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La parata sotto tregua (dott. Angelo De Pascale)

Il 9 maggio i missili intercontinentali hanno attraversato la Piazza Rossa sotto la protezione di un cessate il fuoco. Tre giorni di tregua, proposti da Mosca, perché la celebrazione della vittoria del 1945 non finisse sotto i droni ucraini. Fermati un attimo su questo dettaglio. Un esercito convinto di vincere non chiede pause per sfilare. Le chiede un esercito che ha perso il controllo di dove la guerra lo colpisce.

 

A ottomila chilometri di distanza, nello stesso mese, Donald Trump toccava il punto più basso dei suoi due mandati: 34 per cento per Reuters/Ipsos, e il tracker dell'Economist lo registrava come il presidente più impopolare da quando quel sondaggio esiste, dal 2009. A pesare sono la benzina e la guerra con l'Iran, aperta il 28 febbraio insieme a Israele, che ha chiuso lo Stretto di Hormuz e che ora la Casa Bianca dice di voler chiudere al tavolo.

 

L'istinto di Washington è cercare il rilancio dove la crisi è iniziata, in Medio Oriente. L'occasione vera sta altrove: in Europa, dove da oltre quattro anni Russia e Ucraina combattono la guerra più distruttiva del continente dal 1945, e dove negli ultimi mesi l'equilibrio si è spostato in modi che rendono la pace possibile per la prima volta.

 

Ottocento contratti al giorno non bastano più

 

Per anni il vantaggio brutale della Russia era uno: potersi permettere di combattere male. Coscritti, detenuti, uomini poveri delle regioni remote, chiunque lo Stato riuscisse a gettare in trincea. Le perdite erano enormi, il rimpiazzo sembrava inesauribile: nei mesi migliori oltre 30.000 arruolati.

 

Quella macchina ha smesso di produrre surplus. Nel primo trimestre del 2026 la Russia ha firmato circa 71.000 contratti, 800 al giorno: il dato più basso degli ultimi tre anni per quel periodo, calcola Janis Kluge sui bilanci federali e regionali russi, un quinto in meno rispetto al 2025, nonostante bonus d'ingaggio arrivati in media a 1,47 milioni di rubli, il massimo mai registrato. Lo Stato pagava di più per ottenere di meno. Nello stesso trimestre, sempre secondo le stime di Kluge sui dati del ministero delle Finanze, le famiglie risarcite per soldati caduti sono state circa 25.000. Lo Stato maggiore


ucraino sostiene che da dicembre le perdite superano gli arruolamenti. Kluge è più cauto, e la primavera gli dà in parte ragione: nel secondo trimestre il flusso è risalito verso i mille contratti al giorno. La macchina non si è rotta. Si è ridotta a tappare i buchi. Un esercito che paga cifre record per restare delle stesse dimensioni ha già perso la capacità di crescere.

 

Il territorio ha cambiato segno

 

Il terreno racconta la stessa storia con numeri più netti. Tra dicembre 2025 e maggio 2026 le forze russe hanno preso o infiltrato circa 41 chilometri quadrati di territorio ucraino, perdendone 281 tra quelli che controllavano pienamente, secondo l'Institute for the Study of War. Nello stesso semestre dell'anno precedente ne avevano conquistati 516: il ritmo offensivo è sceso sotto l'otto per cento di quello di un anno fa. Nelle quattro settimane tra inizio maggio e inizio giugno la perdita netta russa supera i 240 chilometri quadrati. Perfino DeepState, la mappa ucraina sistematicamente più prudente nel registrare i movimenti, assegna a Mosca per maggio un guadagno di 14 chilometri quadrati: un fronte ridotto all'immobilità.

 

L'Ucraina ha sostituito la massa con la velocità. Oltre quattro milioni di droni prodotti nel 2025, obiettivo sopra i sette milioni per quest'anno, contro i circa 100.000 droni da combattimento che l'industria americana produce in un anno. Mosca insegue con piani analoghi sugli FPV, i droni a pilotaggio in prima persona: il vantaggio di Kyiv non sta più nella quantità, sta nella velocità con cui innova e con cui colpisce. Logistica e centri di comando dietro la linea del fronte, raffinerie, depositi, aeroporti e radar dentro la Russia. Le dimensioni del paese, un tempo il suo principale vantaggio strategico, sono diventate un peso: più infrastrutture da proteggere, più territorio esposto. La tregua chiesta per la parata nasce da qui.

 

L'Europa ha smesso di aspettare Washington

 

Non è una vittoria, e il prezzo resta alto. Nella notte del 2 giugno la Russia ha lanciato 656 droni e 73 missili, uno degli assalti più pesanti da mesi: almeno 22 morti, e la difesa aerea ucraina ha intercettato 11 missili balistici Iskander su 33 e nessuno degli otto ipersonici Zircon. Numeri che misurano una carenza precisa, su cui torneremo.

 

Il risultato più sottovalutato di questa fase è però politico, ed è europeo. Il 12 aprile Viktor Orbán ha perso le elezioni ungheresi dopo sedici anni, travolto da Péter Magyar con un'affluenza dell'80 per cento, la più alta dalla caduta del comunismo. Undici giorni dopo l'Unione Europea ha dato il via libera definitivo al pacchetto da 90 miliardi di euro che Budapest bloccava da febbraio: 30 per il bilancio ucraino, 60 per la difesa, due terzi del fabbisogno di Kyiv fino al 2027. Lo sblocco è passato anche per una conduttura: due giorni prima dell'approvazione, Zelensky aveva annunciato la riparazione del Druzhba, l'oleodotto che porta greggio russo in Ungheria e il pretesto formale del veto. Mentre Washington guardava il Golfo, l'Europa ha preso in mano la guerra. Il disimpegno americano, che doveva dimostrare la fragilità europea, ha prodotto il contrario.

 

L'Iran ha bruciato le leve che servivano a Trump

 

Qui arriva la parte che a Washington nessuno ama sentirsi dire: la guerra con l'Iran, presentata come prova di forza, ha indebolito Trump proprio sul tavolo dove ha più da guadagnare. Tre leve, tre erosioni.

 

La prima è il petrolio. Per calmierare la benzina dopo la chiusura di Hormuz, a marzo il Tesoro ha sospeso parte delle sanzioni sul greggio russo già imbarcato, contro il parere esplicito del G7. Al Senato è circolata una stima: sei miliardi di dollari di beneficio per Mosca nelle prime due settimane


di guerra, tra prezzi in salita e sanzioni allentate. Oggi ogni nuova stretta sul petrolio russo si paga alla pompa americana, a cinque mesi dalle elezioni di metà mandato.

 

La seconda sono i Patriot. Zelensky lo ha messo nero su bianco in una lettera di cinque pagine arrivata alla Casa Bianca e al Congresso a fine maggio: in tre giorni di guerra con l'Iran gli Stati Uniti hanno consumato circa 800 intercettori, più di quanti l'Ucraina ne abbia ricevuti in quattro anni. Il Center for Strategic and International Studies ne conta oltre mille usati nel conflitto iraniano e stima in almeno tre anni il ritorno alle scorte prebelliche, con una produzione ferma attorno ai 600 missili l'anno. Gli Iskander e gli Zircon passati il 2 giugno sono il costo ucraino di quella contabilità.

 

La terza è il tempo. La scadenza che l'amministrazione aveva fissato per un accordo, giugno, è arrivata. I tavoli restano incagliati sul ritiro dal Donbas, che Mosca pretende e Kyiv rifiuta, e sulle garanzie di sicurezza che Washington lega a quel ritiro. Ad aprile la Russia ha posto a Kyiv un ultimatum di due mesi: ritirarsi dal Donbas o affrontare condizioni più dure. Quell'ultimatum scade in questi giorni, nel silenzio.

 

Putin ha la copertura interna per firmare

 

Eppure, dentro questo quadro Trump conserva strumenti che nessun leader europeo possiede. Chiudere il fronte iraniano gli restituisce la libertà di colpire di nuovo il petrolio russo. Ripristinare le consegne di Patriot risponde alla richiesta che Zelensky avanza per lettera da fine maggio. E c'è il margine interno di Mosca: il 67 per cento dei russi vuole l'avvio di negoziati, il massimo mai rilevato dal Levada Center, mentre il sostegno dichiarato all'esercito resta sopra il 70. Letti insieme, i due numeri dicono una cosa precisa: i russi non hanno smesso di sostenere la guerra, hanno smesso di volerne ancora. È la condizione ideale per un leader che intenda vendere una firma come vittoria. E il filo filorusso di Trump, paradossalmente, lo aiuta: Putin sa di trattare con un presidente sempre stato scettico verso Kyiv.

 

Esiste un precedente per questa configurazione. Nel 1953 un presidente repubblicano eletto promettendo di chiudere una guerra impopolare la chiuse in Corea con un armistizio, non con un trattato: il fronte si era irrigidito, entrambe le teorie della vittoria erano fallite. Quell'armistizio regge da settant'anni per una ragione sola: il trattato di mutua difesa con Seoul firmato lo stesso anno. Confini difendibili e garanzie strutturali, non promesse. L'Ucraina concederà territorio se dovrà, ma la guerra non riguarda il Donbas: riguarda se resterà un paese sovrano, ancorato all'Occidente in modo che a Mosca non convenga riprovarci.

 

Cosa resta sulla Piazza Rossa

 

Entrambe le teorie della vittoria di Putin sono crollate: l'Ucraina non era uno Stato debole, l'Occidente non si è stancato abbastanza da cedere. Il 9 maggio 2027 ci sarà un'altra parata, e la domanda che dovresti portarti via è questa: sfilerà sotto un'altra tregua di tre giorni chiesta a Kyiv, o dopo una firma che Putin avrà venduto come vittoria e che l'Ucraina avrà incassato come sopravvivenza garantita? La finestra per la seconda opzione è aperta adesso, ed è di Trump. Resta da capire se la vede, distratto dal Golfo che brucia, e quanto a lungo una finestra del genere resta aperta quando nessuno la attraversa.


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