Accoglienza fuori controllo: quando il sistema fallisce chi dovrebbe proteggere (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)
- dott.ssa Maria Gaia Pensieri

- 1 giorno fa
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Il sistema di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) rappresenta, sulla carta, uno dei pilastri più avanzati di tutela dei diritti umani. Nella realtà quotidiana, però, sempre più operatori e cittadini si trovano davanti a una verità scomoda: un meccanismo che, in molti casi, non funziona e che rischia di produrre effetti opposti rispetto a quelli per cui è stato creato.
Il principio è indiscutibile: proteggere i minori vulnerabili, offrirgli un futuro, garantire sicurezza e integrazione. Ma cosa accade quando questo sistema viene aggirato? Quando giovani dichiarano età difficilmente verificabili pur di accedere alle tutele previste per i minorenni? Quando la permanenza nei centri diventa una formalità, utile solo a sfruttare un meccanismo che non riesce a controllare se stesso?
Il costo per lo Stato è enorme. Strutture, personale, educatori, assistenza: una macchina complessa che assorbe risorse ingenti. Eppure, a fronte di questo investimento, i risultati appaiono sempre più fragili. Il sistema promette accoglienza e integrazione, ma troppo spesso non riesce a garantirle davvero.
Il cortocircuito diventa evidente nelle grandi città. A Roma, ad esempio, ma anche a Milano, il fenomeno è ormai noto agli addetti ai lavori. Gruppi organizzati di giovani, talvolta anche molto numerosi, agiscono in contesti ad alta densità come la metropolitana, prendendo di mira cittadini e turisti. Non si tratta di episodi isolati, ma di dinamiche ripetute che alimentano una percezione crescente di insicurezza.
Quando uno di questi ragazzi viene intercettato, si attiva una procedura lunga e dispendiosa. Poliziotti impegnati per ore nella redazione di atti, contatti con i servizi sociali, ricerca di strutture disponibili, accompagnamenti. Una macchina che si rimette in moto ogni volta, identica a se stessa.
E poi? Poi spesso tutto ricomincia da capo.
Perché quei minori – o presunti tali – una volta inseriti nelle strutture possono allontanarsi liberamente. Non possono essere trattenuti contro la loro volontà. Bastano poche ore, a volte minuti, e sono di nuovo fuori. Gli operatori devono denunciare l’allontanamento e il ciclo riparte: ricerca, rintraccio, nuova presa in carico, nuova fuga.
Un sistema che gira su se stesso, consumando risorse senza produrre risultati.
Nel frattempo, chi lavora sul campo si logora. Forze dell’ordine e operatori sociali si trovano intrappolati in procedure percepite come inutili, ripetitive, inefficaci. La frustrazione cresce, insieme alla sensazione di impotenza.
E fuori da questo circuito, c’è la realtà vissuta da cittadini e turisti: persone derubate, spaventate, sempre più diffidenti. Il danno non è solo economico o operativo, ma anche sociale. Si incrina la fiducia, si alimentano tensioni, si rafforzano percezioni che rischiano di degenerare in generalizzazioni pericolose.
È qui che il sistema mostra il suo fallimento più grave: non solo non riesce a proteggere pienamente chi ne ha diritto, ma finisce per mettere in difficoltà anche il contesto che dovrebbe accogliere.
Continuare a ignorare queste criticità significa alimentare un modello insostenibile. Serve il coraggio di riconoscere che qualcosa non funziona, e che la tutela dei minori non può tradursi in un automatismo privo di controlli efficaci.
Accogliere non può voler dire rinunciare a governare. Proteggere non può significare chiudere gli occhi.
Se l’obiettivo resta quello di garantire sicurezza, dignità e futuro ai più vulnerabili, allora è necessario ripensare profondamente il sistema. Perché così com’è, rischia di fallire su tutti i fronti: verso i minori, verso gli operatori e verso la società nel suo complesso.
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