Nove giorni di guerra senza obiettivo condiviso. Iran, Israele, Stati Uniti: cosa sta succedendo davvero (De Pascale Angelo)
- dr. De Pascale Angelo

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Alle 06:35 del 28 febbraio 2026, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato l'avvio dell'Operazione "Epic Fury", guerra congiunta con Israele contro l'Iran. Nelle dodici ore successive, quasi novecento attacchi hanno colpito missili, difese aeree, infrastrutture militari e la catena di comando iraniana. Tra le prime vittime c'era Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica da trentasei anni. Morto nel suo compound residenziale insieme a buona parte dei vertici militari e di sicurezza del regime. Un'apertura di questo genere avrebbe dovuto chiarire gli obiettivi della guerra. Non è andata così. Otto giorni dopo, gli obiettivi sono più confusi di prima. Non perché la guerra stia andando male militarmente, ma perché nessuno dei tre protagonisti ha mai concordato su cosa significhi vincerla.

L'obiettivo che cambia a seconda di chi risponde
La Casa Bianca ha comunicato tre cose diverse nei primi otto giorni. Il 28 febbraio, Trump ha parlato di eliminare il programma nucleare e missilistico iraniano. Il 5 marzo ha chiesto la resa incondizionata. Il 6 marzo ha detto di voler aiutare gli iraniani a "riprendersi il loro paese". Tre formule che descrivono tre guerre diverse: una guerra di non proliferazione, una guerra punitiva totale, una guerra di cambio di regime. Nessuna delle tre è stata abbandonata. Tutte e tre coesistono nei comunicati ufficiali. Israele è più coerente nel messaggio, ma altrettanto vago nella sostanza. Tel Aviv vuole un Iran incapace di ricostruire le proprie capacità nucleari e proxy per una generazione.
Non dice chi governa l'Iran dopo, né come si garantisce quella incapacità senza un'architettura politica di controllo. La visione militare è precisa. La visione politica manca.
Teheran, da parte sua, ha dichiarato di non cercare un cessate il fuoco e di non voler negoziare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sintetizzato la posizione in una frase: "Abbiamo negoziato con loro due volte e ogni volta ci hanno attaccato nel mezzo dei negoziati." Non è retorica. È una ricostruzione accurata della sequenza degli eventi, dalla guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 ai colloqui di Muscat e Ginevra interrotti il 26 febbraio scorso. La lezione che Teheran ha tratto è che negoziare con questa amministrazione significa offrire una finestra temporale per essere attaccati. La risposta razionale è continuare a combattere.
Qualcuno sa qual è l'obiettivo di questa guerra? Onestamente, no. Tre attori, tre mappe di vittoria che non si sovrappongono. Questo è il problema strutturale del conflitto, non una sua conseguenza.
La strategia iraniana: sopravvivere attraverso la complessità
La morte di Khamenei è stata presentata come il colpo decisivo. Non lo è, o almeno non nei termini in cui è stata narrata. Il 1° marzo, Ali Larijani ha annunciato la costituzione di un Consiglio di Leadership Interinale. Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, è già indicato come il favorito per la successione. Il meccanismo istituzionale funziona. Il regime non si è dissolto. Si è riorganizzato sotto pressione, che è esattamente quello che i regimi autoritari con strutture di sicurezza coese fanno quando vengono decapitati dall'esterno. Ray Takeyh del Council on Foreign Relations ha scritto nei primi giorni del conflitto che "bombardare un regime fino all'estinzione è raramente una strategia efficace" e che la Repubblica Islamica è un sistema ideologico con élite stratificate e una base di consenso che, per quanto ridotta, "ancora fornisce al regime una schiera disposta a usare la forza per mantenere il potere".
La strategia militare iraniana post-decapitazione ha seguito una logica precisa: distribuire il costo su tutto il teatro regionale. Dall'inizio del conflitto al 5 marzo, l'IRGC ha lanciato oltre 500 missili balistici e navali e quasi 2.000 droni. Il tasso di lancio è diminuito dal 4 marzo, segnale di un esaurimento parziale delle scorte e di una razionalizzazione per un conflitto lungo. Non si sta cercando la vittoria militare convenzionale. Si sta cercando di alzare il prezzo politico e finanziario dell'offensiva avversaria fino al punto in cui Washington calcoli che i costi superano i benefici.
Gli attacchi al Golfo: logica coerente, effetto controproducente
Gli attacchi ai paesi del Golfo, che hanno colpito Dubai, Manama, Kuwait City, Doha, Riyadh e la Provincia Orientale saudita, hanno una logica interna che va capita prima di essere giudicata. L'Iran ha dichiarato di non aver attaccato i governi del Golfo, ma le basi militari statunitensi situate nei loro territori. La distinzione giuridica esiste. La distinzione politica è irrilevante quando un drone colpisce il Palm Jumeirah o una petroliera nel Golfo.
Qatar Energy, il principale produttore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha sospeso la produzione dopo gli attacchi a Ras Laffan. Il GNL è gas raffreddato allo stato liquido per il trasporto navale: bloccare Ras Laffan significa bloccare forniture che servono Europa e Asia. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il venti per cento della produzione petrolifera mondiale, è di fatto chiuso al traffico commerciale. Il Brent ha superato i 92 dollari al barile nei primi giorni del conflitto, poi i 100 nel fine settimana dell'8 marzo, toccando un picco intraday di 119 dollari prima di stabilizzarsi intorno ai 114. È il livello più alto dal 2022. La produzione petrolifera irachena è crollata del settanta per cento. Il messaggio era chiaro: chiunque si avvicini al campo americano paga un prezzo in termini economici globali.
Il problema è che il messaggio ha funzionato al contrario. Gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Arabia Saudita, il Bahrain, la Giordania e il Kuwait hanno firmato una dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti che condanna gli attacchi iraniani come "escalation pericolosa" e riafferma il diritto all'autodifesa. L'ex direttore della CIA David Petraeus ha definito il targeting del Golfo "probabilmente un errore strategico" capace di trascinare altri paesi nel conflitto. Il 7 marzo, il presidente iraniano Pezeshkian si è scusato con i vicini del Golfo e ha sospeso gli attacchi verso quei territori, attribuendoli a "problemi di comunicazione nei ranghi." Un'ammissione indiretta che la strategia di dispersione del costo ha prodotto il risultato opposto: non ha dissuaso il Golfo, lo ha compattato contro Teheran.
Le visioni per il futuro dell'Iran: chi ha un piano credibile Israele non ha comunicato una visione per l'Iran post-conflitto. Ha comunicato una visione militare: distruzione del programma nucleare e delle reti proxy abbastanza definitiva da garantire una generazione di sicurezza strategica. Chi governa Teheran il giorno dopo, come si ricostruisce la governance di un paese di 88 milioni di abitanti con strutture di sicurezza ancora funzionanti, quale architettura regionale prende il posto di quella attuale: su questi punti, silenzio.
Gli Stati Uniti oscillano tra tre posture incompatibili. La prima è la non proliferazione: distruggere il programma nucleare e ritirarsi. La seconda è il contenimento attivo: indebolire l'Iran abbastanza da renderlo gestibile senza creare il vuoto che ha prodotto il caos in Iraq e Libia. La terza è il cambio di regime: aiutare gli iraniani a "riprendersi il loro paese", nelle parole di Trump, con l'ipotesi implicita che un governo post-islamico sia possibile sia favorevole agli interessi americani. Queste tre posture producono tattiche simili nel breve periodo, ma implicano strategie di uscita radicalmente diverse. E nessuna delle tre è stata scelta ufficialmente.
Sullo sfondo, due variabili stanno diventando determinanti e la copertura mainstream le trascura entrambe. La prima: la Russia sta fornendo all'Iran intelligence per l'identificazione dei bersagli, secondo fonti americane confermate da Washington Post e NPR. Non è coinvolgimento diretto, ma alza la qualità della risposta iraniana in modo misurabile.
La seconda variabile era Hezbollah. Il 2 marzo, dopo la conferma della morte di Khamenei, il movimento ha lanciato missili e droni contro una base israeliana nei pressi di Haifa. La risposta israeliana è stata immediata e di scala superiore: bombardamenti su Beirut, incursione di terra nel sud del Libano, ordini di evacuazione per l'intera Dahiyeh. In una settimana Israele ha prodotto una crisi di sfollamento di massa, circa 400 morti e truppe spinte più in profondità nel territorio libanese. Analisti citati da Al Jazeera leggono la tattica come un tentativo di ridisegnare la mappa demografica del paese per recidere il legame tra Hezbollah e la sua base sciita. Il governo libanese ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah nel tentativo di fermare l'escalation, ma Hezbollah non risponde allo Stato libanese. Lo ha dimostrato entrando in guerra mentre Beirut cercava di restare fuori.
Conclusioni
Otto giorni di guerra hanno chiarito una cosa: nessuno dei tre attori combatte la stessa guerra. L'Iran sopravvive attraverso la complessità, distribuisce il costo, sbaglia la calibrazione sul Golfo e si corregge. Israele distrugge capacità senza avere un disegno politico per il giorno dopo. Washington non ha scelto quale delle tre guerre sta combattendo.
Nel frattempo, il teatro si allarga. Hezbollah è entrato nel conflitto il 2 marzo, dopo la conferma della morte di Khamenei, lanciando missili e droni contro una base israeliana nei pressi di Haifa. La risposta israeliana è stata immediata e di scala superiore: bombardamenti su Beirut, incursione di terra nel sud del Libano, ordini di evacuazione per l'intera Dahiyeh. In una settimana Israele ha prodotto una crisi di sfollamento di massa, circa 400 morti e truppe spinte più in profondità nel territorio libanese. Analisti citati da Al Jazeera leggono la tattica come un tentativo di ridisegnare la mappa demografica del paese per recidere il legame tra Hezbollah e la sua base sciita. Il governo libanese ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah nel tentativo di fermare l'escalation, ma Hezbollah non risponde allo Stato libanese. Lo ha dimostrato entrando in guerra mentre Beirut cercava di restare fuori.
La domanda più semplice è quella che i titoli non fanno: in assenza di una teoria condivisa del dopoguerra, chi è disposto a pagare per primo il prezzo di un'uscita negoziata, e a quali condizioni? Con un fronte libanese aperto e gli obiettivi ancora indefiniti, la risposta non si avvicina. La guerra non si ferma per strategia. Si allarga per inerzia.






Commenti