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- LETTURA DEL CORPO DI UN CRIMINALE: Propedeutica della micro espressione
L’analisi comportamentale è una disciplina scientifica che indaga l’interazione tra individuo e ambiente. Attraverso l’osservazione e la misurazione sistematica, mira a comprendere i processi che regolano il comportamento, sviluppando interventi basati su evidenze per potenziare le abilità funzionali e ridurre le condotte disadattive. Durata: 3 ore Modalità: E-LEARNING Canale collegamento: MEET Quota: € 55 STANTARD, € 50 SOCI Relatore: dott.ssa Mariana Berardinetti Profilo | SQUAD.SMPD Programma Formativo: Ø Introduzione al comportamento osservabile ; Ø Dinamiche di gruppo e comportamento del branco Ø Lettura del comportamento dell’offender Ø Tecniche di interrogatorio e lettura dell’intervistato Ø Sessione pratica: Analisi di 4 video reali Debrief finale Conseguimento: Attestato partecipazione Iscrizione e partecipazione email: squadformazione@gmail.com whatsapp 3885845873
- Sessanta giorni di passaggio gratuito ( dott. Angelo De Pascale)
Il 21 maggio, mentre i negoziatori ancora discutevano le clausole, Teheran ha annunciato l'esistenza di un nuovo ente. Si chiama Persian Gulf Strait Authority. Ha tracciato una "zona marittima controllata" che corre dalla linea tra Kuh-e Mobarak e Fujairah fino alla linea tra l'isola di Qeshm e Umm Al Quwain. Dentro quella zona, ha stabilito l'Autorità, il transito richiede coordinamento e autorizzazione. Anwar Gargash, consigliere della presidenza emiratina, ha risposto in poche ore: è una violazione della sovranità degli Emirati. Pochi giorni dopo, tre superpetroliere saudite cariche di sei milioni di barili attraversavano lo Stretto. Passaggio libero, gratuito, garantito dal memorandum appena firmato. Ma quel passaggio gratuito ha una scadenza scritta nel testo: sessanta giorni. Poi l'amministrazione futura dello Stretto la definisce Teheran, in dialogo con Oman e gli altri rivieraschi. Un ente esiste già per gestirla. Tieni insieme questi due fatti. Una via d'acqua che per decenni nessuno doveva concedere, perché esisteva e basta, oggi ha un'autorità che ne regola l'accesso e un calendario che decide quando la cortesia finisce. Questo è il vero prodotto della guerra cominciata il 28 febbraio. Non una vittoria americana che si misura in obiettivi distrutti. Una trasformazione di stato: da fatto geografico neutro a strumento negoziale iraniano. Cosa Washington ha comprato, e a quale prezzo Il memorandum è entrato in vigore il 17 giugno con firma elettronica. Trump lo ha controfirmato a Versailles, durante la cena del G7, e Pezeshkian dall'Iran. La cerimonia pubblica prevista per il 19 in Svizzera, al Bürgenstock, è stata annullata: l'accordo era già operativo. Restano i colloqui tecnici e una finestra di sessanta giorni per il final deal, che dovrà passare per una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quello che l'Iran porta a casa subito è concreto. Riapertura dello Stretto, ripresa immediata delle esportazioni di petrolio, impegno americano a rimuovere progressivamente le sanzioni e a sbloccare asset congelati per una cifra che le stime collocano intorno ai cento miliardi di dollari, vincolata alla compliance. E un piano di ricostruzione da almeno trecento miliardi. Quei soldi non escono dal Tesoro americano. Li mettono gli Stati del Golfo. Washington fa da garante politico, non da finanziatore. Quello che Washington porta a casa è più sottile. L'impegno iraniano a non dotarsi di armi nucleari, che Teheran ripeteva già da cinquant'anni. E un elemento nuovo, comparso solo nel testo finale e assente dalla bozza: una "minimum methodology" per il down-blending dello stock di uranio altamente arricchito, da diluire sul suolo iraniano sotto supervisione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Rafael Grossi si è detto pronto a definire i passi concreti. È l'unico punto su cui l'amministrazione può rivendicare qualcosa che prima non aveva. Vale riconoscerlo con precisione, perché è il perno della loro difesa pubblica. Resta da vedere se reggerà al negoziato sul final deal, dove tutto può essere eroso. Il meccanismo dell'accordo si lascia enunciare in una frase che chi lo ha firmato fatica ad accettare. Washington ha pagato un prezzo enorme per ottenere ciò che già possedeva, e ha consegnato a Teheran leve che prima non esistevano. La prova che la lettura non è di parte la danno gli avversari interni del presidente. Ted Cruz, repubblicano, ha detto che Trump ha ricevuto pessimi consigli e che dare miliardi all'Iran non è una buona idea. Su Al Jazeera, l'analista Mike Hanna ha osservato che l'amministrazione sta combattendo per persuadere il pubblico americano di non aver subito una sconfitta. Quando devi spendere capitale politico per convincere i tuoi che non hai perso, hai già detto qualcosa sul risultato. Una potenza media che torna in piedi in sei mesi Sul terreno militare la valutazione americana è spaccata in due, e la frattura conta più di qualsiasi clausola. L'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha testimoniato al Congresso che l'Operazione Epic Fury ha distrutto il novanta per cento della base industriale della difesa iraniana, garantendo che l'Iran non potrà ricostituirsi per anni. Quattro fonti dell'intelligence citate dalla CNN raccontano l'opposto. Produzione di droni già riavviata durante la tregua. Missili da crociera costieri largamente intatti, perché la campagna aerea non aveva preso di mira gli asset costieri. Base industriale in ricostruzione con il sostegno di Russia e Cina. Le parole di un funzionario sono nette: gli iraniani hanno superato tutte le tempistiche che la comunità di intelligence aveva previsto. Una stima parla di sei mesi per il pieno recupero della capacità d'attacco con droni. Se ha ragione l'intelligence e non Cooper, il messaggio strategico è devastante. Una potenza media, colpita insieme da Stati Uniti e Israele con mezzi enormi, rimette in piedi la produzione di droni e missili nel giro di mesi. La deterrenza che l'operazione doveva stabilire si dissolve nel momento stesso in cui viene proclamata. Perché la deterrenza non è la distruzione di un impianto. È la convinzione dell'avversario di non potersi rialzare. Se Teheran sa di poter ricostruire, e lo dimostra durante la tregua, il costo del prossimo confronto sale per Washington, non scende. Qui torna utile la storia. La capacità iraniana sui droni non è concentrata in poche fabbriche colpibili dall'alto. È distribuita: assemblaggio decentrato, componenti in parte commerciali, conoscenza tecnica diffusa nei quadri. È il modello che ha reso lo Shahed un'arma da guerra industriale a basso costo. Bombardare nodi di una rete distribuita la rallenta, non la spegne. È la stessa lezione che le campagne aeree imparano da decenni e dimenticano a ogni nuovo conflitto: si distrugge ciò che si vede, e ciò che conta è quello che non si vede. Dinamiche mediorientali La rete dei proxy ha retto, con sfumature che valgono più della tenuta in sé. Hezbollah è rientrato in guerra entro due giorni dall'uccisione di Khamenei, definendo le sue azioni una vendetta esplicita. Le milizie irachene hanno rivendicato oltre duecentonovanta attacchi nei primi undici giorni. Gli Houthi hanno scelto la postura più interessante, un restraint calcolato e coordinato con Teheran, conservando la carta del Mar Rosso da rigiocare alla scadenza dei sessanta giorni. Ma il riallineamento che conta è un altro, e si gioca tra chi dovrebbe stare dalla parte americana. Egitto, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita hanno costruito un quadrilatero consultivo sopra il patto di mutua difesa saudita-pakistano del settembre 2025. Tre riunioni dei ministri degli esteri in trentun giorni, nessun comunicato. E il perimetro si allarga: il Qatar è entrato nel coordinamento, dopo che l'attacco israeliano del 2025 a Doha gli ha mostrato quanto valga davvero l'ombrello americano. L'IISS lo ha definito un passaggio dalla coordinazione reattiva alla consultazione istituzionalizzata. Non è un'alleanza vincolante e probabilmente non lo diventerà, perché i quattro hanno idee divergenti su cosa sia una minaccia e troppi legami da bilanciare. Ma il segnale resta: le grandi potenze sunnite stanno costruendo una rete di sicurezza che non passa più per la garanzia americana, dopo che i missili iraniani hanno colpito infrastrutture saudite, basi USA in Bahrein e impianti del gas in Qatar senza che Washington proteggesse nessuno. E qui arriva il dettaglio che la cronaca regala all'analista. L'Iran non subisce questo blocco. Lo sta smontando dall'interno, con strumenti precisi. Esenta dai pedaggi di Hormuz le navi battenti bandiera pakistana, sovvenzionando di fatto la neutralità di Islamabad. Nello stesso tempo co-redige con Oman il regime permanente dello Stretto, e lo fa escludendo l'Arabia Saudita. Il Pakistan è insieme pilastro militare del patto con Riad e mediatore chiave del negoziato con gli USA. Tirato da due parti, ha tutto da perdere se il quadrilatero appare un blocco anti-iraniano. Teheran ha letto questa frattura prima di chiunque altro e ci sta investendo. La diffidenza dei sunniti verso il duo Trump-Netanyahu è il collante del blocco. La leva di Hormuz è il cuneo che lo divide. Stesso Stretto, due funzioni opposte. Il convitato che può rovesciare il tavolo Israele è dentro l'accordo senza essere stato al tavolo, e non ha intenzione di rispettarne i vincoli. Il memorandum apre con un riferimento al Libano e impone la fine delle operazioni su tutti i fronti. Netanyahu ha dichiarato che le truppe resteranno nelle zone di sicurezza nel sud del Libano per tutto il tempo necessario. Ben Gvir e Smotrich attaccano l'intesa da destra. Trump ha rimproverato Netanyahu in una telefonata che Axios ha descritto come carica di insulti. Il punto di frattura non è più solo lo scarto tra firmatari e attori sul terreno. È un'ambiguità che vive nel testo stesso. Un funzionario americano ha dichiarato che il memorandum non condiziona l'accordo al ritiro israeliano dal Libano, pur prevedendo un cessate il fuoco che copre il Libano. Teheran sostiene l'esatto contrario: i due dossier sono legati, e Araghchi ha minacciato una ripresa su vasta scala della guerra in caso di attacco a Beirut. La stessa clausola, due letture opposte da parte dei due firmatari. Ogni raid israeliano diventa così un test su quale interpretazione prevale. E un pretesto pronto, perché Teheran si chiami fuori dagli impegni nucleari nel momento che riterrà utile. La fragilità dell'intesa non sta in un dettaglio tecnico. Sta nel fatto che uno dei firmatari, gli Stati Uniti, non controlla l'attore le cui mosse possono mandare in pezzi ciò che ha appena sottoscritto. Vance ha chiesto a Netanyahu di ridurre la presenza in Libano. Netanyahu ha rifiutato. Trump lo sa, e la sua irritazione pubblica lo conferma a ogni dichiarazione. L'autorità che decide chi passa Torna a quella zona marittima controllata, alla linea tracciata tra Kuh-e Mobarak e Fujairah. Prima della guerra lo Stretto era un bene comune. Un fatto geografico che nessuno doveva concedere, perché apparteneva alla categoria delle cose che semplicemente sono. Oggi c'è un ente iraniano che ne regola l'accesso, un calendario che decide quando il passaggio gratuito finisce, e un negoziato con Oman che ne disegna il futuro tagliando fuori Riad. Un bene comune è diventato qualcosa su cui l'Iran rivendica un titolo. E un titolo che ti arroghi con la forza lo puoi rigiocare con la forza, ogni volta che serve. Washington ha speso una guerra per dimostrare la propria capacità di imporre. Ne esce avendo dimostrato i limiti di quella capacità a chiunque guardasse: ai sunniti che ora si coprono da soli, all'Iran che si ricostruisce in sei mesi, a Israele che ignora i vincoli sottoscritti in suo nome. La domanda che resta non riguarda i sessanta giorni del final deal. Riguarda il quadrilatero, e quanto tiene la sua diffidenza verso una garanzia americana che ha appena mostrato i propri limiti. Teheran ci sta già lavorando dall'interno, un pedaggio alla volta. Resta da capire se i sunniti si lasceranno dividere, o se sarà proprio la loro sfiducia in Washington a tenerli insieme. Il 21 maggio, mentre i negoziatori discutevano ancora le clausole, Teheran ha annunciato la nascita di un ente: la Persian Gulf Strait Authority. Ha tracciato una zona marittima controllata che corre da Kuh-e Mobarak a Fujairah fino alla linea tra Qeshm e Umm Al Quwain. Dentro quel perimetro, il transito richiede coordinamento e autorizzazione. Gli Emirati hanno parlato di violazione della sovranità in poche ore. Articolo a cura di:
- GESTIONE DEL RISCHIO: Tecniche e Strategie Comunicative
Il ruolo degli addetti alla vigilanza, alle Guardie Giurate e Fiduciari, spetta loro l'arduo compito nella gestione di individui aggressivi e minacciosi, fungono da elemento di dissuasione e de-escalation, agendo con prontezza e fermezza per neutralizzare la minaccia e garantire l'incolumità collettiva attraverso l'applicazione di protocolli di sicurezza mirati e una comunicazione assertiva. L’investimento sulla tua qualità professionale è una scelta che appartiene solo a te; la SQUAD è qui per trasformare quel potenziale in eccellenza, fornendoti la formazione e gli strumenti necessari per intervenire con sicurezza, precisione e risolutezza in ogni scenario L’obiettivo del corso è colmare il divario formativo degli addetti alla Vigilanza Guardie Giurate e degli addetti alla Sicurezza ex Fiduciari, fornendo le competenze tecniche e operative spesso trascurate nei percorsi standard Durata: 4 ore Modalità: E-LEARNING Canale collegamento: MEET Quota: €55 Standard, €50 Partners, €45 Soci SQUAD Docente: Primo dirigente Polizia di Stato Criminal Profiler - Intelligence Investigativa Argomenti Formativi: Fondamenti e strategia operativa; Comunicazione in contesti ad alto rischio; Gestione e de-escalation del conflitto; Analisi comportamentale; Ruoli e responsabilità; Vittimologia Conseguimento: Attestato partecipazione; Nota di merito; Albo Professionale; Iscrizione e partecipazione email: squadformazione@gmail.com whatsapp 3885845873
- Le Competenze chiave della Nuova Sicurezza: perché oggi dobbiamo pensare “al nuovo” ! (dott.ssa Daniela Bellomi)
Quando pensiamo al “nuovo” non dobbiamo più pensare alle “nuove paure” ma “al nuovo”. Ad un nuovo a tutto tondo ! E, se dobbiamo pensare, è indispensabile fare uno sforzo ! Pensare è – in termini generali – uno sforzo Culturale che le norme Europee hanno provato ad instillare da anni: consapevolezza, competenza e rendicontabilità. E questo sforzo – del pensare e della cultura – non va lasciato al perimetro degli specialisti dal momento che i rischi dell’Intelligenza Artificiale riguardano tutti ed emergono nella vita quotidiana, nelle scelte e nei flussi di lavoro. Ma non solo: oggi non è più sufficiente “non fare stupidi errori”, oggi è indispensabile “conoscere”, “comprendere”, “dubitare”. “Conoscere” non significa trasformare ogni dipendente in un esperto ma costruire un’alfabetizzazione di base che consenta a tutti, in ogni ruolo, di capire il senso dei rischi principali e non sentire termini come “prompt injection” o “model extraction” e di non percepire questi termini troppo di nicchia. “Comprendere” – invece – significa ricostruire il contesto, ovvero il sistema che stiamo usando, quali dati stiamo trattando, dove potrebbe rompersi. E’ la differenza tra sapere che il “phishing” è pericoloso e capire perché una specifica email – pur perfetta nella forma – è sospetta nel contesto della propria azienda. “Dubitare” è la competenza più critica nell’era dei “deepfake”. Non dobbiamo farci prendere dal panico o dalla paura ma avere un corretto “dubbio operativo”: chiedersi se la telefonata dal CEO che chiede un’azione urgente e fuori procedura sia reale oppure se un chatbot, che risponde in modo perfetto, stia davvero rivelando qualcosa che non dovrebbe...Molte, troppe organizzazioni stanno ancora sottovalutando questa trasformazione. E va rimarcato che anche tutti i componenti del Consiglio di Amministrazione dovrebbero essere in grado di fare domande sensate sui rischi, sui controlli, sui fornitori, sul monitoraggio e sulle responsabilità. I rischi – in particolare in questo momento storico – vanno tradotti in scelte operative: “quali dati possono entrare in un sistema”, “quali compiti possono essere automatizzati e quali no”, “come si controllano output e comportamenti anomali”, “ quali misure di continuità servono se il servizio degrada o viene abusato”, ecc. E’ anche fondamentale avere strumenti per riconoscere qualcosa che non “torna”, come una richiesta urgente e fuori procedura, una voce troppo perfetta, ecc. Quello che deve diventare la nostra certezza è che la Sicurezza non è più soltanto “non fare” ma è “capire il perché”. Ed arriviamo al punto fondamentale, dal quale potremo capire o meno – se effettivamente – stiamo seguendo la via corretta oppure no...anche perché, questa volta, sbagliarla potrebbe essere molto più pericoloso. E’ ormai evidente che la Formazione tradizionale non basta. E, anche, che le linee guida imposte dal “come condurre un’analisi” piuttosto che “il seguire schemi conosciuti” non possono più essere il cavallo di battaglia di nessuno. Compreso questo concetto dobbiamo – di necessità – costruire un programma in itinere che si differenzia per ruoli e che abbia il potenziale di lavorare ed analizzare con strumenti quali la semantica, la semiotica e la Filosofia. Un attestato che certifica non basta più. Anzi, alcune volte certifica la mancanza di capacità espansiva della mente. E’ necessario rivisitare il lavoro interdisciplinare e mettere “paletti” oltre che valutare l’attuale linguaggio comune: queste sono le chiavi per una valutazione del rischio adeguato. Le competenze distribuite e il lavoro interdisciplinare richiedono una valutazione efficace ed efficiente ma la prima domanda da porsi è “ qual’ è la capacità complessiva della mente del professionista che si erge ad effettuare questa valutazione ? E se il team tecnico deve comprendere le vulnerabilità e le dipendenze è vitale che il legale debba tradurre requisiti e responsabilità. Il business deve stimare l’impatto operativo e reputazionale; le risorse umane devono capire quali competenze servono e come allenarle; chi gestisce procurement e fornitori deve pretendere evidenze e garanzie coerenti con il rischio. Questo processo funziona solo se le parti parlano un linguaggio comune e hanno una comprensione minima del dominio degli altri. Ed è, di nuovo, Formazione: non quella a compartimenti stagni, ma “Quella davvero innovativa”, quella integrata che collega rischi, processi e decisioni: quella che, fino ad ora, vediamo arrancare dietro a tempi e necessità che viaggiano ad altissima competitività. Il concetto del dubbio – spesso visto nella sua accezione negativa – deve essere incoraggiato !In filosofia, il dubbio è un fondamentale strumento di ricerca, non solo incertezza, che indirizza a cercare verità o consapevolezza della sua stessa impossibilità. Si distingue in metodico e scettico. È, anche, il motore del pensiero critico che supera conformismi e dogmi. Il dubbio non è paralizzante, come spesso si pensa. E’ una forma di riflessione anticipata utile per le decisioni. Il dubbio è interpretato come la capacità di mettere in discussione le certezze date, trasformando l'incertezza in un'opportunità di conoscenza e libertà. E come il dubbio, anche le anomalie vanno analizzate. Se chiediamo alle persone di verificare e dubitare dobbiamo però – prima – aver reso praticabile quel comportamento e, soprattutto aver abbattuto ciò che ha incentivato il “farlo poco”, se non raramente. Aver ridicolizzato i falsi allarmi e, allo stesso modo, aver punito chi – per una verifica ragionevole – abbia rallentato un processo non ha avuto poco peso, anzi. E’ compito di una sana e buona organizzazione ricreare la cultura sana del dubbio, dandole - finalmente – la giusta dignità del dubbio informato. E si può già iniziare, con gli strumenti che già abbiamo: OWASP, NIST e ISO 42001. La differenza è che non devono più essere usati come checklist ma come – vere e proprie – risorse per strutturare le scelte. Questi strumenti possono supportare questo lavoro non perché si vanno a sostituire alla responsabilità ma perché aiutano a fare e a farsi domande migliori, a rendere le scelte documentabili e migliorabili nel tempo. Chiaramente il comportamento delle organizzazioni non sarà lo stesso e perciò, mentre alcune resteranno resilienti al cambiamento e quindi diventeranno sempre più vulnerabili, le altre creeranno – fisiologicamente – un crescente distacco. Un distacco che sarà creato dal salto trasformativo non effettuato dalle aziende che continuano con il business “us usual”. Quelle disposte all’accettazione del cambiamento avranno più resilienza nel riconoscere ed assorbire minacce nuove, avranno maggiore capacità di evitare incidenti che diventando notizia in poche ore danneggia anche la reputazione. E avranno più strumenti per rispondere a richieste di accountability. Quelle che opporranno resistenza andranno avanti un pò ma lo faranno con un debito tecnico e culturale che andrà, ovviamente, ad aumentare — finché un incidente, una scelta sbagliata su un fornitore, o un’integrazione frettolosa con un sistema AI non verificato renderà improvvisamente evidente il costo dell’inerzia. Se non passerà il messaggio che la differenza non sarà solamente la tecnologia a disposizione o il budget allocato alla Sicurezza ma il Pensiero che rappresenta e costituisce la Cultura Organizzativa non ci sarà nessun firewell, per quanto possa essere di livello e sofisticato, che potrà mai compensare un management che autorizza l’integrazione di sistemi senza comprenderne rischi e controlli. Nessuna policy password può proteggere da una richiesta urgente veicolata da un deepfake credibile se non esiste una procedura di verifica e un’abitudine al dubbio. Diversamente dalla Sicurezza del passato – oggi – non ci si può più permettere di recitare una parte, la parte di chi “è” e “si sente” al Sicuro perché ha osservato scrupolosamente tutte le regole della recitazione perfetta, nemmeno fossimo ad uno spettacolo teatrale ! E’ arrivato il Tempo di “essere davvero al sicuro”. E perché questo accada ci vuole consapevolezza, metodo e capacità di cambiare insieme al tempo e al contesto ma, anche, quando le analisi degli incidenti ci stanno indicando che c’è qualche errore nel processo in atto o, solo semplicemente, che ci stiamo sbagliando Noi ! E se tutto questo dovesse accadere – cosa che mi auguro vivamente – ci potremmo finalmente rendere conto che oltre al non pensare e al non essersi presi della cultura abbiamo commesso il più grande degli errori, fin da principio. O meglio: l’ errore è stato commesso e, per svariate ragioni, non abbiamo avuto il coraggio di “fermare” l’adozione di questo comportamento da parte di molti forse anche perché politicamente scorretto in una politica dove le relazioni e i contatti sono importanti. Ma mai quanto la Sicurezza di tutti. Abbiamo fatto o subito una scelta oligarchica e questo, come la storia ci ha insegnato, non ha portato altro che problemi. Articolo a cura di:
- Savona, per l’estate più controlli sul litorale, vigilanza privata e stop ai pullman turistici
Sono le misure emerse dal Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica che si è svolto questa mattina in prefettura a Savona, convocato su richiesta dell’Amministrazione comunale Più controlli nelle zone della movida, una nuova ordinanza per limitare l’arrivo dei pullman turistici sul litorale e un sistema di vigilanza privata condiviso tra Comune e stabilimenti balneari. Sono queste alcune delle misure emerse dal Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica che si è svolto questa mattina in prefettura a Savona, convocato su richiesta dell’Amministrazione comunale per fare il punto sulla situazione in vista dell’avvio della stagione estiva. Richiesta di rafforzamento delle forze dell’ordine Il Comune, anche alla luce dei recenti episodi di cronaca che hanno interessato la città, ha manifestato la propria preoccupazione chiedendo un rafforzamento del presidio delle forze dell’ordine nei luoghi considerati più delicati, come il Prolungamento, la Darsena e le aree del litorale maggiormente frequentate durante i mesi estivi. L’assessore alla sicurezza Barbara Pasquali ha ricevuto rassicurazioni da parte dei rappresentanti delle forze dell’ordine sulla disponibilità a intensificare i controlli. Nel corso dell’incontro sono stati inoltre illustrati gli interventi che il Comune intende attuare nei prossimi giorni. I provvedimenti Tra i provvedimenti principali figura una nuova ordinanza sindacale che vieterà il transito dei pullman turistici lungo il litorale cittadino. L’obiettivo è quello di contrastare gli arrivi massicci e prevenire fenomeni di campeggio abusivo sulle spiagge libere, in particolare nella zona delle Fornaci. Un’altra novità sarà l’attivazione di un servizio di vigilanza privata nato dalla collaborazione tra il Comune e l’associazione Bagni Marini, che interesserà il Prolungamento, gli stabilimenti balneari e le spiagge libere. L’Amministrazione comunale ha inoltre chiesto di incrementare i controlli sugli esercizi pubblici che non rispettano la normativa relativa alla somministrazione di alcolici, valutando, nei casi più gravi, l’applicazione dei provvedimenti previsti dall’articolo 100 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, che può comportare la sospensione dell’attività. «L’estate è un periodo particolarmente delicato, soprattutto nei lidi, in Darsena, lungo il Prolungamento, ma non solo. I recenti fatti di cronaca lo confermano e per noi è prioritario garantire la vivibilità di tutti gli spazi cittadini», ha dichiarato l’assessore alla Sicurezza Barbara Pasquali, che ha ringraziato la Prefettura e le forze dell’ordine per la disponibilità a coordinare le azioni con la polizia locale. «Ogni anno interveniamo sul litorale anche attraverso l’attività della polizia locale, ad esempio per lo sgombero delle tende abusive. Quest’anno, con l’introduzione della vigilanza privata e con l’ordinanza sui pullman, riteniamo di poter mettere in campo un’azione ancora più efficace. Continueremo comunque a mantenere un confronto costante con Prefettura, Questura e forze dell’ordine per monitorare la situazione e coordinare gli interventi», ha concluso Pasquali. Savona, per l’estate più controlli sul litorale, vigilanza privata e stop ai pullman turistici - La Stampa
- Droni vicino al Cremlino. Russia in crisi globale: le raffinerie al collasso
L'economia russa mostra segnali sempre più evidenti di stress strutturale mentre il Cremlino si prepara a una stagione politica delicata, culminata con la convocazione delle elezioni per la Duma di Stato il prossimo 20 settembre. Sullo sfondo della guerra in Ucraina, il quadro che emerge è quello di un sistema chiamato a sostenere simultaneamente lo sforzo militare, la stabilità sociale e la tenuta finanziaria del Paese. Al centro dell'attenzione si trova la Banca Centrale russa e soprattutto la sua governatrice, Elvira Nabiullina, la cui improvvisa scomparsa dalla scena pubblica ha alimentato per settimane speculazioni e lotte di potere. Le voci più estreme sembrano però smentite: la Banca di Russia ha annunciato che tornerà in pubblico il 19 giugno, in occasione della conferenza stampa dopo la riunione sui tassi d'interesse. La Banca Centrale li ha abbassati al 14,5%, dopo otto riduzioni consecutive dal massimo del 21% raggiunto un anno fa. La decisione è stata presa perché l'inflazione sta rallentando e l'economia mostra segni di debolezza. Anche Putin ha affermato che potrebbero esserci ulteriori tagli dei tassi nella prossima riunione. A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce la crescente fragilità del settore energetico interno. Il governo ha deciso di prorogare le deroghe che consentono ad alcune raffinerie di immettere sul mercato carburanti con caratteristiche inferiori agli standard Euro-5, in particolare per quanto riguarda il contenuto di zolfo. Una misura che avrebbe dovuto essere temporanea ma che è stata estesa a causa delle persistenti carenze di benzina e diesel. Alla base di queste difficoltà vi è anche l'intensificarsi della campagna ucraina contro le infrastrutture energetiche russe. Nelle ultime settimane numerose raffinerie sono finite nel mirino dei droni di Kiev. Tra gli obiettivi colpiti figura anche la grande raffineria di Mosca gestita da Gazprom Neft, che copre una quota rilevante del fabbisogno di carburante della capitale e della regione circostante. Il ripetersi delle incursioni dimostra come l'Ucraina sia ormai in grado di portare la guerra in profondità nel territorio russo. Nella notte, Mosca ha riferito di aver abbattuto 172 droni ucraini, inclusi 60 diretti verso la capitale. Le forze russe hanno colpito infrastrutture e aree civili, causando blackout diffusi. Attacchi con droni a Nikopol e Kherson provocano 5 vittime civili. Colpi di avvertimento sparati dalla fregata russa "Ammiraglio Grigorovich" sono stati esplosi a 500 metri da uno yacht britannico che navigava nella Manica. Kiev ha perso un Mig-29 durante un'esercitazione. Berlino prepara un piano da 16 miliardi di euro per difesa anti-droni. Droni vicino al Cremlino. Russia in crisi globale: le raffinerie al collasso
- Sorelline scomparse, tracce su tre telefonini sospetti (uno di un familiare). Quelle frasi come "codici" nei biglietti
Tre numeri di telefono nel mirino degli inquirenti. Due risultano inattivi da circa 72 ore, ma avrebbero agganciato la rete per almeno quattro giorni dopo la scomparsa di Alisya e Sarah, le due sorelle di 16 e 12 anni originarie di Minturno, sparite nella notte tra sabato 6 e domenica 7 giugno dalla comunità “Ofh Hope” di Civitella Alfedena. Le ragazze avrebbero con sé almeno due dispositivi, uno dei quali risulta intestato a un familiare. Il segnale, inizialmente localizzato nell’area del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si sarebbe interrotto intorno a mercoledì. LA TASK-FORCE Da quel momento le ricerche si sono concentrate in maniera sempre più stringente nell’area protetta montana. Le operazioni si estendono ai rifugi in quota, ma anche a casolari isolati, grotte e abitazioni disabitate. Battuto anche il cimitero di Civitella Alfedena. Ieri è intervenuta una task force imponente. Circa 50 uomini tra vigili del fuoco, soccorso alpino e speleologico, protezione civile e volontari. In campo anche gli specialisti del soccorso alpino della Guardia di finanza di Roccaraso con unità cinofile, gli stessi intervenuti nella tragedia di Rigopiano e in altri scenari. I finanzieri hanno battuto diverse aree, tra cui la Valle Jannanghera e la zona della Camosciara, partendo da un sentiero sopra Santa Lucia, nella parte alta dell’esercizio commerciale dove le due minori sono state riprese dalle telecamere di videosorveglianza per l’ultima volta. In quei frame erano da sole, ma a poca distanza venivano osservate dagli educatori che poi le hanno riaccompagnate nella struttura intorno alle 23. Alle 2 di notte, Alisya chiede un farmaco per il mal di pancia. Poi la scomparsa, portando via abiti, scarpe, trucchi e uno zainetto. I vigili del fuoco, con l’ausilio dei droni, hanno perlustrato anche l’area della diga del lago di Barrea. Le operazioni sono state sospese nel tardo pomeriggio di ieri a causa della pioggia. LE PISTE La Procura di Sulmona ha aperto un fascicolo per sottrazione di minori contro ignoti e per abbandono di minori nei confronti dei responsabili della casa famiglia di Civitella Alfedena. Le indagini, affidate ai carabinieri della compagnia di Castel di Sangro, si concentrano sul possibile coinvolgimento di persone conosciute dalle ragazze o appartenenti alla loro sfera relazionale e familiare. «Si parla di fuga organizzata, ma a noi le ragazze non hanno mai dato segnali in tal senso. Se sono fuggite, non da sole», afferma Maurizio Volpini, presidente della cooperativa che gestisce la struttura. Con decreto del Tribunale di Cassino del 28 maggio era stata dichiarata la decadenza della responsabilità genitoriale della madre, Valentina D’Acunto. Le ragazze avrebbero dovuto tornare a vivere con il padre, Stefano Di Giacinto, ex militare dell’Esercito, che aveva riacquistato la responsabilità genitoriale avviando un percorso di riavvicinamento alle figlie, destinato però a concretizzarsi nell’arco di due anni. Le minori sarebbero venute a conoscenza del provvedimento proprio nei giorni precedenti alla scomparsa. Un elemento che gli investigatori stanno ricostruendo, insieme ai biglietti trovati nella camera delle ragazze con frasi descritte come “codici” e alle immagini di diverse automobili riprese dalle telecamere comunali ai due ingressi di Civitella Alfedena. Tutte le restano aperte, dall’allontanamento volontario a un possibile rapimento, fino a scenari più gravi che al momento non vengono esclusi. Si indaga anche su una possibile “rete di protezione” forse non italiana, legata a persone di cui le due minori si fidavano, che potrebbero avere offerto copertura e alloggi. Sarah è affetta da celiachia, come affermato dal difensore della madre Enrico Mastantuono. Gli investigatori hanno effettuato sopralluoghi in negozi per verificare se le minori, o altre persone nei giorni precedenti, avessero acquistato prodotti senza glutine. Sorelline scomparse, tracce su tre telefonini sospetti (uno di un familiare). Quelle frasi come "codici" nei biglietti
- Marco Noviello, carabiniere di 26 anni trovato morto dai colleghi nel garage della caserma: i drammatici tentativi di soccorso
Carabiniere trovato morto nel garage della caserma. Una tragica fatalità ha voluto che i colleghi scoprissero del suo malore troppo tardi, quando ormai i tentativi per strapparlo alla morte sono stati vani. E ora la città di Cava de Tirreni attende l'arrivo della salma di Marco Noviello, 26enne carabiniere in forza alla all'arma di Clusone (Bergamo) colpito da un malore mentre si trovava nel garage della caserma. I funerali dovrebbero essere fissati nella giornata di domani. Il malore fatale in caserma Il carabiniere Marco Noviello si è sentito male all'improvviso nella tarda mattinata di sabato scorso: i colleghi l'hanno trovato privo di sensi nel garage della caserma, ai piedi dell'auto di servizio. È stato rianimato sul posto, anche con l'aiuto del defibrillatore in dotazione, poi trasportato al vicino campo sportivo dove era già atterrato l'elicottero: infine il trasferimento in codice rosso al Papa Giovanni, dove poi è morto ieri, lunedì 15 giugno. Il ricordo del comandante Commosso il ricordo di Marco Noviello da parte di Maurizio Guadalupi, comandante della compagnia dei carabinieri di Clusone: «La sua improvvisa scomparsa lascia un vuoto immenso nell'Arma e nella nostra comunità. Marco era un giovane militare serio, disponibile, generoso e profondamente legato al senso del dovere. Il suo sorriso e il suo esempio continueranno a vivere nel ricordo dei colleghi e di tutti coloro che credono nei valori dell'Arma dei carabinieri». Il dolore del sindaco Stamattina il sindaco di Cava de' Tirreni, Raffaele Giordano ha voluto esprimere la vicinanza alla famiglia: "A nome mio personale, dell’Amministrazione comunale e dell’intera comunità di Cava de’ Tirreni, esprimo profondo cordoglio per la prematura scomparsa di Marco Noviello. La notizia della sua morte ci addolora profondamente e colpisce tutta la nostra città. Marco era un servitore dello Stato, un ragazzo che aveva scelto di indossare la divisa dell’Arma dei Carabinieri con senso del dovere, dedizione e spirito di servizio. In questo momento di immenso dolore, ci stringiamo con affetto alla sua famiglia, alla sua compagna, ai suoi colleghi dell’Arma e a quanti lo hanno conosciuto, stimato e amato. Cava de’ Tirreni piange un suo giovane figlio e ne custodirà il ricordo con rispetto e gratitudine. Marco Noviello, carabiniere di 26 anni trovato morto dai colleghi nel garage della caserma: i drammatici tentativi di soccorso
- Maltrattamenti alla madre, Riccardo Bossi condannato anche in appello
(ANSA) - MILANO, 16 GIU - La Corte d'appello di Milano ha confermato la sentenza di condanna del Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi per maltrattamenti nei confronti della madre per Riccardo Bossi, primogenito del 'senatur' Umberto Bossi ,morto lo scorso marzo. Al centro del procedimento episodi risalenti al 2016, inizialmente contestati anche come lesioni, accusa poi caduta dopo la remissione della querela da parte della madre. E' invece rimasta in piedi l'ipotesi di maltrattamenti, procedibile d'ufficio, nonostante la madre di Bossi Jr lo abbia perdonato in aula. Secondo l'impianto accusatorio, l'uomo avrebbe avanzato ripetute richieste di denaro nei confronti della madre con scatti d'ira che in un caso avrebbero portato l'imputato a mettere le mani addosso alla donna - che in quel periodo lo ospitava nella sua casa di Azzate - facendole sbattere la testa contro il muro; mentre in un'altra circostanza, gli insulti e il clima teso avrebbero spinto la donna a fuggire di casa, pur di allontanarsi dal figlio. Sentita in aula nel corso del primo grado la madre, che non si è mai costituita parte civile, aveva "perdonato" il figlio spiegando che i rapporti tra loro erano tornati sereni e i vecchi fatti erano stati completamente superati. Il secondo grado ha comunque confermato la condanna, mentre l'avvocato Federico Magnante, difensore del figlio del fondatore della Lega, è pronto a ricorrere in Cassazione. Inoltre, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Riccardo Bossi nei confronti della sentenza della Corte d'Appello di Milano per le false dichiarazioni finalizzate ad ottenere indebitamente il reddito di cittadinanza. Diventa quindi definitiva la condanna a 2 anni e sei mesi di reclusione ed al risarcimento dei danni, circa 15 mila euro, in favore dell'Inps, assistita dall'avvocato Aldo Tagliente. L'indagine era scattata dopo una segnalazione dell'Agenzia delle Entrate, da cui erano partiti gli approfondimenti sulla posizione del figlio dell'ex leader della Lega. Secondo le indagini coordinate dalla pm Nadia Calcaterra, il primogenito del 'senatur' avrebbe ricevuto indebitamente il reddito di cittadinanza tra il 2020 e il 2023. (ANSA). Maltrattamenti alla madre, Riccardo Bossi condannato anche in appello
- Le tensioni crescenti tra la Cina e i suoi vicini emerse allo Shangri-La Dialogue (del dott. Antonio Reccia)
La Cina ha trasformato la cautela e la neutralità in una strategia da utilizzare a proprio vantaggio, una tattica vincente per mantenere stretti legami commerciali qualsiasi siano le fazioni e gli interessi in gioco, perfettamente in linea per un paese che ha basato sulle relazioni economiche l’intero suo approccio alle relazioni internazionali. Mentre nel resto del mondo mantiene questo ruolo di neutralità evitando di schierarsi apertamente, i suoi immediati vicini sembrano invece avere sensazioni differenti, allarmando su una rapida militarizzazione, poco trasparente e rischiosa, come emerso dai pareri dei partecipanti al forum singaporeano Shangri-La Dialogue, tenutosi dal 29 al 31 Maggio. Le tensioni emerse: accuse di militarizzazione e poca trasparenza Uno scambio di battute al Forum di Singapore, tra Shinjiro Koizumi, ministro della difesa giapponese, e il delegato cinese, Meng Xiangqing, ha riacceso le tensioni tra i due attori asiatici, evidenziando le ostilità crescenti nella regione. Le accuse mosse tra i due interlocutori sono, tra le righe, le stesse: da un lato, Koizumi accusa Pechino di una militarizzazione accelerata, poco trasparente e noncurante di accordi internazionali, mentre Xiangqing richiama l’attenzione sulla presenza di un’ideologia di tossico militarismo imperiale ancora forte nella popolazione giapponese. Le relazioni diplomatiche tra i due attori sono particolarmente accese a causa soprattutto della posizione forte assunta dal Giappone, il quale ribadisce il suo ruolo a supporto dell’isola di Taiwan, in caso di conflitto. Non dissimile la posizione mostrata dalle Filippine. In particolare, il ministro della difesa filippino Gilberto Teodoro ha affermato che nonostante le tensioni tra Cina e USA stiano andando ad affievolirsi, le Filippine avvertono ancora una presenza minacciosa e preoccupante di Pechino nel Pacifico; mentre da un lato le Filippine stanno intrattenendo rapporti commerciali floridi con la Cina, dall’altro la paura deriva dalla mancanza di garanzie a lungo termine fornite dal partner, motivo per il quale il ministro ha richiamato nuovamente agli accordi di collaborazione tra Filippine e USA, ancora in vigore e rimasti intoccati dall’apertura il dialogo tra Trump e Xi, e visti come quel supporto necessario a garantire la sicurezza dei propri confini. Da sottolineare, inoltre, quanto le tensioni tra Filippine e Cina siano tutt’altro che in corso di risoluzione, alla luce delle pretese cinesi su gran parte del Mar Cinese Meridionale, e delle manovre intimidatorie di Pechino nei confronti di navi filippine, le quali trasportano rifornimenti e sono spesso intercettate da navi cinesi equipaggiate con cannoni ad acqua e laser accecanti. Altri paesi che hanno partecipato al Forum hanno manifestato, apertamente, l’intenzione di riarmarsi e procedere ad una rapida militarizzazione. Singapore in particolare, nelle vesti del suo ministro della difesa, ha evidenziato la necessità di creare un’alleanza e un blocco unito tra paesi che condividono ideologia e posizioni diplomatiche simili; il Canada, rappresentato da Jennie Carignan, responsabile della difesa, ha espresso la volontà di espandere la sua presenza nella regione, stringendo legami più stretti con Giappone e Filippine in ambito marittimo e di cybersecurity; Chris Penk, ministro della difesa neozelandese ha invece confermato di star valutando la sostituzione di parte della flotta militare del paese con nuovi modelli acquistati dal Regno Unito e dal Giappone; e infine Richard Marles, ministro della difesa australiano, ha affermato l’importanza dei legami stretti con gli USA nel contesto di collaborazione militare nel Pacifico. Una spesa militare di 60 miliardi Dall’analisi del database del Sipri sulla spesa militare dei singoli paesi, aggiornato sulla base delle informazioni open-source disponibili, risulta un aumento costante della spesa militare nelle regioni dell’Asia Orientale e Sud-Orientale, nello specifico dal 2023 al 2025 ci sarebbe stato un aumento di oltre 70 miliardi di dollari, corrispondente ad un incremento di circa il 15%. La Cina, in particolare, rappresenta più della metà del totale della spesa stimata nel database, con una crescita di 40 miliardi dal 2023 al 2025 e un incremento registrato del 15%; il Giappone è passato da circa 46 miliardi di dollari a quasi 60 miliardi di spesa totale, un aumento di circa il 30%, ancor più alto in rapporto con la crescita cinese; e ancora, le Filippine hanno visto una crescita di circa un miliardo, circa il 13% del totale; Singapore di circa 2 miliardi, corrispondente ad incremento del 17%. La prospettiva futura è evidente: l’aumento delle spese per la difesa non sono dettate da semplice inflazione, che in Asia Orientale resta stimata a un aumento di circa l’1,5% l’anno, ma un trend reale che è la diretta manifestazione delle tensioni emerse allo Shangri-La Dialogue. Una muraglia anti-cinese Dal Forum emerge infine una forte volontà di contenimento della potenza cinese da parte degli attori dell’est e del sud-est asiatico, oltre che di alcuni paesi dell’Oceania, i quali evidenziano una discrepanza tra gli accordi che Pechino propone in ambito commerciale e in sedi ufficiali di discussione rispetto alle pretese più volte mosse sul Mar Cinese Meridionale, in particolare nei confronti delle Filippine, il paese la cui integrità territoriale dei propri mari viene maggiormente minacciata; in particolare, da sottolineare che la Cina non ha ancora abbandonato la sua idea di sovranità sul Mar Cinese Meridionale emersa con la Linea dei Nove Tratti, la quale, tracciata dai cinesi stessi, darebbe a questi ultimi il controllo su circa il 90% del mare oggetto della contesa, seppur quest’ultima pretesa sia stata invalidata nel 2016 dalla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia. L’anello di contenimento della potenza cinese continua dunque a reggere, mentre lo Shangri-La Dialogue si chiude, lasciando poco spazio ad aperture, accordi e amicizie, ma molto a dissapori e ostilità che confermano un trend di pesante militarizzazione. Fulcro di queste ostilità resta l’ambivalenza della potenza cinese: da un lato, diplomazia e accordi commerciali, atti a creare legami e rapporti che possano avvantaggiare tutti i paesi della sua sfera di interesse in sud-est Asia; dall’altro, pretese e spesa militare in aumento, piccole guerriglie, poca trasparenza e garanzie sulle reali intenzioni. Nonostante il riavvicinamento tra Cina e USA, quest’ultimo non è altro che una tregua temporanea dettata dalla crisi dello Stretto di Hormuz e dalla guerra in medio-oriente, che non fa altro che danneggiare in egual modo entrambe le potenze, le quali hanno ancora troppi nodi da sciogliere, a partire dalla spinosa questione di Taiwan, e dalle pretese cinesi sull’isola; nel contesto dello Shangri-La Dialogue, dunque, la presenza americana resta vitale per la riuscita del contenimento. La strategia cinese potrebbe tuttavia essere più evidente che mai. Per usare una metafora, potrebbe star giocando al poliziotto buono e al poliziotto cattivo: da un alto propone una soluzione pacifica e diplomatica, accordi vantaggiosi per tutti gli attori statali dell’area, finalizzati a far breccia nell’anello di contenimento, per romperlo e garantirsi un supporto esterno; dall’altro, aumenta la sua spesa militare, in via emergenziale, se fare il poliziotto buono non dovesse essere abbastanza per rompere questo contenimento. Usando ancora una metafora, ogni accordo stretto dalla Cina è come una goccia d’acqua che colpisce una pietra, erodendola sempre di più fino a romperla, dopotutto i paesi che sono parte dell’anello di contenimento anti-cinese sono anche, paradossalmente, quelli che maggiormente intrattengono rapporti commerciali con Pechino, guidati da puro pragmatismo economico: la potenza cinese è ormai fondamentale, e non esiste Asia senza Cina. Articolo a cura di:
- Il maresciallo Russo dentro l’auto in fiamme per salvare Pietro Borsini: «Davide invece non si muoveva»
ANCONA - Nel tragitto tra casa e la caserma di lungomare Vanvitelli si è ritrovato in mezzo all’inferno. Fiamme e lamiere accartocciate. Ma il maresciallo Vincenzo Russo, operativo nei Baschi verdi della Guardia di Finanza, ha agito secondo l’istinto. Con un unico obiettivo: salvare la vita a chi era rimasto intrappolato nella Opel Corsa dove viaggiavano quattro giovani calciatori. E, alla fine, è riuscito a estrarre vivo il 19enne Pietro Borsini, il tesserato della San Biagio ricoverato in Rianimazione all’ospedale di Torrette. «Il mio sogno più grande è di poterlo abbracciare, spero con tutto il cuore che riesca a riprendersi» dice l’ufficiale al termine di una giornata da incubo. Un sogno che purtroppo non si potrà avverare perché é stata dichiarata la morte cerebrale del ragazzo. Il maresciallo Russo dentro l’auto in fiamme per salvare Pietro Borsini: «Davide invece non si muoveva»
- DIFESA È LIBERTÀ: Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza | INTERVISTA AL DOTT. MASSIMO PANIZZI GENERALE DI CORPO D'ARMATA (RIS.) di Dario Procida.
DIFESA È LIBERTÀ: Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza è un capolavoro del dott. Massimo Panizzi Generale di Corpo d'Armata (ris.) edito dalla casa editrice Historica " Difesa è libertà non è un’affermazione retorica, ma una verità che il nostro tempo ha smesso di riconoscere. In un’epoca segnata da minacce ibride, da guerre che attraversano le menti prima dei territori e da una crescente fragilità delle democrazie, Massimo Panizzi intreccia esperienza del comando e analisi dei mutamenti geopolitici per restituire alla Difesa il suo significato originario: non esercizio della forza, ma tutela delle istituzioni, della verità, della memoria e della dignità umana. Ne emerge una riflessione radicale: la libertà non si conserva da sola e la Difesa non riguarda soltanto gli apparati, ma il modo in cui una società pensa, educa, giudica, reagisce. È una forma di cultura, prima ancora che di potere. Tra società algoritmica, crisi dell’Europa e perdita del senso del limite, il libro invoca un risveglio delle coscienze e un richiamo al dovere, al pensiero critico, a una leadership intesa come servizio. Perché una nazione che non è più capace di difendere ciò che conta non è semplicemente più esposta: è già, in parte, perduta." Interessati al suo libro abbiamo chiesto: Dario Procida: "Generale Panizzi, nel suo libro lei afferma fin dalle prime pagine che "la libertà non si conserva da sola". Qual è il pericolo più grande che corrono oggi le nostre democrazie occidentali se continuiamo a dare la libertà per scontata?" Gen. Panizzi: "Il pericolo più grande è l'assuefazione. Le democrazie raramente crollano all'improvviso; più spesso s’indeboliscono lentamente, quando i cittadini smettono di percepire il valore delle libertà di cui godono e le considerano acquisite per sempre. La libertà vive di partecipazione, responsabilità e vigilanza. Quando questi elementi si affievoliscono, cresce la vulnerabilità verso la manipolazione, la disinformazione e l'indifferenza civica. Una società che non custodisce la propria libertà rischia di accorgersi della sua importanza solo quando comincia a perderla." Dario Procida: "Il sottotitolo del volume parla di una riflessione civile e culturale prima ancora che militare. Perché ritiene che il tema della Difesa debba essere sottratto agli addetti ai lavori per diventare un argomento di dibattito pubblico e di "coscienza civile"? " Gen. Panizzi: "Perché la Difesa non riguarda soltanto le Forze Armate. Riguarda le condizioni che permettono a una società di restare libera, sicura e democratica. Se la riduciamo a una materia tecnica, perdiamo la sua dimensione più profonda. La Difesa coinvolge la scuola, l'informazione, la cultura, la coesione sociale, la capacità di distinguere il vero dal falso. Per questo deve diventare un tema di cittadinanza consapevole. Una nazione è realmente sicura quando comprende collettivamente ciò che merita di essere custodito." Dario Procida: "Lei ha alle spalle una lunga esperienza operativa in teatri complessi come la Bosnia, il Kosovo, l'Iraq e l'Afghanistan. In che modo il vissuto sul campo ha influenzato le riflessioni antropologiche e filosofiche che troviamo in questo saggio?" Gen. Panizzi: "L'esperienza operativa mi ha insegnato che dietro ogni crisi geopolitica ci sono sempre persone, comunità e fragilità umane. Nei teatri operativi ho visto quanto sia sottile il confine tra ordine e caos, tra convivenza e conflitto. Ho imparato che la forza, da sola, non basta e che la stabilità nasce anche dalla fiducia, dalla credibilità e dalla capacità di comprendere l'altro. Le riflessioni presenti nel libro nascono proprio da questa esperienza: dalla consapevolezza che la Difesa è prima di tutto una questione umana, culturale e morale." Dario Procida: "Nel testo si parla di "tempo del torpore" e di "società algoritmica". Che cosa intende esattamente con queste definizioni e come influenzano il nostro modo di percepire la realtà e le minacce esterne?" Gen. Panizzi: "Con "tempo del torpore" intendo quella condizione in cui siamo continuamente esposti a informazioni, eventi e crisi ma, paradossalmente, diventiamo meno capaci di comprenderne il significato profondo. La "società algoritmica", invece, è l'ambiente digitale in cui gran parte delle nostre percezioni viene filtrata da sistemi che selezionano contenuti in funzione dell'attenzione e dell'interazione. Il rischio è che la velocità sostituisca la riflessione e che l'emozione prevalga sul giudizio. In questo contesto possiamo diventare molto informati e poco consapevoli, perdendo la capacità di riconoscere le minacce reali." Dario Procida: "Un concetto estremamente attuale che lei affronta è quello di "guerra cognitiva", un conflitto che attraversa prima le coscienze e poi i territori. Come ci si difende dalla manipolazione percettiva e dalla perdita del pensiero critico in un'epoca di sovraccarico informativo?" Gen. Panizzi: "La prima difesa è l'educazione al pensiero critico. Dobbiamo imparare a verificare le fonti, a distinguere i fatti dalle interpretazioni e a diffidare delle semplificazioni eccessive. La guerra cognitiva prospera dove esistono fretta, polarizzazione e superficialità. Per questo è necessario recuperare il valore del dubbio, della verifica e dell'approfondimento. Non servono cittadini diffidenti verso tutto, ma cittadini capaci di giudicare autonomamente. La libertà, oggi, passa anche attraverso la qualità della nostra attenzione." Dario Procida: "Lei propone una ridefinizione della "Cultura della Difesa", legandola al concetto di "custodire" non solo i confini, ma il legame civile di una comunità. Come si traduce concretamente questa responsabilità condivisa nella vita di un normale cittadino?" Gen. Panizzi: "Si traduce in comportamenti quotidiani. Significa informarsi con serietà, partecipare alla vita pubblica, rispettare le istituzioni democratiche, contribuire alla coesione sociale, contrastare la diffusione di notizie false, educare al rispetto e alla responsabilità. Difendere non significa necessariamente indossare un’uniforme. Significa riconoscere che esistono beni comuni – libertà, verità, giustizia, convivenza civile – che richiedono l'impegno di tutti. La Difesa è una responsabilità distribuita, non una delega totale." Dario Procida: "Nel dibattito pubblico contemporaneo, parole come dovere, disciplina, servizio e responsabilità sono spesso marginalizzate o guardate con sospetto. Ritiene sia possibile recuperarle senza cadere nella retorica militarista?" Gen. Panizzi: "Assolutamente sì. Anzi, credo sia necessario. Queste parole non appartengono esclusivamente al mondo militare; appartengono alla vita democratica. Una società matura vive di diritti, ma anche di responsabilità. Recuperare il senso del dovere o del servizio non significa promuovere una visione autoritaria della società. Significa riconoscere che la libertà individuale trova il suo equilibrio nella consapevolezza del bene comune. Quando queste parole vengono liberate dalle caricature ideologiche, tornano ad essere strumenti di crescita civile." Dario Procida: "Una parte significativa del libro è dedicata alla distinzione tra "cultura della Difesa" e "cultura della guerra". Qual è il confine etico che una democrazia matura non deve mai superare quando decide di proteggere se stessa?" Gen. Panizzi: "Il confine è il rispetto della dignità umana. Una democrazia può e deve difendersi, ma non può rinunciare ai principi che la definiscono. La forza è legittima quando è finalizzata alla protezione e resta sottoposta a criteri morali, giuridici e politici. Quando invece l'altro é disumanizzato, quando il potere diventa dominio o quando la sicurezza giustifica qualsiasi mezzo, quel confine viene superato. Difendersi non significa diventare ciò da cui ci si difende." Dario Procida: "Maurizio Caprara, nella prefazione, definisce il suo saggio "un testo politico nel senso sano del termine". Qual è il messaggio principale che desidera lanciare alla politica istituzionale attraverso le sue pagine?" Gen. Panizzi: "Vorrei invitare la politica a recuperare una visione strategica di lungo periodo. Oggi siamo spesso prigionieri dell'emergenza e del consenso immediato. La Difesa, invece, richiede capacità di previsione, investimento culturale e responsabilità verso le generazioni future. Il mio messaggio è che la sicurezza non può essere affrontata soltanto come questione tecnica o di bilancio. È una scelta di civiltà. Una politica autenticamente responsabile deve saper costruire consapevolezza, non soltanto amministrare l'urgenza." Dario Procida: " Nel volume lei dedica spazio anche alla leadership, al ruolo educativo della scuola e alla difesa della verità. Che ruolo deve avere l'istruzione nel formare i cittadini del XXI secolo di fronte alle sfide geopolitiche e alle guerre ibride?" Gen. Panizzi: "L'istruzione deve tornare a essere uno dei principali strumenti di costruzione della libertà. Oggi non basta trasmettere conoscenze; occorre formare persone capaci di comprendere la complessità, valutare criticamente le informazioni e assumersi responsabilità civiche. La scuola deve aiutare i giovani a orientarsi in un mondo attraversato da conflitti cognitivi, manipolazioni informative e rapide trasformazioni tecnologiche. Educare significa rendere più liberi. E cittadini più liberi, più consapevoli e più preparati sono anche cittadini più difficili da manipolare e più capaci di contribuire alla sicurezza democratica del proprio Paese." Ringraziamo il Generale di Corpo d’Armata (ris.) Massimo Panizzi, nato a Marina di Carrara (MS), è entrato in Accademia Militare a Modena nel 1981, frequentando il 163° Corso regolare. Ufficiale degli Alpini, negli anni 1986 – ‘91 ha comandato la Compagnia presso il Battaglione “L’Aquila” a L’Aquila, il Battaglione “Mondovì” a Cuneo e la Scuola Militare Alpina di Aosta. Nel 1994 ha frequentato il 120° Corso di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia. Successivamente, ha ricoperto incarichi di staff presso l’Ufficio Affari Generali e l’Ufficio Pubblica Informazione dello Stato Maggiore dell’Esercito e presso l’Ispettorato per la Formazione e la Specializzazione dell’Esercito, a Roma. Nel 1998 - 1999 ha frequentato il 1° Corso dell’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) a Roma. Qui il suo curriculum militare: massimo_panizzi_cv_27.pdf Clicca sui titolo per l'acquisto del suo libro: DIFESA È LIBERTÀ: Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza












