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Sessanta giorni di passaggio gratuito ( dott. Angelo De Pascale)


Il 21 maggio, mentre i negoziatori ancora discutevano le clausole, Teheran ha annunciato l'esistenza di un nuovo ente. Si chiama Persian Gulf Strait Authority. Ha tracciato una "zona marittima controllata" che corre dalla linea tra Kuh-e Mobarak e Fujairah fino alla linea tra l'isola di Qeshm e Umm Al Quwain. Dentro quella zona, ha stabilito l'Autorità, il transito richiede coordinamento e autorizzazione. Anwar Gargash, consigliere della presidenza emiratina, ha risposto in poche ore: è una violazione della sovranità degli Emirati.

Pochi giorni dopo, tre superpetroliere saudite cariche di sei milioni di barili attraversavano lo Stretto. Passaggio libero, gratuito, garantito dal memorandum appena firmato. Ma quel passaggio gratuito ha una scadenza scritta nel testo: sessanta giorni. Poi l'amministrazione futura dello Stretto la definisce Teheran, in dialogo con Oman e gli altri rivieraschi. Un ente esiste già per gestirla.

Tieni insieme questi due fatti. Una via d'acqua che per decenni nessuno doveva concedere, perché esisteva e basta, oggi ha un'autorità che ne regola l'accesso e un calendario che decide quando la cortesia finisce. Questo è il vero prodotto della guerra cominciata il 28 febbraio. Non una vittoria americana che si misura in obiettivi distrutti. Una trasformazione di stato: da fatto geografico neutro a strumento negoziale iraniano.

Cosa Washington ha comprato, e a quale prezzo

Il memorandum è entrato in vigore il 17 giugno con firma elettronica. Trump lo ha controfirmato a Versailles, durante la cena del G7, e Pezeshkian dall'Iran. La cerimonia pubblica prevista per il 19 in Svizzera, al Bürgenstock, è stata annullata: l'accordo era già operativo. Restano i colloqui tecnici e una finestra di sessanta giorni per il final deal, che dovrà passare per una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.


Quello che l'Iran porta a casa subito è concreto. Riapertura dello Stretto, ripresa immediata delle esportazioni di petrolio, impegno americano a rimuovere progressivamente le sanzioni e a sbloccare asset congelati per una cifra che le stime collocano intorno ai cento miliardi di dollari, vincolata alla compliance. E un piano di ricostruzione da almeno trecento miliardi. Quei soldi non escono dal Tesoro americano. Li mettono gli Stati del Golfo. Washington fa da garante politico, non da finanziatore.

Quello che Washington porta a casa è più sottile. L'impegno iraniano a non dotarsi di armi nucleari, che Teheran ripeteva già da cinquant'anni. E un elemento nuovo, comparso solo nel testo finale e assente dalla bozza: una "minimum methodology" per il down-blending dello stock di uranio altamente arricchito, da diluire sul suolo iraniano sotto supervisione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Rafael Grossi si è detto pronto a definire i passi concreti. È l'unico punto su cui l'amministrazione può rivendicare qualcosa che prima non aveva. Vale riconoscerlo con precisione, perché è il perno della loro difesa pubblica. Resta da vedere se reggerà al negoziato sul final deal, dove tutto può essere eroso.

Il meccanismo dell'accordo si lascia enunciare in una frase che chi lo ha firmato fatica ad accettare. Washington ha pagato un prezzo enorme per ottenere ciò che già possedeva, e ha consegnato a Teheran leve che prima non esistevano. La prova che la lettura non è di parte la danno gli avversari interni del presidente. Ted Cruz, repubblicano, ha detto che Trump ha ricevuto pessimi consigli e che dare miliardi all'Iran non è una buona idea. Su Al Jazeera, l'analista Mike Hanna ha osservato che l'amministrazione sta combattendo per persuadere il pubblico americano di non aver subito una sconfitta. Quando devi spendere capitale politico per convincere i tuoi che non hai perso, hai già detto qualcosa sul risultato.

Una potenza media che torna in piedi in sei mesi

Sul terreno militare la valutazione americana è spaccata in due, e la frattura conta più di qualsiasi clausola. L'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha testimoniato al Congresso che l'Operazione Epic Fury ha distrutto il novanta per cento della base industriale della difesa iraniana, garantendo che l'Iran non potrà ricostituirsi per anni. Quattro fonti dell'intelligence citate dalla CNN raccontano l'opposto. Produzione di droni già riavviata durante la tregua. Missili da crociera costieri largamente intatti, perché la campagna aerea non aveva preso di mira gli asset costieri. Base industriale in ricostruzione con il sostegno di Russia e Cina. Le parole di un funzionario sono nette: gli iraniani hanno superato tutte le tempistiche che la comunità di intelligence aveva previsto. Una stima parla di sei mesi per il pieno recupero della capacità d'attacco con droni.

Se ha ragione l'intelligence e non Cooper, il messaggio strategico è devastante. Una potenza media, colpita insieme da Stati Uniti e Israele con mezzi enormi, rimette in piedi la produzione di droni e missili nel giro di mesi. La deterrenza che l'operazione doveva stabilire si dissolve nel momento stesso in cui viene proclamata. Perché la deterrenza non è la distruzione di un impianto. È la convinzione dell'avversario di non potersi rialzare. Se Teheran sa di poter ricostruire, e lo dimostra durante la tregua, il costo del prossimo confronto sale per Washington, non scende.

Qui torna utile la storia. La capacità iraniana sui droni non è concentrata in poche fabbriche colpibili dall'alto. È distribuita: assemblaggio decentrato, componenti in parte commerciali, conoscenza tecnica diffusa nei quadri. È il modello che ha reso lo Shahed un'arma da guerra industriale a basso costo. Bombardare nodi di una rete distribuita la rallenta, non la spegne.


È la stessa lezione che le campagne aeree imparano da decenni e dimenticano a ogni nuovo conflitto: si distrugge ciò che si vede, e ciò che conta è quello che non si vede.

Dinamiche mediorientali

La rete dei proxy ha retto, con sfumature che valgono più della tenuta in sé. Hezbollah è rientrato in guerra entro due giorni dall'uccisione di Khamenei, definendo le sue azioni una vendetta esplicita. Le milizie irachene hanno rivendicato oltre duecentonovanta attacchi nei primi undici giorni. Gli Houthi hanno scelto la postura più interessante, un restraint calcolato e coordinato con Teheran, conservando la carta del Mar Rosso da rigiocare alla scadenza dei sessanta giorni.

Ma il riallineamento che conta è un altro, e si gioca tra chi dovrebbe stare dalla parte americana. Egitto, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita hanno costruito un quadrilatero consultivo sopra il patto di mutua difesa saudita-pakistano del settembre 2025. Tre riunioni dei ministri degli esteri in trentun giorni, nessun comunicato. E il perimetro si allarga: il Qatar è entrato nel coordinamento, dopo che l'attacco israeliano del 2025 a Doha gli ha mostrato quanto valga davvero l'ombrello americano. L'IISS lo ha definito un passaggio dalla coordinazione reattiva alla consultazione istituzionalizzata. Non è un'alleanza vincolante e probabilmente non lo diventerà, perché i quattro hanno idee divergenti su cosa sia una minaccia e troppi legami da bilanciare. Ma il segnale resta: le grandi potenze sunnite stanno costruendo una rete di sicurezza che non passa più per la garanzia americana, dopo che i missili iraniani hanno colpito infrastrutture saudite, basi USA in Bahrein e impianti del gas in Qatar senza che Washington proteggesse nessuno.

E qui arriva il dettaglio che la cronaca regala all'analista. L'Iran non subisce questo blocco. Lo sta smontando dall'interno, con strumenti precisi. Esenta dai pedaggi di Hormuz le navi battenti bandiera pakistana, sovvenzionando di fatto la neutralità di Islamabad. Nello stesso tempo co-redige con Oman il regime permanente dello Stretto, e lo fa escludendo l'Arabia Saudita. Il Pakistan è insieme pilastro militare del patto con Riad e mediatore chiave del negoziato con gli USA. Tirato da due parti, ha tutto da perdere se il quadrilatero appare un blocco anti-iraniano. Teheran ha letto questa frattura prima di chiunque altro e ci sta investendo. La diffidenza dei sunniti verso il duo Trump-Netanyahu è il collante del blocco. La leva di Hormuz è il cuneo che lo divide. Stesso Stretto, due funzioni opposte.

Il convitato che può rovesciare il tavolo

Israele è dentro l'accordo senza essere stato al tavolo, e non ha intenzione di rispettarne i vincoli. Il memorandum apre con un riferimento al Libano e impone la fine delle operazioni su tutti i fronti. Netanyahu ha dichiarato che le truppe resteranno nelle zone di sicurezza nel sud del Libano per tutto il tempo necessario. Ben Gvir e Smotrich attaccano l'intesa da destra. Trump ha rimproverato Netanyahu in una telefonata che Axios ha descritto come carica di insulti.

Il punto di frattura non è più solo lo scarto tra firmatari e attori sul terreno. È un'ambiguità che vive nel testo stesso. Un funzionario americano ha dichiarato che il memorandum non condiziona l'accordo al ritiro israeliano dal Libano, pur prevedendo un cessate il fuoco che copre il Libano. Teheran sostiene l'esatto contrario: i due dossier sono legati, e Araghchi ha minacciato una ripresa su vasta scala della guerra in caso di attacco a Beirut. La stessa clausola, due letture opposte da parte dei due firmatari. Ogni raid israeliano diventa così un


test su quale interpretazione prevale. E un pretesto pronto, perché Teheran si chiami fuori dagli impegni nucleari nel momento che riterrà utile.

La fragilità dell'intesa non sta in un dettaglio tecnico. Sta nel fatto che uno dei firmatari, gli Stati Uniti, non controlla l'attore le cui mosse possono mandare in pezzi ciò che ha appena sottoscritto. Vance ha chiesto a Netanyahu di ridurre la presenza in Libano. Netanyahu ha rifiutato. Trump lo sa, e la sua irritazione pubblica lo conferma a ogni dichiarazione.

L'autorità che decide chi passa

Torna a quella zona marittima controllata, alla linea tracciata tra Kuh-e Mobarak e Fujairah. Prima della guerra lo Stretto era un bene comune. Un fatto geografico che nessuno doveva concedere, perché apparteneva alla categoria delle cose che semplicemente sono. Oggi c'è un ente iraniano che ne regola l'accesso, un calendario che decide quando il passaggio gratuito finisce, e un negoziato con Oman che ne disegna il futuro tagliando fuori Riad. Un bene comune è diventato qualcosa su cui l'Iran rivendica un titolo. E un titolo che ti arroghi con la forza lo puoi rigiocare con la forza, ogni volta che serve.

Washington ha speso una guerra per dimostrare la propria capacità di imporre. Ne esce avendo dimostrato i limiti di quella capacità a chiunque guardasse: ai sunniti che ora si coprono da soli, all'Iran che si ricostruisce in sei mesi, a Israele che ignora i vincoli sottoscritti in suo nome. La domanda che resta non riguarda i sessanta giorni del final deal. Riguarda il quadrilatero, e quanto tiene la sua diffidenza verso una garanzia americana che ha appena mostrato i propri limiti. Teheran ci sta già lavorando dall'interno, un pedaggio alla volta. Resta da capire se i sunniti si lasceranno dividere, o se sarà proprio la loro sfiducia in Washington a tenerli insieme.

Il 21 maggio, mentre i negoziatori discutevano ancora le clausole, Teheran ha annunciato la nascita di un ente: la Persian Gulf Strait Authority. Ha tracciato una zona marittima controllata che corre da Kuh-e Mobarak a Fujairah fino alla linea tra Qeshm e Umm Al Quwain. Dentro quel perimetro, il transito richiede coordinamento e autorizzazione. Gli Emirati hanno parlato di violazione della sovranità in poche ore.

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