La prevenzione dimenticata: perché continuiamo a cercare quando potremmo evitare di perdere (dott.ssa Maria Gaia Pensieri)
- dott.ssa Maria Gaia Pensieri

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Da anni chi opera nel campo delle persone scomparse conosce bene una verità tanto evidente quanto ignorata: la prevenzione costa meno della ricerca, salva più vite ed evita drammi familiari irreversibili. Eppure, nonostante l’esperienza accumulata, le statistiche e i casi che si ripetono con dinamiche quasi identiche, continuiamo a intervenire quasi esclusivamente dopo la scomparsa, quando il tempo è già diventato il principale nemico.
La domanda resta la stessa, ostinata: perché non investiamo davvero nella prevenzione e nell’informazione?
Ogni scomparsa attiva una macchina complessa: forze dell’ordine, protezione civile, volontari, unità cinofile, droni, elicotteri. Si tratta di operazioni che comportano costi elevatissimi per la collettività, spesso sostenuti per giorni o settimane. Ma il costo più alto resta quello umano: famiglie sospese, vite spezzate, esiti tragici che, in molti casi, potevano essere evitati.
Numerosi studi internazionali evidenziano come una quota significativa delle persone scomparse appartenga a categorie vulnerabili, in particolare: soggetti affetti da demenze (tra cui Malattia di Alzheimer), persone con disturbi dello spettro autistico, individui con disabilità cognitive o psichiatriche.
Queste persone condividono un elemento chiave: una compromissione della memoria, dell’orientamento e della capacità di valutare il pericolo. Non si tratta quindi di “allontanamenti volontari” nel senso pieno del termine, ma di eventi prevedibili e, dunque, prevenibili.
Una delle criticità più gravi riguarda il ritardo nell’attivazione delle ricerche. Persiste ancora, a livello culturale, l’idea che sia necessario “attendere” prima di segnalare una scomparsa. Nulla di più pericoloso.
Nel caso di persone fragili, le prime ore sono decisive. Studi sul comportamento dei soggetti con Alzheimer dimostrano che: tendono a muoversi in modo disorientato ma continuo, possono percorrere distanze significative in poco tempo, sono attratti da elementi familiari (strade note, luci, punti di riferimento) e raramente chiedono aiuto.
Attendere, da parte di chi deve provvedere a denunciare, significa ampliare esponenzialmente il raggio di ricerca e ridurre drasticamente le probabilità di ritrovamento in vita.
Il primo, grande investimento dovrebbe essere culturale. Informare significa rendere consapevoli famiglie, operatori e comunità del rischio reale.
È fondamentale diffondere alcuni concetti chiave: la fuga o l’allontanamento non è un’eccezione, ma un rischio concreto e frequente; la memoria compromessa altera la percezione del pericolo; la routine non è una garanzia di sicurezza.
Troppo spesso si sente dire: “Fa sempre lo stesso giro, torna sempre”. Ma è proprio quel “sempre” che, improvvisamente, smette di esistere.
Un nodo cruciale riguarda le strutture che ospitano soggetti vulnerabili: RSA, comunità per minori, centri diurni.
È lecito chiedersi: è davvero così difficile adottare misure di sicurezza efficaci?
Tra queste: L’installazione di telecamere esterne, nel rispetto della normativa sulla privacy; sistemi di controllo degli accessi; dispositivi di allarme per uscite non autorizzate e la formazione specifica del personale.
Le telecamere, in particolare, rappresentano uno strumento fondamentale: non violano la dignità della persona se correttamente utilizzate, ma consentono di ricostruire tempestivamente i movimenti e orientare le ricerche.
Il quadro normativo europeo (in particolare il Regolamento generale sulla protezione dei dati) non vieta tali strumenti, ma ne disciplina l’uso, imponendo criteri di proporzionalità e finalità. La sicurezza delle persone fragili rientra pienamente tra gli interessi legittimi.
Ridurre la gestione di una persona fragile alla sola somministrazione farmacologica è una semplificazione pericolosa. La cura autentica implica:
· vigilanza,
· prevenzione del rischio,
· adattamento dell’ambiente,
· attenzione costante ai cambiamenti comportamentali.
Una persona con ridotta capacità di intendere e volere non è semplicemente “malata”: è esposta a un rischio ambientale continuo, che deve essere gestito.
Ignorare questo aspetto significa accettare implicitamente la possibilità della scomparsa.
Paradossalmente, viviamo in un’epoca in cui la tecnologia offre strumenti straordinari come:
dispositivi GPS indossabili, geofencing (allarmi al superamento di aree sicure), app di monitoraggio, sistemi di tracciamento integrati.
Eppure, la loro diffusione è ancora limitata. Le ragioni sono molteplici: per scarsa informazione, resistenze culturali, timori legati alla privacy, costi percepiti (spesso inferiori a quelli di una singola operazione di ricerca), la mancanza di obbligo per le strutture.
Ancora una volta, non manca lo strumento. Manca la volontà sistemica di adottarlo.
Il punto centrale è proprio questo: in Italia, e più in generale in Europa, manca una vera cultura della prevenzione nel campo delle persone scomparse.
Si interviene bene – spesso benissimo – nell’emergenza. Ma si investe poco o nulla prima.
Eppure, prevenire significherebbe: ridurre drasticamente il numero di scomparse, aumentare le probabilità di esito positivo, abbattere i costi pubblici, e proteggere le famiglie da traumi evitabili.
Continuare a investire quasi esclusivamente nella ricerca significa accettare un modello inefficiente e, soprattutto, eticamente discutibile.
La vera domanda non è se sia possibile fare prevenzione. La domanda è: perché non lo stiamo già facendo in modo sistematico?
Servono: campagne informative capillari, obblighi normativi chiari per le strutture, incentivi all’uso di tecnologie di monitoraggio, formazione specifica per operatori e familiari.
Perché ogni persona che si perde non è solo un caso da risolvere. È, molto spesso, una tragedia che poteva essere evitata. E continuare a ignorarlo significa, di fatto, accettarne il costo.
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