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- Sorelline scomparse, tracce su tre telefonini sospetti (uno di un familiare). Quelle frasi come "codici" nei biglietti
Tre numeri di telefono nel mirino degli inquirenti. Due risultano inattivi da circa 72 ore, ma avrebbero agganciato la rete per almeno quattro giorni dopo la scomparsa di Alisya e Sarah, le due sorelle di 16 e 12 anni originarie di Minturno, sparite nella notte tra sabato 6 e domenica 7 giugno dalla comunità “Ofh Hope” di Civitella Alfedena. Le ragazze avrebbero con sé almeno due dispositivi, uno dei quali risulta intestato a un familiare. Il segnale, inizialmente localizzato nell’area del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si sarebbe interrotto intorno a mercoledì. LA TASK-FORCE Da quel momento le ricerche si sono concentrate in maniera sempre più stringente nell’area protetta montana. Le operazioni si estendono ai rifugi in quota, ma anche a casolari isolati, grotte e abitazioni disabitate. Battuto anche il cimitero di Civitella Alfedena. Ieri è intervenuta una task force imponente. Circa 50 uomini tra vigili del fuoco, soccorso alpino e speleologico, protezione civile e volontari. In campo anche gli specialisti del soccorso alpino della Guardia di finanza di Roccaraso con unità cinofile, gli stessi intervenuti nella tragedia di Rigopiano e in altri scenari. I finanzieri hanno battuto diverse aree, tra cui la Valle Jannanghera e la zona della Camosciara, partendo da un sentiero sopra Santa Lucia, nella parte alta dell’esercizio commerciale dove le due minori sono state riprese dalle telecamere di videosorveglianza per l’ultima volta. In quei frame erano da sole, ma a poca distanza venivano osservate dagli educatori che poi le hanno riaccompagnate nella struttura intorno alle 23. Alle 2 di notte, Alisya chiede un farmaco per il mal di pancia. Poi la scomparsa, portando via abiti, scarpe, trucchi e uno zainetto. I vigili del fuoco, con l’ausilio dei droni, hanno perlustrato anche l’area della diga del lago di Barrea. Le operazioni sono state sospese nel tardo pomeriggio di ieri a causa della pioggia. LE PISTE La Procura di Sulmona ha aperto un fascicolo per sottrazione di minori contro ignoti e per abbandono di minori nei confronti dei responsabili della casa famiglia di Civitella Alfedena. Le indagini, affidate ai carabinieri della compagnia di Castel di Sangro, si concentrano sul possibile coinvolgimento di persone conosciute dalle ragazze o appartenenti alla loro sfera relazionale e familiare. «Si parla di fuga organizzata, ma a noi le ragazze non hanno mai dato segnali in tal senso. Se sono fuggite, non da sole», afferma Maurizio Volpini, presidente della cooperativa che gestisce la struttura. Con decreto del Tribunale di Cassino del 28 maggio era stata dichiarata la decadenza della responsabilità genitoriale della madre, Valentina D’Acunto. Le ragazze avrebbero dovuto tornare a vivere con il padre, Stefano Di Giacinto, ex militare dell’Esercito, che aveva riacquistato la responsabilità genitoriale avviando un percorso di riavvicinamento alle figlie, destinato però a concretizzarsi nell’arco di due anni. Le minori sarebbero venute a conoscenza del provvedimento proprio nei giorni precedenti alla scomparsa. Un elemento che gli investigatori stanno ricostruendo, insieme ai biglietti trovati nella camera delle ragazze con frasi descritte come “codici” e alle immagini di diverse automobili riprese dalle telecamere comunali ai due ingressi di Civitella Alfedena. Tutte le restano aperte, dall’allontanamento volontario a un possibile rapimento, fino a scenari più gravi che al momento non vengono esclusi. Si indaga anche su una possibile “rete di protezione” forse non italiana, legata a persone di cui le due minori si fidavano, che potrebbero avere offerto copertura e alloggi. Sarah è affetta da celiachia, come affermato dal difensore della madre Enrico Mastantuono. Gli investigatori hanno effettuato sopralluoghi in negozi per verificare se le minori, o altre persone nei giorni precedenti, avessero acquistato prodotti senza glutine. Sorelline scomparse, tracce su tre telefonini sospetti (uno di un familiare). Quelle frasi come "codici" nei biglietti
- Marco Noviello, carabiniere di 26 anni trovato morto dai colleghi nel garage della caserma: i drammatici tentativi di soccorso
Carabiniere trovato morto nel garage della caserma. Una tragica fatalità ha voluto che i colleghi scoprissero del suo malore troppo tardi, quando ormai i tentativi per strapparlo alla morte sono stati vani. E ora la città di Cava de Tirreni attende l'arrivo della salma di Marco Noviello, 26enne carabiniere in forza alla all'arma di Clusone (Bergamo) colpito da un malore mentre si trovava nel garage della caserma. I funerali dovrebbero essere fissati nella giornata di domani. Il malore fatale in caserma Il carabiniere Marco Noviello si è sentito male all'improvviso nella tarda mattinata di sabato scorso: i colleghi l'hanno trovato privo di sensi nel garage della caserma, ai piedi dell'auto di servizio. È stato rianimato sul posto, anche con l'aiuto del defibrillatore in dotazione, poi trasportato al vicino campo sportivo dove era già atterrato l'elicottero: infine il trasferimento in codice rosso al Papa Giovanni, dove poi è morto ieri, lunedì 15 giugno. Il ricordo del comandante Commosso il ricordo di Marco Noviello da parte di Maurizio Guadalupi, comandante della compagnia dei carabinieri di Clusone: «La sua improvvisa scomparsa lascia un vuoto immenso nell'Arma e nella nostra comunità. Marco era un giovane militare serio, disponibile, generoso e profondamente legato al senso del dovere. Il suo sorriso e il suo esempio continueranno a vivere nel ricordo dei colleghi e di tutti coloro che credono nei valori dell'Arma dei carabinieri». Il dolore del sindaco Stamattina il sindaco di Cava de' Tirreni, Raffaele Giordano ha voluto esprimere la vicinanza alla famiglia: "A nome mio personale, dell’Amministrazione comunale e dell’intera comunità di Cava de’ Tirreni, esprimo profondo cordoglio per la prematura scomparsa di Marco Noviello. La notizia della sua morte ci addolora profondamente e colpisce tutta la nostra città. Marco era un servitore dello Stato, un ragazzo che aveva scelto di indossare la divisa dell’Arma dei Carabinieri con senso del dovere, dedizione e spirito di servizio. In questo momento di immenso dolore, ci stringiamo con affetto alla sua famiglia, alla sua compagna, ai suoi colleghi dell’Arma e a quanti lo hanno conosciuto, stimato e amato. Cava de’ Tirreni piange un suo giovane figlio e ne custodirà il ricordo con rispetto e gratitudine. Marco Noviello, carabiniere di 26 anni trovato morto dai colleghi nel garage della caserma: i drammatici tentativi di soccorso
- Maltrattamenti alla madre, Riccardo Bossi condannato anche in appello
(ANSA) - MILANO, 16 GIU - La Corte d'appello di Milano ha confermato la sentenza di condanna del Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi per maltrattamenti nei confronti della madre per Riccardo Bossi, primogenito del 'senatur' Umberto Bossi ,morto lo scorso marzo. Al centro del procedimento episodi risalenti al 2016, inizialmente contestati anche come lesioni, accusa poi caduta dopo la remissione della querela da parte della madre. E' invece rimasta in piedi l'ipotesi di maltrattamenti, procedibile d'ufficio, nonostante la madre di Bossi Jr lo abbia perdonato in aula. Secondo l'impianto accusatorio, l'uomo avrebbe avanzato ripetute richieste di denaro nei confronti della madre con scatti d'ira che in un caso avrebbero portato l'imputato a mettere le mani addosso alla donna - che in quel periodo lo ospitava nella sua casa di Azzate - facendole sbattere la testa contro il muro; mentre in un'altra circostanza, gli insulti e il clima teso avrebbero spinto la donna a fuggire di casa, pur di allontanarsi dal figlio. Sentita in aula nel corso del primo grado la madre, che non si è mai costituita parte civile, aveva "perdonato" il figlio spiegando che i rapporti tra loro erano tornati sereni e i vecchi fatti erano stati completamente superati. Il secondo grado ha comunque confermato la condanna, mentre l'avvocato Federico Magnante, difensore del figlio del fondatore della Lega, è pronto a ricorrere in Cassazione. Inoltre, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Riccardo Bossi nei confronti della sentenza della Corte d'Appello di Milano per le false dichiarazioni finalizzate ad ottenere indebitamente il reddito di cittadinanza. Diventa quindi definitiva la condanna a 2 anni e sei mesi di reclusione ed al risarcimento dei danni, circa 15 mila euro, in favore dell'Inps, assistita dall'avvocato Aldo Tagliente. L'indagine era scattata dopo una segnalazione dell'Agenzia delle Entrate, da cui erano partiti gli approfondimenti sulla posizione del figlio dell'ex leader della Lega. Secondo le indagini coordinate dalla pm Nadia Calcaterra, il primogenito del 'senatur' avrebbe ricevuto indebitamente il reddito di cittadinanza tra il 2020 e il 2023. (ANSA). Maltrattamenti alla madre, Riccardo Bossi condannato anche in appello
- Le tensioni crescenti tra la Cina e i suoi vicini emerse allo Shangri-La Dialogue (del dott. Antonio Reccia)
La Cina ha trasformato la cautela e la neutralità in una strategia da utilizzare a proprio vantaggio, una tattica vincente per mantenere stretti legami commerciali qualsiasi siano le fazioni e gli interessi in gioco, perfettamente in linea per un paese che ha basato sulle relazioni economiche l’intero suo approccio alle relazioni internazionali. Mentre nel resto del mondo mantiene questo ruolo di neutralità evitando di schierarsi apertamente, i suoi immediati vicini sembrano invece avere sensazioni differenti, allarmando su una rapida militarizzazione, poco trasparente e rischiosa, come emerso dai pareri dei partecipanti al forum singaporeano Shangri-La Dialogue, tenutosi dal 29 al 31 Maggio. Le tensioni emerse: accuse di militarizzazione e poca trasparenza Uno scambio di battute al Forum di Singapore, tra Shinjiro Koizumi, ministro della difesa giapponese, e il delegato cinese, Meng Xiangqing, ha riacceso le tensioni tra i due attori asiatici, evidenziando le ostilità crescenti nella regione. Le accuse mosse tra i due interlocutori sono, tra le righe, le stesse: da un lato, Koizumi accusa Pechino di una militarizzazione accelerata, poco trasparente e noncurante di accordi internazionali, mentre Xiangqing richiama l’attenzione sulla presenza di un’ideologia di tossico militarismo imperiale ancora forte nella popolazione giapponese. Le relazioni diplomatiche tra i due attori sono particolarmente accese a causa soprattutto della posizione forte assunta dal Giappone, il quale ribadisce il suo ruolo a supporto dell’isola di Taiwan, in caso di conflitto. Non dissimile la posizione mostrata dalle Filippine. In particolare, il ministro della difesa filippino Gilberto Teodoro ha affermato che nonostante le tensioni tra Cina e USA stiano andando ad affievolirsi, le Filippine avvertono ancora una presenza minacciosa e preoccupante di Pechino nel Pacifico; mentre da un lato le Filippine stanno intrattenendo rapporti commerciali floridi con la Cina, dall’altro la paura deriva dalla mancanza di garanzie a lungo termine fornite dal partner, motivo per il quale il ministro ha richiamato nuovamente agli accordi di collaborazione tra Filippine e USA, ancora in vigore e rimasti intoccati dall’apertura il dialogo tra Trump e Xi, e visti come quel supporto necessario a garantire la sicurezza dei propri confini. Da sottolineare, inoltre, quanto le tensioni tra Filippine e Cina siano tutt’altro che in corso di risoluzione, alla luce delle pretese cinesi su gran parte del Mar Cinese Meridionale, e delle manovre intimidatorie di Pechino nei confronti di navi filippine, le quali trasportano rifornimenti e sono spesso intercettate da navi cinesi equipaggiate con cannoni ad acqua e laser accecanti. Altri paesi che hanno partecipato al Forum hanno manifestato, apertamente, l’intenzione di riarmarsi e procedere ad una rapida militarizzazione. Singapore in particolare, nelle vesti del suo ministro della difesa, ha evidenziato la necessità di creare un’alleanza e un blocco unito tra paesi che condividono ideologia e posizioni diplomatiche simili; il Canada, rappresentato da Jennie Carignan, responsabile della difesa, ha espresso la volontà di espandere la sua presenza nella regione, stringendo legami più stretti con Giappone e Filippine in ambito marittimo e di cybersecurity; Chris Penk, ministro della difesa neozelandese ha invece confermato di star valutando la sostituzione di parte della flotta militare del paese con nuovi modelli acquistati dal Regno Unito e dal Giappone; e infine Richard Marles, ministro della difesa australiano, ha affermato l’importanza dei legami stretti con gli USA nel contesto di collaborazione militare nel Pacifico. Una spesa militare di 60 miliardi Dall’analisi del database del Sipri sulla spesa militare dei singoli paesi, aggiornato sulla base delle informazioni open-source disponibili, risulta un aumento costante della spesa militare nelle regioni dell’Asia Orientale e Sud-Orientale, nello specifico dal 2023 al 2025 ci sarebbe stato un aumento di oltre 70 miliardi di dollari, corrispondente ad un incremento di circa il 15%. La Cina, in particolare, rappresenta più della metà del totale della spesa stimata nel database, con una crescita di 40 miliardi dal 2023 al 2025 e un incremento registrato del 15%; il Giappone è passato da circa 46 miliardi di dollari a quasi 60 miliardi di spesa totale, un aumento di circa il 30%, ancor più alto in rapporto con la crescita cinese; e ancora, le Filippine hanno visto una crescita di circa un miliardo, circa il 13% del totale; Singapore di circa 2 miliardi, corrispondente ad incremento del 17%. La prospettiva futura è evidente: l’aumento delle spese per la difesa non sono dettate da semplice inflazione, che in Asia Orientale resta stimata a un aumento di circa l’1,5% l’anno, ma un trend reale che è la diretta manifestazione delle tensioni emerse allo Shangri-La Dialogue. Una muraglia anti-cinese Dal Forum emerge infine una forte volontà di contenimento della potenza cinese da parte degli attori dell’est e del sud-est asiatico, oltre che di alcuni paesi dell’Oceania, i quali evidenziano una discrepanza tra gli accordi che Pechino propone in ambito commerciale e in sedi ufficiali di discussione rispetto alle pretese più volte mosse sul Mar Cinese Meridionale, in particolare nei confronti delle Filippine, il paese la cui integrità territoriale dei propri mari viene maggiormente minacciata; in particolare, da sottolineare che la Cina non ha ancora abbandonato la sua idea di sovranità sul Mar Cinese Meridionale emersa con la Linea dei Nove Tratti, la quale, tracciata dai cinesi stessi, darebbe a questi ultimi il controllo su circa il 90% del mare oggetto della contesa, seppur quest’ultima pretesa sia stata invalidata nel 2016 dalla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia. L’anello di contenimento della potenza cinese continua dunque a reggere, mentre lo Shangri-La Dialogue si chiude, lasciando poco spazio ad aperture, accordi e amicizie, ma molto a dissapori e ostilità che confermano un trend di pesante militarizzazione. Fulcro di queste ostilità resta l’ambivalenza della potenza cinese: da un lato, diplomazia e accordi commerciali, atti a creare legami e rapporti che possano avvantaggiare tutti i paesi della sua sfera di interesse in sud-est Asia; dall’altro, pretese e spesa militare in aumento, piccole guerriglie, poca trasparenza e garanzie sulle reali intenzioni. Nonostante il riavvicinamento tra Cina e USA, quest’ultimo non è altro che una tregua temporanea dettata dalla crisi dello Stretto di Hormuz e dalla guerra in medio-oriente, che non fa altro che danneggiare in egual modo entrambe le potenze, le quali hanno ancora troppi nodi da sciogliere, a partire dalla spinosa questione di Taiwan, e dalle pretese cinesi sull’isola; nel contesto dello Shangri-La Dialogue, dunque, la presenza americana resta vitale per la riuscita del contenimento. La strategia cinese potrebbe tuttavia essere più evidente che mai. Per usare una metafora, potrebbe star giocando al poliziotto buono e al poliziotto cattivo: da un alto propone una soluzione pacifica e diplomatica, accordi vantaggiosi per tutti gli attori statali dell’area, finalizzati a far breccia nell’anello di contenimento, per romperlo e garantirsi un supporto esterno; dall’altro, aumenta la sua spesa militare, in via emergenziale, se fare il poliziotto buono non dovesse essere abbastanza per rompere questo contenimento. Usando ancora una metafora, ogni accordo stretto dalla Cina è come una goccia d’acqua che colpisce una pietra, erodendola sempre di più fino a romperla, dopotutto i paesi che sono parte dell’anello di contenimento anti-cinese sono anche, paradossalmente, quelli che maggiormente intrattengono rapporti commerciali con Pechino, guidati da puro pragmatismo economico: la potenza cinese è ormai fondamentale, e non esiste Asia senza Cina. Articolo a cura di:
- Il maresciallo Russo dentro l’auto in fiamme per salvare Pietro Borsini: «Davide invece non si muoveva»
ANCONA - Nel tragitto tra casa e la caserma di lungomare Vanvitelli si è ritrovato in mezzo all’inferno. Fiamme e lamiere accartocciate. Ma il maresciallo Vincenzo Russo, operativo nei Baschi verdi della Guardia di Finanza, ha agito secondo l’istinto. Con un unico obiettivo: salvare la vita a chi era rimasto intrappolato nella Opel Corsa dove viaggiavano quattro giovani calciatori. E, alla fine, è riuscito a estrarre vivo il 19enne Pietro Borsini, il tesserato della San Biagio ricoverato in Rianimazione all’ospedale di Torrette. «Il mio sogno più grande è di poterlo abbracciare, spero con tutto il cuore che riesca a riprendersi» dice l’ufficiale al termine di una giornata da incubo. Un sogno che purtroppo non si potrà avverare perché é stata dichiarata la morte cerebrale del ragazzo. Il maresciallo Russo dentro l’auto in fiamme per salvare Pietro Borsini: «Davide invece non si muoveva»
- DIFESA È LIBERTÀ: Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza | INTERVISTA AL DOTT. MASSIMO PANIZZI GENERALE DI CORPO D'ARMATA (RIS.) di Dario Procida.
DIFESA È LIBERTÀ: Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza è un capolavoro del dott. Massimo Panizzi Generale di Corpo d'Armata (ris.) edito dalla casa editrice Historica " Difesa è libertà non è un’affermazione retorica, ma una verità che il nostro tempo ha smesso di riconoscere. In un’epoca segnata da minacce ibride, da guerre che attraversano le menti prima dei territori e da una crescente fragilità delle democrazie, Massimo Panizzi intreccia esperienza del comando e analisi dei mutamenti geopolitici per restituire alla Difesa il suo significato originario: non esercizio della forza, ma tutela delle istituzioni, della verità, della memoria e della dignità umana. Ne emerge una riflessione radicale: la libertà non si conserva da sola e la Difesa non riguarda soltanto gli apparati, ma il modo in cui una società pensa, educa, giudica, reagisce. È una forma di cultura, prima ancora che di potere. Tra società algoritmica, crisi dell’Europa e perdita del senso del limite, il libro invoca un risveglio delle coscienze e un richiamo al dovere, al pensiero critico, a una leadership intesa come servizio. Perché una nazione che non è più capace di difendere ciò che conta non è semplicemente più esposta: è già, in parte, perduta." Interessati al suo libro abbiamo chiesto: Dario Procida: "Generale Panizzi, nel suo libro lei afferma fin dalle prime pagine che "la libertà non si conserva da sola". Qual è il pericolo più grande che corrono oggi le nostre democrazie occidentali se continuiamo a dare la libertà per scontata?" Gen. Panizzi: "Il pericolo più grande è l'assuefazione. Le democrazie raramente crollano all'improvviso; più spesso s’indeboliscono lentamente, quando i cittadini smettono di percepire il valore delle libertà di cui godono e le considerano acquisite per sempre. La libertà vive di partecipazione, responsabilità e vigilanza. Quando questi elementi si affievoliscono, cresce la vulnerabilità verso la manipolazione, la disinformazione e l'indifferenza civica. Una società che non custodisce la propria libertà rischia di accorgersi della sua importanza solo quando comincia a perderla." Dario Procida: "Il sottotitolo del volume parla di una riflessione civile e culturale prima ancora che militare. Perché ritiene che il tema della Difesa debba essere sottratto agli addetti ai lavori per diventare un argomento di dibattito pubblico e di "coscienza civile"? " Gen. Panizzi: "Perché la Difesa non riguarda soltanto le Forze Armate. Riguarda le condizioni che permettono a una società di restare libera, sicura e democratica. Se la riduciamo a una materia tecnica, perdiamo la sua dimensione più profonda. La Difesa coinvolge la scuola, l'informazione, la cultura, la coesione sociale, la capacità di distinguere il vero dal falso. Per questo deve diventare un tema di cittadinanza consapevole. Una nazione è realmente sicura quando comprende collettivamente ciò che merita di essere custodito." Dario Procida: "Lei ha alle spalle una lunga esperienza operativa in teatri complessi come la Bosnia, il Kosovo, l'Iraq e l'Afghanistan. In che modo il vissuto sul campo ha influenzato le riflessioni antropologiche e filosofiche che troviamo in questo saggio?" Gen. Panizzi: "L'esperienza operativa mi ha insegnato che dietro ogni crisi geopolitica ci sono sempre persone, comunità e fragilità umane. Nei teatri operativi ho visto quanto sia sottile il confine tra ordine e caos, tra convivenza e conflitto. Ho imparato che la forza, da sola, non basta e che la stabilità nasce anche dalla fiducia, dalla credibilità e dalla capacità di comprendere l'altro. Le riflessioni presenti nel libro nascono proprio da questa esperienza: dalla consapevolezza che la Difesa è prima di tutto una questione umana, culturale e morale." Dario Procida: "Nel testo si parla di "tempo del torpore" e di "società algoritmica". Che cosa intende esattamente con queste definizioni e come influenzano il nostro modo di percepire la realtà e le minacce esterne?" Gen. Panizzi: "Con "tempo del torpore" intendo quella condizione in cui siamo continuamente esposti a informazioni, eventi e crisi ma, paradossalmente, diventiamo meno capaci di comprenderne il significato profondo. La "società algoritmica", invece, è l'ambiente digitale in cui gran parte delle nostre percezioni viene filtrata da sistemi che selezionano contenuti in funzione dell'attenzione e dell'interazione. Il rischio è che la velocità sostituisca la riflessione e che l'emozione prevalga sul giudizio. In questo contesto possiamo diventare molto informati e poco consapevoli, perdendo la capacità di riconoscere le minacce reali." Dario Procida: "Un concetto estremamente attuale che lei affronta è quello di "guerra cognitiva", un conflitto che attraversa prima le coscienze e poi i territori. Come ci si difende dalla manipolazione percettiva e dalla perdita del pensiero critico in un'epoca di sovraccarico informativo?" Gen. Panizzi: "La prima difesa è l'educazione al pensiero critico. Dobbiamo imparare a verificare le fonti, a distinguere i fatti dalle interpretazioni e a diffidare delle semplificazioni eccessive. La guerra cognitiva prospera dove esistono fretta, polarizzazione e superficialità. Per questo è necessario recuperare il valore del dubbio, della verifica e dell'approfondimento. Non servono cittadini diffidenti verso tutto, ma cittadini capaci di giudicare autonomamente. La libertà, oggi, passa anche attraverso la qualità della nostra attenzione." Dario Procida: "Lei propone una ridefinizione della "Cultura della Difesa", legandola al concetto di "custodire" non solo i confini, ma il legame civile di una comunità. Come si traduce concretamente questa responsabilità condivisa nella vita di un normale cittadino?" Gen. Panizzi: "Si traduce in comportamenti quotidiani. Significa informarsi con serietà, partecipare alla vita pubblica, rispettare le istituzioni democratiche, contribuire alla coesione sociale, contrastare la diffusione di notizie false, educare al rispetto e alla responsabilità. Difendere non significa necessariamente indossare un’uniforme. Significa riconoscere che esistono beni comuni – libertà, verità, giustizia, convivenza civile – che richiedono l'impegno di tutti. La Difesa è una responsabilità distribuita, non una delega totale." Dario Procida: "Nel dibattito pubblico contemporaneo, parole come dovere, disciplina, servizio e responsabilità sono spesso marginalizzate o guardate con sospetto. Ritiene sia possibile recuperarle senza cadere nella retorica militarista?" Gen. Panizzi: "Assolutamente sì. Anzi, credo sia necessario. Queste parole non appartengono esclusivamente al mondo militare; appartengono alla vita democratica. Una società matura vive di diritti, ma anche di responsabilità. Recuperare il senso del dovere o del servizio non significa promuovere una visione autoritaria della società. Significa riconoscere che la libertà individuale trova il suo equilibrio nella consapevolezza del bene comune. Quando queste parole vengono liberate dalle caricature ideologiche, tornano ad essere strumenti di crescita civile." Dario Procida: "Una parte significativa del libro è dedicata alla distinzione tra "cultura della Difesa" e "cultura della guerra". Qual è il confine etico che una democrazia matura non deve mai superare quando decide di proteggere se stessa?" Gen. Panizzi: "Il confine è il rispetto della dignità umana. Una democrazia può e deve difendersi, ma non può rinunciare ai principi che la definiscono. La forza è legittima quando è finalizzata alla protezione e resta sottoposta a criteri morali, giuridici e politici. Quando invece l'altro é disumanizzato, quando il potere diventa dominio o quando la sicurezza giustifica qualsiasi mezzo, quel confine viene superato. Difendersi non significa diventare ciò da cui ci si difende." Dario Procida: "Maurizio Caprara, nella prefazione, definisce il suo saggio "un testo politico nel senso sano del termine". Qual è il messaggio principale che desidera lanciare alla politica istituzionale attraverso le sue pagine?" Gen. Panizzi: "Vorrei invitare la politica a recuperare una visione strategica di lungo periodo. Oggi siamo spesso prigionieri dell'emergenza e del consenso immediato. La Difesa, invece, richiede capacità di previsione, investimento culturale e responsabilità verso le generazioni future. Il mio messaggio è che la sicurezza non può essere affrontata soltanto come questione tecnica o di bilancio. È una scelta di civiltà. Una politica autenticamente responsabile deve saper costruire consapevolezza, non soltanto amministrare l'urgenza." Dario Procida: " Nel volume lei dedica spazio anche alla leadership, al ruolo educativo della scuola e alla difesa della verità. Che ruolo deve avere l'istruzione nel formare i cittadini del XXI secolo di fronte alle sfide geopolitiche e alle guerre ibride?" Gen. Panizzi: "L'istruzione deve tornare a essere uno dei principali strumenti di costruzione della libertà. Oggi non basta trasmettere conoscenze; occorre formare persone capaci di comprendere la complessità, valutare criticamente le informazioni e assumersi responsabilità civiche. La scuola deve aiutare i giovani a orientarsi in un mondo attraversato da conflitti cognitivi, manipolazioni informative e rapide trasformazioni tecnologiche. Educare significa rendere più liberi. E cittadini più liberi, più consapevoli e più preparati sono anche cittadini più difficili da manipolare e più capaci di contribuire alla sicurezza democratica del proprio Paese." Ringraziamo il Generale di Corpo d’Armata (ris.) Massimo Panizzi, nato a Marina di Carrara (MS), è entrato in Accademia Militare a Modena nel 1981, frequentando il 163° Corso regolare. Ufficiale degli Alpini, negli anni 1986 – ‘91 ha comandato la Compagnia presso il Battaglione “L’Aquila” a L’Aquila, il Battaglione “Mondovì” a Cuneo e la Scuola Militare Alpina di Aosta. Nel 1994 ha frequentato il 120° Corso di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia. Successivamente, ha ricoperto incarichi di staff presso l’Ufficio Affari Generali e l’Ufficio Pubblica Informazione dello Stato Maggiore dell’Esercito e presso l’Ispettorato per la Formazione e la Specializzazione dell’Esercito, a Roma. Nel 1998 - 1999 ha frequentato il 1° Corso dell’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) a Roma. Qui il suo curriculum militare: massimo_panizzi_cv_27.pdf Clicca sui titolo per l'acquisto del suo libro: DIFESA È LIBERTÀ: Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza
- Perugia, madre rincorre l’uomo e riprende la figlia di 2 anni: il giudice però non ravvisa il tentato sequestro, libero 29enne gambiano
A Perugia il gip ha rimesso in libertà Ismaila Saniang, arrestato dopo l’episodio con una bambina alla stazione di Fontivegge. È tornato in libertà Ismaila Saniang, il 29enne gambiano arrestato a Perugia con l’accusa iniziale di aver tentato di rapire una bambina alla stazione di Fontivegge. Il gip ha convalidato l’arresto, ma non ha disposto alcuna misura cautelare, ritenendo che gli elementi raccolti non configurino il tentativo di sequestro di persona né la violenza privata, ipotesi che la Procura aveva chiesto di valutare in alternativa. La decisione arriva dopo l’analisi degli atti e delle immagini delle telecamere di sorveglianza, al centro di una lettura giudiziaria diversa rispetto alla prima ricostruzione dell’intervento di polizia. L’uomo, già noto alle forze dell’ordine, ha ammesso di aver bevuto, ma ha negato di avere avuto intenti criminali. Una versione che il giudice ha ritenuto compatibile con il quadro emerso, interpretando il gesto come il tentativo di “allontanare la bimba dalla strada”. La vicenda resta però delicata per la natura dell’episodio, per la paura vissuta dalla minore e per il contrasto tra l’accusa iniziale e la valutazione compiuta in sede di convalida. Perugia, il gip non dispone misure per Ismaila Saniang La decisione del gip di Perugia rappresenta il passaggio centrale della vicenda. Ismaila Saniang era stato arrestato con l’ipotesi di tentato sequestro di persona aggravato, dopo l’intervento della Polizia di Stato nei pressi della stazione di Fontivegge. La convalida dell’arresto conferma la legittimità dell’intervento iniziale, ma l’assenza di misure cautelari cambia il quadro processuale immediato. Secondo quanto emerso, il giudice non ha ritenuto che le azioni contestate all’uomo integrassero un tentativo di sequestro. Non è stata accolta neppure l’ipotesi alternativa della violenza privata, prospettata dalla Procura. La valutazione si è fondata anche sulle immagini riprese dai sistemi di videosorveglianza, che hanno avuto un ruolo importante nella ricostruzione dell’episodio. Il 29enne ha ammesso di avere bevuto prima dei fatti, ma ha escluso qualsiasi volontà di sottrarre la bambina alla madre o di commettere un reato. Il gip ha ritenuto plausibile questa ricostruzione, sostenendo che l’uomo avrebbe cercato soltanto di “allontanare la bimba dalla strada”. Una lettura che si discosta dalla prima ipotesi accusatoria e che, proprio per questo, rende il caso particolarmente discusso. La ricostruzione dell’episodio alla stazione di Fontivegge I fatti risalgono a mercoledì scorso, quando gli agenti sono intervenuti dopo una segnalazione arrivata al 112 Nue. Una volta giunti sul posto, i poliziotti hanno trovato il 29enne ancora nei pressi della stazione di Fontivegge e lo hanno bloccato per procedere agli accertamenti. La madre della minore ha riferito agli agenti di essere stata avvicinata poco prima dall’uomo, che senza un apparente motivo avrebbe afferrato la figlia tentando di allontanarsi. La donna, dopo averlo rincorso, sarebbe riuscita a riprendere la bambina, descritta come terrorizzata da quanto accaduto, e avrebbe poi contattato la Polizia di Stato. Sempre in base alla ricostruzione raccolta dagli investigatori, l’uomo avrebbe continuato a molestare la minore anche dopo l’episodio, fotografandola con il cellulare. Gli accertamenti successivi, condotti anche attraverso le immagini della videosorveglianza, avevano portato gli agenti a ritenere riscontrato il racconto della madre. Per questo Saniang era stato accompagnato in questura e poi arrestato. Dalla casa circondariale alla libertà dopo la decisione del gip Dopo l’arresto, su disposizione del pubblico ministero di turno, Ismaila Saniang era stato trattenuto presso la casa circondariale di Perugia-Capanne, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’ipotesi contestata inizialmente era quella di tentato sequestro di persona aggravato, legata al racconto della madre, alle verifiche della Polizia di Stato e alle immagini raccolte. La decisione del gip ha però modificato l’esito della fase cautelare. L’arresto è stato convalidato, ma l’uomo è stato rimesso in libertà perché non sono state ravvisate esigenze tali da giustificare una misura cautelare e perché la condotta non è stata qualificata come tentativo di sequestro o violenza privata. Il caso resta aperto sul piano dell’interpretazione dei fatti. Da un lato ci sono la paura della madre, il racconto dell’avvicinamento alla bambina e l’intervento immediato degli agenti. Dall’altro c’è la valutazione del giudice, che ha ritenuto diverso il significato del gesto attribuito al 29enne. Saranno gli eventuali sviluppi dell’indagine a chiarire se la ricostruzione potrà subire ulteriori modifiche o se la lettura adottata dal gip resterà quella decisiva nella vicenda. Perugia, madre rincorre l’uomo e riprende la figlia di 2 anni: il giudice però non ravvisa il tentato sequestro, libero 29enne gambiano
- Firmata la convenzione per il sostegno alla ricollocazione professionale dei volontari congedati.
È stata sottoscritta oggi presso il Circolo Unificato dell’Esercito di Bologna, Palazzo “Grassi”, la convenzione operativa tra il Ministero della Difesa – Segretariato Generale della Difesa (SGD) e la Regione Emilia-Romagna finalizzata a rafforzare le politiche di sostegno alla ricollocazione professionale dei militari volontari congedati. L’accordo, firmato dal Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e dal Comandante Militare Esercito “Emilia-Romagna”, Colonnello Nicola Perrone, si inserisce nel quadro delle iniziative promosse dal Segretariato Generale della Difesa per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro del personale militare al termine del servizio attivo. La convenzione, di durata biennale, consolida una collaborazione istituzionale già avviata e punta a sviluppare un sistema integrato di interventi a favore dei volontari congedati, attraverso un raccordo strutturato tra le articolazioni della Difesa e la rete regionale dei servizi per il lavoro. Nel concreto, l’intesa prevede la costruzione di percorsi personalizzati di orientamento e accompagnamento al lavoro, l’accesso a opportunità formative e di riqualificazione professionale e la promozione di iniziative volte a facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, anche attraverso il coinvolgimento diretto del tessuto produttivo locale. In questo quadro, viene valorizzato il patrimonio di competenze maturato dai volontari durante il servizio militare, favorendone una piena spendibilità nel contesto civile. Un ruolo centrale sarà svolto dall’Agenzia Regionale per il Lavoro dell’Emilia-Romagna e dai Centri per l’Impiego, in sinergia con la Sezione per il Sostegno alla Ricollocazione Professionale dei volontari congedati del Comando Militare Esercito “Emilia-Romagna”, nell’ambito del progetto “Sbocchi Occupazionali” della Difesa. L’iniziativa si inserisce in un contesto socio-economico caratterizzato da una crescente domanda di professionalità qualificate e rappresenta un’opportunità concreta per valorizzare il capitale umano formato nelle Forze Armate, facilitandone la transizione verso il mercato del lavoro civile. “La convenzione che sottoscriviamo oggi rinnova e struttura un impegno preciso: non lasciare solo chi ha servito il Paese e si affaccia al mercato del lavoro civile – ha affermato il presidente de Pascale -. Grazie alla collaborazione tra Istituzioni e con il coinvolgimento attivo della nostra rete dei Centri per l’impiego e dell'Agenzia regionale per il lavoro, possiamo valorizzare il patrimonio di competenze e professionalità acquisite dal personale militare al termine del servizio attivo e far sì che queste diventino un valore aggiunto concreto per le imprese del nostro territorio. Una misura, quindi, che potrà far bene non solo ai volontari congedati, ma anche all’intero sistema produttivo dell'Emilia-Romagna”. “La Difesa è da tempo impegnata nel sostenere i propri volontari anche nella fase di transizione al mondo del lavoro" - ha evidenziato il Colonnello Perrone - "Questo accordo rappresenta un ulteriore passo avanti nel consolidamento di una rete territoriale efficiente e orientata a risultati concreti.” La convenzione non comporta oneri finanziari diretti tra le parti e prevede l’istituzione di un Comitato tecnico-operativo congiunto, incaricato di monitorare l’attuazione delle attività e favorire il continuo sviluppo delle iniziative previste. Difesa e Regione Emilia-Romagna
- Pm, allo stato giustificato il taser sull'ubriaca che voleva ferire carabiniere
"Come disposto dalle nuove norme di legge, sono in corso gli accertamenti sulla condotta" del carabiniere che lo scorso 4 giugno, in corso Giolitti a Cuneo, ha azionato il taser colpendo una donna ubriaca che aveva dato in escandescenze. Lo fa sapere in una nota la procura, precisando comunque che tale condotta "allo stato non appare essere stata eseguita al di fuori di una causa di giustificazione o averne ecceduto i limiti". L'intervento dell'autorità giudiziaria, preannunciato nei giorni scorsi dal procuratore Onelio Dodero, arriva a seguito delle polemiche anche in sede politica, dopo la diffusione su TikTok di un video che documenta l'intera scena. Si chiarisce che la donna, una pregiudicata rumena in seguito processata per direttissima e condannata a 11 mesi, aveva minacciato il militare, utilizzando il coccio di un piatto in ceramica, prima che quest'ultimo ricorresse al taser. La pattuglia era intervenuta sul posto dopo la segnalazione di un litigio fra la donna e altre persone. Un uomo, anch'egli in stato di alterazione, aveva riferito di essere stato colpito da lei con una bottiglia e aveva mostrato i segni della colluttazione. La donna dal canto suo aveva negato di averlo aggredito e opposto reiterati rifiuti alla richiesta di seguire i militari negli uffici per l'identificazione. In seguito era entrata in un locale pubblico e aveva afferrato un piatto in ceramica, frantumandolo. aveva minacciato dapprima di compiere gesti autolesionistici con il coccio, poi aveva cercato per due volte di colpire il carabiniere intervenuto prima che questi azionasse la pistola elettrica. Pm, allo stato giustificato il taser sull'ubriaca che voleva ferire carabiniere - Notizie - Ansa.it
- Panico nell'ex clinica Valle Fiorita, armato di piccone minaccia una guardia giurata
L'intervento dei carabinieri nella struttura di via di Torrevecchia. In manette un 38enne, fermato con il taser --aura a Primavalle, all'interno della sede dell'ex clinica Valle Fiorita dove un uomo ha creato il panico armato di piccone. Per riportare la situazione alla calma il 38enne è stato fermato con il taser. Paura all'ex clinica Valle Fiorita I momenti di forte tensione sono stati vissuti poco dopo le 22:30 di ieri - giovedì 11 giugno - all'interno dell'ex clinica che si trova in via di Torrevecchia. Al civico 156 sono intervenuti d'urgenza i carabinieri del nucleo radiomobile di Roma sono bloccando e arrestando un 38enne del Marocco, senza dimora e con precedenti, gravemente indiziato di resistenza a Pubblico Ufficiale e porto di oggetti atti ad offendere. Armato di piccone nell'ex clinica Valle Fiorita L'uomo, in evidente stato di alterazione dovuto all'assunzione di alcol, ha seminato il panico nella struttura, impugnando una bottiglia di vetro e un piccone, e minacciano un addetto alla vigilanza, 35enne romano, e un secondo uomo. Fermato con il taser All'arrivo dei militari, allertati tramite 112, l'aggressore ha opposto una forte resistenza e per bloccarlo e metterlo in sicurezza, i militari hanno dovuto estrarre il dispositivo taser in dotazione. La sola vista dell'arma a impulsi elettrici ha convinto l'uomo a desistere dall'azione violenta. Arrestato Il 38enne è stato inizialmente trasportato all'ospedale Sant'Eugenio, dove ha tuttavia rifiutato le cure mediche. Su disposizione della magistratura, è stato condotto in caserma e trattenuto in attesa dell'udienza di convalida e del contestuale rito direttissimo. -- Primavalle: panico nell'ex clinica Valle Fiorita, armato di piccone minaccia una guardia giurata https://www.romatoday.it/cronaca/aggressione-piccona-ex-clinica-valle-fiorita-guardia-giurata.html © RomaToday ISCRIVITI AL CORSO
- Accoglienza fuori controllo: quando il sistema fallisce chi dovrebbe proteggere (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)
Il sistema di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) rappresenta, sulla carta, uno dei pilastri più avanzati di tutela dei diritti umani. Nella realtà quotidiana, però, sempre più operatori e cittadini si trovano davanti a una verità scomoda: un meccanismo che, in molti casi, non funziona e che rischia di produrre effetti opposti rispetto a quelli per cui è stato creato. Il principio è indiscutibile: proteggere i minori vulnerabili, offrirgli un futuro, garantire sicurezza e integrazione. Ma cosa accade quando questo sistema viene aggirato? Quando giovani dichiarano età difficilmente verificabili pur di accedere alle tutele previste per i minorenni? Quando la permanenza nei centri diventa una formalità, utile solo a sfruttare un meccanismo che non riesce a controllare se stesso? Il costo per lo Stato è enorme. Strutture, personale, educatori, assistenza: una macchina complessa che assorbe risorse ingenti. Eppure, a fronte di questo investimento, i risultati appaiono sempre più fragili. Il sistema promette accoglienza e integrazione, ma troppo spesso non riesce a garantirle davvero. Il cortocircuito diventa evidente nelle grandi città. A Roma, ad esempio, ma anche a Milano, il fenomeno è ormai noto agli addetti ai lavori. Gruppi organizzati di giovani, talvolta anche molto numerosi, agiscono in contesti ad alta densità come la metropolitana, prendendo di mira cittadini e turisti. Non si tratta di episodi isolati, ma di dinamiche ripetute che alimentano una percezione crescente di insicurezza. Quando uno di questi ragazzi viene intercettato, si attiva una procedura lunga e dispendiosa. Poliziotti impegnati per ore nella redazione di atti, contatti con i servizi sociali, ricerca di strutture disponibili, accompagnamenti. Una macchina che si rimette in moto ogni volta, identica a se stessa. E poi? Poi spesso tutto ricomincia da capo. Perché quei minori – o presunti tali – una volta inseriti nelle strutture possono allontanarsi liberamente. Non possono essere trattenuti contro la loro volontà. Bastano poche ore, a volte minuti, e sono di nuovo fuori. Gli operatori devono denunciare l’allontanamento e il ciclo riparte: ricerca, rintraccio, nuova presa in carico, nuova fuga. Un sistema che gira su se stesso, consumando risorse senza produrre risultati. Nel frattempo, chi lavora sul campo si logora. Forze dell’ordine e operatori sociali si trovano intrappolati in procedure percepite come inutili, ripetitive, inefficaci. La frustrazione cresce, insieme alla sensazione di impotenza. E fuori da questo circuito, c’è la realtà vissuta da cittadini e turisti: persone derubate, spaventate, sempre più diffidenti. Il danno non è solo economico o operativo, ma anche sociale. Si incrina la fiducia, si alimentano tensioni, si rafforzano percezioni che rischiano di degenerare in generalizzazioni pericolose. È qui che il sistema mostra il suo fallimento più grave: non solo non riesce a proteggere pienamente chi ne ha diritto, ma finisce per mettere in difficoltà anche il contesto che dovrebbe accogliere. Continuare a ignorare queste criticità significa alimentare un modello insostenibile. Serve il coraggio di riconoscere che qualcosa non funziona, e che la tutela dei minori non può tradursi in un automatismo privo di controlli efficaci. Accogliere non può voler dire rinunciare a governare. Proteggere non può significare chiudere gli occhi. Se l’obiettivo resta quello di garantire sicurezza, dignità e futuro ai più vulnerabili, allora è necessario ripensare profondamente il sistema. Perché così com’è, rischia di fallire su tutti i fronti: verso i minori, verso gli operatori e verso la società nel suo complesso. Articolo a cura di:
- La parata sotto tregua (dott. Angelo De Pascale)
Il 9 maggio i missili intercontinentali hanno attraversato la Piazza Rossa sotto la protezione di un cessate il fuoco. Tre giorni di tregua, proposti da Mosca, perché la celebrazione della vittoria del 1945 non finisse sotto i droni ucraini. Fermati un attimo su questo dettaglio. Un esercito convinto di vincere non chiede pause per sfilare. Le chiede un esercito che ha perso il controllo di dove la guerra lo colpisce. A ottomila chilometri di distanza, nello stesso mese, Donald Trump toccava il punto più basso dei suoi due mandati: 34 per cento per Reuters/Ipsos, e il tracker dell'Economist lo registrava come il presidente più impopolare da quando quel sondaggio esiste, dal 2009. A pesare sono la benzina e la guerra con l'Iran, aperta il 28 febbraio insieme a Israele, che ha chiuso lo Stretto di Hormuz e che ora la Casa Bianca dice di voler chiudere al tavolo. L'istinto di Washington è cercare il rilancio dove la crisi è iniziata, in Medio Oriente. L'occasione vera sta altrove: in Europa, dove da oltre quattro anni Russia e Ucraina combattono la guerra più distruttiva del continente dal 1945, e dove negli ultimi mesi l'equilibrio si è spostato in modi che rendono la pace possibile per la prima volta. Ottocento contratti al giorno non bastano più Per anni il vantaggio brutale della Russia era uno: potersi permettere di combattere male. Coscritti, detenuti, uomini poveri delle regioni remote, chiunque lo Stato riuscisse a gettare in trincea. Le perdite erano enormi, il rimpiazzo sembrava inesauribile: nei mesi migliori oltre 30.000 arruolati. Quella macchina ha smesso di produrre surplus. Nel primo trimestre del 2026 la Russia ha firmato circa 71.000 contratti, 800 al giorno: il dato più basso degli ultimi tre anni per quel periodo, calcola Janis Kluge sui bilanci federali e regionali russi, un quinto in meno rispetto al 2025, nonostante bonus d'ingaggio arrivati in media a 1,47 milioni di rubli, il massimo mai registrato. Lo Stato pagava di più per ottenere di meno. Nello stesso trimestre, sempre secondo le stime di Kluge sui dati del ministero delle Finanze, le famiglie risarcite per soldati caduti sono state circa 25.000. Lo Stato maggiore ucraino sostiene che da dicembre le perdite superano gli arruolamenti. Kluge è più cauto, e la primavera gli dà in parte ragione: nel secondo trimestre il flusso è risalito verso i mille contratti al giorno. La macchina non si è rotta. Si è ridotta a tappare i buchi. Un esercito che paga cifre record per restare delle stesse dimensioni ha già perso la capacità di crescere. Il territorio ha cambiato segno Il terreno racconta la stessa storia con numeri più netti. Tra dicembre 2025 e maggio 2026 le forze russe hanno preso o infiltrato circa 41 chilometri quadrati di territorio ucraino, perdendone 281 tra quelli che controllavano pienamente, secondo l'Institute for the Study of War. Nello stesso semestre dell'anno precedente ne avevano conquistati 516: il ritmo offensivo è sceso sotto l'otto per cento di quello di un anno fa. Nelle quattro settimane tra inizio maggio e inizio giugno la perdita netta russa supera i 240 chilometri quadrati. Perfino DeepState, la mappa ucraina sistematicamente più prudente nel registrare i movimenti, assegna a Mosca per maggio un guadagno di 14 chilometri quadrati: un fronte ridotto all'immobilità. L'Ucraina ha sostituito la massa con la velocità. Oltre quattro milioni di droni prodotti nel 2025, obiettivo sopra i sette milioni per quest'anno, contro i circa 100.000 droni da combattimento che l'industria americana produce in un anno. Mosca insegue con piani analoghi sugli FPV, i droni a pilotaggio in prima persona: il vantaggio di Kyiv non sta più nella quantità, sta nella velocità con cui innova e con cui colpisce. Logistica e centri di comando dietro la linea del fronte, raffinerie, depositi, aeroporti e radar dentro la Russia. Le dimensioni del paese, un tempo il suo principale vantaggio strategico, sono diventate un peso: più infrastrutture da proteggere, più territorio esposto. La tregua chiesta per la parata nasce da qui. L'Europa ha smesso di aspettare Washington Non è una vittoria, e il prezzo resta alto. Nella notte del 2 giugno la Russia ha lanciato 656 droni e 73 missili, uno degli assalti più pesanti da mesi: almeno 22 morti, e la difesa aerea ucraina ha intercettato 11 missili balistici Iskander su 33 e nessuno degli otto ipersonici Zircon. Numeri che misurano una carenza precisa, su cui torneremo. Il risultato più sottovalutato di questa fase è però politico, ed è europeo. Il 12 aprile Viktor Orbán ha perso le elezioni ungheresi dopo sedici anni, travolto da Péter Magyar con un'affluenza dell'80 per cento, la più alta dalla caduta del comunismo. Undici giorni dopo l'Unione Europea ha dato il via libera definitivo al pacchetto da 90 miliardi di euro che Budapest bloccava da febbraio: 30 per il bilancio ucraino, 60 per la difesa, due terzi del fabbisogno di Kyiv fino al 2027. Lo sblocco è passato anche per una conduttura: due giorni prima dell'approvazione, Zelensky aveva annunciato la riparazione del Druzhba, l'oleodotto che porta greggio russo in Ungheria e il pretesto formale del veto. Mentre Washington guardava il Golfo, l'Europa ha preso in mano la guerra. Il disimpegno americano, che doveva dimostrare la fragilità europea, ha prodotto il contrario. L'Iran ha bruciato le leve che servivano a Trump Qui arriva la parte che a Washington nessuno ama sentirsi dire: la guerra con l'Iran, presentata come prova di forza, ha indebolito Trump proprio sul tavolo dove ha più da guadagnare. Tre leve, tre erosioni. La prima è il petrolio. Per calmierare la benzina dopo la chiusura di Hormuz, a marzo il Tesoro ha sospeso parte delle sanzioni sul greggio russo già imbarcato, contro il parere esplicito del G7. Al Senato è circolata una stima: sei miliardi di dollari di beneficio per Mosca nelle prime due settimane di guerra, tra prezzi in salita e sanzioni allentate. Oggi ogni nuova stretta sul petrolio russo si paga alla pompa americana, a cinque mesi dalle elezioni di metà mandato. La seconda sono i Patriot. Zelensky lo ha messo nero su bianco in una lettera di cinque pagine arrivata alla Casa Bianca e al Congresso a fine maggio: in tre giorni di guerra con l'Iran gli Stati Uniti hanno consumato circa 800 intercettori, più di quanti l'Ucraina ne abbia ricevuti in quattro anni. Il Center for Strategic and International Studies ne conta oltre mille usati nel conflitto iraniano e stima in almeno tre anni il ritorno alle scorte prebelliche, con una produzione ferma attorno ai 600 missili l'anno. Gli Iskander e gli Zircon passati il 2 giugno sono il costo ucraino di quella contabilità. La terza è il tempo. La scadenza che l'amministrazione aveva fissato per un accordo, giugno, è arrivata. I tavoli restano incagliati sul ritiro dal Donbas, che Mosca pretende e Kyiv rifiuta, e sulle garanzie di sicurezza che Washington lega a quel ritiro. Ad aprile la Russia ha posto a Kyiv un ultimatum di due mesi: ritirarsi dal Donbas o affrontare condizioni più dure. Quell'ultimatum scade in questi giorni, nel silenzio. Putin ha la copertura interna per firmare Eppure, dentro questo quadro Trump conserva strumenti che nessun leader europeo possiede. Chiudere il fronte iraniano gli restituisce la libertà di colpire di nuovo il petrolio russo. Ripristinare le consegne di Patriot risponde alla richiesta che Zelensky avanza per lettera da fine maggio. E c'è il margine interno di Mosca: il 67 per cento dei russi vuole l'avvio di negoziati, il massimo mai rilevato dal Levada Center, mentre il sostegno dichiarato all'esercito resta sopra il 70. Letti insieme, i due numeri dicono una cosa precisa: i russi non hanno smesso di sostenere la guerra, hanno smesso di volerne ancora. È la condizione ideale per un leader che intenda vendere una firma come vittoria. E il filo filorusso di Trump, paradossalmente, lo aiuta: Putin sa di trattare con un presidente sempre stato scettico verso Kyiv. Esiste un precedente per questa configurazione. Nel 1953 un presidente repubblicano eletto promettendo di chiudere una guerra impopolare la chiuse in Corea con un armistizio, non con un trattato: il fronte si era irrigidito, entrambe le teorie della vittoria erano fallite. Quell'armistizio regge da settant'anni per una ragione sola: il trattato di mutua difesa con Seoul firmato lo stesso anno. Confini difendibili e garanzie strutturali, non promesse. L'Ucraina concederà territorio se dovrà, ma la guerra non riguarda il Donbas: riguarda se resterà un paese sovrano, ancorato all'Occidente in modo che a Mosca non convenga riprovarci. Cosa resta sulla Piazza Rossa Entrambe le teorie della vittoria di Putin sono crollate: l'Ucraina non era uno Stato debole, l'Occidente non si è stancato abbastanza da cedere. Il 9 maggio 2027 ci sarà un'altra parata, e la domanda che dovresti portarti via è questa: sfilerà sotto un'altra tregua di tre giorni chiesta a Kyiv, o dopo una firma che Putin avrà venduto come vittoria e che l'Ucraina avrà incassato come sopravvivenza garantita? La finestra per la seconda opzione è aperta adesso, ed è di Trump. Resta da capire se la vede, distratto dal Golfo che brucia, e quanto a lungo una finestra del genere resta aperta quando nessuno la attraversa. articolo a cura di:












