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543 risultati trovati con una ricerca vuota

  • CCNL, trasporto valori e Ciclone Harry: sfide della vigilanza privata

    Dal rinnovo del CCNL alla recrudescenza degli assalti al trasporto valori , fino agli effetti del Ciclone Harry su imprese e territori: la nostra intervista a Luciano Basile, Direttore Generale di Sicurtransport , leader per la vigilanza privata nel Meridione – Associato UNIV e prima impresa ad aver aderito a Fondazione Asfàleia, analizza criticità e prospettive del comparto sicurezza . Al centro, standard operativi, flessibilità contrattuale e investimenti condivisi per proteggere operatori, caveau e continuità aziendale in un contesto di rischi crescenti. Il 2026 si è aperto con una serie di attacchi efferati al trasporto valori e il 2025 non ha risparmiato i vostri furgoni. In tutti questi casi non sono mancate letture semplificate, condite da una forte amplificazione mediatica. Qual è la vostra visione sugli standard del settore e su come questi episodi dovrebbero essere analizzati e raccontati per portare un vero contributo alla sicurezza degli operatori?Negli ultimi mesi gli assalti ai furgoni del trasporto valori hanno mostrato un livello di organizzazione e violenza crescente, segno di una minaccia evoluta che richiede risposte altrettanto strutturate. Questi episodi, dei veri attacchi paramilitari, stanno avendo una recrudescenza preoccupante, amplificata dalle immagini e dai social che colpiscono l’opinione pubblica. Quello che deve essere compreso è che i milioni di euro del bottino non rappresentano solo un furto per chi lo subisce, ma finiscono nelle mani della criminalità organizzata, che a sua volta li utilizzerà per scopi facilmente intuibili. continua su: CCNL, trasporto valori e Ciclone Harry: sfide della vigilanza privata - Vigilanza Privata Online

  • Analisi criminologica delle proiezioni asimmetriche della crisi iraniana sulla sicurezza urbana e sulla resilienza delle smart cities (dr. Di Sansebastiano Carlo)

    (Foto) Esercitazione dei carabinieri anti-terrorismo in notturna, stazione della metro | L’analisi criminologica delle ripercussioni che l’instabilità sistemica della Repubblica Islamica dell’Iran esercita sulla sicurezza urbana dei contesti metropolitani occidentali impone una riflessione di natura olistica che connetta la macro-geopolitica del Medio Oriente con la micro-criminologia del controllo territoriale e della prevenzione situazionale. La crisi iraniana, caratterizzata da una tensione dialettica costante tra istanze di riforma interna, repressione degli apparati di sicurezza (Pasdaran e Basij) e proiezione di potenza regionale attraverso attori asimmetrici, non rimane confinata entro i confini di Teheran, ma si trasforma in un generatore di flussi e minacce che impattano direttamente sulla vulnerabilità delle nostre città. Il primo livello di analisi riguarda la gestione dell’ordine pubblico e la prevenzione del terrorismo di matrice confessionale o politica, dove il rischio di radicalizzazione di soggetti isolati (i cosiddetti "lone actors") trova terreno fertile nel disagio sociale delle periferie metropolitane, alimentato dalla narrazione del conflitto globale. La criminologia della radicalizzazione insegna che eventi traumatici in contesti esteri, come la repressione dei movimenti "Donna, Vita, Libertà" o le escalation militari regionali, possono agire da innesco psicologico per atti di autogiustizia o di ritorsione simbolica contro obiettivi sensibili situati nei centri storici, quali ambasciate, luoghi di culto o sedi istituzionali, richiedendo una ridefinizione dei protocolli di sorveglianza urbana e una maggiore tutela per le forze di polizia impegnate nel controllo del territorio. Un secondo asse di ripercussione fondamentale riguarda il traffico internazionale di sostanze stupefacenti, specificamente la rotta del "Crescente d’Oro", di cui l’Iran costituisce uno snodo di transito e raffinazione imprescindibile per l’oppio e l’eroina diretti verso i mercati europei. L’instabilità politica e la necessità degli apparati di potere o di gruppi criminali transnazionali ad essi collegati di finanziare attività clandestine possono portare a un incremento delle forniture illecite verso i nodi logistici urbani; nelle nostre metropoli, ciò si traduce in un rinvigorimento delle piazze di spaccio e in una competizione violenta tra clan per il controllo delle zone di smercio, fenomeno che incide direttamente sulla percezione di degrado e sulla vivibilità dei quartieri. Parallelamente, si osserva una dimensione cibernetica della minaccia che ridefinisce il concetto di sicurezza urbana nell'era delle smart cities, di fatto, l’Iran è annoverato tra i principali attori statuali capaci di condurre operazioni di cyber-warfare e attacchi informatici contro infrastrutture critiche cittadine, come reti elettriche, sistemi di gestione del traffico o database della pubblica amministrazione. Un attacco hacker di successo può paralizzare una città, creando un vuoto di potere e una disorganizzazione sociale che facilitano la commissione di reati predatori o atti vandalici, mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi di sicurezza integrata. La criminologia digitale osserva come il confine tra crimine comune e aggressione statale si stia assottigliando, richiedendo un’evoluzione delle tecniche di digital forensics e una protezione dei dati sensibili dei cittadini che va oltre la semplice difesa perimetrale. Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalla gestione dei flussi migratori e dalle dinamiche di infiltrazione ove la repressione interna e la crisi economica spingono migliaia di cittadini iraniani verso le rotte migratorie balcaniche e mediterranee, portando con sé non solo dissidenti politici in cerca di asilo, ma anche potenziali agenti di influenza o soggetti legati alla criminalità organizzata che cercano di sfruttare i canali dell'immigrazione irregolare per stabilirsi nei centri urbani europei. L'arrivo di popolazioni in fuga in contesti metropolitani già saturi può alimentare tensioni etniche e sociali, portando a fenomeni di occupazione abusiva di immobili o alla creazione di zone franche dove il controllo dello Stato è limitato da barriere linguistiche e culturali. Sotto il profilo della vittimologia, le comunità della diaspora iraniana nelle città italiane e occidentali possono diventare bersaglio di attività di spionaggio, intimidazione o violenza transnazionale (transnational repression), trasformando le strade delle nostre città in teatri di regolamenti di conti politici che minano la pace sociale e la fiducia nelle istituzioni. È essenziale considerare come la percezione di insicurezza legata a questi fattori geopolitici possa essere strumentalizzata per giustificare misure di controllo sempre più invasive, in un bilanciamento precario tra l'esigenza di protezione della cittadinanza e il rispetto dei diritti individuali. La criminologia critica mette in guardia dal rischio di un "populismo penale" che identifichi nel cittadino straniero o nel dissidente il capro espiatorio di tensioni globali, favorendo processi di etichettamento che isolano le comunità anziché integrarle, creando paradossalmente i presupposti per quella devianza che si vorrebbe prevenire. La sicurezza urbana, pertanto, non può più essere intesa come mera repressione del reato di strada, ma deve evolvere verso una strategia di sicurezza integrata che comprenda l'intelligence territoriale, la cooperazione internazionale e la resilienza cibernetica. La protezione delle infrastrutture fisiche deve procedere di pari passo con la cura del legame sociale, poiché una comunità coesa è meno permeabile alle infiltrazioni ideologiche o criminali provenienti da contesti di crisi come quello iraniano. In conclusione, l'instabilità iraniana funge da catalizzatore di rischi multidimensionali che mettono a nudo le fragilità del tessuto urbano contemporaneo: dalla minaccia terroristica al traffico di stupefacenti, dalla cyber-insicurezza alla gestione della marginalità sociale. Solo attraverso una visione scientifica e interdisciplinare della criminologia, capace di interpretare i segnali deboli provenienti dallo scacchiere mediorientale, sarà possibile garantire che le nostre città rimangano spazi di libertà e sicurezza, capaci di resistere alle onde d'urto di crisi globali senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. REFERENTI CRIMINOLOGI

  • Nove giorni di guerra senza obiettivo condiviso. Iran, Israele, Stati Uniti: cosa sta succedendo davvero (De Pascale Angelo)

    Alle 06:35 del 28 febbraio 2026, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato l'avvio dell'Operazione "Epic Fury", guerra congiunta con Israele contro l'Iran. Nelle dodici ore successive, quasi novecento attacchi hanno colpito missili, difese aeree, infrastrutture militari e la catena di comando iraniana. Tra le prime vittime c'era Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica da trentasei anni. Morto nel suo compound residenziale insieme a buona parte dei vertici militari e di sicurezza del regime. Un'apertura di questo genere avrebbe dovuto chiarire gli obiettivi della guerra. Non è andata così. Otto giorni dopo, gli obiettivi sono più confusi di prima. Non perché la guerra stia andando male militarmente, ma perché nessuno dei tre protagonisti ha mai concordato su cosa significhi vincerla. L'obiettivo che cambia a seconda di chi risponde La Casa Bianca ha comunicato tre cose diverse nei primi otto giorni. Il 28 febbraio, Trump ha parlato di eliminare il programma nucleare e missilistico iraniano. Il 5 marzo ha chiesto la resa incondizionata. Il 6 marzo ha detto di voler aiutare gli iraniani a "riprendersi il loro paese". Tre formule che descrivono tre guerre diverse: una guerra di non proliferazione, una guerra punitiva totale, una guerra di cambio di regime. Nessuna delle tre è stata abbandonata. Tutte e tre coesistono nei comunicati ufficiali. Israele è più coerente nel messaggio, ma altrettanto vago nella sostanza. Tel Aviv vuole un Iran incapace di ricostruire le proprie capacità nucleari e proxy per una generazione. Non dice chi governa l'Iran dopo, né come si garantisce quella incapacità senza un'architettura politica di controllo. La visione militare è precisa. La visione politica manca. Teheran, da parte sua, ha dichiarato di non cercare un cessate il fuoco e di non voler negoziare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sintetizzato la posizione in una frase: "Abbiamo negoziato con loro due volte e ogni volta ci hanno attaccato nel mezzo dei negoziati." Non è retorica. È una ricostruzione accurata della sequenza degli eventi, dalla guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 ai colloqui di Muscat e Ginevra interrotti il 26 febbraio scorso. La lezione che Teheran ha tratto è che negoziare con questa amministrazione significa offrire una finestra temporale per essere attaccati. La risposta razionale è continuare a combattere. Qualcuno sa qual è l'obiettivo di questa guerra? Onestamente, no. Tre attori, tre mappe di vittoria che non si sovrappongono. Questo è il problema strutturale del conflitto, non una sua conseguenza. La strategia iraniana: sopravvivere attraverso la complessità La morte di Khamenei è stata presentata come il colpo decisivo. Non lo è, o almeno non nei termini in cui è stata narrata. Il 1° marzo, Ali Larijani ha annunciato la costituzione di un Consiglio di Leadership Interinale. Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, è già indicato come il favorito per la successione. Il meccanismo istituzionale funziona. Il regime non si è dissolto. Si è riorganizzato sotto pressione, che è esattamente quello che i regimi autoritari con strutture di sicurezza coese fanno quando vengono decapitati dall'esterno. Ray Takeyh del Council on Foreign Relations ha scritto nei primi giorni del conflitto che "bombardare un regime fino all'estinzione è raramente una strategia efficace" e che la Repubblica Islamica è un sistema ideologico con élite stratificate e una base di consenso che, per quanto ridotta, "ancora fornisce al regime una schiera disposta a usare la forza per mantenere il potere". La strategia militare iraniana post-decapitazione ha seguito una logica precisa: distribuire il costo su tutto il teatro regionale. Dall'inizio del conflitto al 5 marzo, l'IRGC ha lanciato oltre 500 missili balistici e navali e quasi 2.000 droni. Il tasso di lancio è diminuito dal 4 marzo, segnale di un esaurimento parziale delle scorte e di una razionalizzazione per un conflitto lungo. Non si sta cercando la vittoria militare convenzionale. Si sta cercando di alzare il prezzo politico e finanziario dell'offensiva avversaria fino al punto in cui Washington calcoli che i costi superano i benefici. Gli attacchi al Golfo: logica coerente, effetto controproducente Gli attacchi ai paesi del Golfo, che hanno colpito Dubai, Manama, Kuwait City, Doha, Riyadh e la Provincia Orientale saudita, hanno una logica interna che va capita prima di essere giudicata. L'Iran ha dichiarato di non aver attaccato i governi del Golfo, ma le basi militari statunitensi situate nei loro territori. La distinzione giuridica esiste. La distinzione politica è irrilevante quando un drone colpisce il Palm Jumeirah o una petroliera nel Golfo. Qatar Energy, il principale produttore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha sospeso la produzione dopo gli attacchi a Ras Laffan. Il GNL è gas raffreddato allo stato liquido per il trasporto navale: bloccare Ras Laffan significa bloccare forniture che servono Europa e Asia. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il venti per cento della produzione petrolifera mondiale, è di fatto chiuso al traffico commerciale. Il Brent ha superato i 92 dollari al barile nei primi giorni del conflitto, poi i 100 nel fine settimana dell'8 marzo, toccando un picco intraday di 119 dollari prima di stabilizzarsi intorno ai 114. È il livello più alto dal 2022. La produzione petrolifera irachena è crollata del settanta per cento. Il messaggio era chiaro: chiunque si avvicini al campo americano paga un prezzo in termini economici globali. Il problema è che il messaggio ha funzionato al contrario. Gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Arabia Saudita, il Bahrain, la Giordania e il Kuwait hanno firmato una dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti che condanna gli attacchi iraniani come "escalation pericolosa" e riafferma il diritto all'autodifesa. L'ex direttore della CIA David Petraeus ha definito il targeting del Golfo "probabilmente un errore strategico" capace di trascinare altri paesi nel conflitto. Il 7 marzo, il presidente iraniano Pezeshkian si è scusato con i vicini del Golfo e ha sospeso gli attacchi verso quei territori, attribuendoli a "problemi di comunicazione nei ranghi." Un'ammissione indiretta che la strategia di dispersione del costo ha prodotto il risultato opposto: non ha dissuaso il Golfo, lo ha compattato contro Teheran. Le visioni per il futuro dell'Iran: chi ha un piano credibile Israele non ha comunicato una visione per l'Iran post-conflitto. Ha comunicato una visione militare: distruzione del programma nucleare e delle reti proxy abbastanza definitiva da garantire una generazione di sicurezza strategica. Chi governa Teheran il giorno dopo, come si ricostruisce la governance di un paese di 88 milioni di abitanti con strutture di sicurezza ancora funzionanti, quale architettura regionale prende il posto di quella attuale: su questi punti, silenzio. Gli Stati Uniti oscillano tra tre posture incompatibili. La prima è la non proliferazione: distruggere il programma nucleare e ritirarsi. La seconda è il contenimento attivo: indebolire l'Iran abbastanza da renderlo gestibile senza creare il vuoto che ha prodotto il caos in Iraq e Libia. La terza è il cambio di regime: aiutare gli iraniani a "riprendersi il loro paese", nelle parole di Trump, con l'ipotesi implicita che un governo post-islamico sia possibile sia favorevole agli interessi americani. Queste tre posture producono tattiche simili nel breve periodo, ma implicano strategie di uscita radicalmente diverse. E nessuna delle tre è stata scelta ufficialmente. Sullo sfondo, due variabili stanno diventando determinanti e la copertura mainstream le trascura entrambe. La prima: la Russia sta fornendo all'Iran intelligence per l'identificazione dei bersagli, secondo fonti americane confermate da Washington Post e NPR. Non è coinvolgimento diretto, ma alza la qualità della risposta iraniana in modo misurabile. La seconda variabile era Hezbollah. Il 2 marzo, dopo la conferma della morte di Khamenei, il movimento ha lanciato missili e droni contro una base israeliana nei pressi di Haifa. La risposta israeliana è stata immediata e di scala superiore: bombardamenti su Beirut, incursione di terra nel sud del Libano, ordini di evacuazione per l'intera Dahiyeh. In una settimana Israele ha prodotto una crisi di sfollamento di massa, circa 400 morti e truppe spinte più in profondità nel territorio libanese. Analisti citati da Al Jazeera leggono la tattica come un tentativo di ridisegnare la mappa demografica del paese per recidere il legame tra Hezbollah e la sua base sciita. Il governo libanese ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah nel tentativo di fermare l'escalation, ma Hezbollah non risponde allo Stato libanese. Lo ha dimostrato entrando in guerra mentre Beirut cercava di restare fuori. Conclusioni Otto giorni di guerra hanno chiarito una cosa: nessuno dei tre attori combatte la stessa guerra. L'Iran sopravvive attraverso la complessità, distribuisce il costo, sbaglia la calibrazione sul Golfo e si corregge. Israele distrugge capacità senza avere un disegno politico per il giorno dopo. Washington non ha scelto quale delle tre guerre sta combattendo. Nel frattempo, il teatro si allarga. Hezbollah è entrato nel conflitto il 2 marzo, dopo la conferma della morte di Khamenei, lanciando missili e droni contro una base israeliana nei pressi di Haifa. La risposta israeliana è stata immediata e di scala superiore: bombardamenti su Beirut, incursione di terra nel sud del Libano, ordini di evacuazione per l'intera Dahiyeh. In una settimana Israele ha prodotto una crisi di sfollamento di massa, circa 400 morti e truppe spinte più in profondità nel territorio libanese. Analisti citati da Al Jazeera leggono la tattica come un tentativo di ridisegnare la mappa demografica del paese per recidere il legame tra Hezbollah e la sua base sciita. Il governo libanese ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah nel tentativo di fermare l'escalation, ma Hezbollah non risponde allo Stato libanese. Lo ha dimostrato entrando in guerra mentre Beirut cercava di restare fuori. La domanda più semplice è quella che i titoli non fanno: in assenza di una teoria condivisa del dopoguerra, chi è disposto a pagare per primo il prezzo di un'uscita negoziata, e a quali condizioni? Con un fronte libanese aperto e gli obiettivi ancora indefiniti, la risposta non si avvicina. La guerra non si ferma per strategia. Si allarga per inerzia. REFERENTE INTELLIGENCE SQUAD

  • Montesacro, assalto alla guardia giurata: disarmata e rapinata di 50mila euro

    I soldi, secondo quanto appreso, erano di una sala slot e stavano per essere depositati. Un bottino ricco per due banditi Colpo grosso per due banditi che hanno rapinato una pistola a una guardia giurata e poi sono scappati con 50 mila euro, soldi che erano l'incasso di una sala slot. Il maxi furto si è consumato intorno alle 11 di oggi, martedì 10 marzo, in viale Adriatico 136, al Montesacro.  Secondo una prima ricostruzione due malviventi con il volto travisato, a bordo di uno scooter, hanno intercettato la guardia giurata impegnata nel trasporto valori nei pressi dell'ufficio postale. Al momento della consegna del denaro a un impiegato, i banditi sono entrati in azione. Sotto la minaccia di una pistola, i rapinatori hanno intimato al vigilante di consegnare la propria pistola in dotazione e la borsa contenente circa 50mila euro appena presi da una sala slot.  Subito dopo il colpo, i due sono fuggiti facendo perdere le proprie tracce nelle vie limitrofe. Sul luogo dell'evento sono intervenuti i carabinieri della stazione di Città Giardino e del nucleo operativo della compagnia Montesacro che hanno attivato subito posti di blocco nell'intera area. Sono state sequestrate anche le telecamere esterne alla sala slot e all'ufficio postale.  -- Montesacro, assalto alla guardia giurata: disarmata e rapinata di 50mila euro https://www.romatoday.it/cronaca/rapina-viale-adriatico-pistola-soldi-oggi-10-marzo-2026.html © RomaToday

  • Ferrara. Detenuto aggredisce poliziotto: 30 giorni di prognosi

    L'episodio è avvenuto nel carcere dell'Arginone. Il Sappe: "I violenti vengano trasferiti in strutture apposite applicando le circolari" Nuova aggressione in carcere a un poliziotto. Questa volta è accaduto a Ferrara: ne dà conto il Sappe, sindacato autonomo di Polizia penitenziaria. Nei giorni scorsi un detenuto, non accettando gli orari di chiusura delle camere detentive, avrebbe posto in essere gesti di violenza. Dopo alcuni giorni, invitato dall’agente di turno a rientrare in camera nell'orario di chiusura, lo ha violentemente colpito al volto, causandogli la rottura del setto nasale. L’agente ha dovuto fare ricorso alle cure mediche ospedaliere, dove gli è stata riconosciuta una prognosi di trenta giorni. “Ci chiediamo e chiediamo all’Amministrazione - affermano Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe e Francesco Campobasso, segretario nazionale - come sia possibile che il detenuto é ancora ristretto nel carcere ferrarese dell’Arginone, nonostante la violenza messa in atto nei confronti del nostro collega. Evidentemente le circolari vengono scritte e non applicate, atteso che esiste una disposizione dipartimentale che prevede l’allontanamento del detenuto che compie gesti di violenza di questo tipo. Ribadiamo le necessità di istituire carceri dedicate ai detenuti violenti ma, soprattutto, di togliere gli agenti dalle sezioni detentive di media sicurezza e istituire  pattuglie di controllo. La situazione nelle carceri è sempre più grave e non si fa nulla per cambiare lo status quo. Ciò rischia di vanificare anche tutto quello che di buono si sta facendo, a cominciare dalle assunzioni del personale.” ENTRA NELLA COMMUNITY

  • L’importanza di un Security & Safety Manager nelle attività ad alto afflusso e nelle infrastrutture critiche (di Danilo Bellardini)

    L’importanza di un Security & Safety Manager nelle attività ad alto afflusso e nelle infrastrutture critiche In un contesto sociale e normativo sempre più complesso, la gestione della sicurezza e della safety non può più essere affidata all’improvvisazione o a figure non specializzate. Attività ad alto afflusso di persone – come hotel, discoteche, locali di intrattenimento, centri commerciali – così come aziende strategiche e infrastrutture critiche, richiedono oggi un approccio professionale, integrato e continuo alla gestione dei rischi. In questo scenario, la figura del Security & Safety Manager rappresenta un investimento strategico e non un semplice costo. Chi è e cosa fa un Security & Safety Manager Il Security & Safety Manager è un professionista altamente specializzato nella prevenzione, pianificazione e gestione di: Rischi per le persone (clienti, lavoratori, fornitori) Rischi strutturali e impiantistici Rischi legati a eventi critici (incendi, panico, aggressioni, evacuazioni) Minacce intenzionali (sabotaggi, atti violenti, intrusioni) Eventi straordinari e situazioni di emergenza Il suo ruolo non si limita al rispetto formale delle normative, ma mira a creare un sistema di sicurezza reale, efficace e testato. Attività ad alto afflusso: perché il rischio è maggiore Hotel e discoteche condividono alcune criticità fondamentali: Elevata concentrazione di persone Presenza di pubblico eterogeneo e spesso non addestrato Ambienti bui, rumorosi, affollati Consumo di alcol (discoteche) Turnover elevato del personale Presenza di eventi speciali e picchi improvvisi di affluenza In questi contesti, un’emergenza mal gestita può trasformarsi rapidamente in una tragedia. Il Security & Safety Manager: Analizza i flussi di persone Valuta il carico massimo ammissibile Verifica vie di fuga e sistemi antincendio Coordina sicurezza privata e personale interno Pianifica scenari realistici di emergenza Aziende e infrastrutture critiche: la continuità operativa come priorità Nel caso di aziende strategiche, siti industriali, infrastrutture critiche (energia, trasporti, logistica, sanità), la sicurezza non riguarda solo le persone, ma anche: Continuità del servizio Protezione degli asset Riduzione dei danni economici e reputazionali Resilienza dell’organizzazione Il Security & Safety Manager opera integrando: Safety sul lavoro; Security fisica; Risk management; Business continuity; Crisis management Il Piano di Emergenza: cos’è davvero (e cosa spesso non è) Il Piano di Emergenza non è un documento da tenere in un cassetto per adempiere a un obbligo normativo. Un vero Piano di Emergenza è: Specifico per quella struttura; Basato su un’analisi dei rischi reale; Conosciuto e compreso dal personale; Testato periodicamente; Aggiornato nel tempo Deve rispondere a domande chiave: Cosa può succedere? Chi fa cosa? Chi prende le decisioni? Come si comunica l’emergenza? Dove si evacuano le persone? Come si assiste chi ha difficoltà? Senza queste risposte, il piano è solo carta. L’importanza delle squadre di emergenza private Un elemento sempre più strategico è l’inserimento di squadre di emergenza private formate e coordinate da un Security & Safety Manager. Cosa sono Gruppi di operatori addestrati per: Primo intervento antincendio Gestione del panico Primo soccorso avanzato Evacuazione assistita Supporto alle forze pubbliche Perché sono fondamentali Intervengono nei primi minuti, quelli decisivi Conoscono perfettamente la struttura Parlano lo stesso linguaggio operativo Riducono tempi di risposta e confusione Salvano vite prima dell’arrivo dei soccorsi esterni In attività come discoteche e grandi hotel, queste squadre fanno la differenza tra controllo e caos. Consulente esterno o professionista interno? Entrambe le soluzioni sono valide, se ben strutturate: Consulente Security & Safety Manager Analisi indipendente Aggiornamento normativo costante Visione esterna e critica Ideale per più strutture o catene Security & Safety Manager interno Presenza continua Conoscenza profonda del sito Coordinamento quotidiano Ideale per grandi realtà e infrastrutture critiche La scelta dipende da dimensioni, rischi e complessità dell’attività. Conclusione: la sicurezza non è un optional Affidarsi a un Security & Safety Manager significa: Prevenire incidenti Proteggere persone e patrimonio Ridurre responsabilità civili e penali Migliorare l’immagine dell’attività Garantire professionalità e affidabilità In un mondo dove l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, la sicurezza si costruisce prima, non durante l’emergenza. "Sono un Vigile del Fuoco, Formatore e Consulente in Sicurezza Nato nel 1987, ho intrapreso la mia carriera nei Vigili del Fuoco a soli 18 anni. Oggi ricopro il ruolo di Caposquadra con qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze operative e gestionali in scenari complessi, emergenze e attività di coordinamento. Parallelamente, ho conseguito un’abilitazione universitaria in Security Management e mi sono specializzato come consulente e formatore professionale in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/08). Opero come RSPP e Coordinatore delle Emergenze qualificato, offrendo supporto tecnico e formazione mirata a enti pubblici e aziende private.  La  mia esperienza si estende anche alla consulenza in sopravvivenza urbana e gestione delle maxi emergenze, ambiti in cui integro la mia formazione tecnica con l’esperienza diretta maturata sul campo. Il mio obiettivo è diffondere cultura della sicurezza, preparazione e resilienza, accompagnando organizzazioni e persone a gestire con competenza rischi e situazioni critiche."

  • Incendio al Sunset di Palmi: quando la gestione dell’emergenza fa davvero la differenza (di Bellardini Danilo)

    Nella notte tra l’8 e il 9 marzo un vasto incendio ha coinvolto il Sunset Beach Club, situato nella zona della Tonnara di Palmi, nel comune di Palmi. All’interno del locale era in corso una serata organizzata in occasione della Giornata Internazionale della Donna, con numerosi clienti presenti. Fortunatamente non si registrano vittime o feriti, ma i danni strutturali sono rilevanti. Episodi come questo rappresentano un promemoria concreto di quanto i luoghi di intrattenimento – discoteche, beach club, ristoranti con elevata affluenza – siano ambienti ad alta complessità sotto il profilo della sicurezza antincendio. Quando centinaia di persone si trovano contemporaneamente in uno spazio, spesso con musica ad alto volume, illuminazione scenografica e layout articolati, la gestione di un principio di incendio può rapidamente trasformarsi in una situazione critica. Dal principio di incendio all’incendio generalizzato Dal punto di vista tecnico, un incendio segue una precisa evoluzione. In fase iniziale si parla di principio di incendio, quando il fuoco è ancora circoscritto e può essere controllato con mezzi di primo intervento. Se non viene rilevato o gestito tempestivamente, il fenomeno evolve aumentando rapidamente temperatura, produzione di fumo e rilascio di gas combustibili. In ambienti chiusi o semi-chiusi si può arrivare alla condizione di Flashover, ovvero il momento in cui tutti i materiali combustibili presenti nell’ambiente raggiungono simultaneamente la temperatura di ignizione. Quando si arriva a questo stadio si parla comunemente di incendio generalizzato: la temperatura può superare i 600–800 °C e l’ambiente diventa completamente coinvolto dalle fiamme. In questa fase il controllo dell’incendio da parte del personale interno diventa impossibile e l’unica azione realmente efficace resta l’evacuazione completa e l’intervento dei soccorsi esterni. È proprio per questo motivo che i primi minuti rappresentano la finestra temporale più importante. Il ruolo strategico dei sistemi di rilevazione Uno dei fattori determinanti nella gestione di un incendio è la capacità di individuare il problema nelle primissime fasi. Sistemi di rilevazione automatica – rilevatori di fumo, di calore o multisensore – rappresentano spesso il vero allarme primario. Un impianto progettato correttamente consente di: individuare un principio di combustione prima che le fiamme siano visibili attivare tempestivamente l’allarme evacuazione segnalare con precisione la zona interessata ridurre drasticamente i tempi di intervento interno In contesti con grande afflusso di pubblico, la rapidità con cui viene generato l’allarme può fare la differenza tra un’evacuazione ordinata e una situazione di panico. La gestione dell’emergenza non può essere improvvisata Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda la struttura organizzativa dell’emergenza. Troppo spesso la sicurezza nei locali aperti al pubblico viene delegata esclusivamente alla presenza di addetti antincendio previsti dalla normativa. Sebbene la formazione prevista dalla legge – come il livello elevato di rischio – rappresenti un requisito fondamentale, in contesti ad alta affluenza questo non è sufficiente. Serve una vera organizzazione di gestione dell’emergenza composta da figure con ruoli chiari: Coordinatore dell’emergenza Figura responsabile della gestione operativa durante l’evento critico. Coordina evacuazione, comunicazioni interne e interfaccia con i soccorsi. Squadre di primo intervento Operatori addestrati non solo all’utilizzo degli estintori ma anche alla gestione delle dinamiche di evacuazione, controllo dei flussi di persone e primo contenimento dell’evento. Personale formato sulla gestione del pubblico Nei locali affollati, la capacità di guidare le persone verso le uscite in modo ordinato è fondamentale per evitare fenomeni di schiacciamento o panico collettivo. In altre parole, la formazione non dovrebbe limitarsi al corso obbligatorio antincendio, ma includere moduli più avanzati su gestione delle emergenze, comportamento umano in caso di evacuazione, comunicazione in crisi e coordinamento operativo. Safety come sistema integrato La sicurezza in luoghi di intrattenimento non può essere ridotta a un insieme di adempimenti burocratici. Deve essere considerata un sistema integrato composto da: progettazione delle vie di esodo impianti di rilevazione e allarme efficienti procedure operative testate personale realmente formato esercitazioni periodiche Chi lavora nella sicurezza o nei servizi di soccorso sa bene che le emergenze non si gestiscono quando accadono, ma si preparano molto prima. Eventi come quello avvenuto a Palmi ricordano quanto sia fondamentale sviluppare una cultura della prevenzione e della preparedness, soprattutto nei luoghi dove la presenza di pubblico rende ogni minuto decisivo. La sicurezza non è un documento da archiviare. È pianificazione, formazione e responsabilità operativa. REFERENTE SQUAD

  • Morì contromano in A22, sequestrati i cellulari dei carabinieri in servizio

    Aquasi nove mesi dai fatti, la Procura di Bolzano ha disposto il sequestro dei cellulari dei due carabinieri in servizio al casello di Bolzano sud, la notte del 15 giugno 2025, quella dell'incidente in cui perse la vita Tobias Tappeiner e una famiglia, che viaggiò sull'altra vettura, rimase gravemente ferita. Uno dei due militari si è opposto all'esecuzione della copia forense, e ora è attesa la decisione del tribunale del riesame nel merito.    I due carabinieri sono indagati per cooperazione in omicidio stradale e lesioni stradali gravissime. Risultavano in servizio proprio al casello, quando avvenne l'incidente all'alba, quando il 24enne, alla guida con un tasso alcolemico di 1,69 grammi per litro di sangue, imboccò l'autostrada contromano, dal casello di Bolzano sud, dove avrebbe sostato per cinque minuti prima di riuscire a forzare la sbarra, schiantandosi contro l'altra macchina. Morì contromano in A22, sequestrati i cellulari dei carabinieri in servizio - Notizie - Ansa.it

  • Appalto vigilanza Umg, Europol condannata ad assumere guardia giurata non assorbita

    Il Tribunale del Lavoro di Catanzaro (Giudice Stefano Costarella) ha, con Ordinanza cautelare del 6/3/2026, accolto il ricorso d’urgenza proposto dall’Avv. Francesco Pitaro nell’interesse di un lavoratore/guardia giurata che, nel cambio appalto per il servizio di vigilanza da espletare all’Università Magna Graecia di Catanzaro, era stato lasciato fuori dall’Istituto di Vigilanza/Europol subentrata nell’appalto. In buona sostanza, Europol, subentrata nell’appalto di vigilanza dell’UMG, aveva autonomamente disapplicato l’elenco elaborato dalla società uscente Pol Service e non aveva proceduto all’assunzione del lavoratore. Il lavoratore, Giuseppe Macrillò, per il tramite del proprio procuratore, Avv. Francesco Pitaro, ha, pertanto, azionato dinanzi il Tribunale del Lavoro di Catanzaro il procedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. Nel ricorso l’Avv. Francesco Pitaro ha sostenuto la illegittimità della condotta tenuta da Europol, società subentrante, che, a fronte di un elenco elaborato dalla società uscente, in cui era ricompreso il nominativo del lavoratore, e in violazione del CCNL vigente e in assenza di contraddittorio, ha deciso autonomamente e arbitrariamente e unilateralmente di non procedere alla pedissequa applicazione dell’elenco e di lasciare fuori numerosi lavoratori tra cui la guardia giurata ricorrente che era stata, pertanto, licenziata e non assorbita”. Il Tribunale del Lavoro di Catanzaro, in accoglimento del ricorso ex art. 700 c.p.c., ha, pertanto, accolto in toto il ricorso dell’Avv. Francesco Pitaro e ordinato ad Europol di procedere all’assunzione del lavoratore ricorrente a far data dalla scadenza dell’appalto. “Si accoglie con soddisfazione la pronuncia articolata e motivata del Tribunale del Lavoro di Catanzaro – sostiene Pitaro – che, in accoglimento del ricorso ex art. 700 c.p.c., ha correttamente censurato la condotta della società subentrante nell’appalto di vigilanza che, immotivatamente e arbitrariamente e in violazione del CCNL vigente, ha deciso unilateralmente di non applicare l’elenco redatto dalla società uscente. Trattasi di pronuncia corretta e importante, in merito alla materia del cambio appalto nel settore della vigilanza, attraverso cui, in applicazione delle norme e del CCNL, viene correttamente data prevalenza ai diritti dei lavoratori il cui assorbimento è prioritario rispetto ad eventuali esigenze dell’impresa subentrante che devono essere valutate in contraddittorio essendo il licenziamento/omesso assorbimento situazione eccezionale rispetto a cui occorre individuare situazioni alternative”. Appalto vigilanza Umg, Europol condannata ad assumere guardia giurata non assorbita - CatanzaroInforma DIVENTA SOCIO SQUAD

  • Guardando “Oltre il Meditteraneo”...USA e IRAN.E, guardando, Oltre, in una Terra di Mezzo... (dr.ssa Daniela Bellomi)

    Il conflitto e le tensioni tra Stati Uniti ed Iran, richiama alla nostra mente ed alla nostra memoria diversi scenari storici, combinando elementi di Guerra per procura, competizione Geopolitica per le risorse e conflitti Ideologici. Ecco i principali paragoni storici: La Guerra Fredda (USA vs URSS) / La Crisi degli Ostaggi in Iran (1979-1981) / Il Colpo di Stato in Iran del 1953 (Operazione Ajax) / La "Guerra dei 12 Giorni" del 2025 e il Conflitto “per procura” Iran-Israele. In sintesi, la crisi Usa-Iran è un ibrido storico: la strategia di contenimento richiama la Guerra Fredda, l'ideologia il 1979, e la rivalità per le risorse il 1953, il tutto inserito nel contesto attuale di “Guerra diretta contro il programma nucleare Iraniano”. C’è stata un’escalation temporale: dalla prima crisi del 1° aprile 2024 con il bombardamento Israeliano dell’Ambasciata Iraniana: l’attacco Iraniano su Israele del 13-14 aprile 2024, l’accentuarsi delle tensione tra il 14 e il 18 aprile 2024, la risposta Israeliana del 19 Aprile 2024, la de-escalation tra il 20 aprile e il 30 luglio 2024, l’assassinio di Ismail Haniyeh in Iran il 31 luglio 2024, l’attacco Iraniano del 1° ottobre 2024, l’attacco Israeliano del 26 ottobre 2024, la de-escalation tra il 27 Ottobre 2024 e il 12 giugno 2025, la Guerra dei 12 giorni del 2025, l’Operazione “Leone Nascente” Israeliana e l’Operazione “Martello di Mezzanotte statunitense”. Sappiamo da anni, con le nostre analisi, che la motivazione dell’inizio dei bombardamenti Israeliani sarebbe “il presunto sviluppo di armi atomiche” nel territorio Iraniano. Questo nonostante l'Iran stesse rispettando pienamente l’accordo. Una valutazione più precisa dei “danni effettivi” potrà essere fatta solo con il passare delle ore e – purtroppo – dei giorni. E’ già evidente che le dichiarazioni Iraniane e Americane tendono a contraddirsi. La completa distruzione delle Centrali Nucleari Iraniane secondo Donald Trump. Le fonti Iraniane – invece – dichiarano non ci sarebbe stata nessuna fuoriuscita di radiazioni, nessuna vittima e solo alcuni feriti. Questo, al momento, è anche confermato dall’AIEA. La nostra attività di Intelligence Civile, a volte anche “Open Source Intelligence” non ha sempre carattere segreto ed è – ovviamente – acquisizione e gestione delle informazioni, pianificazione e direzione, raccolta, elaborazione, analisi e divulgazione. Attività fatta “più di domande, in alcune fasi, che di risposte”, attività che non si ferma e non rallenta mai, attività che ci impone una “presenza” continua su tematiche che non sempre si “aprono” e si “chiudono” in un breve lasso temporale: è come guardare, giorno dopo giorno, il cielo da una piccola finestra. E restare – anche – giorni e giorni, per non dire settimane ed anni – ad osservare “minimi spostamenti, l’apparire o lo scomparire di nuvole, venti all’orizzonte, tempeste in arrivo e il sole che rispunta e risplende. Aspettando - inesorabilmente – l’arrivo del buio, complice la notte. Questo è quello che, ad esempio, è successo e sta succedendo con la centrale di Natanz e le sue conseguenze di pertinenza. E – non da meno - la posizione di Fordow, per molteplici ragioni strategiche: inevitabili fonti di osservazione ed analisi – nonché di preoccupazione – sebbene i membri delle Istituzioni Iraniane hanno dichiarato che tutto il materiale pericoloso era stato preventivamente evacuato e che la contraerea, che si è efficacemente attivata, ha evitato danni importanti a tutto l’impianto. Specialisti Civili dell’ Intelligence osservano e analizzano: “Cosa ha spinto gli Stati Uniti a bombardare direttamente l’Iran, entrando con tutti e due i piedi nella guerra di Israele ed esponendosi ad un conflitto di proporzioni potenzialmente disastrose?”. Accompagna il tutto – e non di minor importanza – l’analisi di questi eventi ad alto impatto: il bisogno dell’opinione pubblica e il consenso della stessa. E’ indispensabile trovare e percepire una motivazione apparentemente razionale ad una minaccia concreta che possa mettere in pericolo la Sicurezza stessa delle popolazioni dei Paesi coinvolti e non. Quella che, banalmente, chiamiamo “una giustificazione”. Cosa riesce a mobilitare l’opinione pubblica meglio del timore di una minaccia nucleare imminente? Questa domanda contiene parte del focus  fondamentale delle nostre analisi. Ed effettivamente abbiamo una giustificazione che si accompagna al pretesto: l’Iran è la minaccia nucleare. Questo sebbene la precedente narrazione israeliana -  e conseguentemente americana -  l’Iran non può e non deve dotarsi dell’arma atomica. Linea che è condivisa anche dagli altri Leader Occidentali. La nostra attività di Intelligence nella sua fase di raccolta, elaborazione ed analisi si pone queste domande e riflette su queste affermazioni: - L’Iran non possiede armi nucleari, né risulta fosse prossimo a svilupparle. - L’Iran ha ritrattato – parzialmente – la sua posizione affermando che potrebbe essere in grado di realizzarla.  - Gli elementi tecnici e politici meritano una riflessione approfondita. - Il programma nucleare Iraniano è ufficialmente destinato alla produzione di energia a uso civile e il Paese stesso non dispone delle risorse e delle tecnologie necessarie per sviluppare un’arma nucleare moderna. - Il pretesto bellico è stato accuratamente costruito, anche se l’Iran era già stato accusato di aver aumentato l’arricchimento dell’uranio fino al 60% e di aver incrementato in modo significativo la quantità di materiale stoccato. - La minaccia rappresentata da una bomba che non esiste ha innescato uno dei conflitti potenzialmente più pericolosi degli ultimi decenni. Vivere metaforicamente in una "terra di mezzo" significa trovarsi in una fase di transizione, in uno spazio sospeso tra due stati d'essere, due decisioni o due mondi, senza appartenere pienamente a nessuno dei due. È una condizione liminale che racchiude sia il disagio dell'incertezza che il potenziale per il cambiamento. C’è sospensione e transizione, un “non luogo” o “non tempo”, simile ad una terra di nessuno, dove il vecchio è passato ma il nuovo non è ancora arrivato. È il momento in cui si lasciano vecchie abitudini o certezze senza avere ancora una nuova identità strutturata. C’è conflitto interiore ed esterno perché la terra di mezzo è un luogo di lotta sottile tra bene e male, luce e ombra, o tra opposte esigenze interiori. È uno spazio dove si esplora il confine sottile tra queste polarità. E’ la condizione dell'In-between (Tra): Metaforicamente, descrive l'esperienza di chi si sente non pienamente allineato vivendo, quindi, in una sorta di isolamento o prospettiva unica. E’ il nostro mondo reale e quotidiano dove la Terra di Mezzo stessa è la sua metafora, un luogo che non è il paradiso ma non è nemmeno l'abisso oscuro: un luogo dove gli esseri umani vivono, lottano e cercano significato. Essere "nel mezzo" comporta spesso sentirsi fragili. Vivere in una terra di mezzo significa trovarsi in un limbo attivo: una situazione di sospensione che non è passiva, ma che richiede di definire chi si è e cosa si vuole diventare prima di approdare a una nuova "sponda". Quando la sensazione è percepita così, è anche doveroso porsi le domande più ovvie, quelle che rappresentano la collettività.   - Che l’Iran abbia deciso di arricchirsi dell’uranio (ma sicuramente non fino al livello necessario per ottenere la bomba), probabilmente per rafforzare la propria posizione negoziale nei colloqui con gli Stati Uniti e più difficilmente per arrivare a costruire un ordigno ? E un “tale sospetto è sufficiente a scatenare una guerra?” Sì, se non è la reale motivazione dietro ad essa. Dov’è Gaza – metaforicamente – in queste nuove ore di notizie? Dove ci aspettavamo che sarebbe stato strategico “collocarla”? Cosa abbiamo studiato con attenzione relativamente alla cosiddetta “strategia di potenza?”. Quando abbiamo cominciato a monitorare i repentino e drastico calo della reputazione globale a carico di Israele ? Le risposte creano collegamenti... - C’è il rischio, senz’altro accuratamente calcolato, di un’ostilità lunga ? E con quali conseguenze globali ? Israele ha subito colpito con facilità diversi obiettivi militari, pur non eliminando completamente la capacità operativa dell’Iran. Ha colpito in superficie anche i siti nucleari, però senza arrecare eccessivi danni : lo avevamo ipotizzato, in uno degli scenari pensati. Si. Ma resta la domanda: “Perchè?”.  - Il famoso, atteso ormai, cambio di regime di Israele dall’interno lo abbiamo – chiaramente – soppesato.    - E’ noto che gli Stati Uniti non desiderano affatto che Israele venga visto fallire dal mondo intero. Ed ovvie le ragioni.  - La domanda ricorrente è “chi deve interpretare la parte del morto” in questo scenario, troppo ricco di interessi e strategie ?  - La Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese stanno rispondendo congruamente ad uno dei primi scenari di ipotesi.  - Ed ecco che, come analizzato, la fiamma del grande disordine globale si è accesa ! - Ma perché l’Iran sta bombardando gli altri paesi del Medio Oriente?   - Petrolio e Turisti: altro capitolo della nostra analisi. - I risultati a livello mediatico e la pressione mediatica non può restare all’esterno di una razionale, concreta e pragmatica analisi.  - Le domande con le quali lavoriamo riguardano le ragioni che hanno spinto Israele a dare il via alle ostilità. - Qual’è la copertura migliore, se non la diplomazia ? - Possiamo calcolare il tempo investito a seguire “Ginevra”?  - Regno Unito e Francia assenti a Varsavia ? Perchè? Assassinii mirati, operazioni coperte, sabotaggi, cyberattacchi e campagne di disinformazione hanno costituito le principali direttrici della “Guerra Ombra”.   Le tre direttrici di questo conflitto sono esplicite. - Sabotaggi fisici ed informatici, spesso mascherati da incidenti interni, oltre ad una soglia operativa cambiata. - Le Shadow Wars – famose grazie all’endgame di “La Terra di Mezzo: L’Ombra della Guerra” è un video gioco sviluppato nel 2017 da Monolith Productions. C’è un contesto, una meccanica di gioco, una struttura e una non-canonicità. In quale “Terra di Mezzo” stiamo vivendo ora ? Quale “Terra di Mezzo” ci viene, ora,  raccontata ?

  • Nordafricani rapinano un anziano e vengono arrestati ma la folla accerchia gli agenti

    A Torino è andata in scena l’ennesima aggressione di gruppo , stavolta a due volanti della Polizia di Stato intervenute per arrestare due persone di origine nordafricana che poco prima avevano rapinato un anziano, facendolo cadere, rubandogli la catenina. L’uomo è stato soccorso dai dipendenti di un vicino negozio di casalinghi e fortunatamente non ha riportato gravi conseguenze, mentre i due hanno provato a scappare disperdendosi tra la folla. La prontezza dell’intervento della Polizia di Stato, tuttavia, ha permesso di individuare e raggiungere immediatamente uno dei due mentre l’altro è stato raggiunto qualche centinaio di metri dopo, quando aveva già raggiunto il quartiere di Barriera di Milano .

  • Normativa della Privacy: Principi e Regolamentazioni (dr Mambrini Riccardo)

    La normativa della privacy è un ambito cruciale che regola la raccolta, l'uso e la gestione dei dati personali; argomento sempre attuale e strutturato, con l'avvento dell'era digitale, la protezione delle informazioni personali è diventata una priorità per governi, aziende e cittadini, purtroppo, non sempre la conoscenza di questo argomento è esaustiva e, assistiamo a continue violazioni della privacy, seppur spesso effettuate in buona fede, da parte delle aziende, degli erogatori di servizi, dai datori di lavoro e da chiunque sia a contatto con i dati degli utenti. Non cadiamo nell'errore di pensare che più grande e conosciuta è l'azienda e più siamo tutelati da questo punto di vista, la privacy è un argomento complesso che viene spesso mal interpretato. Cos'è la Privacy dei Dati? La privacy dei dati si riferisce al diritto degli individui di controllare l'uso delle proprie informazioni personali, ciò include dati identificabili, come nome, indirizzo, numero di telefono, e informazioni più sensibili, come dati finanziari o sanitari, la protezione della privacy è fondamentale per garantire la libertà individuale e prevenire abusi. Principi Fondamentali della Normativa sulla Privacy I principi che guidano la normativa sulla privacy includono: - Trasparenza: gli individui devono essere informati su come i loro dati vengono raccolti e utilizzati, le aziende devono fornire informazioni chiare e comprensibili sulle pratiche di trattamento dei dati. - Consenso: gli utenti devono fornire il consenso esplicito prima che i loro dati personali vengano raccolti o trattati. Questo principio è fondamentale per garantire che le persone abbiano il controllo sulle proprie informazioni. Esistono poi dei casi in cui non è obbligatorio chiedere all’interessato il consenso per trattare i dati, mentre invece è sempre obbligatoria l’informativa, questi casi si verificano quando il trattamento è indispensabile per adempiere ad un obbligo legale, per un contratto, per la salvaguardia di un interesse vitale, o per motivi di interesse pubblico. - Limitazione della Finalità: i dati personali devono essere raccolti solo per scopi specifici e legittimi e non devono essere trattati in modo incompatibile con tali scopi. - Minimizzazione dei Dati: solo i dati necessari per raggiungere gli scopi dichiarati devono essere raccolti, questo principio aiuta a ridurre il rischio che, dati non necessari possano entrare in possesso di organismi non autorizzati. - Sicurezza dei Dati: le organizzazioni devono attuare misure di sicurezza adeguate per proteggere i dati personali da accessi non autorizzati, perdite o distruzioni. - Diritti degli Individui: gli individui hanno sempre il diritto di accedere ai propri dati, richiederne la rettifica o la cancellazione, e opporsi al loro trattamento. L’ultimo punto della lista merita di essere preso in particolare considerazione, spesso ci troviamo davanti a offerte di servizi che “costringono” l’utente a dare il consenso al trattamento dei dati personali, pena la mancata erogazione del servizio; questo genera una condizione di impasse, poiché esistono taluni servizi per i quali dobbiamo necessariamente dare il consenso anche se non vorremmo (pensiamo al nostro indirizzo di casa per la spedizione dei pacchi, o il nostro numero di telefono legato ad una carta fedeltà), ma il GDPR parla chiaro, il consenso deve essere : LIBERO, l’interessato deve essere libero di poter effettuare una scelta senza subire conseguenze negative a causa della mancata accettazione delle condizioni del trattamento (impasse, alcuni servizi “obbligano” l’interessato ad accettare il trattamento senza discernere tra consenso al trattamento dei dati e consenso alle condizioni contrattuali) oppure senza avere pressioni sull’accettazione a causa di un estremo squilibrio di potere tra le parti (ad es. rapporto tra datore di lavoro e dipendente); SPECIFICO (granularità del consenso), ovvero esclusivamente relativo e pertinente alle finalità per cui è richiesto; INFORMATO, l’interessato deve sempre essere posto in condizione di conoscere quali dati vengono trattati, come vengono trattati, le finalità e i diritti attribuitigli dalla legge, anche quando il trattamento è obbligatorio come nei casi sopracitati; INEQUIVOCABILE, serve una chiara azione positiva sulle modalità di accettazione dell’informativa, ovvero il consenso non può essere ottenuto con l’inganno, ad esempio l’accettazione generale delle condizioni contrattuali non può anche includere l’informativa privacy, la quale deve essere consegnata a parte; REVOCABILE, in qualsiasi momento, le modalità di revoca devono essere semplice e chiare analogamente alle modalità con cui il consenso è stato prestato, non è necessaria una motivazione per revocare il consenso. Ma se il consenso è sempre libero, come possiamo superare questa situazione di stallo vista in precedenza? Semplicemente leggendo bene l’informativa che ci viene proposta, lasciando i dati sempre strettamente necessari, e informandosi sui metodi di raccolta e sugli strumenti di archiviazione; particolare attenzione va posta anche alla durata del trattamento che deve sempre necessaria al tempo di fruizione del servizio e non eccedere questi limiti; il trattamento dei dati personali è legato alla durata del servizio, ma non è il solo fattore che determina la conservazione, la durata della conservazione, è legata alla finalità per cui sono stati raccolti e trattati, se i dati non sono più necessari per raggiungere le finalità per cui sono stati raccolti, devono essere eliminati o resi anonimi; non è cioè consentito archiviare i dati dell’utente per un tempo specifico (ad es. 2 anni, 5 anni, 10 anni). Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), In Italia, è stato recepito con il D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101, che ha armonizzato il Codice della Privacy nazionale (D.Lgs. 196/2003) ai principi del regolamento europeo. Le aziende italiane hanno dovuto adeguarsi alle nuove norme a partire dal 25 maggio 2018, implementando misure per garantire la protezione dei dati personali dei propri clienti e utenti, con particolare attenzione alla trasparenza, alla sicurezza e alla responsabilità nel trattamento dei dati. Di notevole interesse è anche la Legge sulla Privacy dei Consumatori della California (CCPA), questa legge, entrata in vigore nel gennaio 2020, offre ai consumatori californiani diritti specifici riguardo alla raccolta e all'uso dei loro dati personali. I cittadini possono richiedere informazioni su quali dati vengono raccolti e come vengono utilizzati. Sfide Attuali nella Privacy dei Dati Con l'evoluzione tecnologica, emergono nuove sfide nella protezione della privacy: - Big Data e Intelligenza Artificiale: l'uso di tecnologie avanzate per analizzare grandi volumi di dati solleva preoccupazioni sulla privacy. Le aziende devono garantire che i loro algoritmi rispettino i diritti degli individui. - Violazioni della Sicurezza: le violazioni dei dati sono in aumento, e le aziende devono essere pronte a rispondere rapidamente per mitigare i danni e informare gli utenti. - Globalizzazione: le aziende operano spesso a livello globale, il che rende necessario affrontare normative sulla privacy diverse in vari paesi. Conclusioni La normativa della privacy è un campo in continua evoluzione, che richiede un costante aggiornamento e attenzione. La protezione dei dati personali è essenziale per garantire la fiducia dei consumatori e il rispetto dei diritti umani. È fondamentale che individui e organizzazioni si impegnino a rispettare le normative e a promuovere pratiche di trattamento dei dati etiche e responsabili.

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