici) che rivendica un’autorità assoluta e indiscutibile. Isolamento Sociale: La vittima viene allontanata sistematicamente da famiglia, amici e società "esterna", definita spesso come malvagia o contaminata. Controllo Totale: Viene esercitato sul tempo, sulle finanze e persino sui processi biologici (sonno, alimentazione) dei membri. 2. Le Tecniche di Manipolazione: Il "Lavaggio del Cervello" La criminologia clinica preferisce il termine persuasione coercitiva. Il processo di reclutamento e mantenimento segue generalmente tre fasi: 1. Love Bombing: La recluta viene sommersa di attenzioni, affetto e senso di appartenenza. Questo crea un forte debito emotivo verso il gruppo. 2. Svuotamento dell'Identità: Attraverso la privazione del sonno, sedute di "confessione" pubblica e critiche costanti, l'identità precedente viene demolita. 3. Riformulazione del Pensiero: Introduzione di un nuovo linguaggio e di una visione del mondo binaria (Noi vs Loro). 3. Tipologie di Reati Comuni Le sette possono diventare incubatori di diverse fenomenologie criminali: Tipologia di Reato Descrizione Reati Finanziari Estorsione, circonvenzione di incapace e spoliazione del patrimonio dei seguaci. Abusi Sessuali Spesso giustificati come "riti di purificazione" o prerogativa del leader. Maltrattamenti Punizioni fisiche e psicologiche per mantenere la disciplina. Omicidio/Suicidio Rituale Casi estremi (es. Jonestown, il Tempio del Popolo) dove la paranoia del leader porta all'annientamento del gruppo. 4. Il Profilo della Vittima Contrariamente al mito comune, le vittime non sono necessariamente persone "deboli" o poco istruite. La ricerca mostra che molti seguaci sono individui: In fasi di transizione esistenziale (lutto, fine di una relazione, perdita del lavoro). Dotati di un alto grado di idealismo. Alla ricerca di risposte semplificate a problemi complessi. 5. Profili d'Uscita e Difficoltà Giudiziarie Il "de-programmare" un ex membro è un processo lungo e doloroso. Dal punto di vista legale, perseguire i leader settari è estremamente difficile a causa della sottile linea tra libera scelta e coercizione psicologica. In Italia, l'abolizione del reato di plagio nel 1981 ha lasciato un vuoto normativo che rende complesso sanzionare la manipolazione mentale, a meno che non sfoci in reati violenti o economici manifesti. Articolo di: DIVENTA REFERENTE

  • Timbra il cartellino ma va a lavorare in Svizzera, denunciato un dipendente pubblico

    La Guardia di Finanza di Varese prosegue la sua azione nel contrasto agli illeciti nella pubblica amministrazione, con particolare attenzione ai fenomeni di assenteismo e alle condotte che comportano un indebito utilizzo di risorse pubbliche. I finanzieri della compagnia di Luino hanno individuato un dipendente di un Comune dell’Alto Varesotto che, pur risultando formalmente in servizio, svolgeva attività lavorativa in Svizzera. L’uomo, addetto alla manutenzione del verde pubblico, dopo aver regolarmente timbrato il cartellino, si allontanava sistematicamente dal luogo di lavoro per dedicarsi ad attività personali e, in più occasioni, per prestare servizio alle dipendenze di un’impresa con sede nel Canton Ticino. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Varese e sviluppatesi attraverso servizi di osservazione, appostamento e pedinamento, hanno consentito di documentare un comportamento reiterato e strutturato nel tempo: il dipendente raggiungeva il municipio a bordo di un mezzo dell’Ente per attestare la propria presenza, parcheggiava poco dopo il veicolo di servizio presso il magazzino comunale per poi allontanarsi con la propria autovettura e far perdere le proprie tracce anche oltreconfine. Il tutto mentre risultava formalmente al lavoro per la pubblica amministrazione. Determinante si è rivelato l’incrocio tra le immagini dei sistemi di videosorveglianza installati nei comuni limitrofi e i dati telefonici, che hanno permesso di ricostruire, con precisione, gli spostamenti del soggetto durante l’orario di lavoro. Il confronto con le timbrature ha così consentito di accertare, complessivamente, 18 episodi di assenza ingiustificata. L’attività di servizio ha dunque portato alla denuncia del dipendente infedele nei cui confronti l’autorità giudiziaria ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini preliminari per le ipotesi di reato di false attestazioni di presenza in servizio e di truffa ai danni dello Stato. Naturalmente il procedimento penale si trova nella fase delle indagini preliminari e la responsabilità dell’indagato sarà definitivamente accertata solo all’esito di una sentenza irrevocabile di condanna. L’operazione conferma l’impegno della Guardia di Finanza nel tutelare la legalità e il corretto funzionamento della pubblica amministrazione, contrastando comportamenti che minano la fiducia dei cittadini e arrecano un danno concreto alla collettività, sottraendo tempo, risorse e credibilità ai servizi pubblici. Timbra il cartellino ma va a lavorare in Svizzera, denunciato un dipendente pubblico

  • Iran, Taiwan, dazi, metalli rari: Trump in Cina alla corte di Xi Jinping: "Non vedo l’ora, straordinario leader rispettato da tutti"

    È arrivato il momento di quell’incontro-scontro atteso, anticipato, rimandato, rinviato per la guerra lanciata contro l’Iran da Israele e Stati Uniti: a Pechino, oggi, atterrerà il Presidente degli USA Donald Trump per una visita ufficiale di due giorni, la prima da nove anni a questa parte, l’ultimo a volare in Cina era stato proprio Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca. E se da una parte un leader insiste in azioni imprevedibili, dall’altra si conferma e si consolida una posizione che invece tende alla stabilità. Il vertice sarà teso non a superare rivalità strutturali ma a stabilizzare le relazioni tra i due Paesi, le due superpotenze più potenti e influenti nel mondo. Nove anni fa, nel suo primo viaggio da Presidente di Trump, vennero annunciati accordi commerciali per oltre 250 miliardi di dollari, anche se poi molti divennero soltanto lettere d’intenti. Poco dopo scattarono i dazi sulle merci cinesi per centinaia di miliardi di dollari e Pechino rispose con ritorsioni. “Non vedo l’ora di essere in Cina, un Paese straordinario, con un leader, il presidente Xi, rispettato da tutti. Accadranno grandi cose per entrambi i Paesi!”, ha scritto su Truth il Presidente degli Stati Uniti alla vigilia della partenza. Il programma prevede l’arrivo di Trump a Pechino mercoledì sera, la cerimonia si terrà il giorno dopo con una parata militare su Piazza Tienanmen seguita da una visita al Tempio del Cielo, a sud di Pechino, dove gli imperatori rafforzavano il concetto di Tian Dao, il Mandato del Cielo che legittimava il loro potere. Quando Trump visitò la Cina nel 2017, Xi Jinping aprì un’ala mai usata della Città Proibita. Nonostante i toni concilianti della vigilia, la sfiducia reciproca è elevatissima, specchio di una rivalità che si esprime in tutti i campi. Si parlerà sicuramente di guerra in Medio Oriente: gli USA sono arcinemico dell’Iran, con Israele hanno lanciato le operazioni militari a fine febbraio mentre la Cina è uno dei Paesi più vicini a Teheran, che verso Pechino esporta gran parte del suo petrolio. La Repubblica Popolare sta anche inviando armi e condividendo informazioni di intelligence con la Repubblica Islamica. Se Trump vuole un allontanamento o quantomeno una mediazione per chiudere il conflitto, Xi Jinping vorrebbe ridurre l’impegno politico e militare di Washington nei confronti di Taiwan che Pechino considera come parte del suo territorio. Appena pochi giorni fa un gruppo di senatori bipartisan ha chiesto in una lettera a Trump di notificare una vendita di armi americane a Taiwan per un valore di 14 miliardi di dollari. Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Guo Jiakun, si è opposto all’eventualità. Spazio anche per gli accordi commerciali, anche nel campo dell’intelligenza artificiale, come anticipato dal Wall Street Journal nei giorni scorsi: nella delegazione statunitense ci saranno anche Elon Musk di Tesla e SpaceX, Tim Cook di Apple, David Solomon, ceo di Goldman Sachs, Stephen Schwarzman di Blackstone, Larry Fink di BlackRock, Jane Fraser di Citigroup e Dina Powell McCormick di Meta. I funzionari della Casa Bianca hanno anche parlato della fondazione di un Board of Trade, un Consiglio del Commercio, che supervisionerà permanentemente importazioni ed esportazioni tra i due Paesi, secondo alcuni osservatori il tentativo di Washington di riuscire a stringere un accordo per l’acquisto di metalli rari, le terre sulle quali Pechino ha praticamente il monopolio della lavorazione. Il surplus commerciale per la Cina intanto ha raggiunto nel 2025 1.200 miliardi di dollari. Pechino invece vorrebbe che i dazi imposti dagli Stati Uniti venissero ridotti, che già oggi sono stati tagliati rispetto a un anno fa, e allo stesso tempo vorrebbe che il governo di Washington cancelli i divieti di vendita di prodotti e componenti di alta tecnologia al governo e ad altre società cinesi. Accordi riguarderanno i settori dell’aerospaziale, quelli agricolo ed energetico. Non è chiaro se Trump chiederà a Xi Jinping della vicenda di Jimmy Lai, attivista ed editore di 78 anni, è stato condannato a 20 anni di prigione lo scorso febbraio. Il Presidente USA ha già definito “non una priorità” il caso anche se secondo alcuni osservatori anche questo sarà sul tappeto. Iran, Taiwan, dazi, metalli rari: Trump in Cina alla corte di Xi Jinping: "Non vedo l’ora, straordinario leader rispettato da tutti"

  • Prato, difende la collega dalle molestie: accoltellato. Italiano di 23 anni in fin di vita, arrestati gli aggressori

    Un 23enne italiano è ricoverato in in fin di vita dopo essere stato accoltellato la notte scorsa in una strada di Prato, in piazza Mercatale, nel centro. Il giovane sarebbe stato colpito con diversi fendenti da due ragazzi, un italiano e un sudamericano, nel tentativo di difendere una sua collega molestata dagli aggressori. Accoltellato di notte L'accoltellamento è avvenuto verso le 1,20. Da quanto ricostruito il 23enne è andato in arresto cardiaco a causa delle emorragie ma i sanitari del 118 lo hanno rianimato sul posto e portato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale Santo Stefano, in codice rosso. La prognosi è riservata. Sulla vicenda indaga la squadra mobile della questura di Prato. La prima ricostruzione Secondo una prima ricostruzione, ancora al vaglio degli investigatori, il 23enne sarebbe appena uscito dal lavoro insieme a una collega quando due uomini avrebbero molestato la donna, tentando anche di rapinarla. Il giovane sarebbe intervenuto per difenderla, dando origine a una colluttazione culminata con l’accoltellamento. Gli agenti delle volanti intervenuti sul posto hanno fermato due persone sospettate di essere coinvolte nell’aggressione: si tratterebbe di un italiano e di un sudamericano. Le forze dell’ordine mantengono però il massimo riserbo sull’indagine, mentre proseguono gli accertamenti per chiarire l’esatta dinamica dei fatti e le responsabilità dei fermati. Determinanti potrebbero rivelarsi le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona e le testimonianze delle persone che si trovavano nei locali ancora aperti attorno alla piazza al momento dell’aggressione. Prato, difende la collega dalle molestie: accoltellato. Italiano di 23 anni in fin di vita, arrestati gli aggressori

  • NEGOZIAZIONE OPERATIVA: In contesto critico e ostile ( Riservato a Forze Polizia e Militari)

    Nel settore Security e nelle attività quotidiane di Servizio degli operatori delle Forze di Polizia e di Pubblica Sicurezza la fase di negoziazione investe, anche inconsapevolmente ed in maniera trasversale, quasi ogni fase e aspetto della «vita» in tali ambiti. La materia in esame assume maggior rilievo ed utilità, nelle organizzazioni Statali o Private che si occupano a tempo pieno della salvaguardia di vite umane, del contrasto al crimine e della prevenzione dei reati, come del rischio o delle minacce a incolumità fisica o sicurezza sociale. Se è vero che ormai le Forze di Polizia statali si sono dotate di team altamente specializzati nella negoziazione per particolari interventi e situazioni ad alto rischio, è altrettanto un fatto che la maggioranza degli operatori delle Forze dell’Ordine o delle Forze Militari applichino, anche inconsciamente, criteri e tecniche di negoziazione in molte situazioni o contesti operativi a basso- medio o alto rischio ogni giorno. A questi operatori e a coloro che desiderano accrescere la loro preparazione tecnico-operativa assumendo cognizioni e tecniche anche in questa affascinante direi e utilissima materia, è rivolto questo corso. Durata: 8 ore Modalità: E-LEARNING Canale collegamento: MEET Quota: € 100 STANTARD, € 85 PARTNERS, €75 Soci SQUAD Argomenti Formativi: Fondamenti e strategia operativa; Comunicazione in contesto di rischio operativo; Gestione e de-escalation in contesti a rischio medio-alto; Vittimologia Relatori: dott. Francesco Triggiani Primo Dirigente Polizia di Stato a r. dott.ssa Barbara Lopez Criminal Profiler e Intelligence Specialist Conseguimento: Attestato partecipazione; Iscrizione e partecipazione email: squadformazione@gmail.com whatsapp 3885845873

  • INNOCENTI PER SENTENZA: Da Tortora A Stasi, Quando La Giustizia Chiede Revisione (dr.ssa Mariana Berardinetti)

    Il mattino del 17 giugno 1983, i carabinieri bussarono alla porta di una stanza dell’Hotel Plaza di Roma. L’ordinanza di custodia cautelare era stata emessa dal giudice istruttore Giorgio Fontana su richiesta della Procura di Napoli. Chi aprì quella porta era Enzo Tortora, il volto più amato della televisione italiana, il conduttore di Portobello. Le accuse erano tra le più gravi previste dall’ordinamento: traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico, nell’ambito del maxiblitz contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. L’impianto accusatorio poggiava su una base fragilissima. Le accuse provenivano da due pentiti, Pasquale Barra detto ‘o animale e Giovanni Pandico detto ‘o pazzo, i cui profili criminali e psichiatrici rendevano già di per sé problematica qualsiasi valutazione della loro attendibilità. La cartella clinica di Pandico, riportata dagli atti processuali, lo descriveva come soggetto paranoico, con una marcata mania di protagonismo, che aveva trascorso periodi nel manicomio giudiziario di Aversa. L’unico elemento oggettivo era un’agendina trovata a casa di un camorrista, nella quale gli inquirenti avevano letto il nome di Tortora: una perizia calligrafica dimostrò in seguito che il nome annotato era in realtà quello di un certo Tortona, venditore di bibite del casertano. Non furono mai disposti controlli bancari né intercettazioni telefoniche. Nonostante questo, il meccanismo giudiziario non si fermò. La legge sui terroristi che veniva applicata anche ai pentiti era stata varata appena l’anno prima, nel 1982, e i magistrati non avevano ancora sviluppato strumenti adeguati per verificare criticamente le dichiarazioni accusatorie.Le testimonianze si moltiplicarono: alla fine, l’accusa si fondava su diciannove deposizioni di collaboratori di giustizia, spesso contraddittorie, in un processo in cui, come emerse successivamente, chi cominciava a collaborare veniva trasferito in condizioni di detenzione nettamente migliori, tanto che alcuni chiamavano quella caserma dei carabinieri “hotel”. Un sistema di incentivi che avvelenava alla radice la qualità della prova. Tortora trascorse sette mesi in regime di carcerazione preventiva, seguiti da altri sei di arresti domiciliari. Nel 1985, dopo sessantasette udienze, arrivò la condanna: dieci anni di reclusione. Nel frattempo, candidato dal Partito Radicale, era stato eletto al Parlamento Europeo — una scelta politica che trasformò la sua vicenda personale in una questione di sistema, portando il tema della malagiustizia dentro le istituzioni. Dopo la condanna si dimise, rinunciando all’immunità parlamentare. La svolta arrivò in appello. Il 15 settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli, quinta sezione penale, presieduta dal giudice Antonio Rocco, assolse Tortora con formula piena. Le motivazioni, depositate il 17 dicembre, smontarono sistematicamente ogni pilastro dell’accusa: le dichiarazioni dei pentiti erano state rese al solo scopo di ottenere sconti di pena o per ritagliarsi visibilità sfruttando il clamore mediatico del caso. Nel 1987 la Corte di Cassazione confermò definitivamente l’assoluzione totale. Tortora morì l’anno successivo, il 18 maggio 1988, stroncato da una malattia che molti attribuirono anche al logoramento di quegli anni. Il caso Tortora non percorse tecnicamente la strada del giudizio di revisione — la sua riabilitazione avvenne attraverso i gradi ordinari di impugnazione, appello e Cassazione. Tuttavia esso rimane il riferimento storico più potente per comprendere perché il legislatore italiano abbia costruito, nel codice di procedura penale del 1988, un rimedio straordinario pensato proprio per situazioni simili: il giudizio di revisione, disciplinato dagli artt. 629 e seguenti c.p.p. La revisione del processo è un’impugnazione straordinaria avverso sentenze di condanna già passate in giudicato, esperibile anche quando la pena sia già stata interamente espiata. La sua ratio è chiara: non è ammissibile che una condanna definitiva resista all’emergere di elementi che dimostrino l’innocenza del condannato. La straordinarietà dell’istituto risiede proprio nella possibilità di aggredire il giudicato senza limiti di tempo, a differenza delle impugnazioni ordinarie come l’appello e il ricorso in Cassazione. I casi in cui la revisione può essere richiesta sono tassativi e indicati dall’art. 630 c.p.p. La norma individua quattro ipotesi: l’inconciliabilità dei fatti posti a fondamento della condanna con quelli accertati in un’altra sentenza penale irrevocabile; la revoca sopravvenuta di una sentenza civile o amministrativa pregiudiziale su cui si fondava la condanna; la sopravvenienza o la scoperta di nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrino che il condannato debba essere prosciolto; infine, la prova che la condanna fu pronunciata in conseguenza di falsità in atti o in giudizio. Nel caso Tortora, applicando retroattivamente questa logica, è evidente quale sarebbe stato il percorso: la successiva dimostrazione della falsità delle dichiarazioni dei pentiti rientrerebbe nell’ipotesi sub d), la prova cioè che la condanna derivò da un fatto penalmente rilevante commesso da terzi. E il crollo della prova-regina dell’agenda — smentita dalla perizia calligrafica — avrebbe integrato pienamente la categoria delle prove nuove decisive. La revisione, in definitiva, è la risposta che l’ordinamento offre a una domanda scomoda: cosa accade quando il sistema sbaglia? Non è una critica alla giurisdizione, ma il suo contrario — è la prova che uno Stato di diritto è in grado di correggersi. Il suo volto ammanettato, quelle immagini del mattino del 17 giugno 1983, rimangono il simbolo più eloquente di quanto possa costare, in termini umani, un errore che il sistema fa fatica ad ammettere. Ma il caso Tortora non è un episodio isolato: è il punto di partenza di una ferita che non si è mai chiusa. I numeri lo confermano con brutale chiarezza. Dal 1991 al 31 ottobre 2025, i casi complessivi di errori giudiziari e ingiuste detenzioni in Italia hanno raggiunto quota 32.484, con una media di oltre 928 l’anno, per una spesa complessiva tra indennizzi e risarcimenti superiore al miliardo di euro. Dietro ogni cifra c’è una vita interrotta, una reputazione distrutta, anni che non tornano. Tra i casi più recenti e gravi spicca quello di Beniamino Zuncheddu. Pastore sardo accusato della strage di Sinnai del 1991, fu condannato all’ergastolo sulla base del riconoscimento di un unico superstite a cui era stata mostrata in anticipo una sua fotografia un’evidente contaminazione della prova. Trascorse trentadue anni in carcere prima che la Corte d’Appello di Roma, nel gennaio 2024, lo assolvesse con formula piena grazie alla ritrattazione del testimone e a nuove indagini. È il caso di ingiusta detenzione più lungo mai riconosciuto in Italia. Sul fronte dei processi aperti alla revisione, due casi tengono banco in questo momento. Il primo riguarda la strage di Erba: nel marzo 2023 l’ex sostituto procuratore generale milanese Cuno Tarfusser ha presentato formale richiesta di revisione per Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo nel 2008. La richiesta si è scontrata con le difficoltà tipiche dell’istituto, che si rivela nella prassi un percorso a ostacoli, con tempi lunghissimi. Il secondo, e più recente, riguarda il caso Garlasco. Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2015 a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi e oggi in regime di semilibertà, si avvicina concretamente alla possibilità di una revisione. Le nuove indagini della Procura di Pavia, che ha ricostruito una diversa dinamica del delitto attribuendola ad Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, hanno spinto la difesa di Stasi ad annunciare la presentazione di una richiesta di revisione alla Corte d’Appello di Brescia. L’eventuale istanza potrà essere avanzata dalla Procura generale di Milano o dalla difesa del condannato, e la Procuratrice generale Francesca Nanni ha già chiarito che non sarà uno studio né veloce né facile. Il punto giuridico è preciso: non basta una nuova indagine su Sempio, servono prove capaci di incrinare almeno alcuni dei sette elementi gravi, precisi e concordanti sui quali la Cassazione, nel 2015, costruì la condanna definitiva. Le revisioni che arrivano alla Corte di Cassazione sono state 199 nel 2023 e 169 nel 2024 — una quota inferiore allo 0,5 per cento del totale dei processi: un dato che misura quanto sia ancora difficile percorrere questa strada. La revisione esiste per questo: perché la verità, anche quando arriva tardi, deve poter avere una porta aperta. Articolo di: Segui anche: DIVENTA REFERENTE

  • Ilario Esposito: il caso della guardia giurata licenziata dell'ATM per aver difeso le donne arriva in Parlamento.

    Vigilante licenziato dopo aver estratto la pistola in metro: esplode la polemica a Milano Il caso della guardia giurata ATM, licenziata per aver estratto l'arma di ordinanza durante il servizio, continua a dividere l'opinione pubblica. Se da un lato il vigilante – in servizio da tre anni – sostiene di aver agito per difendere alcune ragazze molestate da un gruppo di giovani aggressivi, l'azienda ha optato per il licenziamento per giusta causa, ravvisando una violazione dei protocolli. Secondo quanto dichiarato dalla deputata di Fratelli d’Italia, Grazia Di Maggio, l'azienda contesterebbe l'uso dell'arma per intimare ai ragazzi (che brandivano bottiglie con fare minaccioso) di scendere dal vagone. "Chiediamo al Ministro dell’Interno di fare chiarezza su quanto avvenuto", ha affermato la parlamentare in una nota ufficiale. Nel frattempo, la solidarietà dei cittadini si è tradotta in una petizione online per chiedere il reintegro dell'uomo, ora privo della sua unica fonte di reddito. Nel testo della raccolta firme si legge: "Ilario ha agito con coraggio e professionalità senza ferire nessuno. Punirlo significa lanciare un segnale pericoloso a chi lavora per la nostra sicurezza, suggerendo che difendere i cittadini possa portare a sanzioni anziché a riconoscimenti." LA SQUAD ESPRIME SOLIDARIETA' E VICINANZA A ILARIO ESPOSITO ISCRIVITI AL CORSO

  • Attenzione alle truffe: contratti di vigilanza privata a nome del Comune, l’Amministrazione smentisce

    Il Comune di Reggio Emilia smentisce qualsiasi accordo con agenzie di vigilanza privata dopo le segnalazioni arrivate soprattutto dal quartiere Orologio, dove alcuni cittadini, in particolare anziani, sarebbero stati indotti a firmare contratti attraverso comunicazioni ritenute fuorvianti. L’Amministrazione invita chi ha sottoscritto contratti sulla base di presunti accordi con l’ente a rivolgersi subito agli sportelli antitruffa per verifiche e possibile recesso Il Comune di Reggio Emilia segnala che non ha autorizzato alcuna agenzia di vigilanza privata a contattare i cittadini per proporre contratti in nome o per conto di presunti accordi presi con l’Amministrazione. Il Comune non ha conferito alcun incarico, non patrocina e nemmeno promuove in alcun modo servizi di protezione privata. Alcuni tentativi di ottenere contratti in modo fuorviante sono stati registrati nei giorni scosi soprattutto nel quartiere Orologio dopo un incontro che Comune e Polizia locale di Reggio Emilia hanno organizzato per spiegare il lavoro dei Gruppi di controllo di comunità. Utilizzando una comunicazione fuorviante, tale servizio di sicurezza, ha indotto alcuni cittadini, in particolare persone anziane, a sottoscrivere contratti di vigilanza privata sulla base di presupposti giuridici infondati. Per tal motivo l’Amministrazione comunale invita tutti coloro che avessero sottoscritto un simile contratto a rivolgersi immediatamente allo sportello antitruffa in grado di offrire assistenza gratuita per la verifica dei contratti e per l’eventuale recesso dagli stessi. Da quest’anno, gli sportelli antitruffa hanno incrementato presenza sul territorio grazie alla collaborazione con Cgil, Cisl e Uil e alle rispettive associazioni dei consumatori Federconsumatori, Adiconsum e Adoc. Gli sportelli forniranno assistenza e, ove necessario, indirizzeranno l’utente ai servizi di supporto psicologico. In particolare, giovedì 14 maggio dalle 15 alle 18, grazie alla collaborazione con l’Ordine degli Avvocati, presso lo Sportello regionale per le vittime di reati (Ervis victim support) che si trova all’interno dello spazio di ascolto “Punto Comune” di via Turri 25a, due avvocati potranno incontrare i cittadini e indicargli delle soluzioni concrete per risolvere, tra gli altri casi, tale problematica. Per potere incontrare gli avvocati già questo giovedì, è possibile prenotare un appuntamento scrivendo a sportelloervis@comune.re.it Lo sportello mette a disposizione uno spazio dedicato all’ascolto e al dialogo, gestito da personale specializzato, rivolto a chiunque si senta vittima di un reato offendo competenze formate da una rete di operatori del settore tra cui: forze di polizia, avvocati, psicologi e altri soggetti qualificati che quotidianamente supportano le vittime di reato. Si tratta di un servizio completamente gratuito (su appuntamento) destinato alle vittime di qualsiasi tipologia di reato, che offre accoglienza, informazioni, orientamento e sostegno nelle decisioni conseguenti al reato subito, nonché nell’interazione con i servizi presenti sul territorio. Attenzione alle truffe: contratti di vigilanza privata a nome del Comune, l’Amministrazione smentisce - Stampa Reggiana

  • Francesco Dolci: la villa ‘isolata’ dal nastro, l’investigatore privato e la tappa in caserma. Il suo avvocato: “Contro di lui caccia alle streghe”

    Sant’Omobono Terme. Fino a pochi giorni fa era un viavai di troupe, microfoni puntati e fari accesi. Mercoledì pomeriggio, la villa adagiata sui pendii è avvolta da un silenzio innaturale. Un nastro bianco e rosso ne delimita l’accesso, un cartello essenziale – “proprietà privata” – respinge gli sguardi diventati all’improvviso troppo insistenti. È un dettaglio, certo. Ma sufficiente a far pensare che qualcosa attorno a Francesco Dolci stia cambiando. Forse. Di certo, le ultime indiscrezioni rendono ancor più ambigua la sua posizione nella vicenda di Pamela Genini, la cui bara è stata violata e la testa asportata. Secondo quanto emerso, sarebbe proprio Dolci (“all’80-90%”, trapela da fonti investigative) l’uomo ripreso dalle telecamere di sorveglianza all’esterno del camposanto tra il 16 e il 18 marzo, nei giorni in cui il cimitero era chiuso per estumulazioni. Le immagini non provano alcun legame diretto con la profanazione. Lo collocano soltanto – ed è un elemento che per forza suscita interrogativi – in orario notturno, a pochi passi dal luogo dello scempio. Secondo gli investigatori, però, il vilipendio risalirebbe a mesi prima: tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, subito dopo i funerali della ragazza. Due linee temporali che si sfiorano senza combaciare, offuscando ulteriormente il confine tra dubbio e certezza. “Nei confronti di Francesco si è scatenata una vera e propria caccia alle streghe – si limita a commentare l’avvocato Eleonora Prandi, raggiunta dopo innumerevoli tentativi -. Siamo sereni, non aggiungo altro”. La stessa legale, mercoledì mattina si è presentata in procura a Bergamo. Avrebbe consegnato alcuni documenti (non si sbilancia, ma dovrebbe essere il memoriale annunciato qualche giorno fa dal suo assistito). Nel pomeriggio, invece, Dolci si è recato in caserma ad Almenno San Bartolomeo, dove si è trattenuto all’incirca un’ora. Ad attenderlo i soliti giornalisti, ai quali non ha rilasciato dichiarazioni. Cosa ci faceva lì? Querele, fa intendere lui. Questa volta nei confronti della stampa, non di misteriosi aggressori. Sarà davvero così? Nel frattempo Dolci si è rivolto all’investigatore privato Ezio Denti, già consulente nel caso Bossetti. Contattato, il detective conferma un primo approccio, precisando che nulla è stato ancora formalizzato. “Prima – dice – voglio vederci chiaro”. Auguri, verrebbe da dire. Poi, azzarda un’ipotesi tutta sua: “Di notte in quel posto c’è troppo silenzio per non sentire nulla di strano. Chi ha compiuto un gesto simile potrebbe aver agito benissimo da solo, in pieno giorno, approfittando della chiusura del cimitero per lavori”. Il 16, 17 e 18 marzo, i giorni delle estumulazioni. Giorni che coincidono con la presenza dell’uomo ripreso dalle telecamere. Anche se, per gli inquirenti, quella finestra temporale non è quella in cui si è consumata la profanazione. Dunque… Sarà una “caccia alle streghe”, ma Francesco Dolci si espone molto, calamitando dubbi e ombre. Allo stato, però, non è nemmeno indagato. La madre di Pamela lo definisce “ossessionato” dalla figlia, le amiche della ragazza dicono che a rubare la testa è stato qualcuno che non è stato capace di gestire il distacco da lei. Lui si difende: parla dei presunti “brutti giri” in cui era finita Pamela, di un’organizzazione criminale che l’avrebbe sfruttata per riciclare denaro. Di questo non c’è prova. Sembra invece confermata l’esistenza di alcune cassette di sicurezza nella disponibilità di Pamela, con cifre piuttosto importanti all’interno. Qual è l’origine di questi soldi?. Hanno un ruolo nella vicenda? Quel che è certo è che tra immagini sfocate, dichiarazioni a metà e ipotesi che si accavallano, il giallo resta sospeso. Teorie, supposizioni, ricostruzioni si intrecciano senza trovare un punto fermo. Una vicenda che, più la si racconta, più sembra sottrarsi a ogni tentativo di chiarezza. Per adesso. fonte Francesco Dolci: la villa 'isolata' dal nastro, l'investigatore privato e la tappa in caserma. Il suo avvocato: "Contro di lui caccia alle streghe" - BergamoNews ISCRIVITI AL CORSO:

  • Si è tolto la vita l’ex poliziotto coinvolto nei fatti della Uno Bianca, diede supporto ai fratelli Savi

    L’ex agente di polizia era stato coinvolto nelle indagini sulla banda della Uno Bianca. Viveva da anni in Friuli dopo il percorso di reinserimento -- Pietro Gugliotta, ex agente di polizia e gregario della banda della Uno Bianca, si è tolto la vita a gennaio nella sua casa a Colle d'Arba, in provincia di Pordenone. Aveva 65 anni. La notizia, riportata da La Repubblica e dal Corriere della Sera e ripresa dall'Ansa emerge a pochi giorni dall'intervista televisiva a Belve Crime di Roberto Savi. Gugliotta, nato a Catania nel 1960, era stato arrestato il 25 novembre 1994, quando era in servizio alla centrale operativa della questura di Bologna. Uno Bianca, Roberto Savi parla dopo 32 anni. Il sindaco Sadegholvaad: "Offese alle vittime e alla verità" Condannato a vent'anni per rapine nel Riminese e per il supporto logistico ai fratelli Savi - non per gli omicidi - era uscito dal carcere della Dozza nel luglio 2008 dopo quattordici anni. Si era poi costruito una nuova vita in Friuli, dove viveva con la seconda moglie, lavorando in una cooperativa di reinserimento degli ex detenuti fino alla pensione, un anno fa. Leggi le notizie di RiminiToday su WhatsApp: iscriviti al canale Non avrebbe lasciato nessun biglietto e, a quanto riportato dai quotidiani, non sarebbero emersi segnali che avrebbero lasciato presagire un gesto simile. La notizia del suicidio non era trapelata fino a ora. A seguito della morte, nell'abitazione di Gugliotta era giunta la polizia scientifica. Abbonati alla sezione di inchieste Dossier di RiminiToday L'uomo, viene sottolineato ancora, sapeva della nuova indagine aperta dalla Procura di Bologna sui crimini della banda - che fece 24 morti e oltre 100 feriti - e aveva accennato alla possibilità di essere convocato dai magistrati, ma nessuna citazione formale era arrivata né a lui né al suo legale. -- Si è tolto la vita l’ex poliziotto coinvolto nei fatti della Uno Bianca, diede supporto ai fratelli Savi https://www.riminitoday.it/cronaca/ex-poliziotto-uno-bianca-suicidio-friuli.html © RiminiToday

  • Tentata truffa in un negozio di via Schiapparelli a Cuneo: decisivo l’intervento di una guardia giurata fuori servizio

    Due persone fermate e identificate dalla Polizia di Stato. La titolare dell’attività invita i commercianti a mantenere alta l’attenzione Fatto di cronaca sabato scorso, 9 maggio in via Schiapparelli, a Cuneo, dove è stata sventata una tentata truffa ai danni di un esercizio commerciale grazie al pronto intervento di una guardia giurata della Telecontrol, libera dal servizio al momento dei fatti. Secondo quanto ricostruito, l’addetto alla sicurezza, accortosi della situazione sospetta, è intervenuto tempestivamente riuscendo a bloccare l’azione dei due soggetti coinvolti fino all’arrivo della Polizia, intervenuta in pochi minuti sul posto. Gli agenti hanno quindi fermato e identificato le due persone, successivamente portate in Questura per ulteriori accertamenti e controlli approfonditi. La titolare dell’attività commerciale ha espresso riconoscenza sia nei confronti della guardia giurata della Telecontrol, sottolineandone la prontezza e il senso civico dimostrati, sia verso la Polizia per la rapidità e la professionalità dell’intervento. Attraverso l’episodio, la commerciante ha inoltre voluto lanciare un messaggio di attenzione rivolto a tutti gli esercenti della città, invitandoli a mantenere alta la guardia di fronte a possibili tentativi di truffa o situazioni sospette. Tentata truffa in un negozio di via Schiapparelli a Cuneo: decisivo l’intervento di una guardia giurata fuori servizio - Targatocn.it ISCRIVITI AL CORSO

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