Le tensioni crescenti tra la Cina e i suoi vicini emerse allo Shangri-La Dialogue (del dott. Antonio Reccia)
- Dott. Antonio Reccia

- 21 minuti fa
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La Cina ha trasformato la cautela e la neutralità in una strategia da utilizzare a proprio vantaggio, una tattica vincente per mantenere stretti legami commerciali qualsiasi siano le fazioni e gli interessi in gioco, perfettamente in linea per un paese che ha basato sulle relazioni economiche l’intero suo approccio alle relazioni internazionali. Mentre nel resto del mondo mantiene questo ruolo di neutralità evitando di schierarsi apertamente, i suoi immediati vicini sembrano invece avere sensazioni differenti, allarmando su una rapida militarizzazione, poco trasparente e rischiosa, come emerso dai pareri dei partecipanti al forum singaporeano Shangri-La Dialogue, tenutosi dal 29 al 31 Maggio.
Le tensioni emerse: accuse di militarizzazione e poca trasparenza
Uno scambio di battute al Forum di Singapore, tra Shinjiro Koizumi, ministro della difesa giapponese, e il delegato cinese, Meng Xiangqing, ha riacceso le tensioni tra i due attori asiatici, evidenziando le ostilità crescenti nella regione. Le accuse mosse tra i due interlocutori sono, tra le righe, le stesse: da un lato, Koizumi accusa Pechino di una militarizzazione accelerata, poco trasparente e noncurante di accordi internazionali, mentre Xiangqing richiama l’attenzione sulla presenza di un’ideologia di tossico militarismo imperiale ancora forte nella popolazione giapponese. Le relazioni diplomatiche tra i due attori sono particolarmente accese a causa soprattutto della posizione forte assunta dal Giappone, il quale ribadisce il suo ruolo a supporto dell’isola di Taiwan, in caso di conflitto.
Non dissimile la posizione mostrata dalle Filippine. In particolare, il ministro della difesa filippino Gilberto Teodoro ha affermato che nonostante le tensioni tra Cina e USA stiano andando ad affievolirsi, le Filippine avvertono ancora una presenza minacciosa e preoccupante di Pechino nel Pacifico; mentre da un lato le Filippine stanno intrattenendo rapporti commerciali floridi con la Cina, dall’altro la paura deriva dalla mancanza di garanzie a lungo termine fornite dal partner, motivo per il quale il ministro ha richiamato nuovamente agli accordi di collaborazione tra Filippine e USA, ancora in vigore e rimasti intoccati dall’apertura il dialogo tra Trump e Xi, e visti come quel supporto necessario a garantire la sicurezza dei propri confini. Da sottolineare, inoltre, quanto le tensioni tra Filippine e Cina siano tutt’altro che in corso di risoluzione, alla luce delle pretese cinesi su gran parte del Mar Cinese Meridionale, e delle manovre intimidatorie di Pechino nei confronti di navi filippine, le quali trasportano rifornimenti e sono spesso intercettate da navi cinesi equipaggiate con cannoni ad acqua e laser accecanti.
Altri paesi che hanno partecipato al Forum hanno manifestato, apertamente, l’intenzione di riarmarsi e procedere ad una rapida militarizzazione. Singapore in particolare, nelle vesti del suo ministro della difesa, ha evidenziato la necessità di creare un’alleanza e un blocco unito tra paesi che condividono ideologia e posizioni diplomatiche simili; il Canada, rappresentato da Jennie Carignan, responsabile della difesa, ha espresso la volontà di espandere la sua presenza nella regione, stringendo legami più stretti con Giappone e Filippine in ambito marittimo e di cybersecurity; Chris Penk, ministro della difesa neozelandese ha invece confermato di star valutando la sostituzione di parte della flotta militare del paese con nuovi modelli acquistati dal Regno Unito e dal Giappone; e infine Richard Marles, ministro della difesa australiano, ha affermato l’importanza dei legami stretti con gli USA nel contesto di collaborazione militare nel Pacifico.
Una spesa militare di 60 miliardi
Dall’analisi del database del Sipri sulla spesa militare dei singoli paesi, aggiornato sulla base delle informazioni open-source disponibili, risulta un aumento costante della spesa militare nelle regioni dell’Asia Orientale e Sud-Orientale, nello specifico dal 2023 al 2025 ci sarebbe stato un aumento di oltre 70 miliardi di dollari, corrispondente ad un incremento di circa il 15%. La Cina, in particolare, rappresenta più della metà del totale della spesa stimata nel database, con una crescita di 40 miliardi dal 2023 al 2025 e un incremento registrato del 15%; il Giappone è passato da circa 46 miliardi di dollari a quasi 60 miliardi di spesa totale, un aumento di circa il 30%, ancor più alto in rapporto con la crescita cinese; e ancora, le Filippine hanno visto una crescita di circa un miliardo, circa il 13% del totale; Singapore di circa 2 miliardi, corrispondente ad incremento del 17%.
La prospettiva futura è evidente: l’aumento delle spese per la difesa non sono dettate da semplice inflazione, che in Asia Orientale resta stimata a un aumento di circa l’1,5% l’anno, ma un trend reale che è la diretta manifestazione delle tensioni emerse allo Shangri-La Dialogue.
Una muraglia anti-cinese
Dal Forum emerge infine una forte volontà di contenimento della potenza cinese da parte degli attori dell’est e del sud-est asiatico, oltre che di alcuni paesi dell’Oceania, i quali evidenziano una discrepanza tra gli accordi che Pechino propone in ambito commerciale e in sedi ufficiali di discussione rispetto alle pretese più volte mosse sul Mar Cinese Meridionale, in particolare nei confronti delle Filippine, il paese la cui integrità territoriale dei propri mari viene maggiormente minacciata; in particolare, da sottolineare che la Cina non ha ancora abbandonato la sua idea di sovranità sul Mar Cinese Meridionale emersa con la Linea dei Nove Tratti, la quale, tracciata dai cinesi stessi, darebbe a questi ultimi il controllo su circa il 90% del mare oggetto della contesa, seppur quest’ultima pretesa sia stata invalidata nel 2016 dalla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia.
L’anello di contenimento della potenza cinese continua dunque a reggere, mentre lo Shangri-La Dialogue si chiude, lasciando poco spazio ad aperture, accordi e amicizie, ma molto a dissapori e ostilità che confermano un trend di pesante militarizzazione. Fulcro di queste ostilità resta l’ambivalenza della potenza cinese: da un lato, diplomazia e accordi commerciali, atti a creare legami e rapporti che possano avvantaggiare tutti i paesi della sua sfera di interesse in sud-est Asia; dall’altro, pretese e spesa militare in aumento, piccole guerriglie, poca trasparenza e garanzie sulle reali intenzioni. Nonostante il riavvicinamento tra Cina e USA, quest’ultimo non è altro che una tregua temporanea dettata dalla crisi dello Stretto di Hormuz e dalla guerra in medio-oriente, che non fa altro che danneggiare in egual modo entrambe le potenze, le quali hanno ancora troppi nodi da sciogliere, a partire dalla spinosa questione di Taiwan, e dalle pretese cinesi sull’isola; nel contesto dello Shangri-La Dialogue, dunque, la presenza americana resta vitale per la riuscita del contenimento.
La strategia cinese potrebbe tuttavia essere più evidente che mai. Per usare una metafora, potrebbe star giocando al poliziotto buono e al poliziotto cattivo: da un alto propone una soluzione pacifica e diplomatica, accordi vantaggiosi per tutti gli attori statali dell’area, finalizzati a far breccia nell’anello di contenimento, per romperlo e garantirsi un supporto esterno; dall’altro, aumenta la sua spesa militare, in via emergenziale, se fare il poliziotto buono non dovesse essere abbastanza per rompere questo contenimento. Usando ancora una metafora, ogni accordo stretto dalla Cina è come una goccia d’acqua che colpisce una pietra, erodendola sempre di più fino a romperla, dopotutto i paesi che sono parte dell’anello di contenimento anti-cinese sono anche, paradossalmente, quelli che maggiormente intrattengono rapporti commerciali con Pechino, guidati da puro pragmatismo economico: la potenza cinese è ormai fondamentale, e non esiste Asia senza Cina.
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